Quando Parker divenne donna per Godard (1966)

Gli investigatori letterari lo sanno, quando si segue una pista non la si molla più. Così quando la nostra Vasquez si è messa sulle tracce di Parker, il celebre eroe criminale dei romanzi di Richard Stark (cioè Donald E. Westlake), dopo averne fatto una panoramica sulla carriera filmica si è trovata di fronte ad un film indescrivibile: Made in U.S.A.

Perché focalizzarsi su questo film? Perché è avvolto al mito dei diritti non pagati. Nessuno riporta questa notizia, eppure la pagina Wikipedia inglese (e solo quella inglese) afferma che il produttore del film non avrebbe pagato i diritti per il romanzo di Stark da cui è liberamente tratto il film, e così Westlake avrebbe intentato una causa che ha bloccato la distribuzione di Made in U.S.A nel suo Paese: solamente il 1° aprile 2009, a pochi mesi dalla morte del romanziere, il Castro Theatre di San Francisco per la prima volta ha proiettato il film su suolo americano. Accidenti che notizia, possibile che nessuno, neanche i biografi di Godard, la riportino?

Stavolta non si può accusare Wikipedia di riportare “voci di corridoio”, perché la notizia ha la sua bella nota esplicativa, che rimanda ad una pagina della Rialto Pictures, cioè la casa che distribuisce il film in America e che sventola in giro come quella citata sia la prima proiezione americana: di nuovo, è solo la casa che lo afferma. Nel sito non c’è il benché minimo riferimento a una causa che avrebbe bloccato la distribuzione americana del film per quarant’anni, eppure mi sembra una notizia degna di nota. Girando per le pagine collegate a questo sito, finisco in quella di InterviewMagazine del 6 gennaio 2009 che ricorda Westlake a pochi giorni dalla dipartita (31 dicembre 2008). Dopo aver citato l’opera dello scrittore e come abbia influenzato il cinema, scatta il “notizione”:

«Godard ha adattato il romanzo di Westlake The Jugger ma non ha mai comprato i diritti, così l’autore gli ha fatto causa. Il risultato è che il film di Godard non è mai stato distribuito negli Stati Uniti, fino ad ora.»

Ah però, notizia bomba, che ovviamente non ha alcuna fonte: come mai nei precedenti quarant’anni nessuno l’ha mai citata? È uno scoop dell’autore di questo trafiletto, Darrell Hartman? Però attenzione, perché c’è una seconda bomba:

«Cos’ha fatto cambiare idea a Westlake, che ha autorizzato la distribuzione americana prima di morire?»

Spettacolare! Quindi Hartman non solo è così sicuro della causa quarantennale da non sentire il bisogno di spiegare come faccia a saperlo, ma addirittura ci rivela che il mese precedente Westlake ha magnanimamente concesso ciò che non poteva concedere (visto che di solito un autore non è libero di disporre a piacimento dei diritti delle proprie opere). Visto che anche stavolta non c’è la minima ombra di fonte, siamo autorizzati a supporre che Hartman la settimana precedente si sia presentato davanti al moribondo Westlake, si sia chinato sul suo letto di morte e gli abbia sussurrato: «È vero che hai concesso i diritti di distribuzione su suolo americano di un film di quarant’anni fa?» Per me non c’è altra soluzione…

Wikipedia è l’unica a parlare di una fantomatica causa legale, di cui non riporta fonti se non vaghi “sentiti dire” – citare una fonte inattendibile non la rende una fonte attendibile – mentre il più cauto Leonard Maltin, uno dei più celebri critici cinematografici statunitensi, nella sua storica Movie Guide specifica che il film di Godard è un «adattamento non autorizzato», senza stare a citare cause legali. Curiosamente però Maltin è dal 2006 che ha aggiunto il film alla sua guida, segno forse che Made in U.S.A non era così inedito nel Paese come lo si è voluto presentare nel 2009. Che girasse per cineforum sin dagli anni Sessanta possiamo darlo per scontato, ma la Movie Guide di Maltin è per profani, non per “addetti ai lavori”.

Per finire, mi rivolgo ad una fonte leggermente più blasonata di Hartman, cioè il “The New York Times“. Mentre il 6 gennaio Hartman rivelava le confessioni che Westlake gli aveva fatto dal letto di morte, A.O. Scott due giorni dopo (l’8 gennaio 2009) scriveva sul celebre quotidiano:

«Made in U.S.A si è visto raramente negli Stati Uniti sin dalla sua apparizione al New York Film Festival del 1967.»

Ma non era inedito su suolo americano? Di certo i festival non possono essere considerati come “proiezione per il pubblico”, ma ciò che conta è che il giornalista del “New York Times” non fa la minima pur vaga menzione di un qualsiasi problema legale inerente il film, e sì che cita il romanzo di Westlake come vago ispiratore della pellicola. Quindi, di nuovo, finora è solamente Darrell Hartman ad aver parlato di una causa legale, senza specificare come faccia a saperlo, poi il suo pezzo è finito in Wikipedia – cioè l’unica fonte consultata dagli eminenti giornalisti del nuovo millennio – e da allora gira liberamente senza che nessuno abbia mai pensato di verificarne l’attendibilità. E senza che nessuno si sia domandato come mai nei quarant’anni precedenti quella notizia semplicemente non esistesse.

Made in U.S.A è davvero il tentativo di Godard di portare il criminale Parker su grande schermo? A questo punto devo chiedere aiuto a Vasquez, la mia inviata speciale in Zona Parker, così da fare un post congiunto: ecco l’indice per potervi muovere fra gli argomenti trattati.


Indice:


Da Richard Stark a Ben Barka
Evoluzione di una storia politico-criminale

Su Jean-Luc Godard è stato scritto tantissimo, ma del regista più che prolifico sono state di solito affrontate le opere più note o più pregne: i suoi piccoli titoli minori e di poco successo sono abbastanza ignorati. In pratica ho trovato un’unica fonte che spenda più di due parole di circostanza sul film in questione.

Nel saggio Jean-Luc Godard, tout est cinéma. Biographie (2010) Richard Brody racconta che tutto nasce da problemi economici di Georges de Beauregard, noto produttore che sovvenzionava film di Godard e degli altri autori della Nouvelle Vague sin dall’inizio degli anni Sessanta. A quell’epoca (inizio 1966) Beauregard ha modo di beneficiare di crediti solamente se sforna un film, quindi si rivolge a Godard e lo lusinga dicendogli che lui è l’unico in grado di preparare in tempi da record la lavorazione di un film e, con la velocità del baleno, di tirare fuori un prodotto un minimo decente, malgrado la fretta. Il regista ha anche lui bisogno di soldi in fretta (per una tassa da pagare, specifica Brody), così accetta la sfida, e quel gennaio 1966 si infila nella prima libreria che trova, uscendone con in mano una copia appena uscita della “Série noire”.

La collana della Gallimard in quel gennaio ha appena presentato il romanzo Rien dans le coffre (n. 1025), tradotto dall’inglese da Noël Chassériau, che curava anche autori come James Hadley Chase, Samuel Fuller, Jim Thompson e David Goodis. Il romanzo in questione è la versione francese di The Jugger (Pocket Books, luglio 1965), sesta impresa del criminale Parker firmata da Richard Stark (storico pseudonimo di Donald E. Westlake) che arriverà poco dopo in Italia come Hai perso il morto, Parker!, “Il Giallo Mondadori” n. 912 (24 luglio 1966).

Godard non può assumere alcun attore importante, i soldi in ballo sono pochi spicci, quindi non può far altro che rivolgersi ad amici e attori ricorrenti, come Jean-Pierre Léaud, László Szabó, Yves Afonso, Ernest Menzer, Rita Maiden e via dicendo. Come ruolo da protagonista, la danese Anna Karina che Godard ha sposato nel 1961: al tempo delle riprese, però, i due sono già separati.

L’ex amata Karina e un cosplayer di David Goodis

Stando alla ricostruzione di Brody, l’8 luglio di quel 1966 il produttore Beauregard annuncia alla stampa che di lì a tre giorni inizieranno le riprese del film Le secret, diretto da Godard e interpretato da sua moglie Anna Karina. Il titolo del film viene subito cambiato in Made in U.S.A e il settimanale “Le Nouvel Observateur” del 12 ottobre 1966 riporta le parole con cui il regista ha descritto il film:

«la congiunzione di tre miei desideri: compiacere un amico, sottolineare l’americanizzazione della vita francese ed usare uno degli episodi del caso Ben Barka.»

Da questa breve dichiarazione già si capisce che fra gennaio e luglio del 1966 del romanzo di Richard Stark non è rimasto molto da portare su schermo.

Il 30 ottobre 1965, un anno prima del commento di Godard, il celebre quotidiano “Le Monde” aveva annunciato l’arresto di Mehdi Ben Barka, politico marocchino di sinistra e capo dell’opposizione nel suo Paese che, dopo dieci anni di esilio, nel 1962 era tornato in una patria scossa da profonde tensioni sociali. Politico scomodo e troppo interessato all’indipendenza, il 29 ottobre Ben Barka scompare nel nulla: dopo l’annuncio di “Le Monde”, la polizia nega di averlo arrestato. Per mesi le fonti di informazione si chiedono che fine abbia fatto il politico, se sia detenuto ufficialmente o “fatto sparire” in qualche modo, e alla fine scoppiò una bomba mediatica quando inizia a girare la notizia che i Governi francese e marocchino e i loro servizi segreti avrebbero agito di comune accordo per rapire e torturare a morte lo scomodo politico. Ovviamente non è una verità ufficiale, i due Governi hanno sempre negato qualsiasi coinvolgimento, anche se nel 1973 alla morte del generale Oufkir, che sin da subito venne riconosciuto fra i “congiurati”, il Marocco pare abbia riconosciuto tutto l’accaduto ma attribuendolo ad un’iniziativa personale di Oufkir, senza l’aiuto di nessun servizio segreto o altro.

Lo scottante misfatto di politica estera colpisce profondamente Godard. Nel saggio En attendant Godard (1967), una lunga intervista condotta da Michel Vianey in quel novembre 1965 in cui Godard era in una pausa dal montaggio del film Il maschio e la femmina (che uscirà nel marzo 1966), si accenna all’argomento:

«Stamattina quando mi sono svegliato mi sono chiesto se avessi letto che Ben Barka era stato ritrovato o se lo avessi sognato. Ho finito per non capire niente.»
(pagine 210-211)

In quel gennaio 1966 in cui Godard esce dalla libreria con sotto mano il romanzo di Stark, Georges Figon rilascia una lunga dichiarazione a “L’Express” (10 gennaio) in cui nella veste di partecipante agli eventi racconta tutti i particolari del sequestro, della tortura e dell’uccisione di Ben Barka da parte di Francia e Marocco. Sette giorni dopo la polizia francese fa irruzione nel suo appartamento e, guarda a volte la coincidenza, Figon viene trovato cadavere. Chi l’ha ucciso? La risposta è ovvia: è stato suicidato.

Classe 1926, figlio di un alto funzionario statale francese, Figon appena trentenne aveva già una rapina in banca e un tentato omicidio nel curriculum. Uscito di prigione nel 1962, incontra Marguerite Duras e comincia a lavorare ad un film televisivo che racconti la vita carceraria. Stando alla ricostruzione di Brody, Figon è sinceramente interessato al cinema di denuncia ma ancor più interessato ai soldi: quando gliene offrono per organizzare un finto film indipendentista, al solo scopo di attirare Ben Barka nel progetto e rapirlo, lui accetta, per poi dileguarsi dopo lo scoppio del caso Barka. La sua dichiarazione-confessione a “L’Express” gli varrà la vita. Ma anche l’attenzione di Godard.

Il regista sente uno strano legame con Figon, questa figura attratta da un’idea di cinema che non riesce a realizzare – visto che Figon voleva davvero lavorare per il cinema, e in casa sua sono state trovate alcune sue sceneggiature – e a suggellare l’ideale collegamento arriva la scoperta, in quel gennaio in cui Figon viene trovato morto, che la sua amante era l’attrice parigina Anne-Marie Coffinet, che Godard conosce da almeno dieci anni. Questo strano “legame” con Figon spinge il regista a focalizzarsi sulla sua figura, con una protagonista femminile – che simboleggia l’amante Coffinet – che va alla sua ricerca.

«Immaginavo che Figon non fosse morto, che si fosse rifugiato in provincia, che avesse scritto alla sua ragazza perché lo raggiungesse. Lei arriva all’indirizzo concordato ma lo trova morto davvero […]. Invece di chiamarsi Figon il mio personaggio si chiama Politzer […]. Per amore la donna si trasforma in investigatrice. Poi viene coinvolta in una rete di poliziotti e criminali e finisce per voler scrivere un articolo sul caso.»

Questa è l’idea che Godard ha del film Made in U.S.A, come la racconta a “Le Nouvel Observateur” quel 12 ottobre 1966. E per completare la fusione, la voce di Figon che a un certo punto sentiamo in un registratore è quella di Godard stesso.

Humphrey Karina e il caso del Figon scomparso

La complessa trama prevede una cospirazione per eliminare nemici politici messa in piedi da Richard Nixon e Robert McNamara, con i due personaggi interpretati da Jean-Pierre Biesse e Sylvain Godet, due critici cinematografici della storica rivista “Cahiers du cinéma”, di nuovo a sottolineare come dietro la trama da spy story ci sia un regista che si sente minacciato da chi analizza i suoi lavori.

Non va però dimenticato che Made in U.S.A è principalmente un addio ad Anna Karina, la moglie attrice da cui ormai è separato. Le lunghe sequenze di primi piani che insistono sul volto della donna da varie angolazioni vengono spiegate da Brody in modo delizioso e struggente: «un vero e proprio catalogo di ricordi».

«I primi piani sono i più espressivi, a colori, che Godard abbia girato fino ad oggi, e testimoniano l’atto del ricordo. Grazie a loro, il film esiste per il più semplice dei motivi: assolvere alla funzione primaria del ritratto, cioè guardare ancora il volto di chi non c’è più.»

In un’intervista del 2002 l’attore László Szabó ricorda che Anna Karina ha pianto per tutte le riprese della scena finale.

Godard che incede sul volto piangente dell’amore perduto

Godard usa un brogliaccio di storia nera “all’americana” per coprire una ricerca interiore, non solo sul ruolo dell’artista in un mondo pieno di “infiltrazioni” estere, ma anche una riflessione sul proprio rapporto di coppia. Nella visione di Godard di una Francia infiltrata dal potere politico americano e piegata dalla polizia segreta… alla fine cosa resta del romanzo originale di Stark/Westlake? Per questo lascio la parola a Vasquez, più sotto.

Per chiudere, mi preme specificare che ho trovato il film assolutamente inguardabile: bisogna essere un violento appassionato della Nouvelle Vague per sopportare questo stile basato esclusivamente su simbolismi ad un tempo estremamente superficiali ma anche totalmente criptici, a volte comprensibili solo per l’autore.


La distribuzione italiana

Il 26 gennaio 1967 Made in U.S.A esce in Francia ed è accolto con grande entusiasmo dai critici: addirittura Pierre Daix su “Les Lettres française” (22 dicembre 1966) lo paragona al Guernica di Picasso. Malgrado questo entusiasmo, Godard confessa di ritenere un insuccesso questa sua opera: «Il primo dei miei film che non ha funzionato, anche con il piccolo pubblico che avevo formato, è stato Made in U.S.A

Di sicuro al giovane pubblico di sinistra non è piaciuto, e su “Cahiers du Cinéma” in quel gennaio 1967 il nostro giovane Bernardo Bertolucci lo definisce «un film che tradisce la politica, paralizzato nonostante la sua grande libertà dal conformismo ideologico». Godard risponde su “Le Monde” del 27 gennaio successivo:

«In Made in U.S.A c’è una scena in cui si legge la copertina di un libro, Gauche, année zéro: l’ultima volta che si vede questa copertina si sente l’inizio di un movimento della Quarta sinfonia di Schumann: a meno che non siate ciechi o sordi, è impossibile non capire che questa inquadratura, cioè questo misto di immagine e suono, rappresenta un movimento di speranza.»

Il 31 agosto 1968 la commissione di censura italiana presieduta da Leonardo Rampa rilascia il nulla osta alla proiezione in sala, però con il divieto ai minori di quattordici anni. «Tale divieto è motivato dal clima angoscioso del film che, evidenziato da alcune sequenze a carattere impressionante, risulta controindicato alla particolare sensibilità dei minori di tale età».
In questo periodo Godard è amato e distribuito in Italia ma certo non con ordine, come si lamenta il giornalista de “l’Unità” che recensisce questo titolo il 17 gennaio 1969.

«Detto in breve, Made in USA è la storia d’una ragazza, Paola, che indaga sulla morte del suo amato Richard, il quale è stato soppresso per avere fatto importanti scoperte su un delitto politico. L’ambiente è quello dell’immaginaria Atlantic City, simbolo evidente di una Francia americanizzata, nonostante De Gaulle.»

Il commento del giornalista non è lusinghiero, visto che considera il film «confuso e velleitario», così come la recensione de “la Stampa” del 2 ottobre 1970 non ci va giù leggera:

«Il film denuncia i segni d’una certa frettolosità nella riduzione del romanzo Rien dans le coffre di Richard Stark, con il risultato d’un racconto non passato al setaccio dell’autocritica, perciò prolisso e verboso. Oltre che difettoso in limpidezza.»

Ora, le ipotesi sono due: o il giornalista (che si firma “a. val.”) ha letto il romanzo in lingua francese Rien dans le coffre e ha potuto giudicare che il film di Godard ne è una frettolosa riduzione, o non sa cosa sta dicendo, limitandosi a riportare notizie d’altri: altrimenti avrebbe citato il titolo italiano del romanzo di Stark, non quello della traduzione francese. “la Stampa” è un quotidiano torinese e lì si parla molto il francese, quindi non ho dubbi che il giornalista si sia informato bene prima di scrivere…

Girato per qualche anno in sala, con l’inizio degli anni Ottanta inizia la sua vita televisiva nei più minuscoli canali locali, destinato a eterno oblio. Nel 1991 la Vivivideo lo porta in VHS, nella collana “Pocket Video”.


Hai perso il morto, Parker
La recensione di Vasquez

Il rapinatore professionista Parker lascia la relativa tranquillità di Miami dove si è costruito un’identità rispettabile per rispondere alla chiamata di un vecchio scassinatore in pensione. L’unico suo interesse, ovviamente, non è il benessere del vecchio complice, ma le cose di cui è a conoscenza e che potrebbe spifferare in un momento di debolezza.

Parker non arriva in tempo a Sagamore (Nebraska) piccola cittadina a 60 chilometri da Omaha: Joe Sheer è morto. Di infarto, dicono tutti: il medico che ha redatto il certificato di morte, l’impresario delle pompe funebri, il capo della polizia locale Abner L. Younger. Dicono anche che dietro la sua morte si celi un bottino da mezzo milione di dollari, ma Parker è l’unico a sapere che non è così, e si pente quasi subito di essersi lasciato coinvolgere.

Inizia così un balletto tra ingenui poliziotti di periferia, funzionari della polizia di stato un po’ più furbi, ex complici poco affidabili, vicini impiccioni, e Parker, che è sempre un passo avanti a tutti.

Lo stile asciutto di Richard Stark fa da perfetta guida alle azioni del suo personaggio più spietato: entrambi non si perdono in chiacchiere inutili. L’azione fa da padrona in una vicenda arzigogolata come poche, che fra l’altro vediamo da due diversi punti di vista: quello del nostro protagonista, e quello del capo della polizia di Sagamore, Younger, ma l’attenzione rimane desta e la curiosità di sapere come la matassa verrà sbrogliata ci accompagna durante tutta la lettura.

Un’altra avventura del gangster più duro del noir, che nonostante le spalle al muro, trova sempre il modo di cavarsela, progettando già il prossimo colpo con una banda nuova di zecca, nuovi documenti, e forse una nuova faccia… di nuovo!


Quando Godard incontra Stark
La recensione di Vasquez

Ben Barka: leader dell’opposizione in Marocco negli anni ’60, condannato a morte in contumacia per aver tentato di rovesciare la monarchia nel suo Paese, fatto sparire a Parigi sul finire del 1965 forse dai servizi segreti francesi, più probabilmente ad opera del Mossad.

John F. Kennedy: 35° presidente degli Stati Uniti, assassinato in quel di Dallas nel 1963.

È sufficiente nominare questi due personaggi totalmente fuori contesto per poter definire un film “politico”?
E se si aggiungono nastri registrati da un uomo che forse è stato assassinato, che snocciola incomprensibili proclami comunisti il film diventa “politico”?
E se invece i personaggi dichiarano: «Sono in un film di Walt Disney però con Humphrey Bogart, quindi in un film politico» si capisce che il film è politico?

«Com’è ’sto film?» «È politico.» (semi-cit.)

Ma se dichiarano: «Ero proprio in un film politico, vale a dire un Walt Disney con del sangue» per forza che il film diventa “politico”, dài.

Ammazza quant’è politico ’sto film

La trama. Eh, la trama: tutto ciò di cui non si perdeva nemmeno per un attimo il filo nel libro, viene reso inutilmente incomprensibile in questo film. I personaggi sono sostanzialmente gli stessi, a parte la protagonista, primo e unico caso in cui “Parker” viene rappresentato al femminile.

Basta un impermeabile e sei subito Humphrey Bogart ad Atlantic City

Paula Nelson, giornalista della rivista “Radar” abile nel maneggiare la pistola, deve scoprire com’è morto il suo ex amante Richard, il cui cognome viene sempre coperto da rumori diegetici. Si reca quindi in quella che dovrebbe essere un’immaginaria città americana (da cui il titolo) ma che viene pronunciata sempre alla francese, Atlantic Cité. Tutti quelli che incontra: il medico legale che ha redatto il certificato di morte, la polizia francese, un certo Vidmark dell’anticrimine che non la molla un attimo, sostengono che Richard sia morto d’infarto, ma lei è convinta di tutt’altro.

«So che l’hanno ammazzato con un colpo alla nuca…»

Seguono una serie di situazioni incomprensibili, dialoghi ai limiti dell’assurdo e indizi caotici. Il tutto inframmezzato dai personaggi che si rivolgono direttamente allo spettatore per dar voce ai loro pensieri, altri tizi che non si sa perché siano stati ripresi dalla cinepresa, e strani fotogrammi fumettistici.

Mi dicono dalla regia che questi sono “riferimenti pop”

La situazione, cioè l’omicidio da risolvere, la protagonista, i comprimari, anche certi accadimenti, sono in tutto e per tutto ricalcati sul libro di Westlake/Stark, ma non se ne comprende il motivo. Avrebbero potuto prendere tutt’altro canovaccio e tirarne fuori la stessa matassa incomprensibile. Non avevo mai visto un film di Godard. Non credo che ne vedrò altri, ed è davvero un peccato che lo scrittore americano si sia ritrovato associato a questo film, e con i suoi personaggi completamente stravolti, per giunta!!
In ogni modo alla fine arriva anche il messaggio politico, didascalico: «Destra e sinistra sono un concetto completamente superato: la destra perché è istupidita a forza di cattiverie, e la sinistra perché e sentimentale».

Io chiamo Batman: se non può aiutarmi lui a capirci qualcosa, non può riuscirci nessuno!


Ringrazio Vasquez per la sua preziosa partecipazione.

L.

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15 risposte a Quando Parker divenne donna per Godard (1966)

  1. Cassidy ha detto:

    Godard penso che sia in grado di fare paura anche ai cinéfili nell’era dell’Internét, quelli molto impegnati a passare per colti, ma il Zinefilo non teme nemmeno Godard! 😉 Finisco per guardare i suoi film, come se fossero una puntata di Blob, quindi mi ha fatto piacere vedere il Vasquez vs Godard, mi conferma che non sono il solo a dover masticare il “boccone” più e più volte, poi di solito lo apprezzo, per il masticamento è richiesto 😉 Fila invece alla grande l’indagine, come sempre si legge che è un piacere, grazie ad entrambi! Cheers

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      L’aver letto prima le dichiarazioni di Godard e le spiegazioni sui retroscena mi ha fatto capire il tema del film, ma lo stesso vedendolo non si capisce gran che, se non la voglia di finire in quei cineforum dell’epoca tanto odiati da Fantozzi 😀

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      • Giuseppe ha detto:

        Beh, che una trasposizione fedele del Parker di Stark fosse quanto mai lontana dalle aspirazioni e dagli obiettivi di un convinto rappresentante della Novelle Vague come Godard mi sembra fin troppo evidente: al regista francese interessava in primis veicolare un contenuto simbolico e politico del tutto assente -oltre che inutile- nel romanzo di Stark e, a parte i personaggi (compresa la licenza “poetica” di una Paula Nelson al posto di Parker) e l’intelaiatura di base dell’omicidio, con l’aggiunta di qualche riferimento al romanzo messo qua e là, non c’era nient’altro che gli potesse servire… Comunque, quale che fosse l’obiettivo/messaggio finale, l’uso e abuso di colti vezzi stilistici (dialoghi surreali, inserti “fumettistici”, abbattimenti della quarta parete, inquadrature a caso, “non” indizi sparsi e quant’altro) non si può dire abbia aiutato granché nel raggiungerlo, tutt’altro.
        Bando alle mie riflessioni, complimenti meritatissimi a entrambi per il vostro come da prassi puntiglioso e appassionato lavoro d’indagine 😉

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Visto che – è bene specificarlo – è tutta colpa di Vasquez, tremo al pensiero di quale altra indagine si affaccerà all’orizzonte ^_^

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      • Vasquez ha detto:

        😜

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  2. Vasquez ha detto:

    Ma quindi David Goodis è esistito davvero? Come scrittore e non come giornalista?
    Dopo aver letto la tua indagine ho capito qualcosa in più del film, ma continuo a pensare che le intenzioni non hanno affatto aiutato il risultato. E sapere che vi è stato inserito un personaggio realmente esistito mi conferma il tentativo, andato a vuoto, di incastrare storia vera e romanzo, vita e finzione, misteri da romanzo noir e misteri da cronaca nera. Peccato, perché sento che poteva venirne fuori uno di quei film di cui si sarebbe parlato nei secoli, e invece…
    Comunque se non fosse stato per Lucius non mi sarei mai approcciata a Godard, uscendo dal mio ambiente comodo e sicuro pieno di xenomorfi.
    Se qualcuno può consigliarmi qualcolsa di più “guardabile” lo accetto volentieri, perché adesso come adesso se mi venisse chiesto cosa penso dei film di Godard mi viene in mente solo Maurizio Battista: “Senza senso come una busta di fave”, sia a guardarla da fuori che quando la apri, che non c’è verso di metterli in ordine quei baccelli… 😛

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  3. Vasquez ha detto:

    Sento nel profondo che dopo questo potrei affrontare qualunque cosa, corazzata o meno! 😀
    Ah! Comunque su “È stata suicidato!” sono morta!
    Mi fatto ripensare alla morte di Whoopi Goldberg in “Palle in canna”:
    «Com’è morta?»
    «Si è suicidata!»
    «Deve essersi colta di sorpresa…»

    Meglio che la smetto, prima che arrivi qualcosa all’orecchio di Godard…

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  4. Willy l'Orbo ha detto:

    Post impegnativo ma assai stimolante che prelude a una di quelle ricerche che solo lo zinefilo è in grado di fare; per ora ho letto “l’antipasto” ma sono pronto ad addentrarmi tra i meandri dell’indagine e ho già adocchiato qua e là recensioni, stralci di giornali, intrighi e la sinergia Lucius-Vasquez, garanzia di successo! 🙂

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  5. Zio Portillo ha detto:

    Pezzone da incorniciare! Quelli super-impegnativi con le indagini saranno anche quelli che non ti fanno dormire di notte per cercare materiale, ma devi andarne fiero perché escono dei capolavori! 😀

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