Black Belt Jones (1974) Johnny lo Svelto

Non ricordo più quando è nata la proposta fra blogger di festeggiare il “Black Lives Matter Day“, recensendo un film con protagonista di colore, ma come la maggior parte delle iniziative fra tanti blogger si è sciolta come neve al sole. A questo punto smetto di tenere in bozza la recensione di questo mitico film, in attesa di eventuali rinascite dell’iniziativa.


Quanti film avete visto con un protagonista nero buono che picchia i bianchi cattivi? Basterebbe forse una mano per contarli, e di sicuro non sono titoli che troverete replicati in TV o sulla vostra piattaforma streaming di fiducia.
In tempi di BLM (Black Lives Matter), cioè la triste realtà quotidiana che da decenni tutti conoscono ma continuano a cascare dalle nuvole, mi sembra divertente tirare fuori un film nato in altri tempi, quando si parlava di Black Panther e le strade d’America erano infiammate di odio razziale. Toh, come oggi!
In realtà oggi “Black Panther” è il titolo di un film di supertutine, uno dei più visti di sempre, creato da una corporazione di bianchi super-ricchi, ma l’odio per le strade è rimasto lo stesso di quando c’erano le vere Black Panther. Solo che ogni tanto qualcuno se lo dimentica, qualcuno glielo ricorda e qualcuno si indigna. Di solito tutti questi “qualcuno” sono bianchi.

Dagli anni Quaranta Hollywood è costretta per legge ad assumere attori di colore, ma ce n’è voluto prima che da comparse o teppisti o criminali ottenessero ruoli positivi. Martin Luther King in persona telefonò a Nichelle Nichols, la Uhura di “Star Trek”, per complimentarsi dell’immagine positiva che dava di una donna nera in TV: chissà se ha chiamato anche Duane Jones, attore nero che nello stesso momento stava salvando i bianchi dai morti viventi di Romero.
Se per un nero ottenere un ruolo positivo era già una enorme conquista, figuriamoci diventare protagonista di un film appartenente ad un genere che non esiste, dove può picchiare bianchi a piacimento! Solo i super cool anni Settanta potevano rendere possibile tutto questo.

Serve un super cool, e un super cool è pronto all’impegno

Quando il 17 agosto 1973 la Warner Bros presenta a New York I 3 dell’Operazione Drago, co-prodotto con la Golden Harvest di Hong Kong, la notizia della morte di Bruce Lee il mese prima ha già sconvolto il mondo. In Occidente non esiste ancora un nome per chiamare quel genere di film, ignoto al pubblico generalista locale, ma ora la Warner Bros ha oro puro fra le mani.
Il produttore Fred Weintraub si mette subito a scrivere un copione e la Warner Bros chiama il solito (pessimo) regista Robert Clouse: tocca fare un altro film uguale ma diverso. Prendete uno dei “tre del Drago”, quello diversamente asiatico, e fatelo protagonista di Black Belt Jones.

Il mito del nero che mena è servito

Il film esce a New York il 28 gennaio 1974 (dice IMDb) ed arriva nelle sale italiane il 17 agosto 1974 con il titolo Johnny Svelto, e dopo un paio d’anni scompare nel nulla, riapparendo nel 1985 in VHS Warner Home Video. (Mai vista in videoteca, altrimenti avrei fatto di tutto per averla!)
L’unico passaggio televisivo noto è su Rai2 nel pomeriggio di mercoledì 6 luglio 1994 Johnny lo svelto: che immensa rabbia non averlo beccato all’epoca!

Locandina de “La Stampa” del 17 agosto 1974

Il successo di film come Cleopatra Jones (1973) rendeva chiaro alla Warner di aver imboccato la via giusta, producendo film “di neri per neri”: quanti spettatori bianchi avranno avuto questi film? Non so, ma Pam Grier che sevizia donne bianche in Women in Cages (1971) è uno spettacolo che non ha colore. Comunque i prodotti decisamente minori della AIP e di Roger Corman seguivano l’onda, con attori del calibro della citata Pam Grier ma anche del giovane Fred Williamson.
A giugno del 1971 era esploso il fenomeno Shaft, il protagonista del film omonimo di Gordon Parks (nero) nato nel gennaio precedente con il romanzo omonimo di Ernest Tidyman (bianco!). Insomma, sono anni d’oro per i neri protagonisti: c’è spazio anche per Jim Kelly.

L’uomo al cui confronto Bruce Lee era un timidone!

Diciamolo subito, Jim Kelly non è un attore: è un caratterista. Si muove molto bene, è palesemente un ottimo atleta e ha la cazzutaggine del “fratello figo”, ma non è un attore. E purtroppo siamo lontani dai tempi a venire in cui ciò che premia un film è la bravura marziale.
Dopo questo ruolo da protagonista sarà tutta in discesa per Kelly, arriverà a fare addirittura il figurante in un western italiano – dove interpreta il pellerossa marziale! – riducendo sempre più il suo impegno a mere comparsate. Purtroppo l’aver vissuto quando ancora non esisteva il cinema marziale occidentale l’ha molto penalizzato.

Non credete alle scritte che parlano di “sceneggiatura”: non ne esiste traccia!

Johnny non si sa cosa sia, è un agente speciale libero che passa il tempo sulla spiaggia a guardare le ragazzette bianche che saltellano, scimmiottando tutti gli stereotipi degli agenti segreti anni Sessanta ancora in voga all’epoca: mica solo Sean Connery e Dean Martin possono limonarsi tutte le donne che vedono. Jim Kelly non ha niente di meno rispetto agli agenti bianchi, anzi: semmai… ha qualcosa in più! (Ah, la cara vecchia battuta sui neri superdotati…)
Tutta la trama (chiamiamola così) verte sul recupero di un documento segreto che non viene manco spiegato, perché in fondo non frega niente a nessuno: questa è la parodia di una spy story d’azione che serve solo da sfondo al protagonista che mena tutti. Si può pure soprassedere sulla trama.

Fare il figo a bordo di una Jensen Interceptor MkIII verde del ’71: solo Jim Kelly può!

Ciò che importa al film è mostrare “la vita nelle strade”, mostrare i fratelli neri che se non bastassero i bianchi devono guardarsi pure dagli altri neri: quelli che gestiscono il malaffare, che corrompono e intorbidano tutto. Quelli che fanno affari con i mafiosi italiani (ovviamente macchiettistici).

E vai con la sagra dello stereotipo

Insomma, un bestiario di stereotipi ma stavolta visto dal punto di vista degli “altri”, di quelli che di solito non hanno voce in capitolo a meno che non passino dall’altra parte. Qui i neri non sono marroni, non hanno il naso rifatto perché sembri più piccolo né hanno capelli tinti: sono neri veri.

Tutti i personaggi parlano usando espressioni gergali, che il doppiaggio italiano non può certo rendere bene: fa quel che può, anche se con effetti curiosi. Perciò una cambiale diventa una “farfalla”, i soldi sono “la biada” e abbiamo insulti come “vecchio pomicione”. Ci sono pure quel tipo di spettacolini che recentemente ha riportato in auge Dolemite is my name (2019), resi comunque dignitosamente dal nostro doppiaggio dell’epoca.
La parte spettacolare però è il dojo del ghetto dove viene insegnato il karate: la serietà con cui viene mostrato lo rende assolutamente irresistibile, pur essendo una cantina fetida.

Solo un vero nero… indossa un kimono rosa!

Non starò a raccontare che nello stesso periodo in Italia il karate era considerato di destra, perché era lo stile di combattimento insegnato ai poliziotti, mentre in America era l’arma di liberazione dei neri oppressi, quindi di sinistra – ma cos’è la destra? cos’è la sinistra? – né starò a dire che i film di questo periodo mostrano qualcosa che accomunare al karate di Okinawa è davvero difficile, visto poi che sin da subito gli americani si sono inventati i loro stili personali, ma ciò che conta è il coraggio di mostrare qualcosa che all’epoca non era affatto scontato.
Negli anni Sessanta scene di palestre di karate nei film sono molto comuni: neri che si addestrano per difendersi dai soprusi dei bianchi lo è molto meno. Per carità, è sempre un minuscolo film di genere un po’ spernacchione, ma sottotraccia si sente che c’è di più: quel dojo è come la 36ª stanza del Tempio di Shaolin (1978), quella dedicata a chi impara a combattere per la libertà dall’oppressore straniero. I cinesi avevano i mongoli, i neri hanno i bianchi.

Sarà un caso che la rivista marziale più celebre dell’epoca si chiamasse “Black Belt”?

A proposito del coraggio di mostrare cose per nulla scontate, quando il gestore della palestra viene ucciso arriva sua figlia in città, e come se avesse appena visto al cinema Angela Mao in Hapkido (1972), comincia a pestare i colpevoli come zampogne.
Non lo fa con l’eleganza della citata “Lady Kung Fu”, ma con la cazzutaggine dell’unico altro pazzo al mondo che all’epoca avesse il coraggio di mostrare donne che picchiano uomini: Sonny Chiba.

Questo calcione te lo manda Sonny dal Giappone

E se ancora non vi basta, Sydney (Gloria Hendry), dopo aver menato i cattivi, prende pure la pistola. Mentre le donne bianche nel cinema di genere sono ancora impegnate a fare solo IES (Inciampa E Strilla), le nere già hanno trovato la loro libertà femminista. Attraverso maggiore potenza di fuoco.

Senti, donna, perché non vai a lavare i piatti?

Devo attaccare, ho da rivedere alcuni preconcetti maschilisti

Le singole parti di un film non fanno il totale, Black Belt Jones non è certo un prodotto innovatore né coraggioso, visto che manca totalmente di trama, di dialoghi, di personaggi ed è tutto puntato su Jim Kelly che fa le sue “robe marziali”. Tutta la parte finale è dedicata a lui che mena i cattivi, neri e mafiosi, in un autosalone pieno di schiuma. Divertente l’idea, meno divertente la scena, immotivatamente lunga.

Jim Kelly si diverte, lo spettatore molto meno

Chissà se questo agente speciale nero, esperto di arti marziali e di operazioni segrete, ha ispirato Marc Olden, che quattro mesi dopo l’uscita di Black Belt Jones presenta il primo libro della sua saga “Black Samurai”, con protagonista un agente speciale nero, esperto d’arti marziali e di operazioni segrete.
Secondo voi, quando il primo di questi romanzi è diventato un film, chi hanno chiamato ad interpretare il protagonista? Esatto, proprio Jim Kelly, titanicamente divertente in Black Samurai (1977).

Ci vorrà parecchio per rivedere così tanti elementi innovativi in altri film

Un film prodotto da una grande casa di bianchi ricchi, scritto e diretto da bianchi, non sembra una grande conquista nel campo “titoli neri per il pubblico nero”, eppure è esattamente quanto si è ripetuto con Black Panther (2018), la cui unica differenza è avere un regista di colore. Sono operazioni commerciali palesemente volte a conquistare un pubblico “diverso” e quindi ad avere più ricavi, non c’è alcuna voglia di denuncia sociale o altro, ma sono prodotti che piacciono e quindi ben vengano.

Salutiamo dunque l’agente speciale Black Belt Jones, che risolveva missioni inconsistenti tra una pupa e un cazzotto, lottando tra la schiuma saponata mantenendo intatta la sua gagliardiaggine.

L.

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12 risposte a Black Belt Jones (1974) Johnny lo Svelto

  1. Cassidy ha detto:

    Bellissimo post, così come la didascalia sua piatti, davvero geniale 😉 Se ti può consolare anche io ho in canna un post “nero” sull’iniziativa mancata, peccato perché era un filone molto prolifico in cui si sarebbe potuto spaziare, Jim Kelly che fa il figo è un ottimo esempio. Cheers!

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Ho aspettato a lungo, se non ricordo male era un’iniziativa del settembre scorso: ormai dopo questo tempo non avrebbe più senso.
      Quando ci mettiamo d’accordo fra di noi fila tutto liscio, quando si cerca di mettere insieme tanti blogger diventa tutto più complicato 😛

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  2. Evit ha detto:

    Materia da esplorare! Ho già un pacco di film di blacksploitation da parte, questo bel articolo mi ha ricordato che mi devo dare da fare

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Vale la pena, anche perché è un genere più citato che visto, e rischia troppo spesso di ricevere più attenzione oggi di quanta ne abbia avuta all’epoca, visto che parliamo di non molti titoli. Tolti filmetti semi-amatoriali che giravano per i cinema di quartiere, non sono tantissimi i film “neri” che hanno conosciuto una distribuzione un minimo sufficiente: molto di più quelli invece prodotti e diretti da bianchi con attori neri, come appunto quelli di Roger Corman che hanno aperto i Settanta gettando le basi per molti generi di futura fama.

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  3. Willy l'Orbo ha detto:

    Mi sono “bevuto” la recensione tutto d’un fiato: interessantissima e oltre (metti pure dei superlativi di significato positivo a tuo piacimento). Dai risvolti sociali al film in sé, da riflessioni su “interpretazioni di destra o sinistra” al divertimento regalato da didascalie mitiche e da espressioni come “vecchio pomicione”. Non manca nulla per renderla una lettura…top! 🙂

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  4. Zio Portillo ha detto:

    Bellissimo e interessante post su di un film del quale non conoscevo nemmeno l’esistenza.

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Di questo devi ringraziare la Warner che non l’ha mai più ristampato dagli anni Ottanta e la RAI, che l’ha comprato con il solo gusto di murarlo vivo per sempre.
      Per carità, non ti sei perso niente, ma tanta roba da videoteca è ormai introvabile.

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  5. Sam Simon ha detto:

    Ho apprezzato tanto il post che il riferimento al buon Gaber! Non conosco questo film, mentre altri di quelli che hai citato li ho visti (Pam Grier mi è familiare)! :–)

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  6. Giuseppe ha detto:

    Bel post su di un esperimento comunque interessante pure se parecchio incompiuto, questo “Black Belt Jones” (che conoscevo di fama proprio per via dell’italico titolo “Johnny lo Svelto”) con un gagliardo Jim Kelly… NON ci fosse stato Clouse a dirigerlo, forse avrebbe persino potuto essere il trampolino di lancio per una carriera differente.
    P.S. Parlerai anche dell’ancora più sconosciuto (da noi) sequel del 1976?

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Purtroppo Clouse era il Van Damme degli anni Settanta: tutti gli esperimenti marziali dovevano passare da lui, e come il nostro belga ha rovinato Tsui Hark e Ringo Lam così Clouse ha rovinato Jim Kelly e Jackie Chan. (Solo quest’ultimo poi ha rimediato per conto suo.) In mano ad altri “Black Belt Jones” sarebbe diventato pura… black dynamite!
      Da tempo mi riprometto di affrontare i “neri marziali”, e potrebbe essere l’occasione buona 😛

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