Jackie Chan Story 18. Miracles

Continua il viaggio agli albori della carriera di Jackie Chan, mediante la sua corposa autobiografia I am Jackie Chan. My Life in Action (1998), eventualmente integrata con l’altra autobiografia Never Grow Up (2015). Sono entrambe inedite in Italia, quindi ogni estratto del testo riportato va intendersi tradotto da me.

A forza di parlare dei suoi grandi film si rischia di pensare che Jackie faccia solo quello: è ormai un pezzo da novanta del cinema asiatico, quindi tra una caduta e l’altra non se ne sta con le mani in mano. Ha fondato una casa di produzione, la Golden Way, e nel 1988 produce Rouge, una “storia d’amore ectoplasmatica” con protagonisti due grandi divi musicali: Anita Mui, considerata la Madonna di Hong Kong, e Leslie Cheung. Poi il vecchio amico See-Yuen Ng, che aveva portato Jackie alla Seasonal Films regalandogli l’occasione della vita, gli propone una giovane atleta americana che sta facendo furore ad Hong Kong: una certa Cynthia Rothrock. «Rothrock è una rarità ad Hong Kong, si è fatta un nome da sola in un’industria prevalentemente asiatica e maschile: ero così colpito dalle sue capacità che accettai di produrla», racconta il nostro nella sua prima biografia. Il film che le produce è Inspector Wears Skirts (1989), dove Cynthia è affiancata dall’eroina locale Sibelle Hu. Immancabile l’immediato seguito Inspector Wears Skirts II.

Dopo aver fatto lo stunt coordinator in Outlaw Brothers (1989), è il momento per Jackie di tornare ad uno dei suoi grandi film. Stavolta… il più ambizioso di tutti.


Angeli con la pistola

Leggenda vuole che Jackie ami molto i classici del cinema americano, che vedeva in TV da bambino, e ami reinterpretarli alla sua maniera, sebbene da vari indizi sia più plausibile che altri prendano queste decisioni per lui. Fatto sta che d’un tratto il nostro eroe si lancia in un’operazione che ha dell’incredibile: la reinterpretazione marziale di un grande classico americano come Angeli con la pistola (Pocketful of Miracles, 1961) di Frank Capra, in DVD Butterfly 2017. Incredibile la coincidenza per cui un paio di settimane prima di affrontare questo film la mia mica blogger Madame Verdurin l’abbia recensito nel suo Cinemuffin.

Angeli con la pistola è l’ultimo diretto da Capra, ed è basato sulla sceneggiatura che Robert Riskin aveva già scritto per Lady for a Day (1933), diretto dallo stesso Capra: non so come abbia fatto il regista a non annoiarsi a dirigere un film-fotocopia. In Italia si sapeva che Angeli con la pistola era una sorta di remake poi finalmente nel 1997 Tele+1 doppia e trasmette il film originale, con il titolo Signora per un giorno, ed è chiaro che non si può parlare di remake: è proprio una fotocopia! Semplicemente nel film del 1961 c’è il colore.

La storia verte su un boss della New York di inizio Secolo, Dave lo Sciccoso (Dave the Dude) interpretato dal mostro sacro Glenn Ford, contraddistinto da una cocente scaramanzia: è convinto che la sua attività proceda in modo roseo da decenni perché ogni giorno compra una mela da Apple Annie, simpatica vecchina alcolizzata interpretata da Bette Davis. Quando la donna, una umile venditrice ambulante, confessa di essersi spacciata per grande signora altolocata con la figlia lontana, e che ora detta figlia sta venendo a New York per farle conoscere il nobile futuro marito, Dave lo Sciccoso e la sua compagna ribelle Elizabeth detta Regina (Queenie) Martin organizzano quello che il nostro Eduardo Scarpetta aveva già raccontato decenni prima, in Miseria e nobiltà (1887): la mascherata dei poveri ma di buon cuore per fare bella figura con veri aristocratici dalla morale non cristallina.

Jackie nei panni di Glenn Ford con la sua “Queenie”: la compianta Anita Mui

Il film di Capra è una commedia sempre-verde che sta bene su tutto, infatti il tema è stato abbondantemente replicato da cinema e TV, ma ci sono almeno due grandi problemi che rendono difficile una versione con Jackie Chan. Il primo è che Glenn Ford ha un carisma indiscutibile che trasuda dallo schermo, cosa che il nostro eroe dal naso a patata sa benissimo di non avere, e il secondo è che il protagonista della vicenda è un signore del crimine: in Occidente amiamo i criminali, parteggiamo sempre per loro, spesso ci piace averli anche in Parlamento, ma per la cultura asiatica e per l’aura da bravo ragazzo di Jackie questo aspetto della trama andrebbe ritoccato.

Il 15 giugno 1989 esce nei cinema di Hong Kong Miracles, questa la traduzione dell’ideogramma cinese di un film distribuito poi come Mr. Canton and Lady Rose, Canton Godfather o Black Dragon. Da sempre inedito in Italia, finalmente la Dall’Angelo Pictures lo porta in DVD dal 2010 con il titolo The Canton Godfather.

Nel riproporre identico il film di Capra, Jackie e il suo fidato sceneggiatore Edward Tang trovano un sistema per risolvere in una mossa sola entrambi i problemi. Così la storia si apre con Kuo Chen-Wah (Jackie), povero ragazzo appena sbarcato ad Hong Kong in cerca di lavoro che per puro caso – dopo aver comprato una rosa da una mendicante – si ritrova in una faida mafiosa: morendo, il capo della banda lo indica immotivatamente come suo successore, scatenando le ire degli altri pretendenti. Ecco così che Kuo Chen-Wah si ritrova all’improvviso vestito in modo elegante ma buffo, totalmente fuori dal suo ambiente, a gestire una banda criminale essendo però un bravo ragazzo, e anzi tentando di tutto per cambiare attività. Ecco quindi giustificata l’assenza di carisma, visto che è un tizio qualunque che si ritrova al potere, ed è biasimata l’attività criminale in quanto si cerca sempre di arginarla.

Questo però Glenn Ford non lo faceva!

Finita questa parentesi iniziale, la storia segue fedelmente, passo dopo passo, il film di Capra, con l’unica differenza che invece di comprare una mela al giorno Kuo Chen-Wah acquista una rosa al giorno, dalla vecchia signora che poi gli chiederà aiuto all’arrivo della figlia da Shanghai.

La diva Anita Mui si prende molto più spazio della Queenie di Capra

Come sempre, Jackie ha un esercito di attori, caratteristi e cascatori da far lavorare, quindi ricostruire la rutilante Hong Kong di inizio Novecento è un’ottima trovata: scene ambientate al porto, per le strade, in hotel, in night club e via dicendo garantiscono alla folla di suoi amici e collaboratori di avere un posto in scena. Da notare che oltre alla secchiata di volti noti, ormai collaboratori fissi di tutti i grandi film di Jackie, appaiono vecchi amici come il comico Richard Ng, che già aveva lavorato nella Lucky Star Saga.

Il capo della polizia pasticcione con la faccia di Richard Ng

Ma c’è anche spazio per alcuni decani di Hong Kong, per esempio Tien Feng, che nei primi Ottanta appariva spesso nei film di Jackie…

Il mitico maestro buono di Dalla Cina con furore (1972)

… ma soprattutto Lo Lieh, il mitico primo attore di Hong Kong a diventare famoso a livello internazionale nei panni di star marziale, cosa che non è mai stato ma all’epoca bastava agitare “cinque dita di violenza” per essere considerati campioni.

Lo storico Lo Lieh, l’uomo dalle cinque dita di violenza

Comunque il punto focale del film è la costruzione delle scene: Jackie stavolta punta più alto che mai, non limitandosi a studiare la regia perché sia funzionale all’azione ma perché sia buona di per sé. I giochi di camera, i virtuosismi e i piccoli piani sequenza di questo film sono incredibili, soprattutto perché arrivano da chi non aveva dato prova di essere interessato all’arte cinematografica “pura”. Racconta Jackie nella sua autobiografia:

«Come regista ho usato questo film per sperimentare la mia tecnica, usando angolazioni ampie e carrellate. Una delle sequenze che preferisco, che ha richiesto tre giorni di lavorazione, è il piano sequenza di Anita Mui che cammina per il Grand Hotel, da una stanza all’altra mentre l’operatore davanti al lei riprende con la steadycam. Il film è costato 64 milioni di dollari di Hong Kong ed ha richiesto nove mesi di riprese, il che non è piaciuto molto alla Golden Harvest. Inoltre non è andato bene al botteghino, dati i costi, ma per me sarà sempre un film speciale.»

Nei titoli di coda vediamo Jackie fare anche l’operatore di steadycam

Visto che nel 1998 della sua biografia Jackie considera Miracles «il mio preferito tra tutti i miei film», stupisce che l’operazione registica non sia stata ripetuta in seguito: probabilmente il pubblico non ha apprezzato i virtuosismi tecnici e non ha premiato un Jackie Chan Movie dove combattimenti e cadute sono limitati a pochissimi minuti. È un peccato che un talento così promettente sia stato tarpato.

Un altro combattimento su scala, prima dell’apoteosi di Jet Li e Donnie Yen


Pagare un vecchio debito

Come più volte specificato nella sua prima biografia, uno dei princìpi con cui Jackie è stato cresciuto è che un impegno va sempre rispettato, e un favore ricevuto è come un impegno che, prima o poi, va onorato restituendo il favore. Come abbiamo visto, alla fine del 1979 Jackie ha dei problemi con la mafia perché Lo Wei, amico di un boss locale, vuole che torni a lavorare per lui: solo un lavoro di “diplomazia” curato da Jimmy Wang Yu è riuscito a risolvere la situazione e a togliere Jackie dal mirino di quella triade. Jackie non è tipo da dimenticare un favore del genere, così quando Wang Yu gli chiede di partecipare al film taiwanese che sta curando il nostro eroe accetta subito, anche se in seguito (come visto) confesserà di stimare molto poco il prodotto finale.

Il piccolo Island of Fire esce nel 1990 a Taiwan, città natale di Wang Yu (dove, racconta Jackie, pare sia molto stimato dai gangster locali), e arriva ad Hong Kong il 1° agosto 1991. Prodotto e interpretato da Wang Yu, il film diretto da Kevin Chu viene distribuito nei Paesi anglofoni con vari titoli – da The Burning Island a The Prisoner – e rimane inedito in Italia.

La storia confusionaria si svolge interamente in un carcere, dove man mano arriva gente con varie motivazioni, spiegate in veloci inframezzi narrativi che racchiudono in pochi minuti una quantità esagerata di eventi. In alcuni punti sembra un film ad episodi, che apre parentesi dedicate a singoli personaggi che poi scompaiono e riappaiono alla fine. La struttura zoppicante forse è dovuta al fatto che alla chiamata di Wang Yu hanno risposto ben tre dei “dragoni” della Golden Harvest: non solo Jackie, ma anche Sammo Hung e il giovane ma già famoso Andy Lau, che teoricamente qui è protagonista.

Jimmy Wang Yu chiama, i Dragoni rispondono

Non puoi avere tre star di questa grandezza senza dare loro lo spazio che meritano, si dev’essere detto Wang Yu, quindi vediamo lunghe e totalmente immotivate sequenze con questi eroi protagonisti, tutte storie che non si amalgamano mai, non vanno a formare alcuna trama complessiva: al massimo è un minestrone dove non tutti gli ingredienti sembrano scelti apposta. Piuttosto sembrano buttati in pentola a casaccio.

Sammo nel ruolo dell’intrallazzone del carcere, con la mania dell’evasione

Uno spazio importante se lo ritaglia giustamente Wang Yu, che si trucca con un vistoso tatuaggio “mafioso” e una grande cicatrice sul volto: purtroppo non basta a togliergli l’aspetto “tenero” da bambinone. Il suo ruolo da “re dei carcerati” è davvero inconsistente ma per fortuna dura poco.

Wang Yu ce la mette tutta, ma sembra la parodia di uno yakuza

Lo stesso Island of Fire ha una dose di marzialità interessante, con Jackie, Sammo e Andy che regalano oro alle scene d’azione e già che ci sono riciclano qualche loro cavallo di battaglia dell’epoca – come le cadute attraverso i vetri – regalando al film almeno un motivo per recuperarlo.

C’è qualcosa in cui Jackie non sia un maestro?

Chiudo con la partita a biliardo in cui Jackie si lancia durante la parentesi dedicata al suo personaggio. Nella sua biografia ha raccontato di come da giovane cascatore frequentasse molto spesso il bar insieme ai suoi amici, dove giocava anche a biliardo, e forse è lì che ha imparato le tecniche in cui si lancia in questo film. Curioso che non le abbia “riciclate” in qualche suo film più famoso. Forse perché oggettivamente vederlo primeggiare anche al tavolo verde lo rende decisamente odioso: c’è qualcosa che non sappia fare?

(continua)


L.

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15 risposte a Jackie Chan Story 18. Miracles

  1. Zio Portillo ha detto:

    Ovviamente entrambi i titoli di oggi non li ho nemmeno mai sentiti nominare. Al di là di essere lo “scopritore” della Rothrock, trovo interessante che Jackie non abbia più voluto continuare a fare il regista. Chissà perché, seppur contento della prova, non abbia approfondito. Magari ha capito che se vuole può farlo senza sforzi e abbia detto “Ok, è facile, non ci trovo soddisfazione. Meglio gettarmi giù dal 5° piano. Più adrenalina!”.

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      ahahah probabile 😀
      Scherzi a parte, il regista ha continuato a farlo ma non con questo grado di “ambizione virtuosistica”. Stavolta, al contrario del solito, ha anticipato troppo i tempi: se “Miracles” fosse uscito negli anni Duemila, quando i film marziali fanno a gara a mettere su piani sequenza e carrellate “artistiche”, sarebbe stato un successone, ma negli anni Ottanta giusto alcuni registi d’autore americani potevano permettersi virtuosismi che il grande pubblico apprezzasse.

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  2. Madame Verdurin ha detto:

    Grazie per avermi citata! Che ridere l’idea che Jackie Chan, non potendo fare il gangster per davvero, si sia inventato questo “boss per caso” dall’anima candida. Angeli con la Pistola è uno dei miei film preferiti in assoluto, ma non sapevo nulla della versione di Jackie finché non me l’hai fatta scoprire tu! A proposito, sai darmi un suggerimento per vederla senza, diciamo, salpare sulla Perla Nera?

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  3. Cassidy ha detto:

    Dubito che Glenn Ford sapesse dare calci così 😉 Due titoli che mi mancano, sono curioso di recuperarli entrambi specialmente il primo, vorrei vedere quale era l’idea di regia ricercata di Jackie Chan. Certo che sa fare tutto, strano non abbia mai fatto un programma come quello immaginario di “My Name is Earl” in cui Erik Estrada sfidava tutti a sfidarlo in qualunque specialità, Jackie Chan avrebbe battuto anche lui 😉 Cheers

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Chissà, magari ad Hong Kong l’ha fatto davvero quel programma 😛
      Jackie tecnicamente è il primo ad aver usato il piano sequenza in un film marziale, anche se non in una scena di combattimento, e stavolta ha anticipato troppo i tempi: il pubblico non era pronto.
      Così come continua a usare poco le scale, che invece diventeranno iconiche di lì a poco con Tsui Hark.

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  4. Willy l'Orbo ha detto:

    Solito post stuzzicante di questo ciclo: inizia con la sempre gradita, anche in termini zinefili, Rothrock, si conclude col nostro che spopola anche a biliardo e nel mezzo…tanta carne al fuoco! 🙂

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Ormai Jackie cerca di intrattenere il pubblico con ogni mezzo! 😛

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      • Giuseppe ha detto:

        E direi che ci riesce proprio alla grande 😛
        Jackie Chan che rifà nientemeno che Frank Capra? Questa ancora mi manca! Stando a quello che ho letto sopra, la sua “atipica” prova registica con “Miracles” ha comunque dato degli ottimi risultati (anche se non premiati da un botteghino tradizionalista), portando a un film senz’altro assai più riuscito di “Island of Fire”, potendo quest’ultimo vantare la marzialità come unica e sola vera freccia al suo arco…

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        I virtuosismi tecnici di “Miracles” sono davvero sorprendenti, per essere un film di Jackie del 1988: all’epoca neanche i registi “d’autore” hollywoodiani si azzardavano a certe scelte, proprio perché sapevano che la moda del decennio non li ammetteva.
        Jackie fa quello per cui Brian De Palma diventerà famoso, ma lo fa PRIMA. Film come “Omicidio a luci rosse” (1984) o “Gli intoccabili” (1987) hanno grandi virtuosismi tecnici ma non sono famosi per quello, mentre il piano sequenza de “Il falò delle vanità” (1990) all’epoca è stata una discreta bomba. (Quando ancora esisteva la critica cinematografica e i film si studiavano, invece di dimenticarli un minuto dopo.)
        Ecco, con un paragone ardito mi azzarderei a dire che “Miracles” è per Jackie quello che “Doppia personalità” (1992) è per De Palma, un film che punta moltissimo su una gran quantità di trovate visive di grande impatto, che però fanno capire al suo autore che non è il caso di continuare su quella strada 😛

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      • Giuseppe ha detto:

        E avendo visto “Doppia personalità” sì, credo di afferrare l’ardito paragone… 😉

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  5. Charlie Chan Spencer ha detto:

    Non sapevo che Jackie Chan avesse detto che “Miracles” è stato il film di cui è andato più fiero. Pensavo fosse Police Story 1. Personalmente è anche il mio preferito al pari di altri 4/5 e mi dispiace che non abbia avuto più tutta questa cura nei dettagli anche nelle scene in cui non vi erano combattimenti. In qualche sua intervista sottotitolata aveva detto che su questo film ci puntava davvero tanto e promise a tutti che avrebbero vinto premi su premi alle più importanti rassegne cinematografiche asiatiche, e alla fine oltre a non ottenere riconoscimenti ma solo candidature, il film non ebbe un grande successo al botteghino e decise che quella non sarebbe stata più la sua strada. Che poi nelle rassegne cinematografiche asiatiche Jackie Chan ha ottenuto molti riconoscimenti sebbene quasi sempre si trattava di robe relative alle coreografie d’azioni e rarissimamente, sebbene sia successo, riconoscimenti come miglior film o miglior attore. Un peccato che lì non esisteva il riconoscimento per la miglior fotografia perchè questo film meritava anche in questo.. Poi vabbè i premi nel cinema come nella musica sono cose di poco conto perchè l’arte non ha bisogno di riconoscimenti.

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Non c’è niente di più discriminante e razzistico come i premi, e non credo che in Asia la situazione sia molto diversa che in Occidente. Per un cascatore diventato re per l’azione è come se ci fosse il veto e se esce fuori con un ottimo film ambizioso, molto curato dal punto di vista registico, ecco che si storce il naso. Temo sia entrato in ballo il “ghetto”: ogni regista, anche il più amato e talentuoso, deve stare al suo posto e non farla fuori dal vasetto.
      E’ un vero peccato perché “Miracles” dimostra l’incredibile crescita di Jackie come regista, con una visione ben chiara ed ambiziosa, magari ancora ruvida ma già potente e promettente. Se il film avesse avuto successo sicuramente Jackie avrebbe iniziato una carriera di film molto più curati sotto tutti gli aspetti e oggi sarebbe tutt’altro personaggio.

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