[Telemeno] 1972 – Kung Fu

È esistito un tempo in cui la passione marziale ha spinto alcuni visionari a tentare una strada senza uscita: portare il “cinema di menare” in TV. Per lo più sono esperimenti falliti, ma hanno comunque lasciato tracce importanti nell’immaginario collettivo. Ecco le loro storie.


Negli anni Sessanta se aveste fatto un giro delle basi militari americane vi sareste potuti imbattere in uno strano fenomeno: ad intrattenere i soldati c’era una compagnia di militari che nel tempo libero organizzavano spettacoli di varietà, e il fondatore stesso era noto per sua bravura nel tip tap: quello fu tutto ciò che aveva nel 1962, quando venne congedato dall’esercito. Aveva 26 anni, sapeva sparare e sapeva ballare. Il suo nome era David Carradine.

Si presenta a Broadway con i capelli corti alla militare e l’atteggiamento di chi è appena tornato dalla battaglia: mi piace pensare che la sua prima parte in uno spettacolo l’abbia ottenuta perché l’impresario s’è spaventato. Fra Broadway e piccole parti in cinema e TV, gli anni passano finché un giorno dell’autunno del 1971 Jerry Thorpe si ricorda di quell’attore così bravo che ha visto a Broadway, in The Royal Hunt of the Sun: ha proprio i tratti somatici e l’atteggiamento giusto per un progetto che sta curando. Chiama così Carradine per un provino: chissà come si troverebbe ad interpretare un monaco Shaolin nel Far West.

Dopo Bruce Lee, esperto di cha cha cha, Carradine esperto di tip tap

Queste informazioni è Carradine stesso a raccontarcele, avendole scritte nel suo saggio biografico Lo spirito di Shaolin. La via del kung fu (1991), portato in Italia nel 1993 dalle Edizioni Mediterranee. (Tutti i brani riportati sono presi dalla traduzione di Maria Concetta Scotto di Santillo.)

Quando ha ricevuto la chiamata per il provino, Carradine ha appena finito di girare America 1929. Sterminateli senza pietà (Boxcar Bertha, 1972), in cui ha il ruolo da co-protagonista e in un ruolo minore c’è pure suo padre, il leggendario John Carradine. Il regista è un ragazzetto del Queens che potrebbe anche diventare famoso: il suo nome è Martin Scorsese, potreste averne sentito parlare…
In un bungalow della Warner Bros Carradine incontra gli artefici del suo futuro:

«Il primo incontro fu con Jerry Thorpe, il produttore-regista; Alex Beaton, il produttore associato e destinato a diventare il produttore esecutivo; Herman Miller, lo scrittore, che in seguito adattò per la televisione la sceneggiatura originale di Ed Spielman, scritta sei anni prima e lasciata a impolverare sugli scaffali dell’ufficio di Fred Weintraub per mancanza di interesse; e David Chow, il consulente cinese di storia e arti marziali – un ex campione di judo, l’uomo a cui principalmente si deve l’istituzione di classi di judo nei college californiani – il suo compito era di insegnarci la teatralità di cui avevamo bisogno per attirare un pubblico stufo e disinformato verso le arti marziali.»

Queste parole di Carradine ci forniscono un’informazione molto importante, cioè che Spielman ha scritto un copione televisivo nel 1965 (1971 meno 6) che parlava di arti marziali, e fin qui è comprensibile, visto che all’epoca il proliferare delle palestre in Occidente aveva spinto le grandi spie ed agenti segreti della narrativa ad acquisire conoscenze marziali. Però a quanto pare non era il momento giusto, non c’era interesse, e infatti l’anno dopo “The Green Hornet” con addirittura il primo artista marziale autentico ad apparire in video è un insuccesso, e Fred Weintraub per sei anni non ha interesse a produrre roba marziale. Fred dev’essersi poi mangiato le mani, visto che l’esplosione marziale dall’Oriente – e magari il successo della serie TV che non ha voluto produrre – l’ha spinto a puntare su I 3 dell’Operazione Drago (1973) con Bruce Lee, Nel mirino del giaguaro (1979) con il campione Joe Lewis, Chi tocca il giallo muore (1980) con la nuova star asiatica Jackie Chan, Forza: 5 (1981) con una secchiata di miti marziali, Gymkata (1985) con Richard Norton fino a China O’Brien 1 e 2 (1990) con Cynthia Rothrock e altri nomi importanti. Insomma, tutto pur di rimediare alla svista di non aver capito il momento giusto per parlare di arti marziali asiatiche in America.

Durante le riprese del film di Scorsese Carradine ha dovuto subire un pesante trucco alla testa, con relativo taglio di ciuffi di capelli, e alla fine ritenendosi un disastro ha preferito rasarsi a zero. Lo spilungone che entra nell’ufficio alla Warner Bros, sotto gli occhi allibiti dei dirigenti, camminando a piedi nudi e con la testa calva, non è Carradine: è Caine, il protagonista della serie “Kung Fu“. Il ruolo è già suo nel momento in cui varca la soglia, il resto è solo chiacchiere e burocrazia.
Anche se quel primo incontro sembra inconcludente, è l’inizio di una lunga collaborazione. Quando gli chiedono se sarà in grado di eseguire le scene marziali previste dal copione, Carradine si alza, va verso la porta, salta e con le gambe si incastra fra gli stipiti, rimanendo ad un’altezza di due metri: «I segni dei miei piedi sono rimasti sul montante per anni». Quanto dobbiamo credere a questo racconto? Non importa: è il mito che avvolge la serie TV.

Una serie avvolta nel mito (anche perché c’è poco altro)

Stando alle dichiarazioni di David Carradine – sono le uniche che abbiamo in proposito, quindi tocca accontentarci – solamente altri due attori erano in lizza per il ruolo di Caine, il protagonista della serie “Kung Fu”: William Smith e Bruce Lee. Vi invito a guardare le foto di William Smith su IMDb: scoprirete che dei quasi trecento film e telefilm a cui ha preso parte, sicuramente ne avrete visti a decine. È un energumeno muscoloso e spesso baffuto chiamato a fare o il buttafuori, o il cattivo o il gangster, semplicemente perché è una montagna di muscoli con la faccia che fa paura. Pensarlo monaco Shaolin è davvero difficile. Carradine ci dice che l’attore voleva tantissimo il ruolo, tanto da produrre un filmino di prova da mostrare ai produttori, ma non è andata. Comunque verrà chiamato a fare il cattivo in un episodio della serie, così potrà picchiare Carradine con una catena per soddisfazione.

Lee e signora assistono contenti alla prima puntata di “Kung Fu” (da Dragon, 1993)

Il vero problema, il vero mistero è Bruce Lee. Nel film Dragon (1993) di Rob Cohen – che, bisogna ricordare, è una fantasiosa ricostruzione di Linda Lee e non va preso come ricostruzione storica – ci viene detto che Bruce ha addirittura inventato la serie, convinto che ne avrebbe interpretato il protagonista, poi invece, non viene specificato perché, viene sostituito da Carradine. «Tre anni di lavoro» mastica amaro Bruce nel romanzo-novelization del film, scritto da Michael Jahn. È andata così?

«Ci sono due versioni che riguardano il motivo per cui Bruce Lee non ebbe la parte. Secondo la prima, è stato scartato perché troppo basso e troppo cinese, il che significa che, ironicamente, è stato vittima dello stesso pregiudizio che sarebbe poi stato il tema conduttore del film. La seconda versione afferma invece che, per qualche ragione che non riesco a immaginare, la sua gente gli ha sconsigliato di accettare la parte.»

Dopo aver esposto le tesi a lui note, Carradine non sembra interessato né a confermarle né a confutarle, si limita a dire che ha sentito i produttori molto dubbiosi sulla capacità di Lee di recitare in modo soddisfacente tutte le sfumature del suo personaggio. Carradine si dice stupito della cosa, visto che Lee nasceva prima come attore e poi come artista marziale, e noi siamo stupiti ancora di più, visto che quel ciocco di legno di Carradine avrà sempre la stessa identica espressione per cinque anni di serie TV!


La distribuzione

Il 22 febbraio 1972 va in onda il film televisivo di 75 minuti che fa da episodio pilota alla serie TV, che inizia il 14 ottobre successivo. Alla regia c’è Jerry Thorpe stesso, che dà il ritmo e lo stile all’intero progetto.

La data riportata da IMDb potrebbe non essere corretta e riferirsi in realtà al secondo passaggio del film. Stando infatti al racconto di Carradine, la prima messa in onda fu un fiasco totale e nessuno vide un prodotto talmente nuovo che non si capiva di cosa parlasse.

«Pareva che molta gente non avesse visto il film quando era stato messo in onda per la prima volta perché non aveva assolutamente idea di che cosa trattasse. Ora invece tutti volevano vederlo. Il network decise di trasmetterlo nuovamente e quella volta, proprio mentre l’intera nazione era sintonizzata per assistere a questo western cinese di cui aveva tanto sentito parlare, il programma venne preceduto dalla stretta di mano tra Richard Nixon e il presidente Mao che celebravano l’entrata della Cina Rossa nelle Nazioni Unite. Mi sembrò una coincidenza davvero singolare.»

Dato che la celebre stretta di mano risale al 21 febbraio 1972, se dobbiamo credere al racconto di Carradine quella del 22 febbraio riportata da IMDb dev’essere la data della replica, non della messa in onda originale. Visto però che la Cina fa parte delle Nazioni Unite dal 1971, temo che i ricordi di Carradine non siano troppo affidabili, anche perché scrive vent’anni dopo gli eventi.

Piano dell’opera dell’iniziativa Hobby & Work 2012

La prima apparizione sicura in Italia della serie TV risale all’ottobre 1981, quando inizia ad andare in onda su Canale5 alle 19.00 con il semplice titolo “Kung Fu”. Ecco come “La Stampa” del 22 ottobre ne dà notizia:

«Tra i telefilm in programma, oltre al già pluriglorificato Dallas (settimanalmente replicato su richiesta dei suoi fans), spicca per originalità la serie intitolata Kung Fu, interpretata da David Carradine (figlio di John e fratello di Keith) e imperniata sulle avventure di un monaco zen nel West selvaggio alla ricerca del fratello, costretto ad alternare lezioni di nonviolenza a varie dimostrazioni della sua abilità nel demolire prepotenti di ogni taglia.»

Dal 1984 passa ad Italia1 e curiosamente i suoi passaggi sfuggono alla mia attenzione: scoprirò la serie solamente quando dal 1988 Italia1 la replicherà in fascia mattutina. Ignoravo tutto di questa serie, non l’avevo mai sentita nominare ma ovviamente il titolo infiammava ogni mio senso: sicuramente ci sarà stata gente che si mena. Che ingenuo che ero.

L’unica forma di home video nota è una collana da edicola della Hobby & Work che nel 2012 presenta la serie in un fiume di DVD costosi: ho comprato solo il primo (con il film televisivo) e il secondo (con i primi due episodi) giusto per collezione, poi spendere altri soldi per quel ciocco di legno di Carradine non valeva proprio la pena.

È nota una rara VHS Warner Home Video dal titolo Kung Fu – La leggenda continua che nel 1993 (forse) presenta in italiano il film televisivo Kung Fu: The Legend Continues (1992), che lancia la nuova serie presentata su La7 dal settembre 2001 con lo stesso titolo della videocassetta.


La serie

Dal deserto del silenzio e della noia fuoriesce David Carradine, e capiamo che è lui il motore primo sia del silenzio sia della noia. Con il record mondiale di assenza totale di qualsiasi espressione, il noto caratterista figlio d’arte (John sì che spaccava!) ricopre il ruolo di uno straniero senza nome che arriva in un paesino del West e sembra seguire questo noto filone – reso celebre in Occidente da Clint Eastwood – per poi cambiare subito genere. Grazie a dei flashback in cui la noia si sposa con l’imbarazzo e ne nascono delle mossettine marziali al cui confronto Bombolo e Jimmy il Fenomeno erano giganti del karate, sappiamo che l’uomo si chiama Caine ed è un prete cinese. Oggi li chiamiamo monaci Shaolin ma all’epoca si usava Shaolin priest.

La tipica faccia di un prete cinese nel Far West

Attraverso l’uso intrecciato di noia contemporanea e noia passata, attraverso ricordi fusi con pensieri, emozioni, nomi, cose, città e animali, capiamo chi è Caine e perché sia arrivato ad ammorbarci con il vuoto che riempie i suoi occhi a mandorla. Dopo aver vissuto nel Tempio di Shaolin e imparato la sua filosofia, oltre che l’arte marziale nota come “Ti ammazzo di sbadigli”, a causa di un incidente ha vendicato il suo amato maestro uccidendo il nipote dell’Imperatore, quindi ha dovuto andarsene in America per sfuggire alla legge cinese. Ora vaga per il West, costretto a non fermarsi mai e pronto a tracciare uno stile che cinque anni dopo sarà ripreso identico – ma fatto molto meglio – dal David Banner de “L’incredibile Hulk”.

L’evoluzione moderna di Caine

Se davvero il film televisivo ha riscosso il successo che testimonia Carradine (almeno dal suo secondo passaggio) il merito temo vada più all’aver saputo cavalcare l’onda marziale in potente ascesa in quel periodo piuttosto che a una storia o a personaggi che funzionino. Anche il pubblico americano più generico, quello cioè che non seguiva le storie di samurai giapponesi a cui questo “Kung Fu” palesemente si rifà, conosceva la serialità dello straniero senza nome nelle storie western, visto che parliamo di un periodo in cui Eastwood ha rilanciato il tema, prima diretto da Sergio Leone poi da se stesso.

“Kung Fu” gioca con la serialità western molto cara al pubblico americano, quella di “Bonanza” (che quel 1972 era agli sgoccioli), “Gunsmoke” (che durerà fino al 1975), “Ai confini dell’Arizona” (chiusa nel 1971) e via dicendo. Però trova subito un suo stile personale attingendo a quell’universo ancora relativamente ignoto che era la cultura marziale cinese: un amalgama confusionario e per lo più sballato di notizie filtrate e spesso fraintese. Non a caso nel 1973 nasce il fumetto “Shang-Chi: Master of Kung-Fu” che è un guazzabuglio di cultura cinese e giapponese fusa con il pulp americano di inizio Novecento. “Kung Fu” non fa alcuna differenza, malgrado si ponga come fonte “seria”: i monaci Shaolin che lanciano shuriken come fossero ninja non depone a favore della serietà dell’opera.

Il Carradine dal kimono d’oro

Una volta presentato il personaggio nel film televisivo, dove ci viene spiegato per flashback semi-muti il suo passato nel Tempio Shaolin, e ci viene illustrato per azioni semi-mute il suo presente di girovago del West, la serie non fa altro che presentare nuove avventure ad ogni puntata, con magari nuovi nemici: imperdibile John Saxon baffuto ingaggiato per uccidere Caine già alla prima puntata. Stando a Carradine, l’attore ha conosciuto le arti marziali grazie a lui, così da poterle sfoggiare ne I 3 dell’Operazione Drago (1973): un’altra informazione da prendere con le molle.

C’era proprio bisogno di quei baffoni posticci?

Man mano che la serie va avanti, prende forma e si adatta alla reazione del pubblico. La Warner dà il via libera a nuovi episodi ma ad un certo punto si crea una sorta di corto circuito tra ciò che vuole l’emittente, che ha capito cosa piace al pubblico, e ciò che vuole la censura americana, che non vuole sentire le lamentele dei genitori indignati. Racconta Carradine:

«A complicare ulteriormente le cose ci si mise il network che pretendeva due combattimenti a episodio, mentre la FCC [l’organo di censura] stabiliva che la durata totale delle azioni di lotta non superasse i quattro minuti. Risolvemmo il problema mettendo un breve combattimento all’inizio dell’episodio e poi uno più lungo e articolato verso la fine. Impiegammo anche delle sequenze di allenamenti ed esercizi che non si potevano certo definire violenti, ma che soddisfacevano ugualmente il nostro desiderio di maggiori scene di kung fu.»

Censura a parte, la Warner ha capito che dall’Oriente sta arrivando la tempesta perfetta: un fronte temporalesco di filmacci marziali con gente che si mena, in grado di mandare in estasi gli spettatori occidentali. Non stupisce che sarà la casa che più di tutte saprà sfruttare le ondate marziali che “terrorizzeranno l’Occidente”, cioè quella del 1973 e quella del 1988. Addirittura nella nuclearizzata Italia arriveranno film di Hong Kong con il simbolo “WB” (Warner Bros) in locandina, segno che senza l’intercessione della grande major non avremmo avuto che gli spruzzi della tempesta marziale.

Keith Carradine nel ruolo di Caine giovane

Lasciamo il “prete cinese” Caine al suo eterno vagare su e giù per il West, armato di occhi a mandorla, bocca cucita e inespressività totale, pronto ad affrontare i tanti nemici sul suo percorso mediante la non-violenza di mosse farlocche che però Carradine nel suo libro spaccia per stili marziali di rara bellezza, lodati da tutti i maestri sul set. Siamo sicuri che quelli sul set fossero maestri?

Chiudo citando un ospite d’onore nel film televisivo Kung Fu: The Movie (1980; l’unica trasmissione italiana sicura risale al 4 luglio 1998 su un canale locale, con il titolo La legge del kung fu), interpretato da chi l’anno successivo in una produzione televisiva (Kung Fu: The Next Generation) interpreterà addirittura Johnny Caine, discendente del protagonista: Brandon Lee.

Carradine vs Lee: scontro di titani
(© Warner Bros/courtesy Everett Collection)

Se William Smith non aveva ottenuto il ruolo di Caine ma è stato chiamato ad interpretare un nemico, non potendo chiamare Bruce Lee in persona ecco che arriva il figlio a riparare al ruolo non ottenuto dal padre.

L.

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23 risposte a [Telemeno] 1972 – Kung Fu

  1. Cassidy ha detto:

    Dubito fortemente che quel ciocco di legno di Carradine potesse saltare qualcosa di più di un foglio di quotidiano appoggiato a terra, ma facciamo finta di credere alla leggenda. Hai detto bene, era una serie che cercava di portare vanti la tradizione dei telefilm western americani, con un tocco esotico, Bruce Banner con tanto di tema musicale “solitario”, avrebbe utilizzato la stessa formula molto meglio anni dopo. Questa rubrica migliore di post in post, non sapevo nulla di Brandon Lee, anche se avevo visto l’episodio con il fratellino di Carradine. Cheers!

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Purtroppo la distribuzione italiana di questa valanga di episodi (due serie più due film televisivi) è stata parecchio carente, ma dubito sia una gran perdita. Quei pochi episodi che ho visto da ragazzo mi hanno dato le stesse emozioni dei due episodi visti oggi: tanta noia. E’ praticamente “Hulk” ma con Banner che non si trasforma mai, quindi parecchio inconcludente.
      Però all’epoca è stata una bella bomba, era qualcosa di mai visto dal pubblico americano, che conosceva le serie western molto bene, ed è servito a dare a Carradine l’immotivata fama di divo marziale che l’ha accompagnato per tutta la vita.
      I prodotti kung fu western italiani dell’epoca erano molto più divertenti 😛

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  2. Willy l'Orbo ha detto:

    Il “ruolo” di Carradine nell’esercito e (vero o meno che sia) il suo salto tra gli stipiti…ed è subito poesia, una poesia tale che mi consente di trangugiare anche il da me medesimo vituperato western! 🙂 🙂

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  3. Sam Simon ha detto:

    Povero Bruce Lee, se aveva perso tre anni per davvero a creare una cosa che poi gli fu sottratta capisco la rabbia!

    Comunque c’è una terza spiegazione che è ovviamente il white washing mascherato da “il pubblico US non avrebbe capito l’accento di Lee”. Che ci sta pure, eh, alla fine negli US ridoppiarono Mad Max perché pensavano che la gente non avrebbe capito l’accento australiano…

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Purtroppo il reale legame di Bruce con questa serie rimane nel campo della mitologia 😛
      Visto che ancora oggi i produttori americani vietano un protagonista asiatico, a meno che non sia affiancato da una “minoranza locale” (un nero o una donna americani) ad equilibrare la cosa, non stupisce che fossero restii a dare a Bruce il ruolo protagonista di un film televisivo legato ad una serie di cinque stagioni. Non potevano appellarsi all’accento perché Bruce era nato in America, al contrario di stranieri dal forte accento che invece hanno avuto successo proprio grazie al loro modo buffo di parlare – vero, Schwarzy? 😛 – ma potevano tirar fuori la scusa della recitazione perché era ancora un talento “grezzo”: dubito che negli Stati Uniti sapessero che Bruce recitava al cinema sin dall’età di sei anni!

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      • Sam Simon ha detto:

        Anche Schwarzy però ha dovuto lottare con la cosa: i primi ruoli glieli dettero senza praticamente battute da dire (Conan the Barbarian e The Terminator)! :–)

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Fermo restando che hai citato film indipendenti, non di grandi major, quindi con regole proprie, hai comunque citato due film enormi: nessun cinese in America ha mai avuto un ruolo anche solo mille volte inferiore a Conan e Terminator. Ti ricordo che è il Paese dove fino agli anni Settata erano gli americani a interpretare i cinesi, e dopo i veri cinesi erano chiamati a fare i camerieri o i buffoni nei siparietti comici. Capisci che Conan e Terminator sono su universi neanche paralleli…
        E’ il Paese dove Jackie Chan, star internazionale, se vuole lavorare in una produzione locale deve dividere la scena con una donna o con un nero, perché due minoranze fanno un ruolo protagonista 😀
        Bruce Lee, che non era nessuno al cubo, non aveva la benché minima speranza. Al massimo poteva fare il cameriere cinese nel West…

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      • Sam Simon ha detto:

        Chiaro, hai ragione su tutta la linea! Anche The Party di Blake Edwards ha Peter Sellers nel ruolo di un indiano: io ci sono cresciuto con quel film, però rivederlo con gli occhiali di oggi rivela un certo razzismo/abuso di stereotipi/white washing notevole. Blake Edwards tra l’altro recidivo dopo Mickey Rooney giapponese… Almeno Burt Kwouk (Cato in The Pink Panther) era figlio di cinesi, pur essendo britannico!

        Naturalmente non è che fosse colpa di Edwards, era il sistema tutto in quel modo.

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Sì sì, anzi il mitico Blake ci giocava parecchio con gli stereotipi. Non vorrei aver capito male, ma se non sbaglio ho sentito che lo storico doppiatore americano di Abu dei Simpson ha smesso dopo decenni perché un bianco che doppia un indiano con forte accento rischia di essere additato come razzismo, e giustamente non vuole rischiare di passare per razzista.

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      • Sam Simon ha detto:

        Si, ahahahahah! Hank Azaria si chiama. Da un estremo all’altro, proprio. Ora forse eliminano il personaggio così eliminano il problema.

        Sono sicuro che tra qualche anno lo elimineranno anche retroattivamente, lo sostituiranno in tutti gli episodi con una silhouette nera che parla con voce meccanica…

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  4. Vasquez ha detto:

    È incredibile come io non abbia mai visto nemmeno un episodio di questa serie.
    E sì che non me ne perdevo una! Non ne ho alcuna memoria, nemmeno uno spot, un frammento, un’immagine. Niente. Evidentemente passavo lontano, forse ci avevo provato, ma non faceva per me. “Tizio che se ne va in giro a riparare torti alla come viene viene” = B.J. McCay e la sua scimmia 😛
    Impossibile dimenticare invece “L’incredibile Hulk”. Amara sorpresa scoprire che il nome del buon Banner era Bruce, e che il suo verde alter ego si esprimeva anche a parole, oltre che a grugniti.

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Non ricordavo che Hulk parlasse pure, devo essermi perso quell’episodio 😛
      Italia1 non ha mai puntato su “Kung Fu”, anch’io non l’ho mai sentita neanche citare prima del 1988 e dopo di allora mai più vista, neanche uno spot. Dei film televisivi mai neanche saputo l’esistenza e la nuova serie la beccai per caso su La7 nel 2001 ma proprio non mi interessava. In Italia non credo abbia avuto alcun seguito.
      Ma McKay nasceva da “Filo da torcere” con Clint Eastwood e orango? 😀
      Comunque hai colto nel segno, “Kung Fu” usa il formato tipico del “giustiziere che passa di paesino in paesino”, fortemente derivativo dalle serie giapponesi che nei Sessanta cominciavano a conquistare l’America. (Caradine nel suo saggio afferma di conoscere bene quelle produzioni, e alcuni registi con cui ha lavorato gli hanno espressamente chiesto di muoversi come facevano i samurai.)
      Da ragazzino vedevo una serie con Toshiro Mifune che faceva il samurai senza padrone e ad ogni episodio arrivava nel paesino, riparava torti maciullando gente e se ne andava. Peccato non sapere che serie fosse, ma in pratica il formato è quello.
      Con la leggerissima differenza che le serie giapponesi erano intriganti, “Kung Fu” è puro mosciume noioso…

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      • Vasquez ha detto:

        Ovviamente l’Hulk di Ferrigno non parlava, scusa mi sono espressa malissimo 😛.
        Ho scoperto che Hulk parla in qualche cartone (forse Ultimate Spiderman) e se non sbaglio gli fanno dire qualcosa pure in qualche film della Marvel, quello con lo Zio del Tuono… La cosa che più mi è dispiaciuta in realtà è che nulla di quello che mi piaceva nella serie “L’incredibile Hulk” è stato mai portato avanti in nessuna delle sue rappresentazioni moderne, dove portano avanti per forza di cose l’onnipotenza di Hulk, quando invece è molto più interessante lo struggimento e la disperazione di (David) Banner.
        Anche se hanno importato il formato del giustiziere vagabondo dal Giappone, ho come l’impressione che gli americani ce lo abbiano riproposto in tutte le salse.
        Effettivamente potrebbe essere, che McKay sia stato ispirato dal film più folle di Eastwood, come tempistica mi sembra che ci siamo, no? Ma siccome sono letteralmente anni che non vedo né l’una né l’altro non mi esprimo, però adesso mi vado a rileggere le recensioni di “Filo da torcere” tua e di Cassidy 😉

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        D’accordissimo, da ragazzino adoravo da morire il telefilm di Hulk, ma mica per l’omone verde: era lo struggimento di David ad appassionarmi. Un reietto della società che si auto-esiliava per salvare gli altri da se stesso, che cercava sempre di fare del bene e sognava un mondo felice, ma poi il marcio usciva fuori e scattava la scena con gli occhi bianchi: la mia preferita in assoluto ^_^
        Poi va be’, veniva Hulkone e faceva la sua cosa, ma era davvero la parte meno interessante della serie: il “lonely man theme” che partiva alla fine era puro lirismo dell’eroe che lascia dietro di sé ciò che ama perché nessuno debba sapere più nulla di lui. Cosa c’è di più struggente? Oggi Hulk è un comico che fa battutine…

        Sai cosa non sopportavo delle tantissime storie “itineranti” che vedevo in TV? Che ad ogni puntata il protagonista diceva “Tornerò”, ma perché? Lo sanno tutti che non tornerai mai, fa parte del formato della serie, ogni episodio incontrerai qualcuno diverso, perché devi dire che tornerai? Per rendere meno doloroso l’addio? .-D

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      • Giuseppe ha detto:

        E pensa che io me la sono sorbita fin dalla sua prima italiana nel 1981! Non ho certo pianto quando è sparita dai palinsesti né mai mi è venuto in mente di recuperarla, a parte quel pilot tv che basta e avanza: sarò pure stato ancora un pischello poco esperto, ai tempi, ma non così poco da non vedere quanto la marzialità fosse praticamente assente (almeno Carradine avesse provato a ripetere qui -fosse pure solo una volta- il suo presunto salto fra gli stipiti)… e, francamente, se già David nostro come protagonista era una forzatura, con William Smith credo proprio si sarebbe andati del tutto fuori tema.
        Molto, ma davvero molto meglio ricordare “L’incredibile Hulk” e il comprensibilissimo struggimento di David Bruce Banner, altroché 😉
        P.S. In un episodio, Carradine aveva tirato una specie di pugno persino a Leslie Nielsen (il cui ruolo, se la memoria mi sostiene, era quello di un organizzatore di combattimenti clandestini)…

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Incredibili le mossettine fatte scimmiottando posizioni marziali: sono più simili alle parodie dell’epoca che a qualunque stile. E nel suo saggio più volte Carradine sottolinea lo stupore dei “maestri” nel vederlo eseguire con naturalezza qualcosa che lui stesso afferma non aver mai studiato. Non gli è mai venuto in mente che forse lo stavano prendendo in giro? 😀

        "Mi piace"

      • Giuseppe ha detto:

        Credo che fosse l’unico sul set a non essersene accorto, mi sa 😀

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  5. Pingback: Strambi sbirri di menare 2: Poliziotto privato (1977) | Il Zinefilo

  6. loscalzo1979 ha detto:

    “Quando gli chiedono se sarà in grado di eseguire le scene marziali previste dal copione, Carradine si alza, va verso la porta, salta e con le gambe si incastra fra gli stipiti, rimanendo ad un’altezza di due metri: «I segni dei miei piedi sono rimasti sul montante per anni»”

    Quando vuoi essere sicuro di finire sullo Zinefilo, e allora fai la Mossa Kansas City per attirare l’attenzione di Lucius anni dopo sul Blog

    Piace a 1 persona

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