Kalashnikov (2020) L’uomo che sognava i fucili

È stato un triste giorno quello in cui ho visto Battle Royale 2 (2003), il mostruosamente orripilante seguito del capolavoro di Kinji Fukasaku, eppure vent’anni fa una scena mi rimase impressa. I giovani protagonisti vengono portati al cospetto del capo rivoluzionario che guida la resistenza contro il Governo, fautore del Battle Royale, e questo líder máximo dei poveri si presenta in un modo particolare: dal suo mantello tira fuori un kalashnikov, lo piazza in bella vista e dice:

«AK-47, il simbolo internazionale della resistenza armata.»

Non credo di essere d’accordo con il concetto espresso dalla frase, ma è innegabile che in Asia quel fucile non è solo un’arma: è un simbolo, e come tale c’è un’epica che lo circonda.

In Asia, il Kalashnikov è qualcosa di sacro

Per avere un assaggio di quest’epica dobbiamo tornare indietro di più di mezzo secolo. Quello che nell’ottobre 1941 è costretto a passare la convalescenza tra la fanteria non è un semplice carrista, che dal giugno precedente combatte contro i nazisti invasori a bordo dei T-34 sovietici. Con un braccio al collo e un fucile nel cuore, quel ragazzo di appena vent’anni è il sergente Kalashnikov. Mikhail Kalashnikov. E sogna di inventare un fucile che aiuti la sua patria in guerra. Allerta spoiler: ci riuscirà, e quel fucile porta ancora oggi il suo nome.

Un ragazzo di campagna con un fucile nel cuore


Una vita per le armi

Quando Mikhail T. Kalashnikov nasce, nel 1919, da tre anni l’esercito russo ha avuto in dotazione l’M1916 inventato da Valdimir G. Fëdorov, chiamato avtomat, cioè un fucile automatico non più a colpo unico. Da allora gli armieri russi hanno cercato di migliorare sempre più questi fucili grezzi, molto facili all’inceppamento, e le eterne guerre del Novecento li hanno aiutati: c’era sempre un fronte “caldo” dove provare le nuove armi.

Miša (Mìscia, uno dei vari diminutivi di Mikhail) ha un’infanzia turbolenta, conosce la galera e viene arruolato a forza nell’Armata Russa nel 1938, appena diciottenne, iniziando la sua carriera di soldato perennemente in guerra. Però il suo cuore da ingegnere batte troppo forte per ignorarlo, così quando entra nei carristi inventa vari apparecchi per migliorare il dispositivo di tiro dei T-34. Quando nell’ottobre 1941 durante uno scontro viene colpito ad un braccio, ferita i cui effetti si porterà dietro per tutta la vita, Miša si ritrova in convalescenza e ne approfitta per lavorare al suo sogno: costruire un avtomat funzionale, leggero, che aiuti i russi a difendere la propria madre patria. Sin dall’inizio i suoi prototipi rendono chiaro questo intento, chiamandosi tutti AK: Avtomat Kalashnikova, il fucile automatico di Kalashnikov.

Come per la “guerra dei carri armati“, anche per i fucili si è svolta tra i due eterni nemici – tedeschi e russi – una corsa forzata agli armamenti che mi faccio spiegare da Gordon L. Rottman e il suo The Ak-47. Kalashnikov-series assault rifles (2011), edito dalla consueta Osprey, portato in Italia da Odoya nel maggio 2020.

Proprio com’è successo per i carri armati (di cui ho già parlato), i progressi nelle armi sono avvenuti grazie al “copiarsi a vicenda”. Stando al citato saggio, tutto è iniziato nel luglio del 1943, quando l’Armata Rossa mette le mani su un esemplare del fucile d’assalto tedesco MP43, della serie Sturmgewehr. (Lo trovate nei migliori videogiochi in cui si spara ai nazisti!) Gli armieri sovietici si mettono subito a studiare quella nuova tecnologia per poter rubare le idee buone nell’arma: quell’inverno si prende l’abitudine di fare delle gare in cui gli armieri presentano le loro nuove idee, e il miglior fucile passerà in produzione. Questa corsa all’implementazione dei fucili segnerà un momento fondamentale della storia bellica, come ci spiega Marco Lucchetti nel suo Le armi che hanno cambiato la Seconda guerra mondiale (Newton Compton 2019):

«La Seconda guerra mondiale fu una guerra di transizione per il soldato di fanteria di base, che la iniziò con i fucili simili a quelli impiegati durante la Grande Guerra, per finirla con i primi fucili d’assalto che avrebbero poi contraddistinto l’epoca moderna.»

Intanto dal 1942 Kalashnikov propone le sue idee che però vengono tutte rigettate. I suoi superiori vedono in lui molto potenziale, lo spronano, lo fanno studiare – visto che Miša è un semplice contadino che non sa neanche disegnare le idee che gli vengono – lo “coltivano” ma poi… la guerra finisce. I nazisti sono battuti: e ora? Miša è distrutto, non potrà mai riuscire finalmente a creare l’arma che sogna, perché ormai la guerra è finita e nessuno avrà più bisogno di fucili. Che ingenuo… Nel 1946 Miša partecipa alla sua prima gara con il prototipo chiamato AK-46 (cioè “fucile automatico di Kalashnikov del 1946”): perde la gara, l’arma ha troppi difetti, ma il nostro non demorde.

Va specificato che i nostro Miša non lavora da solo, può avvalersi del valido aiuto di persone come il maggiore Vassilij F. Lyuty, che anni prima aveva sviluppato la mitragliatrice pesante LAD, l’ingegnere Vladimir Deikin e addirittura un armiere tedesco: quell’Hugo Schmeisser che aveva creato diversi fucili d’assalto per i nazisti. Ovviamente quest’ultimo non ha partecipato di propria volontà, bensì costretto dall’Unione Sovietica ad aiutare gli ingegneri dal 1942 al 1952, ma di sicuro era meglio della prigione.

Kalashnikov (a sinistra) spiega le sue idee ad altri ingegneri

Il nostro eroe dunque non ha fatto tutto da solo, è stato un lavoro di squadra, e non ultimo si è pensato di andare ad intervistare i tiratori scelti che avevano provato il prototipo dell’AK-46 per avere suggerimenti da loro, essendo in fondo gli “utilizzatori finali”. Nel gennaio del 1947 viene presentato il prototipo dell’AK-47, che Miša chiamava “Mikhtim” (cioè le iniziali del suo nome e patronimico, Mikhail Timofeevich). In corsa nella gara ci sono solo due altri prototipi: il KB-415 di Bulkin e il KBP-520 di Dementyev. Bulkin sembra vincere ma il suo temperamento focoso e l’allergia alla disciplina militare fanno sì che venga allontanato dal poligono. Vinta la gara e apportate ancora altre piccole modifiche, il 10 gennaio 1948 nasce ufficialmente l’AK-47… che nessuno chiama così! Per i sovietici è solo l’AK, saranno gli occidentali a rendere così famosa la versione “AK-47” che alla fine anche i russi di oggi lo chiamano così.

La forza dell’arma sta nel valore più difficile di tutti: la semplicità. Perché – come diceva l’armiere Georgij Shpagin – «La complessità è semplice, è la semplicità ad essere difficile».

Un fucile che a quanto pare deve il suo successo alla semplicità

Una curiosità. Il citato Lucchetti mi spiega che i tedeschi per i loro fucili semiautomatici si ispirarono al Tokarev, celebre fucile russo dal nome del suo inventore, il quale a sua volta ha adottato il sistema di espulsione dei bossoli inventato dagli italiani per il fucile Cei-Rigetti nel 1911: come al solito gli italiani sono arrivati prima ma non hanno saputo sfruttare questo vantaggio, visto che i vari fucili creati nel nostro Paese costavano troppo e non funzionavano molto bene.


L’epica filmica

Al momento di produrre e dirigere un film che raccontasse l’epica di Kalashnikov, dell’umile contadino strappato alla sua amata terra e gettato in pasto alla guerra, esperienza che lo porta a rivoluzionare per sempre le difese della propria patria, Konstantin Buslov decide che questa storia si racconta da sola, e purtroppo ha ragione. Dico “purtroppo” perché effettivamente il film è appassionante e piacevole, ma sarebbe stato bello avere più particolari nella narrazione, così da capire il processo di maturazione di un giovane armiere dilettante che da qualche semplice disegnino scarabocchiato su un quaderno in soli sei anni tira fuori un fucile che conquista il mondo. È stata abilità o fortuna? Ispirazione divina o cosa? Il film Kalashnikov (2020) non ne parla.

Come si diceva, solo gli occidentali hanno chiamato il fucile AK-47, così al momento di distribuire il film all’estero ecco che diventa AK-47 – Kalashnikov, traendo in inganno lo spettatore: non è un film che parli del fucile, bensì del suo inventore. La consueta Blue Swan lo porta in DVD dal 18 marzo 2021: al momento Prime Video lo presenta a pagamento.

L’epica storia dell’uomo che sognò un fucile

Velocemente ci viene spiegato che Miša è stato ferito in uno scontro fra carri armati e lo vediamo iniziare il suo viaggio verso il distaccamento di fanteria dove passerà la convalescenza. Durante il viaggio ci darà moto di capire quanto le armi russe automatiche si inceppino facilmente, e nello specifico vediamo un commilitone di Miša morire per mano dei nazisti semplicemente perché il suo PPSh-41 si inceppa subito: eppure sembra uno di quei Tommy Gun con cui Al Capone e i gangster anni Venti sventagliavano i nemici con centinaia di proiettili. Qui ne spara due  e… inceppato!

Eppure nei film di gangster ci fanno stragi con fucili simili

Miša sogna di poter contribuire alla guerra costruendo un fucile molto più funzionale di quelli esistenti: «un fucile automatico che presto sostituirà le carabine», ma in mano ha solo un quaderno con disegni abbastanza sempliciotti, a sottolineare come il giovane non abbia alcun tipo di educazione, essendo passato da una semplice vita agreste alla vita in trincea senza mai passare per una scuola di qualsiasi tipo.

Un po’ miserelli come “disegni tecnici” di un ingegnere

Il talento però è evidente e durante l’inattività della convalescenza, mentre guarisce il suo braccio sinistro che in realtà non guarirà mai, nella locale officina comincia a buttare giù prove su prove, aiutato da altri che sentono la potenzialità delle sue idee. Non passa molto prima di attirare l’attenzione dei superiori, che iniziano a favorire il nostro eroe in ogni modo pur di permettergli di raggiungere il suo scopo.

Ehm, quando ho detto “facciamoci una canna”, intendevo altro…

Già la prima parte del film presenta il difetto, seppur veniale, di una trama che tradisce sin da subito una storia agiografica: Kalashnikov è un santo, quindi questa è la vita di un santo, e tutti i personaggi riconoscono subito in lui la santità e si comportano di conseguenza. Addirittura l’uomo del KGB, figura sempre negativa in queste storie, per motivi ignoti non darà alcun fastidio al protagonista, perché ovviamente questi è un santo del pantheon russo e quindi intoccabile. Forse una narrazione più verosimile avrebbe fornito un servizio migliore al personaggio.

Com’è possibile che questo santo laico, il cui genio è sceso per influsso divino – non viene data altra spiegazione del perché un contadinotto illetterato abbia conoscenze così sviluppate di ingegneria bellica – d’un tratto cominci a perdere tutte le gare per il miglior nuovo fucile? Malgrado ogni nuova invenzione di Miša venga presentata come un miracolo, con tanto di musica d’effetto, questa perde ogni gara e sparisce dalla storia. Si tratta di prototipi abbandonati? O come lascia intendere il saggio citato sono tutte vere armi automatiche arrivate poi in produzione? Non viene specificato, semplicemente perché – immagino – i fucili di Kalashnikov sono così noti in Russia che questo film non ha bisogno di sprecare parole per descriverli.

Già è uscito il nuovo fucile di Miša? Devo ancora finire di usare l’altro

Visto che il nostro eroe non sa disegnare le proprie idee, gli viene affiancata Katya (Olga Lerman), che diventerà sua moglie: qui il film ha un crollo verticale che lo fa sembrare una roba americana inguardabile. Invece di spiegarci perché Miša, al contrario di altri, continua a sfornare nuovi fucili a ripetizione, invece di spiegarci perché questi perdono le gare – sono fatti male o semplicemente quelli vincitori sono fatti meglio? – invece di spiegarci l’ambiente in cui Kalashnikov lavora, cioè un insieme di valenti armieri in continuo sviluppo di nuove idee non necessariamente in competizione, si perdono lunghe parti di film a raccontarci l’inutile e vuota storiellina d’amore con Katya, in modo svogliato e pacchiano.

Il film migliora quando torna a parlare di fucili

Poco prima di presentare il suo nuovo modello, Miša riceve un consiglio da un collega armiere: fallo più semplice. Va’ che consiglio! Roba da cambiarti la vita. E in effetti è proprio così che va: Miša “lo fa più semplice” e vince la gara. Un secondo dopo vediamo l’Armata Rossa dotata di Ak-47 e Mikhail Kalashnikov diventa santo russo. Oh, ferma, ferma, ma cos’è ’sta fretta? Cos’è successo? La nascita del fucile più famoso d’Asia, ma anche del mondo, viene sbrigata così, in pochi minuti in cui non viene spiegato una mazza di niente? Perché il fucile resiste all’acqua e alla sabbia, come ci viene mostrato? In cosa era migliore dei suoi concorrenti in gara? Zero totale, centodieci minuti di film in cui non viene spiegato nulla: in fondo è la vita di San Michele, patrono dei fucili automatici, cosa serve sapere?

Lode a te, San Michele, per averci donato il tuo fucile!

Intendiamoci, Buslov sa il fatto suo e il film si guarda con molto piacere, il giovane Yurij Borisov è perfetto nell’interpretare un giovane che maschera il sentirsi inadatto con un’espressione dura e determinata, così da poter “giocare con i grandi” seguendo il suo sogno. L’epica delle armi russe nate negli anni Quaranta è ben rappresentata ma quel che manca è la spiegazione: è un film che dà tutto per scontato, forse contando sul fatto che gli spettatori russi conoscono a memoria tutta la storia quindi era inutile ripeterla. Perché allora perdere tempo con la storiella d’amore, tanto sappiamo tutti che quella è la storica moglie dell’armiere? Sappiamo tutti che Kalashnikov riuscirà ad inventare un fucile rivoluzionario, non è un “colpo di scena”, sarebbe stato bello se invece il film ci avesse raccontato ciò che non sappiamo, cioè come Miša è riuscito nell’impresa, cosa rendeva l’AK-47 migliore degli altri fucili in gara quell’anno.

Un film sicuramente da vedere, soprattutto se come me siete un po’ curiosi della storia delle armi, ma proprio sul versante storico è decisamente carente: è la storia di un santo laico… e del suo fucile. «Non sono venuto a portare la pace, ma il Kalashnikov» (semi-cit.).

La realizzazione di un sogno di metallo


Epilogo

Una volta ritiratosi dal suo impiego, Kalashnikov aveva un cassetto pieno di medaglie ma neanche un rublo in tasca, non avendo guadagnato mai nulla dalle sue invenzioni e percependo una pensione da fame. Nel 1990 gli venne concesso il grande onore di fare un viaggio negli Stati Uniti, dove incontra Eugene Stoner: l’inventore del fucile automatico M16 che sin dall’inizio ha ricevuto un dollaro di commissione per ogni fucile venduto. Per me la guerra del Vietnam l’ha fatta scoppiare lui per vendere M16!

Kalashnikov e Stoner quel 1990 sparano uno con il fucile dell’altro, quasi una salva d’onore nei rispettivi confronti. Stoner riesce a far ottenere al collega russo un permesso per tornare più volte in America, con tanto di autista che lo portasse in giro.

Miša muore nel 2013, testimone dei cento anni più ricchi di eventi epocali della storia umana: storia che il suo fucile ha contribuito a scrivere.

L.

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22 risposte a Kalashnikov (2020) L’uomo che sognava i fucili

  1. Cassidy ha detto:

    Posso tranquillamente affermare che questo post è meglio del film stesso, che non è male però come hai ben riassunto è agiografico e soprattutto ben poco tecnico, a tratti ho pensato che se il fucile più famoso e affidabile del mondo fosse stato che so, l’invenzione della lampadina, non sarebbe cambiato poi molto. Sono sempre appassionato di storie di guerra quindi questo post con più informazioni specifiche mi piacciano sempre molto, bravissimo 😉 Cheers

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Ero curiosissimo di saperne di più su uno dei più iconici fucili della storia, invece hai ragione: se Miša avesse inventato qualsiasi altra cosa il film sarebbe rimasto identico.
      Perché i suoi fucili perdevano ogni gara finché l’AK47 ha vinto ed ha conosciuto tanta fama? Va bene, non si inceppava, ma perché non si inceppava? Boh, piuttosto che spiegarcelo abbiamo dovuto assistere alla scena del ballo dove il cattivo superiore ghermisce l’amata di Miša, roba freschissima!

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      • Giuseppe ha detto:

        In effetti… Sul perché a un certo punto il film prenda una non richiesta piega all’americana (con storiella sentimentale annessa) vedo che il Conte nel suo commento ha espresso la mia stessa idea “internazionale” 😉
        In caso, però, mi sembrerebbe una scelta abbastanza squilibrata visto che l’impostazione agiografica lo identifica come film destinato a un mercato più circoscritto come quello russo, appunto, dove -come dicevi- gli spettatori conoscono già perfettamente tutta la storia. Volendo creare un prodotto davvero esportabile, il mix fra storia non raccontata di cui lo spettatore occidentale continua quindi a non saper nulla (a parte il nome dell’arma, dove invece anche a una dichiarata agiografia gioverebbe un minimo di approfondimento) e storia d’amore come se ne vedono tante nei film USA (quindi insufficiente di per sé a garantire il traino) avrebbe potrebbe non essere esattamente foriero di grande successo…
        Riguardo al DVD Blue Swan, credo proprio necessiti di una veloce riedizione… per inserire di diritto questo tuo eccellente post fra gli extra! 😉 👍👏👏👏

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Ti ringrazio: ti immagini una serie di contenuti speciali per DVD dal titolo “La recensione del Zinefilo”? 😀
        Non so se magari il nostro Miša faccia parte dei libri di testo scolastici dei giovani russi, ma certo è che nel 2020, con i “giovani d’oggi” che l’Unione Sovietica la sentono raccontare dai nonni e magari neanche ci credono sia esistita davvero, mi risulta davvero difficile credere che conoscano così bene la storia delle armi sì da non aver bisogno di una sola parola di spiegazione. Non escludo invece che gli autori non abbiano voluto impelagarsi con particolari tecnici che avrebbero annoiato gli spettatori, preferendo mostrare ricostruzioni di fucili senza spiegare nulla. Una via di mezzo si poteva anche fare, con un minimo di spiegazione generica.

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  2. Madame Verdurin ha detto:

    In effetti è una storia interessantissima di per sé, sarebbe potuto venire fuori un gran bel film… Invece a te è venuto fuori un gran bel post, come sempre!

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Ti ringrazio, e davvero sarebbe bastato pochissimo per farne un film perfetto, rimane invece solo un ottimo film, che merita comunque d’essere visto 😉
      Forse gli autori hanno dato per scontato che tutti gli spettatori russi conoscano a menadito i nomi dei principali armieri sovietici della Seconda guerra mondiale, che si affacciano nella vicenda, così come conoscano bene le varie armi inventate da Kalashnikov, ma onestamente avrei qualche dubbio: spendere qualche parola in più in spiegazioni avrebbe fatto solo bene alla vicenda.

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  3. Zio Portillo ha detto:

    Un mio caro amico ai tempi delle medie, quindi primissimi anni ’90 (non faccio nomi e cognomi perchè i suoi genitori sono ambedue nomi importanti e “famosi”) un pomeriggio mi invita a casa sua. Un bell’appartamento grande nel cuore della città. I suoi sono appassionati di stranezze e antiquariato in genere, così dopo un bastone da passeggio che diventa seggiolino, stampe storiche della città e altre cazzatine, ad un tratto mi esce un sorriso a 32 denti e mi fa “Adesso vedrai…”. Sparisce e ritorna con una custodia di pelle scura, come quelle che servono per portare gli strumenti musicali. Apre i fermi e dentro c’è… Un AK-47! Mi dice che i suoi lo hanno acquistato ad un mercatino dell’antiquariato, che è tutto originale, non è restaurato ma è reso inoffensivo (non ho idea di cosa significa… Forse si toglie qualche pezzo per evitare che possa sparare? Boh!). Ha il caricatore inserito e si poteva tirare la leva di caricamento e far premere il grilletto che faceva il “click”. Mentre provavo a fare il figo co sto Ak-47 in mano, da dentro la custodia tira fuori un libricino col manuale d’istruzioni! Una specie di piccolo Bignami ingiallito con pure qualche disegnino che mostra come impugnarlo e la cosa che mi è rimasta impressa è che veniva consigliato di imbracciarlo ma per evitare che la raffica di colpi alzasse il tiro, la mano libera doveva essere posizionata sopra il fucile e non sotto!

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Alla faccia, ma in che mercatino andavano??? 😀
      Sul finire degli anni Ottanta anche a Roma era pieno di mercatini russi, dove si vendevano le peggio cose – non ultime varie medaglie sovietiche, cipolloni e cose varie – ma un Kalashnikov non mi è mai capitato in vendita 😀
      Credo che le impiombino, le armi, per renderle innocue, cioè otturino la canna in modo che il meccanismo funziona ma è impossibile far uscire un proiettile. Non ricordo quale mio parente aveva in casa una pistola antica originale (o supposta tale) con però la canna tutta piena.

      Nel film l’AK-47 viene dato come arma migliore del mondo ma è nota la sua difficoltà a sparare “dritto”, visto che essendo un mitragliatore la forza dell’esplosione tende a far andare la canna dove gli pare: ottima l’idea di tenerla bassa premendo con la mano 😉
      Non ricordo quale videogioco fosse, credo Rainbow Six, ma era davvero inutile scegliere il Kalashnikov come arma: dopo il primo colpo tutti gli altri se ne andavano in aria, visto che l’arma è decisamente poco efficace per colpi di precisione.

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      • Zio Portillo ha detto:

        Onestamente non lo so (o non ricordo) dove l’avessero pescato. Anche qua in zona nostra ci sono parecchi mercatini, sopratutto nei paesini di campagna, e i banchetti che vendevano cimeli russi li ho visti anch’io. Colbacchi, medagliette, giacche, orologi, maschere anti-gas,… Avevano tutto anche dalle nostre parti. Magari sottobanco si possono fare anche altri affari. In fondo vendere un fucile d’assalto (piombato) alla luce del sole non credo sia una cosa normale!
        Il padre di lui è stato un paio di legislature a Roma (non dico altro! A buon intenditor…) anche se venne da voi credo dopo questo episodio con l’AK… Ma ormai sono mezzo rinco e il 1992 mi pare l’altro ieri e devo riflettere prima di realizzare che sono passati 20 anni!

        Però adesso che ci penso mi sa che dalle parti nostre giravano cose diverse… Un mio prof delle superiori (quindi seconda metà degli anni ’90), un 2-3 anni dopo che mi diplomai, finì su tutti i giornali perché a casa gli trovarono decine di cimeli nazisti: baionette, bandiere, piatti, pugnali, divise,… Ci fu parecchio scandalo all’epoca.

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Comincia a realizzare gli anni sono 30! 😛
        A Roma non saprei, ,che di bancarelle di quel tipo non ricordo d’averle mai beccate, ma in Provincia ogni evento – dalla Sagra della Cozza alla Sagra del Cetriolo – c’è sempre una bancarella coi cimeli nazisti, con medaglie, busti e faccette nere varie. Onestamente non so che mercato ci sia, ma è davvero facile che in molte case romane ci siano lasciti del nonno poco presentabili. Non so se vale per tutte le città, ma ad ogni fine anno nelle edicole romanze esce puntualmente il calendario di Mussolini: evidentemente qualcuno lo compra, magari proprio quello che è il primo a scandalizzarsi quando trovano certe cose a casa di altri 😀
        Se un giorno dovessero tornare le bancarelle, se becco quella dei cimeli glielo chiedo: ha mica un moschetto d’epoca???

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      • Zio Portillo ha detto:

        Refuso per scrivere in velocità… So benissimo (purtroppo!) che sono 30 gli anni.

        Comunque questo mio ex prof aveva proprio una raccolta corposa e non il busto di LVI o la bandierina col fascio. E tutto era nazista, non fascista…

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  4. Conte Gracula ha detto:

    Forse è stata inserita la storia d’amore, col cattivo baffone e insidiatore, proprio per rendere il film più americano e piazzarlo più facilmente sul mercato internazionale: senza un momento “Oh, guarda, che carino, progetta macchine di morte perché la ama!” sembra che manchi profondità e umanità 😛

    Riguardo al fatto che il tipo non abbia fatto un soldo, beh, la sua nazione funzionava così, non veniva valorizzato molto lo sforzo creativo, soprattutto a livello monetario: ricordo che Jessica Fletcher, in un episodio, si lamentava della mancanza di royalty delle edizioni russe dei suoi libri, mentre nella realtà, il creatore di Tetris scoprì solo negli tardi anni ’90 quanti soldi facevano gli altri col suo gioco (che ispirò diverse altre meccaniche) ^^

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  5. Willy l'Orbo ha detto:

    Mi hai letto nel pensiero??? Lo vedo stasera! 🙂
    Ergo, domani leggo la tua recensione e, alla luce della visione, ti farò sapere, sempre qui, se le tue impressioni coincidono con le mie. Ci vediamo, appunto, domani, sempre in questo medesimo luogo, appuntamento fissato! 🙂 🙂 🙂

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Ti aspetto ^_^

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      • Willy l'Orbo ha detto:

        Come promesso, eccomi: che dire? Condivido in tutto e per tutto la tua recensione: film sicuramente piacevole ma che poteva essere molto di più con un tratto di cancellina qua (storia d’amore, quella è la porta, please) e un approfondimento là (i non pochi perché da te elencati e a cui il film non dà risposta); con le caratteristiche sopra avrei accettato con più filosofia anche l’aspetto agiografico. Ho trovato la prima parte migliore, mi ha attirato anche la ricostruzione di luoghi, mezzi (treni, carri armati), oggetti del periodo. Nel complesso comunque un film certamente buono che poteva essere ottimo, poteva essere come il tuo post (che tra l’altro ha spiegato alcune cose lasciate in sospeso nel film come i motivi del nome)! 🙂

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Ti ringrazio, e hai notato come proprio sul nome dell’arma si soprassieda in maniera assurda? Anzi, nel dialogo con la moglie sembra quasi che quell’AK sia dedicato a lei…
        La nuova cinematografia bellica russa fa delle ricostruzioni da applauso, probabilmente la sterminata campagna russa ha ancora stazioni e treni rimasti lì dai tempi, da usare nei film, comunque è proprio perché la costruzione del film è ottima che dispiace si perda proprio sul trema che dovrebbe affrontare. Rimane però una bella visione 😉

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      • Willy l'Orbo ha detto:

        Concordo su tutto: il fatto che sembri dedicato alla moglie (complice la desinenza “ova” che in russo designa le donne ma, se non ricordo male, è come se fosse un patronimico/complemento di specificazione-anche nel caso del fucile), la bellezza delle ricostruzioni, il peccato che si perda il tema centrale e comunque la soddisfazione di aver visto, nonostante ciò, un bel film! 🙂

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Temo che nell’Occidente di oggi l’idea che una moglie sposandosi prendesse un nome che indicasse la “proprietà” del marito verrebbe presa molto male, ma quella era la cultura. Infatti il “Kalashnikova” del fucile dovrebbe essere il genitivo del nome, “di Kalashnikov”, che quindi può andare sia per il suo fucile che per sua moglie: non so se succeda ancora, fra i russi d’oggi, ma sai le risate se lo scoprissero le donne occidentali? 😀

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      • Willy l'Orbo ha detto:

        Ahahaha.esatto! 🙂
        Noi in Italia discutiamo sul femminile di certi termini come direttore, dirigente…e in Russia…ova e tutti zitti! 🙂

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