Sotto scacco (1993) In cerca di Bobby Fischer

Non sarà un tema natalizio, ma riprendo il mio viaggio nei film sugli scacchi che fanno parte della mia “formazione”.

Chi sia Bobby Fischer lo potete leggere su Wikipedia, ciò che qui è necessario spiegare è: possibile sia uno scacchista così importante? La risposta ve la do io e non è ufficiale: no, non è così importante.

La metto giù dura ma è per spiegarmi meglio. Agli americani degli scacchi non frega niente, sia perché non è un gioco “maschio”, contatto fisico e pacche sul sedere, sia perché non hanno mai avuto un campione di fama mondiale. Appena un giorno, in piena Guerra Fredda, è arrivato un campione di fama mondiale americano, ecco che diventa il più grande scacchista mai vissuto e lo si venera come un dio. E gli altri maestri? Non sono americani, quindi chi se ne frega.
Noi in Europa abbiamo eserciti di scacchisti famosi, per non parlare dell’Asia e del Sud America, ma non contano niente: in qualsiasi narrativa americana si parli di scacchi, verrà citato Bobby Fischer. Semplicemente perché è l’univo vero grande scacchista di cui gli americani possano parlare, non perché sia così importante tanto quanto ne parlano.

Pare esistano altri scacchisti, ma nessun americano ci crede

Nel 1972 il geniale scacchista americano sfida il russoski cattivo e comunista mangia-bambini Boris Spasskij e l’orgasmo a stelle e strisce è potente. Per di più Fischer era notoriamente pazzerello ma si sa: genio e sregolatezza vanno sempre a braccetto.
Lo scacchista americano come la torta di mele (che americana non è) vince il russo figlio di Satana e l’America gode rumorosamente, finché nel 1975 Fischer fa quello che tutti i campioni dovrebbero fare se vogliono diventare leggende: scompare. Molla tutto e chiude le sue pedine in un cassetto, che è come far cadere il microfono a fine spettacolo. Il Re ha lasciato l’edificio, come Elvis… e diventa leggenda.

A giocare troppo a scacchi… si diventa detective Monk!

Qual è l’errore che nessuna leggenda dovrebbe compiere? Tornare dalla tomba.
Se domani apparisse Jim Morrison o Marilyn Monroe, dicendo «Ah, ce siete cascati, eh?», d’un lampo ogni loro opera oggi amata risulterebbe seriamente appannata.
Bobby Fischer nel 1992 torna dopo vent’anni di silenzio, ma stavolta l’Unione Sovietica – cioè l’unico motivo per cui gli americani lo amavano – non esiste più. Fischer vuole di nuovo affrontare Spasskij ma ormai i russoski non sono più un pericolo, a chi frega degli scacchi? Lo scacchista è palesemente pazzerello ma lo è sempre stato: il problema è che ora sputa sull’America, e questo non si fa.
Morirà nel 2008, complottista e dimenticato da quell’America che ha scelto di ignorare il suo ritorno: il “vero” Fischer è quello che è scomparso nel 1975 dopo aver battuto i russi comunisti mangia-bambini: è l’eroe che, vinta la battaglia, scompare nel tramonto. Quello riapparso vent’anni dopo, più matto di prima, non si sa chi sia.

Dimentichiamoci del vero Bobby Fischer, e torniamo al 1988, quando il campione di scacchi, artista marziale e scrittore Joshua Waitzkin ha solo dodici anni e il cuore di suo padre esplode di orgoglio perché è un genio a scacchi. Fred Waitzkin, romanziere e giornalista newyorkese di grandi testate come “New York Times” ed “Esquire”, si convince che il figlio sia il nuovo Bobby Fischer, una sorta di “reincarnazione da vivo” essendo nato subito dopo la scomparsa dello scacchista, e lo rende protagonista di un romanzo: Searching for Bobby Fischer.
Il romanzo è un successo, soprattutto fra gli scacchisti, e dopo qualche anno arriva il fatidico 1992 in cui Fischer torna a dare segni di vita e qualcuno alla Paramount dev’essersi detto: è il momento giusto per un film sugli scacchi.

Mentre Bobby Fischer si prepara a sfidare Spasskij in Jugoslavia, in aperta violazione dell’embargo che coinvolge quel Paese ed iniziando a litigare con l’America, Steven Zaillian trasforma in sceneggiatura il romanzo di Waitzkin e gira le scuole americane in cerca di un ragazzino con la faccia giusta, trovando il più che perfetto Max Pomeranc: nessuna esperienza recitativa ma due occhi che bucano lo schermo.
A settembre Fischer e Spasskij iniziano a sfidarsi, ma già nel giugno precedente sono iniziate le riprese del film.

Gli occhi perfetti per un piccolo genio degli scacchi

Attenzione, perché c’è un’altra versione della storia, secondo cui solamente nell’agosto 1992 Fischer avrebbe annunciato che il successivo settembre avrebbe giocato contro Spasskij, quindi in pratica spezzando il suo ventennale silenzio dopo le riprese di un film dal titolo Searching for Bobby Fischer, di cui le riviste di cinema parlavano almeno da luglio.
Visto che non esistono date sicure sulla ricomparsa dello scacchista, è difficile stabilire se sia nato prima il film o la realtà: io sono sempre per la “precessione del simulacro” (come dice Farinelli), cioè l’immagine che precede sempre (e dà forma) alla realtà, ma ognuno può scegliere la versione che preferisce.

Se prepari la scacchiera… Bobby Fischer arriverà!

L’11 agosto 1993 – quando Fischer, dopo aver battuto di nuovo Spasskij, torna nel silenzio nell’indifferenza generale – il film esce negli Stati Uniti, ben distribuito perché la Paramount ci crede, e il 5 settembre successivo viene proiettato al Festival di Venezia con il titolo Searching for Bobby Fischer, anche se nella distribuzione anglofona è conosciuto con il titolo alternativo Innocent Moves.

Un film dai tanti titoli, sia da noi che in patria

In Italia non conosce distribuzione in sala e arriva direttamente in videoteca, con una VHS Paramount / CIC Video del 1994 dal titolo Sotto scacco. Canale5 lo manda nella prima serata di lunedì 16 giugno 1997 con il titolo In cerca di Bobby Fischer.
Per evitare confusione, La7 nel 2010 trasmette alcune repliche del film con il “titolo combinato” di Sotto scacco – In cerca di Bobby Fischer.
Lo trovate nel catalogo di Prime Video.

Gli occhi tristi di chi non vorrebbe proprio essere Bobby Fischer

Il giornalista sportivo Fred Waitzkin (Joe Mantegna) scopre un giorno che suo figlio è un drago a scacchi. E qui va fatta una precisazione: gli americani non sono per lo studio, sono per le doti innate. Se uno studia è un secchione sfigato, se invece nasce e non ha alcun merito per il proprio talento allora è un genio.
Quindi il piccolo Josh Waitzkin (Max Pomeranc) non ha mai visto in vita sua una scacchiera, non sa neanche cosa sia, ma un giorno si siede al parco e batte un campione a scacchi. Così, per magia.

Rimane il mistero su come abbia imparato le regole del gioco

Capito il talento innato del figlio, il papone gli cerca un maestro e il migliore in città è Bruce Pandolfini (Ben Kingsley), che però cerca di spiegare gli scacchi a Fred: i giocatori normali sono sfigati, quelli geniali sono pazzi, e nella storia del mondo solo uno è stato un pazzo geniale, Bobby Fischer. Che ora si è reincarnato nel piccolo Josh.
Mettiamola così, il Steven Zaillian regista è decisamente più bravo dello Steven Zaillian sceneggiatore, ma il problema è che gli americani pensano davvero queste cose: conoscono solo storie di geniali scacchisti fuori di testa e pensano che quello sia segno di talento nel “nobil giuoco”. Così come credono che Beth Harmon ubriacona sia il moderno simbolo della “regina degli scacchi“.

Il maestro che considera la pazzia un segno di talento

Per fortuna la storia migliora strada facendo, anche se non so dire quanto sia merito della sceneggiatura e quanto del romanzo originale – inedito in Italia – comunque il fulcro del discorso diventa proprio il desiderio di scollarsi da quel luogo comune del “genio folle”.
Il maestro Pandolfini vuole che il giovane Josh diventi il nuovo Fischer, quindi dovrà disprezzare tutto e tutti, respirare scacchi e rinunciare a tutto il resto, proprio come l’altro maestro sta educando un altro giovane talento: i due bambini si sfideranno replicando esattamente lo schema di Rocky IV (1985), con il protagonista che combatte “de core” e l’avversario succube di un sistema totalitario e spersonificante.
Visto che il romanzo originale è uscito tre anni dopo il film di Stallone, non mi stupirebbe che la trovata nasca proprio da lì.

Una regola degli scacchi impedisce di gridare “Adriana!”

Papone Fred all’inizio è fomentato dall’avere un figlio campione, anche se in una disciplina che non aveva mai considerato – visto che lui ama sport americanissimi come baseball e basket – ma ad un certo punto si rende conto che sta trasformando il figlio in un sociopatico, uno che per vincere debba essere pronto a passare sui cadaveri di tutti, quindi decide di trovare un compromesso.
Si può essere anche meno di campioni del mondo, non si deve per forza vivere come un pazzo per essere “il nuovo Bobby Fischer”, si può benissimo eccellere in una disciplina rimanendo persone normali e vivendo una vita piena: questo è il destino che Fred vuole per suo figlio, non che sia un campione del mondo che viva nascosto chissà dove.

L’arte di giocare a scacchi… senza scacchi!

Nella tradizione dei film scacchistici non è mai spiegato nulla del gioco, non sappiamo bene perché nel parco dei rudi omaccioni come Vinnie (Laurence Fishburne) giochino alla velocità della luce, ma è un aspetto del gioco che si ritrova praticamente sempre in produzioni americane: una raffica di mosse a pioggia di cui non capisco né il senso né il gusto. Cos’è ’sta fretta?

L’occhio della tigre del campione Fishburne

Se invece degli scacchi si parlasse di qualsiasi altra disciplina sarebbe lo stesso, perché la storia si concentra su un padre che deve decidere cosa sia meglio per il figlio e su un bambino prodigio che preferisce la socialità alla follia.
È un film edificante, ben girato e ben interpretato, con una discreta atmosfera e una sfida finale intrigante che in pratica è la versione scacchistica di Rocky IV: non a caso in quel film l’allenatore di Rocky lo si vedeva giocare a scacchi.

Uno scacco implausibile direttamente da Rocky IV (1985)

Scomparso dalla distribuzione italiana, visto che è disponibile su Prime Video ve lo consiglio: è un film d’altri tempi, con un cast stellare – ogni attore in attività nei Novanta è presente in un ruolo! – con una storia appassionante, che per puro caso parla di scacchi.

L.

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23 risposte a Sotto scacco (1993) In cerca di Bobby Fischer

  1. Cassidy ha detto:

    Ora ho capito perché Bobby Fisher è così citato. Comunque hai riassunto alla perfezione, gli orientali amano e predicano il sacrifico e l’allenamento, gli americani il genio che deve essere seguito dalla sregolatezza, altrimenti non è interessante, l’unici poco per capire il sacrificio per loro è un “Training montage” e credo che gli scacchi non si prestino poi troppo a tale tecnica, che per altro arriva dai film orientali, quindi abbiamo chiuso il cerchio. Dici che Prime Video abbia tirato fuori questo film per rispondere alla mossa di Netflix della regina degli Scacchi? Ultima cosetta, il bimbo nella locandina sembra appoggiato ad una gamba non sua 😉 Cheers

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      La locandina è inspiegabile, credo che qualcuno abbia giocato malamente con Photoshop, c’è pure una scacchiera sullo sfondo che non si capisce bene cosa sia. Insomma, potevano fare di meglio 😛
      Non so se dipenda dal romanzo originale o dal film, comunque è chiaro che i due bambini scacchisti siano Rocky e Ivan Drago, cuore contro tecnica, individualismo contro spersonalizzazione, e c’è anche qui una sorta di training montage, anche se seduti alla scacchiera.
      Rimane comunque un buon film, molto umano e coinvolgente, pur avendo il forte sapore della versione scacchistica di “Rocky IV” 😛

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    • Conte Gracula ha detto:

      In realtà anche i giapponesi adorano il determinismo del talento (la maggior parte dei manga che ho letto, di vario genere, mostrano almeno un personaggio chiave così) solo che ci attaccano lunghi allenamenti per affinare quella dote e spesso i personaggi hanno pure una vita. Persino i più disadattati non sono quasi mai degli psicopatici, al limite di chiedi in che dimensione vivano per avere palesemente più di 24 ore al giorno 😛

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        E’ come se non si apprezzasse il “solo” talento senza storie di follia a condirlo, e magari di vita distrutta come contorno. Un culto dell’autodistruzione che mi sarei aspettato dai giapponesi, invece è degli americani 😀

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  2. wwayne ha detto:

    E’ difficile dire se Steven Zaillian è più bravo come regista o come sceneggiatore: essendo un genio assoluto, eccelle in tutto quello che fa. Va detto comunque che i suoi film migliori sono quelli che ha soltanto sceneggiato: penso ad esempio ad American Gangster e The Irishman (oltre ovviamente a quello che gli ha fruttato l’Oscar). Riguardo alla sua carriera da regista, il suo remake di Tutti gli uomini del re è un film molto sottovalutato. E detto da me che detesto i remake vale doppio.

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Qui era ancora un esordiente, e se dal punto di vista registico era già in gamba da quello della sceneggiatura si sente che dovrà ancora lavorare parecchio.

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      • wwayne ha detto:

        Tra l’altro è un artista che centellina le sue opere: stando a Wikipedia, ha lavorato a soli 17 film in 34 anni. In pratica ci mette 2 anni a fare un film: una media accettabile per un regista che deve fare un film da capo a piedi, ma uno che deve solo scrivere la sceneggiatura di norma lavora a ritmi molto più sostenuti. Evidentemente è uno di quei perfezionisti che controlla 10 volte anche le virgole prima di consegnare il copione. Grazie per aver risposto ad entrambi i miei commenti! 🙂

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Temo che uno sceneggiatore valga meno del ragazzo del caffè, in quanto a tempistica di un film: una volta che ha venduto una sceneggiatura possono passare dieci giorni come dieci anni prima che il film veda la luce, quindi di solito gli sceneggiatori lavorano sempre – comprese le decine di riscritture di un copione che le case chiedono sempre loro – ma solo ogni tanto vedono il loro lavoro arrivare su schermo. E su quella tempistica non hanno il minimo potere.

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      • wwayne ha detto:

        Questo è vero: alcuni film entrano nel cosiddetto “development hell”, e quindi possono passare anche più di 10 anni tra la scrittura del copione e la sua effettiva traduzione in film. Ad esempio, per mandare in porto Silence Scorsese ci ha messo quasi il doppio, 19 anni – ma quanto ne è valsa la pena.
        Una cosa che mi ero scordato di dire nel commentare Live! Corsa contro il tempo: nonostante sia soprattutto un caratterista, ultimamente mi sono capitati per le mani ben 2 film con Aaron Eckhart protagonista, questo e Wander. Quest’ultimo film mi ha lasciato l’amaro in bocca, perché il copione aveva delle ottime potenzialità, ma il regista le ha sprecate tutte sbagliando ogni singola scelta che poteva sbagliare. Perfino la colonna sonora è piena di canzoni orrende, che sono messe sempre nel momento sbagliato e quindi creano un’emozione opposta a quella che vorrebbero suscitare. In compenso c’è Heather Graham, che è sempre un bel vedere: lei è l’unico motivo per cui avevo deciso di vedere Wander, e anche l’unico motivo per cui non rimpiango di averlo visto. 🙂 Buon appetito! 🙂

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Aaron è un bravo attore di lunga data, purtroppo non sempre sfruttato a dovere e non sempre in ruoli a lui confacenti, ma quando azzecca il ruolo è sempre un bel vedere 😉
        Ricordo quando uscì alla ribalta con “Nella società degli uomini” (1997), un film tostissimo di denuncia sociale dove Aaron era davvero perfetto per incarnare il tipico maschio americano prevaricatore. Da allora mi è capitato più volte di vederlo in ruoli poco incisivi piuttosto che in ruoli azzeccati, ma in generale lo considero un bravo attore.

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  3. Kuku ha detto:

    Mitica l’introduzione su Bobby Fischer e il suo ritorno! “Ce siete cascati?” “Sì e ora pussa via”, in pratica.
    Comunque questo tema mi ha sempre fatto pensare. Al di là dell’aspetto sociopatico che è un fatto, ho sempre pensato che fosse veramente troppo limitante concentrarsi esclusivamente su una attività unica. Esempio tipico è proprio lo sport, in cui se si vuole eccellere bisogna veramente darsi anima e corpo e bisogna iniziare a farlo subito altrimenti poi è tardi. Però la trovo una cosa veramente limitante, anche per la formazione di una persona. So che mi attirerò le ire di qualcuno con questo e che ci sono tanti aspetti da considerare, però questo tipo di approccio non mi ha mai molto ispirato.

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Infatti è facile parteggiare per il padre della storia, che non vuole un figlio genio ma pazzo, visto che per eccellere negli scacchi serve spingersi oltre con la mente – così come nello sport serve spingersi oltre con il fisico – e spesso la qualità estrema di molti sport li rende così disumani che chi vi vuole eccellere deve andare parecchio oltre, risultando un esempio parecchio negativo.
      Molto meglio fare sport o scacchi per passione, dedicandoci il giusto, piuttosto che distruggersi la vita in qualcosa che matematicamente sarà fallimentare, perché arriva sempre chi è più in forma, più giovane, più talentuoso e via dicendo. Invece la passione non si esaurisce mai ed è auto-soddisfacente 😛

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      • Giuseppe ha detto:

        Parole sante 😀
        Un esempio simile che mi viene in mente a proposito è l’ottimo “Whiplash” di Damien Chazelle: sostituiamo il campione di scacchi (Bobby Fischer, qui) o il campione di sport più o meno estremi con la figura del miglior batterista jazz, e la sostanza non cambia poi molto… infatti, al di là del sacrosanto valore di studio e duro impegno per poter sviluppare il proprio eventuale talento, quanto si è davvero disposti a sacrificare in termini di umanità (per il protagonista Andrew/Miles Teller famiglia e fidanzata arrivano a non contare più nulla) pur di arrivare all’assoluta eccellenza?
        Detto questo, segno “Sotto scacco” sulla mia lista di film natalizi… 😉

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Da notare come lo splendido “Whiplash” mostri parecchia musica, come i film sportivi similari mostri sport: solo nei film scacchistici non si parla mai di scacchi 😀
        Scherzi a parte, è l’esempio perfetto: diciamo che “Sotto scacco” è la versione di “Whiplash” raccontata però dal padre del protagonista, che si accorge di quello che sta avvenendo e deve prendere una decisione al posto del figlio.

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  4. Conte Gracula ha detto:

    Questa cosa della dote innata mi ha sempre dato fastidio: sono nato praticamente senza talento (ho giusto una propensione per inventare storie, ma nessun istinto geniale nemmeno in quest’ambito, giusto un filo di studio, fruizione delle storie altrui e pratica) e mi sono dovuto sudare pure la mia capacità di lanciare insulti mortali a chi mi provoca 😛
    Vorrei che in queste storie mettessero bel montaggio dell’allenamento una scena in cui i rettiliani prendono una bella siringata da un bidone con scritto “Talento” e la conficcassero nella fronte del genio XD

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      ahaha ti capisco benissimo! Dovremmo pretendere più studio e applicazione dai personaggi “maledetti”! 😛
      In fondo è il tema del film “Pallottole su Broadway” di Woody Allen, dove il commediografo protagonista si sforza, studia, si applica ma non riesce a scrivere se non commedie blande e poco intriganti; poi invece arriva lo scagnozzo del boss, che non ha mai fatto nulla, e dal nulla tira fuori la commedia dell’anno, senza alcuno sforzo. E’ ovvio che rubargli la commedia e spacciarla per propria è un risarcimento morale per tutto lo studio!

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  5. Il Moro ha detto:

    Hai detto un sacco di verità in questo articolo, in particolare ho adorato “gli americani non sono per lo studio, sono per le doti innate. Se uno studia è un secchione sfigato, se invece nasce e non ha alcun merito per il proprio talento allora è un genio.”… 😄

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  6. Zio Portillo ha detto:

    Ammetto che Fischer lo conosco di fama ma (vado a memoria…) mi pare che fu una specia di giocatore di “rottura”, pazzo vero, ossessionato, che proponeva un piano di gioco più spregiudicato e meno speculativo rispetto ai rivali (che andava e va tuttora per la maggiore). Uno che, oltre a parlare a ruota e a lanciare sfide sboronissime, ai limiti dell’offesa, non si faceva scrupoli a sacrificare pezzi pregiati a patto di ottenere un vantaggio sull’avversario. Ripeto che vado a memoria, ma quando a scuola nei primi anni ’90 ci insegnarono gli scacchi e la scuola aveva un club, la figura del giocatore Fisher era molto quotata tra gli insegnanti (forse perché sparì all’apice della fama?). Ma il suo gioco no, ritenuto non vincente sulla lunga distanza a meno che non si sia una sorta di “genio visionario” come fu l’americano.

    Curiosa anche l’idea tutta americana che il talento è innato e non va coltivato o allenato… Effettivamente nel 99% dei film sportivi, al protagonista basta indossare la divisa della squadra per diventare un fenomeno. Solo recentemente l’idea dell’allenamento e della concentrazione per ottenere i risultati è apparsa nei film USA. Ma prima… Il protagonista è semplicemente il prescelto. Colui che racchiude le chiavi per vincere al gioco con la sua sola presenza. Mentre chiunque abbia fatto un minimo di sport sa che razza di sacrifici tocca fare solo per mantenersi in forma.

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Sì, il tema del “prescelto” trasuda dalla maggior parte della narrativa anglofona, il che è parecchio triste perché vuole dire che A) il prescelto non ha alcun merito, visto che non dipende da lui, B) è vietata ogni ascesa sociale, visto che conta come si è nati non cosa si è diventati. Quindi torniamo alla monarchia, con il diritto di nascita e i re per diritto divino 😛

      Che Fischer sia stato un grande scacchista e un personaggio di rottura è fuor di dubbio, il problema è che sono tantissimi i grandi scacchisti di rottura, ma nessuno li cita, perché in Italia arrivano in grande maggioranza opere americane e gli americani conoscono solo Bobby Fischer. Questo è il problema.
      Kasparov non è certo un raggio di sole, un film su di lui sarebbe gagliardo – con lui che litica con il computer che l’ha battuto, che viene trascinato via dalla piazza dove insieme ad una folla manifestava per i diritti civili in Russia, che litiga coi suoi colleghi e avversari e via dicendo – ma è russo e russi sono tutti comunisti mangia-bambini, anche a decenni dalla morte del comunismo, quindi nessuna storia edificante americana su Kasparov, Karpov o gli altri grandi maestri.
      E i celebri maestri sudamericani, indiani, europei e via dicendo? No, c’è solo Bobby Fischer, perché è l’unico di loro nato in America.

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  7. Willy l'Orbo ha detto:

    Come sovente accade, col tuo post, hai aperto un cassetto del mio, cinematografico, cuore, per la precisione quello del film in oggetto che vidi in tv e di cui mi innamorai; nonostante gli scacchi siano più un pretesto che il fulcro della storia, mi ricordo che dal giorni dopo intrapresi la mia breve “carriera” di scacchista, quasi con solo vittorie (sì, avversari a dir poco improvvisati), poi smisi, ergo scomparvi come Bobby e a differenza sua…non ho fatto ritorni da minestra riscaldata (male)! 🙂
    Confermo quanto di buono hai scritto sul film: edificante, intrigante…merita! 🙂

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Hai capito, zitto zitto, il nostro Willy Fischer l’Orbo, che gioca con un occhio solo? 😀
      Scherzi a parte, è un film costruito bene ed edificante il giusto, quindi comprendo in pieno il fuoco che ti ha acceso dentro. E’ un peccato che ormai questi piccoli film “di cuore” siano ormai una rarità legata ad un passato cinematografico d’annata.

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      • Willy l'Orbo ha detto:

        “Willy Fischer l’Orbo, che gioca con un occhio solo”…ahahahahaah! Definizione top!
        E peccato questi film siano rarità ma per fortuna ci pensa lo zinefilo a rispolverare il passato cinematografico d’annata! 🙂

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