La morte, la fanciulla e Noomi Rapace (1994-2020)

Perché rifare identico un film di culto solo per rovinare tutto ciò che di buono c’era nell’originale? Questo è il mistero di The Secret. Le verità nascoste (The Secrets We Keep, 2020) scritto e diretto da Yuval Adler.

Porto ancora nel cuore l’esperienza di quella sala buia dove Roman Polanski mi ha distrutto, con il suo film La morte e la fanciulla (Death and the Maiden, 1994), mostrandomi quanto sarebbe bello un mondo dove ci fossero mostri che fanno cose cattive. Il problema è che siamo a noi a fare cose cattive, non perché siamo cattivi ma semplicemente perché possiamo farlo. Come ha dimostrato quel celebre Esperimento.

Quando su bancarella ho trovato l’edizione Einaudi dell’opera teatrale originale dell’argentino Ariel Dorfman (La muerte y la doncella, 1991) è stato un gran giorno, ma per quanto sia splendido il testo originale… solo Polanski è riuscito a farmi stare male, grazie a un trio di attori sublimi e mai ispirati come in quel fantastico 1994.

Sul catalogo della piattaforma Rakuten TV scopro per caso The Secret. Le verità nascoste (2020), il nuovo film con Noomi Rapace, che adoro: soprattutto quando fa ruoli profondamente drammatici e in cui tutti se la prendono con lei. Non so cos’abbia Noomi tanto da rendere piacevole vederla umiliata nei film. Forse perché poi si riscatta e diventa l’eroina morale della vicenda.

Giuro che ho visto il film solo perché c’era la mia amata Noomi: non avevo idea che l’eroina di Prometheus avrebbe percorso gli stessi passi dell’eroina della saga aliena.

Il soggetto l’aveva già trattato in modo magistrale Erich Maria Remarque nel suo romanzo Arco di Trionfo (1946): prima o poi spero di riuscire a vedere l’introvabile film del 1984 con Anthony Hopkins che ne è stato tratto. Una vittima della guerra si rifà una vita in un altro Stato ma un giorno nella folla riconosce il suo aguzzino, l’uomo che l’ha torturato quand’era prigioniero di un campo di concentramento. Cosa fare? Ripagare il torturatore della stessa moneta significa abbassarsi al suo livello, significa tornare al passato e rivivere tutti quegli orrori che con tanta fatica si è cercato di lasciare alle spalle: inoltre la violenza non è mai giustizia, è solo altra violenza.

Dorfman prima e Polanski poi invece vanno dove Remarque non è arrivato. Paulina (Sigourney Weaver) è una vittima “fortunata”: lei non è scomparsa nel nulla come l’esercito dei desaparecidos della dittatura argentina, lei è tornata a casa ed ora vive una vita normale. Se per “normale” si può intendere convivere con il trauma di aver subìto lunghe e terribili torture. Una sera il marito Gerardo (Stuart Wilson), che ha combattuto la dittatura ed è grazie a lui che Paulina è sopravvissuta, si presenta a casa con un ospite: un tizio che l’ha aiutato con l’auto in panne. A Paulina bastano poche parole pronunciate dallo sconosciuto per riconoscere in lui l’uomo che l’ha stuprata e torturata.

Certe persone le riconosci già prima di incontrarle

Il dottor Roberto Miranda (Ben Kingsley) è una persona illustre e rispettabile, cade dalle nuvole quando scopre di cosa lo si accusa e il marito Gerardo è ormai abituato da tempo alle turbe psichiche della moglie: come si può rimproverarla, visto ciò che ha passato? Però ora accusare un esimio dottore… no, questo è troppo. Paulina capisce che è sola, di nuovo, ma stavolta non è disposta subire, stavolta non sarà vittima: finalmente, dopo anni a rimproverarsi per tutto ciò che non ha fatto, prende la situazione in mano. Lega lo sconosciuto ed inizia il suo personale processo ad Eichmann.

Stavolta però Hannah Arendt non c’è

Tre personaggi in una casa sperduta nel nulla, un temporale fuori, un temporale dentro (nell’anima), con la vittima che diventa aguzzino ed esige una confessione che il malcapitato non può dare. Il dottor Miranda, allo stremo delle forze, è disposto a confessare tutto quel che Paulina vuole, ma la donna non chiede un contentino, non vuole l’approvazione della stampa, lei vuole la verità. Vuole che gli aguzzini confessino: non vuole le loro scuse, del tutto inutili, vuole che smettano di coprire le loro malefatte e dicano apertamente ciò che hanno fatto. Ci riuscirà?

Ventisei anni dopo, Noomi Rapace prende il posto di Sigourney Weaver nella fotocopia della vicenda, che però non dichiarando la sua fonte è a tutti gli effetti un plagio.

Siamo nell’America degli anni Cinquanta o Sessanta, all’incirca, Maja (Rapace) è una Rom che è fuggita dalla Seconda guerra mondiale e negli Stati Uniti ha trovato una nuova vita, un marito amorevole e rispettato e un figlio. Da piccoli indizi capiamo che l’orrore non l’ha abbandonata e che soffre di fisime, ma aver subìto uno stupro di massa da parte dei nazisti è un motivo sufficiente per giustificare questi problemi.

Un giorno nella sua cittadina vede un uomo che le sembra familiare, lo pedina, lo pedina ancora, per giorni, finché non riesce a vederlo bene in volto. È il soldato nazista che l’ha stuprata, che ha stuprato sua sorella e probabilmente l’ha anche uccisa, visto che Maja non sa più nulla di lei. La reazione è la stessa: tramortisce l’uomo e lo tiene legato nella propria cantina
Mentre nel film di Polanski la casa dei protagonisti era isolata, qui ci troviamo nel classico quartiere americano da film, con lunghe schiere di casette e vicini impiccioni, quindi scattano alcune dinamiche ad alta tensione nel tentativo di tenere un prigioniero segreto in cantina.

Stesso processo, ventisei anni dopo

Il marito Lewis (Chris Messina) non crede neanche per un istante alla moglie, anche perché lo sconosciuto (Joel Kinnaman) fornisce prove più che valide di come non possa essere lui quello che Maja pensa, quindi è difficile parteggiare per la povera pazza donna, chiaramente in stato confusionale. Arriva addirittura a farsi amica la moglie dello sconosciuto, preoccupata per la scomparsa del marito, e a cercar di carpire da lei segreti che le diano la conferma del passato.
Ciò che vuole Maja è esattamente ciò che voleva Paulina: una confessione. Niente scuse, solo la prova che non sono vaneggiamenti di una donna pazza ma il sacrosanto diritto di una vittima a veder riconosciuto il proprio dolore.

Un marito che comincia a scoprire il vero passato della moglie

Come finiscono queste vicende? Be’, vi consiglio di vedere entrambi i film, soppesando attentamente la profonda differenza culturale dei due finali. Se invece siete curiosi… cliccate qui sotto.


SPOILER: clicca qui per scoprire i finali dei due film
La soluzione di Dorfman/Polanski è impeccabile e potente: all’apice di un crescendo emotivo, quando ormai il dottor Miranda sta per essere giustiziato da Paulina professandosi innocente… la maschera cade, e per la prima volta l’aguzzino parla con la vittima, con un tono pacato e tranquillo che brucia le orecchie. Sì, è stato lui a stuprarla per mesi, e l’ha fatto per un unico motivo: gli era consentito farlo. Lo poteva fare e l’ha fatto. Però questo non lo rende cattivo, è un marito affettuoso e un padre amorevole, è un dottore coscienzioso e durante la dittatura si è sempre occupato dei torturati per lenire le loro sofferenze, ma poi… avere a disposizione delle donne da possedere senza dover fare il simpatico e senza doverle convincere, è stato un richiamo irresistibile. Non è una giustificazione, è il terribile stato dei fatti: lo aveva dimostrato quel celebre Esperimento, basta avere l’occasione perché la più innocua delle persone si trasformi in torturatore.

Il marito di Paulina, che per tutto il tempo ha cercato di fare da mediatore, preso da rabbia per il racconto dello sconosciuto sta per ucciderlo, ma la donna lo ferma. Ormai non ha più senso: a torturarla non è stato un uomo, è stato un sistema, uno stato mentale. Uno Stato intero. È la dittatura che stupra, non i dittatori, che si limitano a sfruttare l’occasione. Il dottor Miranda viene lasciato libero e i tre si incontreranno di nuovo, a teatro, dove si guarderanno e faranno finta che nulla sia successo. Come fanno tutti gli argentini, sia le vittime che i carnefici, che ora vivono insieme.

Il momento della fatale verità

Non è interessato alla tagliente critica sociale Yuval Adler, che ripete identica la scena – crescendo emotivo, confessione del soldato nazista, decisione di Maja di non ucciderlo – ma poi lascia andare il marito, che spara all’uomo in un accesso di rabbia. Cos’ha ottenuto? Che ora ha un morto sulla coscienza, con cui dovrà convivere per tutta la vita: ha dato al nazista molto più potere di quanto questi potesse pensare. Se quindi la società argentina deve convivere con i propri torturatori, quella americana deve convivere con i propri assassini? Dubito ci sia un pensiero, Yuval Adler si è limitato a chiudere tutto con una tipica americanata.


Polanski costruisce un balletto emotivo intorno a tre danzatori della parola, i cui dialoghi densi, serrati e crudeli scandiscono i fotogrammi della pellicola. Yuval Adler ha solo ricopiato la storia per farne un thriller a sfondo storico molto poco intenso, visto che a parte la curiosità di scoprire se lo sconosciuto sia stato davvero un nazista non c’è altro, con una sceneggiatura blanda e mai incisiva. Copiare dai migliori va bene, sprecarli con storielle blande è davvero un gran peccato.

Una Noomi Rapace più che intensa

La prova attoriale delle due protagoniste è invece magistrale, anche se agli antipodi. La Weaver è troppo dominante per fare la vittima spaventata, per questo dev’essere più brava del solito a mostrare, scena dopo scena, ogni fragilità che le torna a galla parlando con lo sconosciuto. È una donna forte che è stata prima piegata e poi spezzata, e che ora ha preso il coraggio tra le mani per tornare a ricostruirsi.

Tutt’altro discorso per Noomi Rapace, il cui volto sofferente mostra sin da subito il suo status di vittima sacrificale designata, il suo essere nata già spezzata, ma il contatto con lo sconosciuto d’un tratto le dona una forza che non aveva mai dimostrato d’avere, una determinazione che vince ogni remora e la trasforma in donna forte. Una metamorfosi che passa per il sangue e che Noomi interpreta splendidamente.

In fondo è anche la differenza fra Ripley e Shaw, i due personaggi alieni interpretati dalle due attrici: propongo una terza versione di questa storia, con una vittima della Weyland-Yutani che crede di aver trovato il dottore che faceva esperimenti con gli alieni su di lei.

L.

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Informazioni su Lucius Etruscus

Saggista, blogger, scrittore e lettore: cos'altro volete sapere di più? Mi trovate nei principali social forum (tranne facebook) e, se non vi basta, scrivetemi a lucius.etruscus@gmail.com
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29 risposte a La morte, la fanciulla e Noomi Rapace (1994-2020)

  1. The Butcher ha detto:

    Un confronto fra due film davvero niente male. Non sapevo di questa specie di remake – copia ma in ogni caso darò retta al tuo consiglio è lo guarderò.

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Te lo consiglio, sia perché la storia è potente sia perché Noomi Rapace è bravissima. Purtroppo smussa parecchio molte trovate taglienti dell’originale, e il finale è davvero pessimo, ma una visione la merita sicuramente. Se poi riesci a vedere anche “La morte e la fanciulla” allora sì che lo spettacolo sarà completo 😉

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      • Giuseppe ha detto:

        E allora, invertendo l’ordine dei titoli, toccherà completarlo pure al sottoscritto: “La morte e la fanciulla” l’ho visto e, proprio per questo, ho sempre pensato che il suo livello fosse tale da rendere superfluo ogni futuro (im)possibile remake (e come lo rifai, un Polanski?)… cosa che mi ha portato a dare poca importanza a “The Secret”, nonostante sapessi della partecipazione di una sempre adorabile Noomi Rapace. Con il tuo post di oggi, però, mi hai convinto a vederlo comunque 😉
        P.S. Per la versione Weyland-Yutani dove devo firmare? 😉

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Una visione te la consiglio, anche solo per gustare le similitudini e le differenze, oltre per apprezzare Noomi che merita sempre 😉

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  2. chiccoconti ha detto:

    Anche io vidi Polanski nel 94 in un piccolo cinema ipogeo… Impressione fortissima. E mi comprai anche il cd di Schubert da cui il titolo discende!

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Essendo cresciuto con casa piena di musica classica, di cui mia madre è sempre andata ghiotta, appena visto il film (all’epoca avevo circa 20 anni e vivevo a casa con i miei) mi è bastato rivolgermi a lei: “Hai mica un brano che si chiama La morte e la fanciulla?” E zac, gioco fato ^_^
      Inoltre, se non ricordo male, fu lei a farmi notare che era lo stesso brano, o forse un’altra parte di quello, che Woody Allen aveva usato per la scena dell’assassino e di Anjelica Huston in “Crimini e misfatti” (1989), suggerendo appunto “la morte e la fanciulla”.
      Malgrado fosse distribuito da Cecchi Gori, riuscii a vedere il film solamente in un piccolo cinema d’essai, all’epoca mi ero appassionato al cinema “altro” e bazzicavo alcune sale del centro di Roma, molto scomode da raggiungere, per beccare film altrimenti poco distribuiti. Certo, essendo Polanski questo ha avuto una buona distribuzione, ma di solito non era così.

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      • chiccoconti ha detto:

        E Crimini e Misfatti è peraltro un piccolo capolavoro

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Assolutamente d’accordo! L’ho visto nel momento giusto per apprezzarlo ed amarlo tantissimo. Per questo ci sono rimasto molto male quando in pratica Woody si è auto-copiato con “Match Point”, senza però più la potenza del film del 1989.
        Il dialogo finale tra Landau e Woody in “Crimini e misfatti” dovrebbe essere insegnato ad ogni scuola di scrittura creativa 😛

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  3. Cassidy ha detto:

    Non si può rifare Polanski, non si può rifarlo in maniera non dichiarata sperando di fare meglio, per altro con uno dei suoi film più belli e meno citati, perché Polanski sa terrorizzare ben più del contenuto della culla di Rosemary. Siamo davvero in zona plagio ma l’unico parallelismo interessante mi sembra quello tra le due protagoniste aliene, bravissimo a notarlo e grazie per avermi messo in guarda da questo falso artistico 😉 Cheers!

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Non so resistere a Noomi Rapae quindi mi guardo sempre i suoi film, ma mai avrei pensato di beccarla a rifare la Weaver… come se non bastasse Prometheus 😀
      Se ti capita, comunque ti consiglio una visione, anche solo per piacere enigmistico: “Scoprite le differenze fra le due opere” 😛

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  4. Il Moro ha detto:

    Ottimo confronto, e sottoscrivo la tua idea per il terzo remake in chiave aliena… 😁

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  5. Raffa ha detto:

    La morte e la fanciulla mi è piaciuto moltissimo. Proverò a vedere l’altro, di cui non sapevo nulla.

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  6. Conte Gracula ha detto:

    Non ho visti nessuno dei film citati e forse non li guarderò, ho dei limiti alla pesantezza delle situazioni che posso reggere. I mostri mi piacciono finti che sembrano veri, non veri perché sono veri – e magari è il tuo lattaio o la tua edicolante 😛
    Però l’articolo è molto interessante, il tema è certamente profondo ed è impossibile dare una risposta o un giudizio netto, troppi valori in conflitto (giustizia che degrada in vendetta, verità). Temi tosti.

    Passiamo alle cose più tecniche: come hai fatto a creare la sezione con le anticipazioni? Aspetto da anni una funzione così su WordPress!

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  7. Willy l'Orbo ha detto:

    Già il post sarebbe risultato interessante se avesse toccato un solo film, considerando la tematica di fondo che mi stimola molto, ma addirittura rilanci col pur (mi par di capire) non imperdibile remake…e, non avendo visto nessuno dei due, fuggo dagli spoiler e me li segno prontamente in agenda! 🙂 🙂

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  8. Zio Portillo ha detto:

    “La morte e la fanciulla”?!?! Cosa hai tirato fuori?!?! Non lo rivedo da un sacco! Tanto che il mio cervello l’ha pure fatto sparire. Se non era per il tuo post di oggi sarebbe scomparso per sempre nell’oblio della mia testa. Lo ricordo densissimo e tesissimo. Disturbante. Ma a sto punto devo per forza recuperarlo.
    Il remake con la Rapace non lo so… Rifare un titolo di tale potenza cambiandogli pure il finale me l’ammoscia un po’ in partenza. Vedremo.

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  9. Sam Simon ha detto:

    Non ho visto il plagio, ma il film di Polanski è di una bellezza devastante. Da vedere e rivedere nonostante ogni volta sia un pugno allo stomaco notevole. Ne scrissi pure sul blog qualche tempo fa, ma non posso che concordare con te sulla bravura eccezionale dei tre attori all’apice della loro forma e diretti magistralmente da uno che dietro la cinepresa sa davvero il fatto suo!

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