Jackie Chan Story 30. Rush Hour 3

Continua il viaggio agli albori della carriera di Jackie Chan, mediante la sua corposa autobiografia I am Jackie Chan. My Life in Action (1998), eventualmente integrata con l’altra autobiografia Never Grow Up (2015). Sono entrambe inedite in Italia, quindi ogni estratto del testo riportato va intendersi tradotto da me.

Il nuovo millennio è un periodo strano per Jackie, anche perché la sua Alma Mater, la storica casa di produzione Golden Harvest Productions, non è più quella di una volta: la coraggiosa piccola casa che osò sfidare il colosso Shaw Bros, vincendo grazie al successo di Bruce Lee e mantenendo il primato grazie ai film di Jackie Chan, dal 2001 in pratica svanisce, frazionandosi in altri nomi. Hong Kong non è più uno scoglio occidentale, l’oceano cinese l’ha travolto. Ora a comandare nel cinema sono case di proprietà della Repubblica Popolare Cinese, come la China Film Group Corporation, e ora chi vuole lavorare nel cinema deve aderire ai valori di uno Stato che definire totalitario è forse riduttivo.

In questo ambiente è difficile capire se Jackie abbia sinceramente aderito al nazionalismo più smaccato per convinzione personale o semplicemente perché è l’unica scelta se vuole continuare a lavorare: nessun produttore internazionale gli concederebbe la totale libertà artistica che ha in patria, dove peraltro è venerato come un dio, quindi a meno che non voglia fare per sempre il pagliaccio per il pubblico americano Jackie deve riscoprire i sacri valori cinesi veicolati dal revisionismo storico di partito: se un grande critico come Zhang Yimou si presta a quella becera propaganda di The Hero (2002) – dove una leggenda popolare diventa un’occasione per incitare i cinesi a raccogliersi “sotto lo stesso cielo” e ad evitare qualsiasi dissenso – allora Jackie può iniziare a sfornare film in costume come The Myth (2005). Ma anche dimenticabilissimi prodotti come Rob-B-Hood (2006).

Con la perdita dell’indipendenza politica e culturale, la terza cinematografia del mondo perde gran parte del fascino che l’ha resa dominatrice per interi decenni: ora non esiste più divisione fra i piccoli film cinesi di propaganda e i grandi successi di Hong Kong, con il nuovo millennio è quasi tutta “roba cinese”. Quindi niente critiche alla società, niente attacchi, niente sarcasmo, niente dissenso e i cinesi “sono tutti fratelli”, che lo vogliano o meno, come vedremo più avanti.

Per tirare un po’ il fiato, Jackie ha la possibilità ogni tanto di andare a divertirsi in America a lavorare con Chris Tucker, nei rari momenti in cui il comico decide di tornare al cinema.


Rush Hour 3

Uscito in patria americana il 30 luglio 2007, il film arriva nelle sale italiane almeno dal 5 ottobre successivo per Key Films con il titolo Rush Hour 3. Missione Parigi. Medusa Video lo porta in DVD e Blu-ray dal gennaio 2008.
Stando a FilmTV.it il film arriva in TV il 26 febbraio 2009, su Rai4, e da allora è ampiamente replicato.

Il nostro Carter (Chris Tucker) è stato finalmente punito e l’hanno mandato a dirigere il traffico, anche se riesce a fare danni anche in questa occasione. Invece Lee (Jackie Chan) è sempre l’agente speciale al fianco dell’ambasciatore Han (Tsi Ma), tornato in scena dopo il primo film. Quando questi parla alle Nazioni Unite e diventa vittima di un attentato, Lee deve tornare di nuovo a lavorare sul campo con l’amico Carter, ma stavolta è una questione personale: l’attentatore infatti è suo fratello Kenji (Hiroyuki Sanada).

L’idea di dare ad un cinese un fratellastro giapponese è la cifra stilistica dell’intero film. Essendo infatti un prodotto americano, Paese ossessivamente attento al politicamente corretto e al rispetto delle differenze culturali, è tutto un susseguirsi di luoghi comuni razzisti: forse la cocente passione americana per il rispetto delle diversità vale solo sul proprio suolo, così appena si esce ci si può sfogare con ogni più sfinterico stereotipo razziale. Per esempio in ogni singola opera narrativa americana viene specificato che i francesi sono stronzi e antipatici, al che mi chiedo: perché gli americani continuano a considerare Parigi il loro sogno proibito? Se vi fanno così tanto schifo i francesi, perché continuate a cercarli?

Roman Polanski ora vi illustra dove infilarvi i vostri stereotipi

Lo sceneggiatore Jeff Nathanson, lo stesso del secondo episodio della saga, non ci prova neanche più ad inventarsi qualcosa perciò va avanti con il pilota automatico: tanto lo sanno tutti che l’occidentale potente sarà il cattivo, perché sforzarsi? Evidentemente alla New Line Cinema hanno dei grafici che dimostrano come il vero interesse del pubblico siano le battute razziste su quegli stupidi che sono nati al di fuori degli Stati Uniti – lo dimostra quella cloaca a cielo aperto di Spider-Man: Far from Home (2019) – perché allora perdere tempo con una trama? Andiamo a Parigi a dire ai francesi che sono stronzi, roba nuovissima, poi andiamo ad un localino fru fru dove suonano il Can Can, e via tutti alla scena finale sulla Torre Eiffel. Grande mistero sull’assenza di almeno un personaggio con il basco in testa, la maglia a righe e la baguette sotto l’ascella: si vede che è un film di gran gusto.

Quando il buon gusto si addormenta e ha gli incubi

Il film l’ho visto appena uscito, o forse qualche tempo dopo, comunque mi stupisce che nella mia classifica personale gli abbia dato voto 6 su 10, forse all’epoca ero più stregato dall’affiatata coppia comica, o magari nel frattempo ho cambiato gusti, comunque rivisto oggi è stata un delusione cocentissima e non gli darei neanche 3 su 10. È la prima volta in questa saga che rivedendo il film non confermo l’impressione dell’epoca: forse sono diventato più intollerante al razzismo becero, quello che se lo fai in America ti crocifiggono in piazza ma se lo fai all’estero tutti ridono. Onestamente una volta completata la quinta elementare non mi fanno più ridere le battutine su quanto siano stupidi gli stranieri ad essere stranieri.

A pensarci, questo stereotipo di francese potevano usarlo pure per una missione in Italia

Stando ad IMDb il risultato al botteghino di questo terzo film non è stato spumeggiante come nei titoli precedenti, sia perché è costato di più sia perché ha incassato decisamente di meno del previsto. In pratica si è limitato a rientrare delle spese, guadagnando con il mercato estero. Non stupisce che la saga si interrompa qui, anche se (sempre stando ad IMDb) pare sia stia parlando di un Rush Hour 4: spero di cuore non si faccia mai, vista l’età raggiunta dai due protagonisti.

Chiusa la parentesi umoristica (o supposta tale), Jackie può tornare alla propaganda cinese: non so quale delle due sia meglio.

(continua)


L.

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26 risposte a Jackie Chan Story 30. Rush Hour 3

  1. Cassidy ha detto:

    Di fatto tra la propaganda e la comicità razzista americana, è un po’ come scegliere se saltare nel fuoco oppure in un burrone. Gli americani non si toglieranno mai quella puzza da sotto il naso, i cinesi ora producono solo film in cui raccontano quando è meravigliosa la Cina, in mezzo Jackie a fare i salti mortali, sarà anche bravo a farli, ma penso che anche lui preferiva i tempi in cui rischiava l’osso del collo e non la credibilità 😉 Cheers

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      I primi due Rush Hour non mi sembravano così schiavi della battutaccia razzista, su quanto siano stupidi gli stranieri ad essere stranieri, e rivisti oggi mi sembrano mantengano il divertimento dell’epoca: mi stupisco di me stesso quando scopro che all’epoca mi sia piaciuto questo inguardabile terzo episodio! Forse sono più intollerante alle battutacce rispetto a prima, boh…

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      • Giuseppe ha detto:

        Ma infatti i primi due Rush Hour non indulgevano su beceri stereotipi riguardo all’immensa sfortuna (o, meglio, colpa) di essere nati fuori degli USA. Quanto al terzo, che già mostrava comunque di avere il fiato corto rispetto ai precedenti, ricordo di averlo trovato abbastanza divertente all’epoca… in caso però dovrei rivederlo, per confermare o meno lo stesso parere anche oggi.
        Certo che la posizione di Jackie è tutto fuorché invidiabile, avendo in sintesi solo due alternative per poter lavorare: o continuare a far “ridere” in quell’America che non lo ha mai capito, o starsene in una Hong Kong dove l’indipendenza politico/culturale è solo un lontano ricordo e sottostare (mi risulta assai difficile credere a una sua convinta adesione) alle direttive della propaganda nazionalista/revisionista…

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Ricordare alle nuove generazioni la cultura del proprio Paese va bene, ma il passo verso la propaganda di regime è davvero breve. Inoltre Jackie è nato e cresciuto ad Honk Kong, quindi fa strano che ora si faccia paladino dei valori della Cina continentale, che è un Paese straniero per lui. È come un ucraino che parli dei grandi valori della Russia 😀

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  2. Madame Verdurin ha detto:

    So che Rob-B-Hood non è un capolavoro, ma io ci sono affezionata lo stesso, intanto perché mi ha fatto ridere e poi perché subito prima di vederlo ho stretto la mano a Jackie Chan 🙂

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  3. Charlie Chan Spenser ha detto:

    Mh… Per rimanere in tema.. Madame Verdurin.. Ma è vero che i cinesi hanno le mani piccole?

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  4. Zio Portillo ha detto:

    Non lo ricordo minimamente e nemmeno leggendo il post mi si è smosso qualcosa nel cervello. Sai che a sto punto credo di non averlo mai visto nonostante i millemila passaggi tv? Tirando le somme dopo aver letto il tuo pezzo, quasi quasi è meglio così… 😀

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  5. Willy l'Orbo ha detto:

    Nei miei ricordi gli attribuirei un 6 e mezzo, insomma un voto non troppo distante dal tuo originario, ma leggendo la recensione e rimescolando i (non molti) ricordi che galleggiano nella mia testa, mi sa che, rivedendolo, anche io potrei abbassare assai la precedente valutazione!
    Magari tra un replica e l’altra (anche se non ai livelli della saga di Missing in action che praticamente è in palinsesto OGNI sera!), ci scappa che gli dia uno sguardo per verificare! 🙂

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Missing in Action è così replicato che ha sciabordato: l’altra sera l’hanno fatto pure su Paramount! Quanto dev’essere misero il catalogo Paramount se ha bisogno di riempire una serata con un film che Spike manda tutti i giorni??? 😀

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      • Willy l'Orbo ha detto:

        Vero ma finché è Missing in action…solo rispetto! 🙂
        (Un po’ come il post su Dolph dell’altro giorno, tali dichiarazioni servono anche per salvaguardarci da ritorsioni della barba che dà i calci rotanti o dello svedesone! 🙂 )

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Proprio parlando di Dolph, con la quantità spropositata di suoi film rarissimi in lingua italiana, non sarebbe il caso di mandare qualche suo titolo fra un Chuck e l’altro? Non dico di ridurre i cento film a settimana di Seagal, ormai presenza fissa di ogni canale – pure Radio Maria! – ma almeno ogni tanto anche Dolph meriterebbe un po’ d’attenzione 😛

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      • Willy l'Orbo ha detto:

        Hai ragionissima! Sai che ne parlavo proprio questi giorni con un mio amico anche lui appassionato di film d’azione? Fanno talmente tanti film di Seagal e Chuck che questo ostracismo nei confronti del nostro svedesone preferito è un affronto!
        Dopo i Bulgari Awards tocca fare una petizione anche per la proposizione dei film del nostro in palinsesto! 🙂

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Non so come funzioni, ma chissà che i film proposti nelle piattaforme streaming non possano essere poi trasmessi in TV, per questioni di diritti, perché su Prime Video è stra-pieno di film di Dolph: che sia per quello che è scomparso da anni da ogni canale televisivo???

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      • Willy l'Orbo ha detto:

        Oddio, effettivamente il tuo ragionamento fila. Ergo, mi tocca sperare nel subitaneo fallimento di Prime Video! 🙂

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