Massacro al Grande Canyon (1964) L’alba degli spaghetti western

L’uscita oggi in edicola di Matana di Leo Ortolani mi spinge a saltare in groppa al mio fido destriero e a cavalcare verso una Frontiera sconosciuta: quel periodo in cui il western americano piaceva così tanto al cinema… che noi mangia-spaghetti abbiano iniziato a produrne di nostri.

Chiedo scusa sin d’ora a Willy l’Orbo, noto odiatore di western: chissà che un giorno non riesca a convincerlo di come in mezzo ad una giungla di titoli ci siano liane su cui vale la pena farsi uno svolazzo.

In un’epoca in cui a comandare in Italia era il genere peplum o comunque film in costume d’ambientazione storica, non ultimi quelli chiamati di “cappa e spada”, nessuno pensava al western, genere tipicamente statunitense giunto da noi in piena guerra: il 22 novembre 1940 viene decretata la sconfitta della nostra logorante guerra in Albania, dieci giorni prima è arrivato John Wayne in un cinema italiano. Ovviamente sarà nel dopoguerra che il fenomeno esploderà e subito conoscerà versioni italiane, come la nostra gloria nazionale Tew Willer, nato nel 1948.

Tra commedie, “musicarelli”, film in costume, di guerra e un po’ di spionaggio, il western è buono giusto per le parodie, dallo storico Macario de Il fanciullo del West (1942) all’irresistibile Tina Pica ne La sceriffa (1960) di Roberto Bianchi Montero. Tutti i comici italiani bene o male annoverano nel proprio repertorio una qualche commedia western, come Ugo Tognazzi e Walter Chiari mattatori di Un dollaro di fifa (1960) di Giorgio Simonelli. Dubito che qualche italiano non abbia mai visto una delle parodie western di Franco e Ciccio, a partire da Due mafiosi nel Far West (giugno 1964). Alla fine qualcuno dev’essersi detto: ma lo vogliamo fare un western serio?

Oggi il genere “spaghetti western” (espressione dispregiativa nata in America che poi è diventata invece elogiativa!) è così noto che è quasi inconcepibile pensare ad un periodo in cui non esisteva, eppure fino al 1964 di tutti i generi popolari prodotti in Italia quello western non era preso in molta considerazione, a meno che non si trattasse di una parodia con qualche comico famoso. Non sono mancati esperimenti, come Cavalcata selvaggia (1960) di Piero Pierotti la cui locandina riporta la scritta «Il primo “western” italiano», o Duello nella Sila (1962) di Umberto Lenzi, ma non sembrano film apri-pista: che il loro “errore” sia stato presentarsi come dichiaratamente italiani?

Molto più attivi gli spagnoli, che iniziano gli anni Sessanta sfornando film che qualcuno ha proposto di etichettare “paella western” ma che, curiosamente, oggi gli americani chiamano “spaghetti western”, etichetta che dunque non è legata all’Italia ma al cinema europeo, visto che anche i francesi ne producevano. In fondo è meglio di quell’altra etichetta, “Euro Trash”.

Per Duello nel Texas (1963) lo spagnolo Ricardo Blasco si firma Richard Blasco: che sia questo tocco anglofono a rendere più appetibili i western per il pubblico? Mentre francesi e spagnoli sfornano western seri a getto continuo, in Italia è ancora un genere buono solo per le parodie, finché arriviamo al fatidico 1964: l’annus mirabilis in cui il genere western esplode in Italia nella sua versione “seria”, cioè non più sfondo per attori comici ma veicolo di storie di tutte le specie. Come in fondo era già successo dagli anni Cinquanta con romanzi e fumetti italiani ambientati nel West e con nomi anglofoni.
L’elemento scatenante è noto, a settembre del 1964 esce nei cinema Per un pugno di dollari di Sergio Leone e tutto esplode, ma il 20 maggio precedente riceve il visto di censura un film che anticipa la nuova “moda”: un film cioè dove non appaiono cognomi italiani in cartellone. Se Sergio Leone si maschera da Bob Robertson, mesi prima di lui Sergio Corbucci si è mascherato da Stanley Corbett per Massacro al Grande Canyon.

Quando ancora gli spaghetti western non esistevano

Parliamo degli albori di un genere che in seguito avrebbe avuto una sorta di linee guida che Corbucci qui non aveva ancora. Leone, come detto, deve ancora scrivere le regole del genere con Per un pugno di dollari (settembre 1964); Marino Girolami deve ancora presentare dirigere la parodia I magnifici Brutos del West (dicembre 1964); suo figlio Enzo Girolami, più noto come Enzo G. Castellari, deve ancora affacciarsi al cinema con Pochi dollari per Django (1966): Giuliano Gemma è ancora un giovane attore specializzato in titoli storici, in attesa di Una pistola per Ringo (1965); Franco Nero è ancora un esordiente che si firma Frank Nero, in attesa del lancio di Django (1966). Insomma, le colonne portanti del genere ancora non esistono, quindi Corbucci naviga senza timone e senza rotta.

La dinastia Band è fortemente legata all’Italia

Il regista che appare nei titoli è il co-autore americano Albert Band, padre di quel Charles Band che vent’anni dopo sarà fra i massimi autori dei generi di cassetta, grazie alla mitica Empire Pictures fondata da padre e figlio. In fondo un suo illustre “collega”, Roger Corman, dieci anni prima aveva diretto un western delizioso come Cinque colpi di pistola (1955), che anticipava tematiche in seguito diventate famose con Quella sporca dozzina (1967) e I magnifici sette (1960): la serie B sa sempre come incantare il suo pubblico.
L’ANICA (Archivio del Cinema Italiano) attesta però al solo Corbucci la regia del film.

Un marchio storico

Ad informare i «patiti del western» ci pensa “La Stampa”, che il 31 maggio 1964 li invita a non perdersi questo spettacolo italiano rispettoso della «vecchia ma sempre valida ricetta» del western americano.

«Non ne tornerete entusiasti ma nemmeno scontenti; le regole del gioco vi sono rispettate, e le rituali galoppate sulle verdi praterie, i pugilati nel saloon, le nutrite sparatorie fra le rocce con pallottole che miagolano come gatte in amore e fanno fare ai colpiti frulli e capitomboli plateali, vi sono distribuite con abilità, a rinforzo d’una vicenda che dal suo canto non fa nulla per alterare la vecchia ma sempre valida ricetta.»

Il pezzo firmato da l.p. sottolinea più volte come il film sia di fattura americana, mentre il 20 giugno – giorno dell’arrivo in sala nella Capitale – “l’Unità” racconta un’altra storia: «Diretto da Albert Band, il film è di confezione italiana, nonostante la camuffatura pubblicitaria: e, tra i prodotti del genere, non sfigura troppo». Il “Corriere della Sera” del 5 giugno è ancora più lapidario: «i dialoghi non sono di prima scelta, ma nella seconda parte del film vengono sostituiti dal chiasso delle armi».

Locandina del 30 maggio 1964

Non rimane molto al cinema, dati gli standard dell’epoca, e riappare su Montecarlo nella seconda serata di lunedì 22 ottobre 1979, presentato come film di Stanley Corbett. È inedito in home video italiano, rimanendo disponibile solo grazie ai passaggi televisivi di Cine34.

No, non è un ringiovanimento al computer, bensì il figlio-fotocopia di Robert!

Dopo aver passato due anni a cercare e a far fuori gli uomini che gli hanno ucciso il padre, Wes Evans (James Mitchum, figlio-fotocopia di papà Robert), torna a casa: in quella Valleverde il cui nome ricorda quella Val Verde in cui si svolge Bandolero! (1968) e tanto cara al futuro Steven E. De Souza.

Certo che è bella grigia per essere Valleverde

Torna e non trova gli amici che aveva, come il ragazzo della via Gluck, perché in quei due anni è cambiato tutto manco fossero venti. Wes scopre che la ricca famiglia dei Dancer, da sempre interessata al possesso della valle, è ormai ai ferri corti con la famiglia contadina Whitmore, tanto che la faida sta per sfociare in guerra, visto che i Dancer hanno assunto dei mercenari guidati dagli spietati fratelli Mason. Ciò che però più ferisce Wes è che la sua fidanzata Nancy (Jill Powers, al secolo Milla Sannoner di Pesaro) credendolo morto si è sposata con il bieco rampollo dei Dancer, che sembrava tanto un bravo ragazzo pur essendo il peggior infame della valle.

L’atmosfera che si respira è quella de La sfida del samurai (1961), che di lì a tre mesi uscirà al cinema ricopiato da Leone, ma sebbene le due famiglie rivali in lotta sembrino uscire dal film di Kurosawa il comportamento dell’eroe è del tutto diverso, visto che si schiera subito dalla parte dei Whitmore e il suo scopo non è far “scornare” le due famiglie bensì arrivare alla pace. Con l’aiuto degli uomini giusti di Valleverde, come lo sceriffo Burt Cooley, interpretato dal mitico Giacomo Rossi Stuart, papà di Kim. Il caratterista umbro da dieci anni appariva in film di ogni genere, e al fianco di un altro titano della B come Richard Harrison era già stato protagonista del paella western su citato di Ricardo Blasco.

Dopo il figlio di Robert, ecco il padre di Kim

Il nostro eroe Wes riuscirà a mettere in piedi una pace fragile tra le due famiglie, pronta però a crollare sotto i biechi raggiri del perfido rampollo, e a nulla varrà il mettere in pegno la vita del giovane Clay Dancer. Questi infatti si ritrova vittima sacrificale di un padre crudele e di una famiglia indegna, e lo fa con il volto del giovane Andrea Giordana.
Saprà Wes ridurre i danni della faida familiare e salvare sia il giovane Giordana che l’ex fidanzata?

Anche Andrea Giordana ha iniziato da piccolo

La storia, firmata dai due registi Band e Corbucci, sembra avere discendenze texiane molto più che hollywoodiane, con il suo raccontare una vicenda familiare che in fondo usa il Far West solo come sfondo, e in effetti potrebbe funzionare in qualsiasi altro genere, dallo storico al bellico. Il fatto che i personaggi indossino abiti simili agli eroi del West americani e si spostino a cavallo è del tutto marginale, visto che non c’è alcuna poetica della Frontiera, alcun mito dell’eroe solitario (o senza nome), nessuna “filosofia” dietro le scelte dei cattivi, insomma un western nostrano semplice e senza alcuna aspirazione ad altro se non puro intrattenimento, con risse nel saloon, scazzottate e sparatorie nei momenti giusti. Di lì a tre mesi cambierà tutto, con Sergio Leone e l’apparizione di eserciti di imitatori che cercheranno di replicarne lo stile e le ambizioni, ma per ora ci si diverte a giocare ai cowboy e basta.

In fondo di lì a qualche anno vari cantanti si alterneranno a rendere in italiano una celebre canzone di Sonny Bono, che così inizia: «Avevamo cinque anni, correvamo sui cavalli, io e lei contro agli indiani, eravamo due cowboy… bang bang!». Questo è lo spaghetti western delle origini, un giocare ai cowboy, cioè intrattenimento usando strumenti narrativi di origine estera.

Io faccio il cowboy, chi fa bang bang?

Non so come Robert Mitchum, all’apice della sua carriera, abbia pensato che avere un figlio-fotocopia che gli fa il verso sia stata una buona idea, ma forse per questo Jimmy Er Micio è rimasto a bazzicare il mercato estero e la serie Z. Questo, e perché è davvero estraneo a qualsiasi forma recitativa: a parte fare il cosplayer del padre non ha altre qualità.
Per fortuna questo non è un film attoriale, siamo molto lontani da quei western in cui grandi nomi sono chiamati a ricoprire ruoli controversi o dalla forte carica emotiva, qui si cazzeggia e si confida che poi bravi doppiatori salvino il prodotto, e in effetti è così.

Tute le sparatorie avvengono di notte, così la si butta in caciara

Già prima che gli spaghetti western diventassero “di classe” c’era un’arte cinematografica italiana che si impegnava anche in minuscole produzioni pezzenti come questa, perché comunque riempivano i cinema e incassavano bei soldi, argomenti che hanno smesso di interessare i cineasti nei decenni a noi più vicini. All’epoca il cinema era un’industria, e film come Massacro al Grande Canyon – nella cui vicenda curiosamente non è menzionato alcun Canyon! – sono prodotti commerciali che tastano il polso per nuove tendenze e nuovi mercati.

Ovvio che oggi questo film faccia ridere, nella sua rozzezza, ma quel giugno 1964 in Italia non aveva concorrenti nostrani, in quei tre mesi prima che Sergio Leone lo seppellisse nel Grand Canyon.

L.

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17 risposte a Massacro al Grande Canyon (1964) L’alba degli spaghetti western

  1. Madame Verdurin ha detto:

    Non lo conoscevo per niente, grazie per questo bel racconto di origini! Tra padri e figli vari c’è n’è per tutti i gusti… Tranne forse per chi ama davvero il genere! Però giusto sapere che ci sono anche queste cose 🙂

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Purtroppo quando si parla di “spaghetti western” si pensa sempre e solo a quei tre o quattro titoli famosi nel mondo, di qualità artistica molto curata, e ci si dimentica delle centinaia di film come questo, onesto intrattenimento di genere che ha tenuto vivo il genere mentre altri conoscevano gli onori delle cronache. Ho voluto prendere un titolo precedente all’epoca in cui è esploso il genere per dimostrare che erano ben altre le origini dei suoi fasti 😉

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  2. Cassidy ha detto:

    Bellissima iniziativa e bellissima panoramica sulla situazione prima dell’avvento degli “Spaghetti western”, un film di padri e figli, a partire da Albert Band. Magari Willy non gradirà ma io si, anzi più tardi completerò l’opera mettendomi in sella alla ricerca del fumetto di Ortolani 😉 Cheers!

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Certo che uscire con mezza Italia in lockdown è stata una bella sfiga, in più ci si mette la Panini che è allergica al fumetto digitale: giustamente la politica italiana è “meno si vende meglio è” 😀

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      • Cassidy ha detto:

        Aveva fatto lo stesso l’anno scorso per Star Rats, quindi sono recidivi. Bello che Ortolani creda ancora alle edicole ma tanto sanno che con le ristampe in volume faranno i soldi grossi. Cheers

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Il bello è che mentre le piattaforme straniere che offrono un servizio digitale stanno facendo i miliardi, noi ci ostiniamo a ripetere “ma vuoi mettere il bello della carta?” e così le case italiane non guadagnano nulla, ma tanto è il loro piacere perverso.
        Proprio perché hai mezza Italia chiusa in casa e collegata in Rete, vendere il tuo prodotto in digitale significa raggiungere un pubblico mai visto prima nella storia del Paese. Se ne è reso conto il Festival di Trieste, che piangeva disperato perché non si poteva essere in cento dentro un cinema a fare baldoria, e quando ha scoperto che all’evento in streaming si sono iscritti in ventimila d’un tratto ha gridato “viva il digitale!” 😀

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  3. Pingback: Massacro al Grande Canyon (1964) | IPMP – Italian Pulp Movie Posters

  4. Sam Simon ha detto:

    Bellissima questa cavalcata nel proto Western italiano! Mi è piaciuto un sacco scoprire date e film di questi inizi degli spaghetti Western. Naturalmente questo film dimenticato dalla storia non l’ho visto, purtroppo…

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  5. Il Moro ha detto:

    Interessante questa “storia delle origini”! complimenti, bell’articolo.

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  6. Willy l'Orbo ha detto:

    Sei ampiamente perdonato sia perché sto ancora “veleggiando” sulle ali del post di ieri sia perché ti sei premurato di chiedermi scusa sin dall’incipit…in attesa di trovare la liana giusta per me! 😀😁😄

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  7. Zio Portillo ha detto:

    Al solito, ottime puntualizzazioni. Grazie per questo pezzo e per avermi fatto vedere il giovane Mitchum. Madò, sono uguali!
    Sarebbe anche interessante sapere se cambiare i nomi nostrani in un inglese (spesso) maccheronico o con riferimenti a marche famose (Bud, Stuyvesant,…), fu fatto per mascherare la provenienza italica (vergogna?) o semplicemente perché il prodotto americano si vendeva meglio,

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Storicamente siamo un paese che disprezza la produzione propria e compra tutto ciò che anche solo sembri straniero – lo dimostra come sputiamo sulla nostra lingua e importiamo qualsiasi parola da qualsiasi altra lingua – quindi non mi stupisce che film western il cui cartellone riporti nomi italiani non abbiano lasciato tracce nella memoria collettiva, mentre un qualsiasi nome anglofono, anche il più zoppicante, sicuramente vendeva di più.
      Se ti ricordi, ancora negli anni Ottanta Bud Spencer e Terence Hill facevano film all’americana, con ambientazioni americane, canzoni americane e tutto il resto. Ancora oggi la Bonelli presenta storie a fumetti ambientate in America o in paesi americaneggianti. Siamo una colonia psicologica, in fondo esistiamo unicamente grazie al Piano Marshall quindi “vogliamo fa’ l’americani”.
      Quello che Alberto Sordi prendeva in giro era in realtà un sentimento che non ci ha mai abbandonato: tutti noi preferiamo il Kansas City ad una qualsiasi città italiana, quindi se vuoi vendere un film e hai un cognome italiano… sbrigati a cambiarlo!
      Per finire, ricordo che solamente nei primi anni del Duemila, non negli anni Sessanta, diversi romanzieri italiani hanno rivelato di aver pubblicato libri per “Segretissimo” (Mondadori) sotto falso nome inglese, e parliamo dei libri più venduti della collana, che escono ancora oggi in edicola con quel falso nome anglofono. In Italia il nome inglese in copertina vende sempre di più, da sempre.

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      • Giuseppe ha detto:

        Dato che l’hai citato in questo ottimo post sui primordi dello spaghetti western, ricordo appunto quando Giuliano Gemma passando al genere venne fatto americanizzare in Montgomery Wood per una sparuta manciata di titoli (i due Ringo diretti da Duccio Tessari e uno -altro personaggio- da Giorgio “Kelvin Jackson Paget” Ferroni) 😉
        Quanto a “Massacro al Grande Canyon” di Corbucci, da te qui doviziosamente trattato, credo proprio di non averlo mai incrociato nei suoi passaggi su Cine34…
        P.S. Il vero, grande colpaccio? Riuscire a conquistare Willy contemporaneamente con Western e Star Trek 😀

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Ci vorrà del tempo perché l’italianità dei nostri western venisse sbandierata con orgoglio, perché prima per venderli tutti dovevano apparire con nomi inglesi, e alcuni li hanno mantenuti anche in seguito.
        Visto che citi Ringo, mia grande tentazione sarebbe un viaggio fra i nostri vari eroi western che finiscono in -ngo. Django, Drango, Chango, Ringo e gli altri, passando poi a Sartana, Sabata e via dicendo, senza dimenticare Provvidenza, Tresette, Scopone e altri minori. Solo che non so come impostarlo, visto che sebbene parliamo di soli dieci anni (fra il 1965 e il 1975, all’incirca) si tratta di un mare di film. Potrei scegliere un film per ogni eroe minore e per quelli più famosi magari due o tre titoli rappresentativi. In fondo spesso questi eroi erano citati solo nel titolo e spesso aggiunti apocrifamente nel doppiaggio. Molti film normali sono stati distribuiti nel mercato anglofono col nome Django solo perché era noto all’estero.
        P.S.
        Da come ha reagito Willy allo speciale “Star Trek Western” direi che sarà un’impresa ardua 😀

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