Sharon Stone racconta 2. Benedizione mortale

L’autobiografia di Sharon Stone già mi molla per strada: l’attrice (o magari l’editore) ha pensato che nessuno sia interessato alla sua carriera prima di Basic Instinct (1992) quindi non vale la pena neanche citare di sfuggita dieci anni di vita ad Hollywood, tra provini e ruoli piccoli o grandi: si va subito alla celebre “sgambata” che ha donato la fama.

Invece a me piace spulciare fra i film minori delle stelle del cinema, soprattutto se come primo ruolo di spessore si ritrovano a lavorare con Wes Craven.

Sul film Benedizione mortale ha già detto tutto Cassidy, nel suo ciclo dedicato a Craven Road, ma a me preme cercare qualche retroscena raccontato dai protagonisti.


Indice:


Prologo
Bolero

Dopo Stardust Memories (1980) Sharon Stone viene contagiata dal “virus del cinema” e compie il consueto gesto che tutti compiono una volta infettati: si trasferisce a Los Angeles, che com’è noto è il primo passo per diventare stelle del cinema.

Nello scrivere l’autobiografia non autorizzata Naked Instinct (1997), Frank Sanello è molto attento a non riportare mai fonti delle dichiarazioni dell’attrice, o di chiunque altro, però è plausibile che sia servito poco alla Stone per capire che la sua carriera non stava “esplodendo” come aveva immaginato nei suoi sogni.

Sanello ci racconta un curioso aneddoto. Pare che il regista francese Claude Lelouch sia rimasto così colpito dalla fugace apparizione di Sharon in Stardust Memories da volerla per il suo film corale Bolero (Les uns et les autres, 1981). Credo che ai giovani questo titolo non dica nulla, ma il lunghissimo film di tre ore che racconta le vicende di varie famiglie nell’Europa prima e dopo il nazismo è stato un grande evento dell’epoca, con la stella del balletto Jorge Donn che esegue il meraviglioso spettacolo finale e una secchiata di attori noti del periodo.

Proprio mentre Jorge Donn rende il Bolero di Ravel un tormentone musicale di quei primi anni Ottanta, con il suo balletto che inizia solitario e finisce corale, subito dopo che Geraldine Chaplin inizia il suo splendido canto senza parole, per gli stessi sparuti secondi di Stardust Memories abbiamo un’apparizione di Sharon Stone, al fianco di James Caan.

Un’apparizione immotivata e rapidissima di Sharon, a letto con James Caan

Va bene che una particina di qualche fotogramma le è valsa un viaggio a Parigi tutto spesato, ma possibile che l’attrice sia destinata a fare la comparsa? Per fortuna c’è Wes Craven che di attrici se ne intende.


La nascita

«Con il film Summer of Fear Craven ha perso il suo gusto per la exploitation, e il suo successivo Deadly Blessing è stato un passo nel cinema mainstream». Difficile non avvertire una sottile critica in queste parole di Alan Jones, che per “Starburst” (aprile 1982) intervista Wes Craven riassumendo tutta la sua carriera fino ad allora.
Jones sottolinea quanto Craven da solo abbia cambiato per sempre il cinema, con il suo L’ultima casa a sinistra (1972) e non nasconde che dopo un altro titolo di culto come Le colline hanno gli occhi (1977) stupisce trovare il regista impegnato in produzioni televisive decisamente meno ambiziose. Craven risponde elencando i vari progetti dell’epoca che per vari motivi non sono andati in porto, e testimonia come lui stesso si sia trovato a pensare: «Mio Dio, da un regista di film horror mi sto trasformando in un regista di “storie vere”», visto che all’epoca era stato contattato per un film sulla Guyana.

«Non avevo girato un film per il cinema da Le colline hanno gli occhi così iniziai a pensare che non avrei più lavorato. Mi gettai velocemente sul primo progetto che riuscii a trovare, cioè Swamp Thing, ma mentre iniziavo a lavorarci gli autori di Summer of Fear mi chiamarono e mi chiesero di riscrivere un copione che volevano produrre. Quel progetto era Deadly Blessing, e mentre i produttori di Swamp Thing decidevano se la mia sceneggiatura andasse bene, io intanto lavoravo a quel film: così è finita che in pratica ho lavorato ad entrambi i progetti in contemporanea.»

Un paio di mesi prima, a Bob Martin di “Fangoria” n. 17 (febbraio 1982), Craven aveva specificato che era stato contattato da Max Keller della Interplanetary Productions, possessore dei diritti di Deadly Blessing. «L’ho riscritto in una settimana come favore a Max». Per un anno il copione ha girato per Hollywood senza che nessuno si decidesse a produrlo, e alla fine si è ritrovato a lavorare due film insieme.

Le motivazioni che hanno spinto Craven sono di altissimo livello, come lui stesso racconta:

«Deadly Blessing ha una storia molto complessa e per me non troppo buona, ma pagavano bene: c’erano dei buoni distributori e avrei avuto la possibilità di lavorare con gente interessante, perciò accettai. Ho cercato di minimizzare i problemi del copione e di renderlo il più chiaro possibile. Alla fine mi sembra sia uscito fuori bene, sembra un film costoso invece si sono spesi solo due milioni e mezzo di dollari. È rientrato delle spese dopo tre settimane di programmazione ed ora sta guadagnando bene.»


La lavorazione

Wes Craven è un regista “da sogno”, perché crea sogni utilizzando i sogni. Al giornalista Dale Kutzera di “Imagi Movies” (inverno 1994), parlando di come i sogni lo abbiano sempre aiutato nella sua carriera cinematografica, Craven finisce a parlare di Deadly Blessing:

«C’era una classica scena della doccia hitchcockiana – l’eroina nella doccia, il vapore, una figura che si intravede attraverso la tendina – ma non riuscivo proprio a capire come girarla. Alla fine, la notte prima di quella ripresa sognai l’intera scena così come la vedete nel film, con tanto di dissolvenze, colori e tutto il resto. Mi svegliai e scrissi subito tutto, andando poi a girare la scena: ha funzionato benissimo.»

Quando Craven fa un bel sogno, poi lo riusa… per gli incubi!

Nel cast troviamo l’attore Jeff East, all’epoca noto per aver interpretato il giovane Clark Kent in Superman (1978) e che già aveva lavorato con Craven in Summer of Fear (1978). Intervistato da Pat Jankiewicz per “Starlog” n. 310 (maggio 2003), racconta che Craven l’ha chiamato personalmente e lui ha accettato con piacere. «Ero onorato di farlo».

«Quando sono arrivato la prima volta sul set di Deadly Blessing stavano girando la scena con Sharon Stone che ha avuto bisogno di ben 125 ciak! Non riusciva a farla bene. Era la scena in cui il ragno le entrava in bocca, l’hanno dovuta girare e rigirare un’infinità di volte. Per scherzare abbiamo regalato a Wes una tarantola con su scritto: “Ricordati della scena n. 69 con Sharon”. Si è tenuto la tarantola come animale da compagnia.»

Stando all’attore da allora è diventato amico di Sharon e per anni l’ha presa in giro scherzosamente riguardo alla sua carriera d’attrice. «E ora guardatela! È una grande star… e che diavolo sono io?»

Povera Sharon, che inizia la sua carriera coi ragni in bocca!
da “Filmland” n. 177 (settembre 1981)

Per finire, merita di essere citato l’intervento del produttore Keller, che a “Famous Monsters of Filmland” n. 177 (settembre 1981) testimonia la sequenza di sciagure avvenute sul set:

«Quasi subito Ernest Borgnine si è ferito con un calesse, incidente che l’ha costretto a saltare diversi giorni di riprese. Colleen Riley ha subìto lo stesso incidente, poi Borgnine è caduto da cavallo rompendosi un polso. Uno degli animali è morto e Maren Jensen ha avuto bisogno di ricoverarsi in ospedale per via dell’influenza.»

Ho la sensazione che su quel set qualcuno portasse decisamente jella…


La distribuzione

Deadly Blessing esce negli Stati Uniti il 14 agosto 1981. Un anno dopo, il 5 agosto 1982, riceve il visto italiano con divieto ai minori di quattordici anni, ma non ho trovato sue apparizioni in sala prima del maggio 1983, con il titolo Benedizione mortale. Per ragioni misteriose il 24 agosto 1984 il film viene spacciato per “prima visione” in sala.
Esordisce su Rai1 nella seconda serata di venerdì 23 settembre 1988, ma forse c’è stata una sostituzione perché il film risulta programmato nella notte successiva, 24 settembre. Dopo un paio di repliche, scompare nel nulla.

Ignoto all’home video, la Pulp Video lo recupera in DVD dal 2011 e in Blu-ray dal 2014, salvando la splendida pellicola italiana.

Grazie a Pulp Video per aver conservato la pellicola italiana!

Va sottolineato come l’edizione del film che oggi vediamo NON sia quella proiettata in sala, ma di questo ne parlerò meglio nella sezione “La reazione”.


Il film

Un’auto sfreccia tra i campi coltivati e sotto il sole cocente, con a bordo due persone di città che ben presto si ritroveranno immerse in una comunità religiosa integralista, che venera un misterioso culto antico che alla fine si concretizza con una creatura mostruosa che si annida fra i campi. No, non è I figli del grano (1984) da Stephen King – che era sì una scopiazzata ma di un altro film – bensì Benedizione mortale: un’opera in cui Craven sembra fare le prove generali per il suo Nightmare, anch’esso del 1984.

La prima scena parlata della carriera di Sharon Stone

Per Martha (Maren Jensen) sposare un appartenente ad una setta religiosa integralista, intollerante e forse anche violenta sembrava una gran bella idea, ma quando poi il marito muore si ritrova da sola a dover subire le offese di tutti gli Ittiti (Hittites), questi strani religiosi fatti a forma di Ernest Borgnine.

«We been spending most our lives / Livin’ in an Amish paradise» (cit.)

Circondata dall’intero cast del videoclip Amish Paradise (1996) di “Weird” Al Yankovic, Martha chiama due sue amiche dalla città – Vicky (Susan Buckner) e Lana (Sharon Stone) – così che le minacce di morte e le apparizioni sataniche possano essere spalmate su più persone.
E visto che Wes non mostra nulla fino all’ultimo fotogramma del film, l’orrore bisogna evocarlo con altri mezzi, per esempio richiamando in un piccolo ruolo Michael Berryman, il pelato dalla faccia strana reso celebre da Le colline hanno gli occhi (1977), oppure affidare al compositore James Horner il compito di rifare identici i “cori satanici” di Jerry Goldsmith per Il presagio (1976).

Mi spiegate come faceva a non passare i provini la giovane Sharon????

Visto che tutto ciò che abbiamo in video sono tre donne che fanno cose, vedono gente, parlano del più e del meno, dormono male, si interrogano sul futuro e via dicendo, Wes ha bisogno di una carta facile da giocarsi per ricordare che questo teoricamente dovrebbe essere un film horror. Facciamo allora che c’è un mostro che non si vede, un’entità che “c’è ma non c’è” (capiremo alla fine questa citazione), e chiamiamolo Incubus.
È noto che Wes ha un passato da professore e quindi potremmo attribuire ai suoi studi la scelta di una credenze medievale, ma temo sia una “pista” fuorviante: anche perché l’incubus è un demone maschile che si giace sopra le sue vittime, quindi non ha senso che gli Ittiti chiamino in quel modo la protagonista, che essendo donna dovrebbe essere un succubus.

Guardando questa inquadratura, diventiamo tutti Incubus…

Per me a convincere Wes a giocare questa strana carta, poco efficace, è stato il romanzo horror Incubus (1976) di Ray Russell, all’epoca ben noto perché John Hough ne aveva appena tratto un film – Incubus. Il potere del male (1981) con John Cassavetes – la cui distribuzione non è chiara ma di sicuro è uscito in Italia qualche mese prima di Benedizione mortale.

Davvero volete dirmi che la storia di un tranquillo paesino con vari personaggi femminili minacciati da un misterioso demone “copulatore” che miete vittime nel suo desiderio di sdraiarsele tutte, come fosse un Incubus, non ha avuto alcun peso nel lavoro di Wes Craven?

Potrei partire per la tangente e ipotizzare come Wes abbia voluto raccontare una storia hitchcockiana di repressione sessuale, dove la femminilità disinibita viene “punita” perché genera pensieri peccaminosi che destabilizzano lo status quo sociale e religioso: in fondo nel 1980 era uscito nei cinema americani Picnic ad Hanging Rock (1975) di Peter Weir, fra le cui varie chiavi di lettura non manca quella sessuale, secondo cui ogni male nella vicenda nasce non appena sopraggiunga una consapevolezza sessuale nelle protagoniste.
Avere in Benedizione mortale tre donne giovani ed attraenti potrebbe far pensare a questa “pista”, immerse come sono in una comunità fortemente intollerante, ma onestamente non ho trovato alcuna scena che faccia pensare a questa interpretazione: guardando il film l’unica cosa a cui pensavo era che Wes stava rielaborando temi noti per cercare un proprio stile, facendo “prove generali” per il suo ben più ambizioso Nightmare (1984).

Per me, questo film è solo una “prova generale” di Nightmare

Il maniaco che fuori dalla finestra guarda la donna spogliarsi è un elemento del cinema horror sin dagli anni Settanta, mentre le scene davvero anticipatrici sono buttate un po’ via a caso. Per esempio la nostra Sharon è protagonista di una splendida scena in cui di notte viene afferrata da due mani, ma qualsiasi richiamo sessuale è assente: se Wes voleva mostrare un Incubus in azione, ha fatto un lavoro decisamente vago, rispetto per esempio al successivo mitico Gothic (1986) di Ken Russell, che quando si tratta di creare iconografia simbolica non conosce limiti.

’Sta mano po’ esse piuma e po’ esse Incubus! (semi-cit)
scena da Gothic (1986) con la compianta Natasha Richardson ghermita da un Incubus

La visione di Benedizione mortale non la definirei piacevole, è interessante vedere come Wes ha fatto le prove per sue future opere migliori e come abbia “giocato” con idee di altri, all’epoca freschissime, rielaborandole a modo suo. Però questo non rende il film più godibile, anzi l’ho trovato decisamente noioso.

Il giovanissimo Wes Craven
su “Twilight Zone” (febbraio 1982)

Proprio nei fotogrammi finali c’è una “scena horror” che sembra decisamente appiccicata con lo sputo, e secondo me rende del tutto illogica la trama precedente – perché la creatura non è intervenuta prima? È timida? – e soprattutto ha come unica spiegazione una frase fuori campo che ha tanto l’aria di una cosa aggiunta al volo, una volta che in sala di montaggio ci si è resi conto che il film era troppo zoppicante.

«La bestia che tu hai visto era e non è. Verrà su dal pozzo dell’abisso e ti sprofonderà verso la perdizione, e coloro che dimorano sulla terra sbalordiranno».

Il passaggio biblico (Rivelazioni 17,8) è perfetto per indicare una creatura che “c’è ma non c’è” – mentre le traduzioni italiane ufficiali parlano di un essere “che c’era ma ora non c’è più” – e in effetti nel film c’è questo essere che in realtà non c’è, anche perché non viene data alcuna motivazione per la sua presenza, che cozza con tutta la sceneggiatura, studiata per dare una spiegazione razionale agli eventi.
Non a caso questa scena del demone era stata tagliata dall’edizione cinematografica, come vedremo più sotto.

Diciamo che i motivi per vedere il film non sono legati a Wes Craven…

Sharon è bellissima e per essere il suo ruolo d’esordio fa anche un buon lavoro, ma non è un film che meriti di essere ricordato, al di là delle sue contaminazioni e anticipazioni.


La reazione

All’intervistatore Tom Seligson di “Twilight Zone” (febbraio 1982) Craven confessa di essere interessato ad allontanarsi dalla violenza visiva. «È una strada senza sbocco. Il film di Sean Cunningham Venerdì 13 ha aiutato a far conoscere quel genere di film horror che però era andato fuori moda da tanto tempo. Ora come ora sono più interessato nelle storie di tensione alla Hitchcock». Non sembrano vederla allo stesso modo i recensori dell’epoca, che invece scorgono tutt’altro riferimento nel “nuovo corso” del regista: «Craven si è spostato in un sotto-genere relativamente non sfruttato come l’american gothic horror», scrive Phil Edwards su “Starburst” nel maggio 1982. Poi continua:

da “Starburst” 44 (aprile 1982)

«Sarebbe facile considerare sbrigativamente Deadly Blessing come poco più di un elaborato slasher, ma sarebbe un colpevole disservizio al film. Craven utilizza alcune idee della “scuola splatter” ma le investe di un’inventiva che trascende il genere. Molte delle scene avvengono alla luce del sole, il che le rende più minacciose rispetto alle solite scene del genere tradizionale “vecchia casa misteriosa”. A differenza del cinema horror moderno, Deadly Blessing non si limita ad alternare scene con della pessima recitazione come collante, bensì sviluppa un senso di disagio che gradualmente dalle scene assolate si trasforma in terrore notturno, fino alla rivelazione e confronto finale.»

Onestamente questo «disagio» (unease) mi è stato difficile da avvertire, visto che in nessuna scena mi sembra che Craven sia riuscito ad imbastire quell’aria hitchcockiana che cercava.

da “Filmland” n. 177 (settembre 1981)

Edward completa la sua recensione rivelandoci un’informazione sorprendente: l’edizione del film che all’epoca girava in sala non prevedeva il finale con la fuoriuscita del demone, che infatti non ha assolutamente senso ai fini della trama del film: «Sfortunatamente il distributore del film, Barber International, pensava che quella scena fosse fuori posto e semplicemente l’ha rimossa».

Visto che oggi le copie del film, sia americane che italiane, contengono la scena… quand’è che è stata riattaccata? Presto, perché nell’ottobre 1983 “Starburst” pubblica una lettera del lettore Mark Palfreyman di Alvaston (Derby) che “bacchetta” il recensore Edwards informandolo che la scena in questione è stata riattaccata per l’edizione in videocassetta del film. Posso ipotizzare che l’aggiunta sia stata fatta per rendere “più horror” una pellicola che di horror non ha assolutamente nulla, e così renderla più appetibile per i tanti giovani neo-appassionati.

Il chiaro salto del doppiaggio italiano dalla copia digitale del film rende plausibile affermare che la scena fosse assente anche nell’edizione proiettata all’epoca nei nostri cinema.


Conclusione

Questo film è uscito nell’estate del 1981, quando cioè Venerdì 13 (1980) di Cunningham aveva già stravolto il pubblico, che da quel momento vuole budella e sangue a ettolitri. Chi provava a seguire quella moda senza esserne capace, come per esempio Tobe Hooper con il suo sbagliatissimo Il tunnel dell’orrore (1981), falliva miseramente: Craven, come tutti i grandi Maestri dell’epoca che iniziano per C (Carpenter, Cameron, Cronenberg…) ha capito che l’unico modo è fare altro. Benedizione mortale non è “altro”, ma è un passo nella giusta direzione che porterà a Nightmare (1984), che non è slasher, non è splatter ma è entrambi in modo diverso. Craven ha usato il suo stile per usare i temi di moda alla sua epoca ma in modo personale, quindi unico.

Se davvero Craven avesse voluto rendere hitchcockiano Benedizione mortale avrebbe dovuto scrivere una sceneggiatura, che invece è palesemente assente per tutto il film, e avere magari qualcosa di simile a dei dialoghi, altri grandi assenti. Oh, se puoi ci scappasse pure fuori una trama non sarebbe male…

Diciamo che Craven non ha niente in mano, quindi va solo lodato per aver tirato fuori qualcosa, così ricco di spunti – a volte originali a volte no – utili per future opere. Volete mettere l’esperienza acquisita dall’aver infilato per 125 volte un ragno nella bocca di un’attrice?

Su, Sharon, pensa che ragno fa guadagno…


L.

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15 risposte a Sharon Stone racconta 2. Benedizione mortale

  1. Cassidy ha detto:

    Grazie per le tante citazioni, andrò subito ad aggiungere il link a questo post sotto quello di “Benedizione mortale” 😉 Credo anche io che Craven stesse solo facendo le prove generali, da professore di psicologia e filosofia credo che più che alla storia medioevale dell’incubus, zio Wes fosse interessato all’idea di incubo stesso per associazione nel nome, il resto della sua carriera lo ha confermato ma è difficile che lui o i produttori non avessero visto il film che citi, ecco forse spiegato il motivo del demone imposto a tutti i costi nel finale. Concordo con te “Benedizione mortale” a volte gira a vuoto, una palestra per il cinema che verrà, ma detta fuori dai denti: Sharon Stone in questo film è bella da far paura, credo che più bella di così sia stata solo in un paio di film di Verhoeven, davvero da restare senza fiato e non per l’incubus sul petto 😉 Cheers

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Ad avercene di piccoli prodotti con così tante idee, a volte originali altre volte prese da altri ma cucinate in modo proprio. Wes ha il cognome giusto, quella C dei grandi maestri anni Ottanta che invece di seguire le mode le rielaborano per creare prodotti personali: questo film non sarà un capolavoro ma di sicuro ha la firma di Wes Craven impressa a fuoco. 😉

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  2. Zio Portillo ha detto:

    Prima cosa: avevo totalmente rimosso “Bolero” (e il Bolero…) dalla mia testa. Ci sono voluti anni perché mia madre ogni domenica mattina metteva su il vinile e se lo sparava a volume “Spinal Tap”. Oltre a guardarsi il film credo registrato dalla tv… Ammetto però che a parte la famosissima scena del balletto, la pellicola integralmente credo non averla mai vista.
    La seconda cosa è che mi chiedo anch’io come faceva la Stone a non passare provini…

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      All’epoca è stato un filmone-evento, malgrado la durata passava tranquillamente in TV e quel Bolero di Ravel era ovunque. Il negozio di musica dove andavamo aveva un commesso dedicato alla musica classica che usciva di testa quando gli chiedevano “il Bolero”, spiegando che non voleva dire niente, era come dire “Il notturno”: ma il notturno di chi? Il Bolero di chi? Quando era ovvio che tutti volessero solo quello di Ravel reso celebre dal film 😛
      Tutto intero il film l’ho visto da ragazzino, anche se non garantisco di aver prestato attenzione per tutto il tempo, ma poi negli anni ho rivisto brani e spesso il balletto finale, che avevamo conservato su cassetta.
      Mi madre conserva ancora il DVD del film che le ho regalato una decina d’anni fa, ma dubito fortemente che l’abbia rivisto 😛

      Sharon qui è di una bellezza assurda: possibile non sia stata chiamata da produttori sporcaccioni che le proponevano qualche commediola stupida dove mostrarsi in bikini??? 😛

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  3. Sam Simon ha detto:

    Com’era bella Sharon, chi ha bisogno di una trama decente se c’è lei nel film? Basic Instinct mi fa un po’ quell’effetto lì, lo guardo ma non ci capisco mica nulla, mi concentro solo su Sharon…

    Non ho visto questo suo film precedente, ma da quello che hai scritto sembra davvero un Nightmare in erba. Peccato che la trama non abbia senso e ci siano cose evidentemente aggiunte una volta capito che il film non funzionava. Meno male ci possiamo rifare con altri bei film del buon Wes (e della bella Sharon)!

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  4. Madame Verdurin ha detto:

    Credo che in fondo 125 ciak siano pochi per girare una scena così… mamma mia che impressione!
    Sharon coraggiosa oltre che bellissima, anche se il film non è venuto fuori tanto bene.

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Essendo il suo primo ruolo parlato sicuramente si sarà fatta coraggio e avrà sopportato la terribile prova, ma certo iniziare la carriera con un regista che ti tira ragni in bocca avrebbe scoraggiato chiunque 😛

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      • Giuseppe ha detto:

        E teniamo conto del ragno che, comprensibilmente, si sarà montato la testa: “125 volte con Sharon Stone, ormai sono una star… d’ora in poi, solo mosche gratinate e ragnatele firmate in villette di Beverly Hills!” 😛
        Un film di prova più che un film a tutti gli effetti questo “Benedizione mortale”, vero, a volte interessante a volte meno (prevale il meno, direi) con tanto di finale riappiccicato in modo maldestro. Poi non me ne voglia Sharon, ma io ricordo pure le colleghe Susan Buckner e Maren “Battlestar Galactica” Jensen come altri motivi validi per vedere questa mancata opera d’arte 😉

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Diciamo che i singoli elementi del film sono tutti buoni, anche se la loro somma non è un gran che 😉

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  5. Willy l'Orbo ha detto:

    Mi piace molto il tuo spulciare “nei cantucci” regalandoci approfondimenti su opere meno note ma contenenti comunque spunti degni di interesse tra i primi “vagiti” di Sharon, scene staccate e riattaccate, contaminazioni e anticipazioni di film successivi e che sono entrati nell’immaginario collettivo, anzi, direi nell’incubo collettivo, vero Nightmare?
    L’unica nota negativa sembra essere la visione del film stesso, pervasa dalla noia, ma da prode zinefilo ti sei sacrificato sorbendoti la suddetta barbosità per elargirci la gioia del post! 🙂

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Alla fine la giovane Sharon è stata un motivo più che valido per vedere il film, anzi strano che all’epoca questa pellicola non sia stata recuperata con l’attrice in copertina, com’è successo ad altri film dove il ruolo della Stone era decisamente minore. Evidentemente non è proprio mai piaciuto a nessuno ‘sto film 😛

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