Jackie Chan Story 33. Panoramica finale

Visto che la chiusura del ciclo su Jackie Chan ha provocato dispiaceri ed è stato un profluvio di consigli sui film da trattare, ecco un’ulteriore tappa di questo viaggio. Visto che sugli ultimi film di Jackie non si sa nulla se non le vuote chiacchiere dei relativi uffici stampa, per cui ogni film è il migliore mai girato e i vari registi sono i migliori con cui si è lavorato, non ha senso dedicare loro un intero post: a questo punto è meglio trattarli in “panoramica”.



Little Big Soldier
(Big Soldier, Little General, Cina-Hong Kong 2009)
In DVD e Blu-ray Blue Swan dal novembre 2015.
Disponibile su Prime Video.

Non so perché il doppiaggio italiano parli di “dopo Cristo”, visto che la vicenda si svolge secoli prima di Cristo, comunque la casa cinese Emperor Motion Pictures e Jackie Chan stesso producono un altro film storico locale senza stare troppo a perdere tempo a spiegarne le vicende agli occidentali.

Siamo in quella burrascosa epoca in cui la Cina era divisa in più regni che si facevano la guerra l’un l’altro, finché nel 222 a.C. un solo regno riuscì a conquistare gli altri e iniziò la Dinastia Qin (pronunciato Cin), come raccontato da L’imperatore e l’assassino (1998) di Chen Kaige e Hero (2002) di Zhang Yimou. Prima di questa unificazione – positiva per la Cina moderna, in quanto ha messo i cinesi «tutti sotto lo stesso cielo», che lo volessero o meno – incontriamo un generale del regno Wei (Wang Lee-Hom) fatto prigioniero da un soldato semplice del regno di Liang (Jackie Chan), che in realtà non è neanche un soldato ma un semplice disertore sciacallo.

Avere un generale ostaggio promette di essere un buon affare, così il soldato si trascina il guerriero legato e il loro lungo viaggio serve a raccontare la realtà dell’epoca, fatta di territori allo sbando, pieni di briganti e popoli primitivi, dove a regnare è la violenza e i poveri contadini sono abbandonati a loro stessi: per fortuna, ci viene spiegato, il buon imperatore Qin spazzerà via tutto con il suo regno di pace.

Non vedo l’ora che arrivi Qin a massacrarci tutti per farci vivere in pace. Pace eterna, ovviamente

Tolta di mezzo l’ideologia, il film si propone come una più che accettabile storia western cinese, con i due eroi profondamente diversi che durante il viaggio (catartico come ogni viaggio) impareranno a rispettarsi nelle proprie differenze e a trovare punti di contatto. Al netto delle bambinate di Jackie e di una sceneggiatura ridotta all’osso, mi ha ricordato l’ottimo western Sette strade al tramonto (1960), con il viaggio di due protagonisti diversi, uno prigioniero dell’altro, nel quale molti aspetti della vita di entrambi verranno risolti. Anche il finale è in pratica lo stesso, anche se a ruoli invertiti.

Chiusa la vicenda dei due nemici che finiscono per rispettarsi, negli ultimi due o tre minuti di film serve un momento BAZ, che io chiamo così in omaggio al film Base Artica Zebra (1968) in cui, a trama finita e vicenda chiusa, d’un tratto un americano salta addosso ai russi gridando qualcosa del tipo “maledetti comunisti”, e viene ucciso. Una morte stupida ed inutile appiccicata con lo sputo alla fine del film solo come pura becera propaganda: i cinesi non vogliono essere secondi agli americani, così la famosa “morte di Jackie” è un momento BAZ. E, ancora una volta, non vediamo Jackie morire, lo immaginiamo solo. Evidentemente la nota scaramanzia di Hong Kong gli impedisce di violare troppo il suo storico patto di non morire mai in video.

Tolti gli inutili minuti finali di becera propaganda, potrebbe anche essere un film da sufficienza.



Shaolin – La leggenda dei monaci guerrieri
(Shaolin, Cina-Hong Kong 2011)
In DVD Minerva Pictures dal maggio 2013.
Era disponibile su Prime Video fino al mese scorso, ora è del tutto scomparso

Persino nella distratta Italia in quei marzialissimi anni Settanta arrivarono confuse ma sostanziose tracce di un genere che ad Hong Kong spopolava: il racconto storico-mitologico dei monaci di Shaolin fuso con il genere marziale appena nato. Oggi è tutta acqua passata, ma l’idea di monaci che combattono per la libertà mentre intorno a loro il mondo è corrotto e violento è qualcosa che piace sempre, quindi Benny Chan produce e dirige quello che in pratica è il fiacco rifacimento del capolavoro I giganti del karatè (1974), del maestro Chang Cheh.

Lo spietato e avido generale Hou Jie (Andy Lau) è un tipico militare crudele mai pago di potere, ma quando il suo braccio destro Cao Man (Nicholas Tse) lo tradisce, essendo ancora più avido di potere di lui, si ritrova mezzo morto in mezzo a quei monaci che aveva minacciato di spazzare via, scoprendo il valore della carità e della pietà.

Perduta l’intera famiglia, Hou Jie si spoglia dei panni del secolo, rinuncia ad ogni violenta passione che gli annebbiava la vista e diventa monaco del Tempio di Shaolin, facendo amicizia con il curioso cuoco Wu Dao (Jackie Chan), che vive da sempre al tempio pur non avendo mai imparato il kung fu. La comparsata di Jackie apre una parentesi nostalgica, perché subito il pensiero va a quando Andy e Jackie erano baldi poliziotti d’azione in Bambole e botte (1985).

Com’è facile supporre, arriverà il momento della resa dei conti, quando il perfido Cao Man – con l’aiuto delle spietate armi dei diavoli occidentali – arriverà per distruggere il tempio di Shaolin e confrontarsi con Hou Jie.

Ehi, Andy, te li ricordi gli anni Ottanta, quando facevamo i poliziotti salterini per Sammo? Bei tempi…

Come dicevo, la mitologica distruzione del tempio di Shaolin è già stata raccontata in modo perfetto da Chang Cheh nel 1974, con tanto di scontro fra monaci che lottano per la libertà e militari spietati avidi di potere. Visto che stiamo parlando dell’Omero dell’Asia, Cheh non lascia che il suo protagonista entri così facilmente nel tempio, visto che un minimo di selezione c’era, e gli fa vivere l’umiliazione di Canossa subita da Enrico IV, quella che poi Greg Rucka infliggerà alla sua Elektra nel 2001.

Ogni epica scompare nel film moderno, più simile agli asettici film di propaganda cinese invece che alla tradizione del racconto storico che ha sempre fatto parte del cinema di Hong Kong.

Nel corposo genere “Shaolin” questo film non lo metterei certo ai primi posti.



Kung Fu Yoga
(Cina 2017)
Inedito in home video
Disponibile su SKY e Now TV.

Arriva il momento in cui bisogna rinsaldare i rapporti politici con l’India, il gigante economico che evidentemente la Cina vuole farsi amico, visto che attraverso una cordata di case dà mandato a Stanley Tong di fare un film particolare: alla propaganda di partito cinese ora va aggiunta pure quella indiana!

Il professor Jackie è il miglior archeologo cinese, e vai con citazioni da Indiana Jones come se piovesse, ma prima qualche parentesi storica per istruire gli spettatori. Sappiamo che in un’epoca lontana nel passato indiani e cinesi hanno combattuto insieme contro i cattivi, e ora i discendenti indiani vogliono mettere le mani sul tesoro nascosto che considerano di loro proprietà, mentre Jackie considera il tesoro patrimonio nazionale cinese e quindi è del partito.

Tutte inutili chiacchiere e siparietti di profondo imbarazzo per una super-leccata agli indiani, con tanto di colorato musical finale.

Un ponte colorato fra Cina e India…

Malgrado Stanley Tong finga di aver scritto la sceneggiatura, il film è palesemente uguale alle avventure di Asian Hawk, l’avventuriero giramondo che Jackie ama interpretare dagli anni Ottanta, quindi abbiamo gli stessi canoni ripetuti: protagonista che gira il mondo saltellando di qua e di là, sempre accompagnato da due donne (non una, non tre, ma sempre e solo due!), con in più giovane allievo per fargli fare qualche combattimento che sembri vero. Anche se niente sembra vero in questo film.

Effetti speciali a valanga per uno spettacolo di profondo imbarazzo.



Bleeding Steel – Eroe di acciaio
(Bleeding Steel, Cina-Hong Kong 2017)
In DVD e Blu-ray Blue Swan dal novembre 2018.
Disponibile su Prime Video.

Jackie e suo figlio Jaycee producono un film che sembra vecchio di vent’anni, appartenente a un genere che Jackie non ha mai seguito neanche quando andava di moda ad Hong Kong.

Il solito poliziotto, Lin Dong (Jackie), invece di stare vicino alla figlia in ospedale esegue gli ordini superiori: perché il bravo cinese esegue sempre gli ordini, in quanto il Partito viene prima di tutto. Deve scortare uno scienziato pazzo ma la missione finisce in un massacro per colpa di un tizio pelato con la faccia pittata come Van Damme in Universal Soldier 4 (2012), senza alcun motivo apparente.

Prima di morire lo scienziato pazzo inocula alla figlia di Jackie la sua invenzione, però la bambina perde la memoria così il nostro eroe la segue di nascosto per i successivi tredici anni, spiandola come un maniaco e senza dirle che è il padre. Ma cosa si fumano gli sceneggiatori cinesi? Va be’, il cattivo vuole la formula segreta della Coca e del biscotto (cit.) e manda Asia Argento a menare Jackie, poi un montarozzo fumante di baggianate dopo sappiamo che lo scienziato ha trovato il modo di usare i poteri rigeneranti delle stelle marine per creare dei bioroidi: soldati universali invincibili, ecco il rifermento a Van Damme!

Ormai i film di Jackie li riconosci da lontano, e dalla puzza capisci di che genere sono

Questo delirio di fantascemenza avrebbe un senso se fosse stato prodotto a Hong Kong vent’anni fa, quando gli scienziati matti interpretati da occidentali andavano di moda – come Scott Adkins in Black Mask 2 (2002) o Luke Goss in Silver Hawk (2004) – ma presentare una trama demenziale e bambinesca nel 2017 la dice lunga sul gusto di Jackie. Per fortuna poi arriva l’Italia a creare il falso titolo “Eroe di acciaio”: ma perché? Ma dove l’hanno visto l’eroe d’acciaio? Jackie acquisisce i poteri dio bioroide (parola che non si sa da dove sia nata) solamente negli ultimi trenta secondi di film, basta questo a renderlo Jeeg cuore e acciaio?

Ogni singolo fotogramma del film è pura vergogna al pensiero della carriera di Jackie: con che faccia si è presentato quel 2017 a ritirare l’Oscar alla carriera? Dovevano tirargli la statuetta in fronte, dopo ’sta roba…



The Foreigner
(Cina-Hong Kong 2017)
In DVD e Blu-ray 01 Distribution dal marzo 2018.
Disponibile su Prime Video.

L’IRA? Ma davvero l’IRA è tornata di moda? Vent’anni di pace sono stati così noiosi che si sente tanto la mancanza dell’IRA e delle sue stragi? Avevano finito tutti gli argomenti? Magari i giovani non ci sono abituati, ma fino al Duemila ci hanno ammorbato con film sull’IRA a giorni alterni, non si sentiva proprio il bisogno di ritornare a questo abusato soggetto e per di più annacquandolo con il Vietnam, altro tema leggerissimamente inflazionato.

In cerca di un soggetto che giustificasse una co-produzione britannica, Jackie produttore decide di riesumare dal passato un vecchio romanzo datato di Stephen Leather, Chinaman (1992) – inedito in Italia ma prontamente portato in libreria da Fanucci nel 2018 con il titolo Lo straniero – un testo profondamente anni Ottanta in cui lo scrittore britannico scriveva una storia che univa le grandi passioni dell’epoca: IRA e Vietnam. Così Jackie si cala nei panni di un cinese che da giovane ha ucciso nelle giungle del Vietnam ma ora vive in pace a Londra con la figlia, che gli viene uccisa da una bomba dell’IRA: scatta la viuleeeeeeenz’.

Dopo quindici anni di terrorismo islamico a Londra, è curioso come la notizia del ritorno dell’IRA venga accolta in totale tranquillità: è come se domani in Italia tornassero le Brigate Rosse e nessuno se ne stupisse. Comunque ci pensa l’ex terrorista ripulito Liam Hennessy (Pierce Brosnan) a gestire (male) la situazione, non rendendosi conto che il vecchio cinese è Lambo… Capito? Rambo cinese… No? Eppure in Cina hanno tanto riso!

«Lasciami stare o scateno una guerra che non te la sogni neppure» (cit.)

Centodieci minuti di noia mortale accompagnano uno di quegli immani pipponi spionistici che negli anni Ottante e Novanta mi scassavano gli zebedei in maniere inenarrabili, con venti personaggi irlandesi che non si capisce chi cacchio siano (O’Su, O’Giù, O’Qua, O’Là…) che parlottano di robe del millennio scorso di cui non si ricorda più nessuno, con intrighi, tradimenti, segreti, angolo cottura e ampio giardino. L’ira contro l’IRA e l’IRA con l’ira, per una storia che non vale ’na lira. (E se non ricordate la lira, non sapete neanche cosa sia l’IRA!)

In mezzo a questo indigesto minestrone dei tempi passati, con una trama che sembra scritta nel 1892 invece che nel 1992, per due minuti, forse due minuti e mezzo, c’è Jackie che fa Rambo. Che se in un montaggio alternativo lo togliessero dal film non se ne accorgerebbe nessuno. La scena in cui a petto nudo nei boschi si chiude la ferita col coltello, palese omaggio all’amico Stallone con cui non è riuscito quasi mai a lavorare, fa così ridere che al confronto R-Ambo di Maccio Capatonda è sì una storia seria.

Tremo al pensiero di quando Jackie scoprirà che c’è un altro Chinaman in narrativa, cioè il fumetto western omonimo di Serge Le Tendre, con un cinese nel Far West: un film ce lo tira fuori di sicuro. E comunque sarebbe sempre meglio di ’sta roba sull’IRA. Se questo vecchio e sgradevole tema va riesumato, che almeno lo si faccia per capolavori come The Journey. Il viaggio (2016), con i titanici Timothy Spall e Colm Meaney a raccontare l’IRA militante in una storia densissima (lo trovate su Prime Video): fare una vecchiata come The Foreigner solo perché Jackie possa fare Rambo in tre scene da trenta secondi è davvero qualcosa che mi manda ai matti.



The Knight of Shadows
(Cina 2019)
Inedito in home video
Disponibile su Prime Video A PAGAMENTO.

Tonnellate di effetti speciali di prima categoria permettono a questa favola per bambini di sublimare il genere wuxiapian, che è sempre stato favolistico ma doveva scontrarsi con bazzecole come la gravità terrestre e i limiti dell’essere umano: superati questi vincoli, non c’è più freno alla fantasia cinese.

In questa favoletta che credo affondi le radici nel folklore cinese – non so quanto creando e quanto inventando per l’occasione – il nostro Jackie interpreta Pu Songling, un cacciatore di demoni volante: colpisce gli esserini con la sua bacchetta dotata della potenza dello yin e yang e mediante sortilegi racchiusi in un libro magico. La parte divertente è che poi scrive le sue avventure in libri per l’infanzia che vende con stratagemmi di puro marketing spietato.

Tutto finisce sempre in un libro, di solito falso, che qualcuno poi venderà facendoci bei soldi

Malgrado ogni tanto qualcuno lo scopra e finga di apprezzarlo, dagli anni Settanta ad oggi il wuxiapian non ha mai attecchito in Italia, malgrado ne siano usciti titoli a valanga, semplicemente perché non fa parte del nostro immaginario ma è giusto che la Cina si appropri di qualcosa che affonda le radici nel proprio folklore, sebbene poi sia stato reso celebre da Hong Kong. Se non fosse per la presenza di Jackie forse questa favoletta per bambini, strapiena di roboanti effetti speciali, non sarebbe mai arrivata in Italia, così come non arrivano le decine di film similari che escono in Asia ogni anno, ma direi che è un titolo che si può benissimo ignorare in modo sereno.


L.

– Ultimi post del ciclo:

Informazioni su Lucius Etruscus

Saggista, blogger, scrittore e lettore: cos'altro volete sapere di più? Mi trovate nei principali social forum (tranne facebook) e, se non vi basta, scrivetemi a lucius.etruscus@gmail.com
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16 risposte a Jackie Chan Story 33. Panoramica finale

  1. Madame Verdurin ha detto:

    Non posso che concordare sulle tue stroncature di Shaolin (salvo giusto la scena del wok gigante) e Bleeding Steel (il sangue usciva dai buchi della sceneggiatura); gli altri anche non mi sembrano da vedere. Quindi abbiamo davvero finito con Jackie? Verso una lacrima (non come i cinesi che hanno tanto riso…) ma attendo trepidante la prossima rubrica! Ancora grazie per questo bel viaggio Lucius!

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Ti ringrazio e mi spiace che Jackie non abbia dedicato più spazio ai suoi film nella seconda autobiografia, ma in fondo sono davvero pochi quelli che sono suoi fan per la produzione del Duemila, Jackie è Jackie solo per la sua produzione del millennio precedente, quindi è solo a quella che ha dedicato racconti e aneddoti.
      Spero troverai interessante il viaggio che inizierà a maggio 😉

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  2. Cassidy ha detto:

    “The Foreigner” non mi ha convinto in pieno, pensavo di essere solo io a ricordare l’IRA per via della mia insana passione per l’Irlanda, la faccenda mi ha un po’ stupito 😉 Su “Kung Fu Yoga” ricordo le bastonate che mi sono dato in testa per tentare di rimuoverlo dalla mente, comunque più piacevoli che guardare il film. Cheers!

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Il senso di profondo fastidio e dolore fisico che si prova con i recenti film di Jackie fanno stupire che sia lo stesso che un tempo ci ha regalato così tante emozioni positive: per me è il suo gemello cattivo che ha preso il suo posto dal Duemila! 😀
      Che nel 1992 Leather, all’epoca romanziere di grido, sfornasse libri sull’IRA ci sta, così come li “contaminasse” col Vietnam, ma proporre quella storia datatissima nel 2017, con vent’anni di pace, è davvero da mani in faccia.

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  3. Lorenzo ha detto:

    The Foreigner lo vidi per caso in TV e boh, secondo me c’è di peggio (ma anche molto meglio) in giro. A proposito dell’IRA, ho un aneddotto sull’ETA, la sua versione spagnola. Saranno passati almeno 25 anni, ero in vacanza nei Paesi Baschi con degli amici. Eravamo a San Sebastian, per la cosiddetta “Settimana Grande”, sette giorni di feste, eventi e bagordi. Una sera si avvicinano dei tipi. Ci dicono qualcosa in spagnolo e io capisco solo “Eta”. A posteriori ho capito che volevano spaventarci millantandosi membri dell’organizzazione. Ma io, giovane ed ingenuo, pensando che volessero fare amicizia, con loro grande scorno, risposi: “22”… ovvero la mia età 😛

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  4. Vasquez ha detto:

    Ho letto “bioroide” e ho pensato: voleva scrivere “bioDroide” e si è sbagliato, va be’ succede… e no, invece non ti sei sbagliato, perché poi sottolinei che non si sa da dove sia uscita quella parola… con quel suffisso lì può essere uscita solo da un posto XD
    Per la peppetta! Ma a chi sarà mai venuta in mente?!?

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      L’oscuro timore è che abbiano preso “androide”, abbiamo tolto “and” e messo “bio”, a formare “bioroide”, ma anche solo il sospetto mi tiene sveglio di notte, assalito dall’orrore!

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      • Giuseppe ha detto:

        Aggiungici pure questa: qualcuno sul set doveva per forza essere un fan di “Kyashan – Il ragazzo androide” e, bando all’androide già troppo abusato, avrà pensato bene di prendere i cattivi “neoroidi” dell’anime sostituendo “neo” con “bio”… mo’ pare che do spiegazioni arcane ma io te lo sto a spiega’ a te, mica ar cane (battuta oribbile) 😀
        Propaganda, vecchiume, fantascienza scema fuori tempo massimo e favolette wuxia: quanto poco rimane da salvare dell’ultimo Jackie 😦 Effettivamente, l’unico davvero passabile credo sia proprio “Little Big Soldier” (al netto della propaganda il resto funziona, è vero)…

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Ah, non ricordavo quel particolare di Kyashan, ma è anche vero che l’ultima volta che ho visto la serie ero piccolissimo. Mi sembra di averla intravista su Prime ma le volte in cui ho rivisto serie che ho amato da bambino ci sono rimasto malissimo. Però subentra la spinta “di studio”, perché vorrei aggiungere “neoroidi” alla mia Enciclopedia delle Parole Fantastiche 😛

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  5. Willy l'Orbo ha detto:

    Applaudo a questa “coda” del ciclo che tra l’altro, essendo in forma carrellata (a me notoriamente gradita, da buon appassionato di liste ed accumulatore seriale), è un regalo nel regalo!
    Non ne ho visto alcuno ma la cosa non mi lascia stupito visto che si tratta sostanzialmente della produzione meno appagante del nostro, tuttavia l’altro giorno facendo zapping ho intravisto qualcosa di Kung Fu Yoga, ecco, condivido il profondo imbarazzo tanto che se ci fosse stata la pubblicità probabilmente mi sarei soffermato di più! 🙂

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  6. loscalzo1979 ha detto:

    E’ stato un grande viaggio ripercorrere la carriera del nostro sgangherato e pazzo eroe.
    E’ stato un piacere farlo con te sul Zinefilo.

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  7. Pingback: Without Remorse (2021) Senza rimorso | Il Zinefilo

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