ManHunt (2017) John Woo imita John Woo

Ma ve lo ricordate John Woo? Ma ve lo ricordate quand’era un regista che faceva girare la testa al mondo intero? Ma ve lo ricordate quando era considerato il nuovo Messia del cinema? Ma è grammaticalmente corretto iniziare un discorso con una frase interrogativa che inizia per “Ma”? Ma chi lo sa?

Il 15 maggio 2021 Rai4 all’interno del suo ciclo “Missione Oriente” ci regala una prima visione al bacio (sebbene il film girasse in italia da quasi tre anni), e così ne approfitto per tornare ad incontrare un regista che da una vita non sentivo citare, anche perché dopo La battaglia dei tre regni (2009) era chiaro che l’esperimento hollywoodiano fosse concluso e il nostro aveva risposto alla chiamata cinese per lavorare alla propaganda continentale.
Temo che la scelta non abbia pagato quanto previsto, dato che il regista in pratica rimane in frigo per sette anni: oh, magari se li è passati tutti a spendere i soldi di Partito ricevuti per quel film, glielo auguro, sta di fatto che il nostro riappare nel 2017 con questo ManHunt, opera troppo giapponese per corrispondere all’immagine del regista tornato in patria cinese per cantarne la (falsa) storia passata.

Non so dunque cosa sia successo, ma a quanto pare un giorno John Woo s’è svegliato e si è detto: questo è il secolo cinese, perciò… rifacciamo un vecchio noir giapponese!
Da questo strano ragionamento nasce un film tratto dallo stesso romanzo di Jukô Nishimura (1930-2007) da cui è stato tratto Manhunt (1976) con Ken Takakura, attore noto in Occidente per il suo ruolo da co-protagonista in Yakuza (1974) di Sydney Pollack e Black Rain. Pioggia sporca (1989) di Ridley Scott.

Minerva e Cecchi Gori portano il film di Woo in DVD e Blu-ray dal settembre 2018 ma da qualche giorno lo trovate anche su RaiPlay, finché lo tengono.

Il ritorno di John Woo che nessuno aveva chiesto

“Tu, attraversa il fiume dell’ira!”: così GoogleTranslate mi spiega il titolo originale (君よ憤怒の河を渉れ) del romanzo di Nishimura e del relativo film con Takakura, e capisco che per il mercato estero si sia scelto un titolo più d’effetto (e stringato) come “Caccia all’uomo”: sebbene girato in Giappone e con giapponesi nel cast tecnico, questo è un film cinese di Woo e il suo titolo cinese (追捕) rispetta la stringatezza, con il suo “Dài la caccia”.

«Vengo in Giappone ogni anno in questo periodo: l’aria che si respira mi ricorda quella dei miei film classici preferiti.»

Un uomo entra in un caffè e non fa splash, bensì pone l’accento su quant’erano belli i film classici (non è chiaro quali), quasi come se John Woo volesse sottolineare che l’originale degli anni Settanta è decisamente meglio di questo rifacimento moderno.
Dopo aver citato vecchi film, temo ignoti a noi occidentali, l’uomo se ne va e le due bariste iniziano a massacrare i clienti yakuza del locale. Così John Woo ci ricorda che tanti anni fa lui era John Woo.

Non è un film di Woo se non muoiono almeno dieci persone nei primi minuti

Du Qiu (Zhang Han-Yu) è un avvocato che lavora per una grande industria farmaceutica giapponese, è un uomo di successo che rientra nelle grazie del potente fondatore, ma ha un difetto che non gli si può perdonare: Du Qiu è cinese, e quindi già sappiamo che pagherà per questo.
I dirigenti di una grande compagnia sono come cortigiani attorno al re, sempre pronti ad intrighi di palazzo e a pugnalarsi alla schiena: non appena Du Qiu viene promosso bisogna farlo fuori, e quindi per magia gli viene trovata una donna morta nel letto. Dunque l’avvocato viene liquidato con una falsa accusa d’omicidio? Non basta, facciamo che il corrotto ispettore Asano cerchi di ammazzarlo, fingendo un suo tentativo di fuga. Du Qiu riesce davvero a fuggire e ora tutte le forze di polizia di Osaka gli sono addosso.

Per fortuna del fuggiasco sul caso lavora anche l’ispettore Yamura (Masaharu Fukuyama), duro ma buono, affiancato dalla solerte giovane recluta Rika Hyakuta (Nanami Sakuraba). Sarà mica una citazione di Cielo di piombo, ispettore Callaghan (1976) con il rude ispettore e la recluta donna?

I Clint Eastwood e Tyne Daly giapponesi

Du Qiu non sa che le due bariste che ha incontrato ad inizio film sono due assassine professioniste, appena ingaggiate dalla casa farmaceutica per farlo fuori. Curioso che una delle due si chiami Rain: sarà mica una citazione di John Rain, il fenomenale assassino prezzolato giapponese della saga letteraria di Barry Eisler?
Comunque una delle due assassine non ce la fa a premere il grilletto: Du Qiu è stato gentile con lei e quindi se ne è pazzamente innamorata… Ammazza, basta così poco alle giapponesi per innamorarsi? Quanto male sono trattate che basta un semplice gesto di gentilezza per far loro girare la testa?

L’assassina colpita al cuore dalla sua vittima

Per la prima metà questo potrebbe assomigliare ad una versione moderna di un classico film nero anni Settanta, e sicuramente questa parte è l’unica ispirata alla storia originale. Il cinema giapponese degli anni Settanta era molto simile al coevo americano (e italiano): storie di criminali e poliziotti dure e concrete, storie di mala e di lotta alla criminalità, con eroi tragici dal grilletto facile e con un proprio codice morale.
John Woo non sembra minimamente interessato a quel genere, malgrado inizi questo film rimpiangendo i “vecchi film”, e così già prima della metà si parte per la tangente senza tornare più indietro. E il vecchio John Woo gioca a fare finta di essere ancora il giovane John Woo: via a rispolverare il rallentatore e le colombe bianche che volano ovunque, proprio come se fossimo ancora giovani…

Ah John… ma ancora con ’sti uccelli per aria?

La storia del protagonista falsamente accusato cresce a dismisura, arriva il capo della casa che sta studiando un farmaco per creare super-soldati (ah, che idea nuova e fresca!), suo figlio fuori di testa che fa esperimenti sugli esseri umani, e scena dopo scena entrano sempre più personaggi, finché allo scontro finale ci sono tipo trenta persone in scena di cui non sappiamo una mazza: ma chi è ’sta gente? Il film era iniziato con un uomo innocente che fuggiva alla legge, ora abbiamo trenta tizi che si sparano in un laboratorio crea-super-poteri.
Woo ha dei vaghi ricordi degli anni Ottanta e primissimi anni Novanta, quando era John Woo, e pensa che riproporre dopo tre decenni le stesse cose – senza mezzi, senza fotografia, senza ispirazione e senza idee – funzioni bene. Purtroppo non è così.

Da A Better Tomorrow siamo passati a A Better Yesterday

Buttare lì una trama a casaccio, che va fuori controllo da metà film in poi, con inserti melodrammatici da morir dal ridere, fa capire come Woo sia interessato unicamente all’azione, eppure è proprio lì che il film non regge. Perché non abbiamo più un giovane regista geniale nella rampante Hong Kong anni Settanta, che rapidamente crea ed affina un proprio stile che anni dopo scriverà i manuali di cinema internazionale: abbiamo un regista settantenne che lavora per il Governo cinese e paradossalmente sembra avere molti meno fondi di quando era un indipendente.

Il Manhunt originale

La poetica dell’azione al rallentatore, l’estetica dei “balletti di sangue”, il “combattimento delle pistole” (quel gun-fu oggi legato a John Wick) è tutta roba che è nata con Woo, Tsui Hark e Ringo Lam agli inizi degli anni Ottanta, ma non funziona più con l’estetica del 2017: buttare lì scene fredde, veloci, prive di tensione e peggio ancora prive di una visione, per non parlare di una fotografia anonima, non basta a ricordare i vecchi tempi. Semmai li fa rimpiangere.

La triste sensazione che scaturisce da ManHunt che è sia girato da un giovane regista che voglia scimmiottare il John Woo degli anni Ottanta… e invece è proprio John Woo!
Voglio sperare che il nostro John avesse le mani legate dalla produzione cinese, perché altrimenti è la dimostrazione di una grande verità: i Maestri a un certo punto dovrebbero iniziare ad insegnare, smettendo di fare ciò per cui sono diventati Maestri. Altrimenti fanno solo tristezza.

L.

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13 risposte a ManHunt (2017) John Woo imita John Woo

  1. Cassidy ha detto:

    Me lo auguro anche io, mi ha messo parecchio trsietzza, non come vedere “Domino” di Brian de Palma ma quasi, a tratti sembrava di stare guardando qualcuno che imitava John Woo, troppo amore per il Maestro per vederlo imitarsi così. Cheers

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Speravo che l’aver scelto una storia così palesemente lontana dalla solita propaganda a cui il cinema cinese purtroppo si è dedicato fosse un buon segno, una voglia di tornare alle origini, invece è solo un pallido ricordo di tempi lontani. Davvero un gran peccato.

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  2. Lorenzo ha detto:

    Ma c’è un fotogramma del film senza una pistola? 😀

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  3. Willy l'Orbo ha detto:

    In effetti pare proprio un film triste, a riprova di ciò ti basti pensare che, pur essendo un film di azione, non mi prende alcuna voglia di dargli una chance! Beninteso, se ci fosse stato un attore Z, avrei intravisto un pertugio da cui far passare le mie perverse manie, ma qui…manca tutto!
    Ma sarà possibile??? (per solidarietà ho introdotto anche io un discorso con una frase interrogativa che inizia per “Ma”!) 🙂

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      In effetti è un film che smonta parecchio e ti fa passare l’entusiasmo: per i giovani che non conoscono Woo, sarebbe un gran brutto modo di fare la sua conoscenza! Ma ti pare possibile? 😛

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      • Willy l'Orbo ha detto:

        Speriamo che lo zinefilo serva da semaforo in tal senso, mettendo in guardia i giovani da questa ciofeca e indirizzandoli verso la sua produzione migliore. Ma sarà così??? 🙂 🙂

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  4. Giuseppe ha detto:

    Ma è possibile che sia lo stesso John Woo che un decennio prima produceva anime spettacolari come “Appleseed – Ex machina”? Perché se parliamo di lui, allora forse è meglio che ritorni in pianta stabile a produrre, visto che dirigere sembra oggi essere molto nelle sue corde… Certo che, in ogni caso, sia come regista che come produttore avrebbe sempre a che fare con il Partito, il che vuol dire livello di indipendenza pari allo zero assoluto (in parole povere: il vecchio Woo se n’è andato e NON lo rivedremo) 😟

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  5. Zio Portillo ha detto:

    Noooo! Che delusione… Quasi quasi stavo meglio immaginandomi il buon vecchio Woo intento a sperperare i fior fior di dollari che ha racimolato negli anni d’oro. E la SIAE che piangendo gli paga i diritti per ogni colomba bianca che svolazza in una qualsiasi pellicola. E se poi c’è la combo “colomba+rallenty” a casa Woo è festa grande!

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  6. Fabfab ha detto:

    Riguardo il discorso che le donne giapponesi si innamorano istantaneamente di chi è un minimo gentile è una situazione che negli anime, specie quelli moderni, si ripete incessantemente, quindi è uno stereotipo radicato nella loro cultura.

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Davvero? Ma pensa te… 😀
      Forse gli autori del film sono lettori di manga e hanno pensato di sfruttare questa idea, ma certo è un po’ zoppicante: il Woo dei tempi d’oro dubito fortemente l’avrebbe utilizzata.

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