La Storia e la Finzione: L’Affaire Dreyfus

È dal 2020 in cui è uscito in Italia il film di Roman Polanski dedicato ad uno dei più celebri errori giudiziari della storia europea che volevo rispolverare questa rubrica, ma poi il tempo passa e le buone intenzioni si accumulano nell’hard disk. L’arrivo su Prime Video del suddetto film e dell’originale con Dreyfuss – no, non quel Dreyfus! – l’ho trovata una concatenazione d’eventi troppo ghiotta per non sfruttarla.

Anche perché la congiunzione astrale non abbraccia solo questi due film, visto che nel momento esatto in cui ho scritto l’ultima parola di questo articolo è uscito su Prime Video un altro film, che all’apparenza non c’entra nulla con Dreyfus… e invece è la sua drammatica fedele versione moderna. Insomma, l’Universo ha deciso che uscisse una nuova puntata de “La Storia e la Finzione”.

Com’è usanza di questa rubrica speciale, prenderò in considerazione un evento storico famoso e lo racconterò seguendo un saggio storico che l’abbia spiegato, per poi paragonarlo con la narrativa filmica che ne è stata tratta: vogliamo scommettere che i film non rispecchiano minimamente gli eventi storici?

Sull’Affaire Dreyfus che ha fatto tremare l’Europa avevo bisogno di un saggio che fosse stato scritto prima dell’uscita del primo film, così da essere sicuro che non se ne lasciasse influenzare: lo so che quanto ho scritto sembra un’assurdità, eppure vedrete che è stato un timore fondatissimo. Mi sono dunque affidato a L’affare Dreyfus. La storia, l’opinione, l’immagine (The Dreyfus Affair. Art, Truth and Justice, 1987) a cura di Norman L. Kleeblatt, edito da Bollati Boringhieri nel 1990 con traduzione di Stefano Galli. Qui Benjamin F. Martin mi ha raccontato con grande dovizia di particolari il lunghissimo Affaire, nel suo lucidissimo intervento L’affare Dreyfus e la degradazione del sistema giudiziario francese: di seguito mi sono limitato a riassumere fortemente eventi che Martin descrive minuziosamente.

Vi invito dunque ad un viaggio terribile, in un evento storico che purtroppo non è storia: è cronaca dannatamente attuale.


L’Affaire Dreyfus

L’inizio del “caso” segue regole professionali, così quando il il 27 settembre 1894 il controspionaggio francese mette le mani su alcuni documenti segreti che un ufficiale francese traditore stava per passare all’addetto militare tedesco a Parigi, si applica la procedura prevista: una perizia calligrafica per capire di chi sia la scrittura di quei documenti segreti. Il 13 ottobre l’indagine preliminare è conclusa e l’indiziato principale è il capitano Alfred Dreyfus. Con queste labili e traballanti prove due giorni dopo il maggiore Armand du Paty de Clam arresta Dreyfuss e procede alla perquisizione del suo appartamento, mentre lo interroga. Risultato: zero totale. Nessuna prova, nessun movente, nessuna confessione. In qualsiasi altra situazione Dreyfus sarebbe stato rilasciato con tante scuse, ma l’accusa di alto tradimento è troppo grave per lasciar correre, visto poi l’estrema difficoltà nel provarla.

Dreyfus: colpevole su basi puramente indiziarie

Teoricamente l’arresto del capitano doveva rimanere segreto, essendo una faccenda interna all’esercito, ma in un attimo l’intera stampa ne è informata: un ufficiale francese… un ebreo… è un traditore che ha passato segreti di Stato al nemico. L’esplosione è immediata e gli accusatori sono messi alle strette: il processo non potrà mai chiudersi con una proscioglimento, c’è bisogno di un colpevole altrimenti la figuraccia sarà spaventosa. Il 19 novembre inizia un processo farsa, con gli accusatori che non hanno niente in mano e chiamano a testimoniare gente che millanta di sapere tanto ma di poter dire poco, per via del segreto di Stato. In mancanza di qualsiasi straccio di prova, l’unico ad essere convinto della colpevolezza di Dreyfus è il maggiore marchese Mercier, cioè l’uomo che aveva riconosciuto nella calligrafia del traditore quella di Dreyfus e che prima del processo aveva creato un bel dossier segreto pieno di aria fritta, dossier che il 22 dicembre viene consegnato ai giudici all’insaputa dell’accusato. Il verdetto di colpevolezza è unanime: Dreyfus è colpevole, ma solo perché Mercier s’è impuntato e in pratica s’è inventato tutte le prove.

Il 5 gennaio 1895 il capitano Dreyfus viene degradato in una cerimonia pubblica e il 21 febbraio sale a bordo di una nave diretta alla famigerata Isola del Diavolo, prigione disumana con scarse possibilità di ritorno. Tutti avevano chiesto la pena di morte, trattandosi di alto tradimento, ma i giudici – forse sentendosi in colpa per la totale inconsistenza del processo – optarono per il carcere a vita: in realtà mandare Dreyfus all’Isola del Diavolo significava lo stesso ucciderlo, ma di una morte più lenta.

Un paio di pezzi di carta inconcludenti: ecco il Dossier Dreyfus

Per mesi la famiglia Dreyfus solleva polveroni mediatici sulla questione, finché il nuovo arrivato maggiore Georges Picquart non decise di analizzare l’intera questione, anche alla ricerca di eventuali complici. Nel marzo 1896 alla sezione gestita da Picquart arriva una lettera consegnata a mano (non si sa da chi) di colore azzurro, tanto che diventerà famosa come petit-bleu: una lettera spedita dall’addetto militare dell’ambasciata tedesca al maggiore Esterhazy. Un fenomeno davvero curioso: quale spia invia documenti segreti specificando bene il proprio nome? Non può darsi che quella lettera sia un falso per spostare l’attenzione delle indagini su Esterhazy? Non si saprà mai chi abbia mandato quel petit-bleu, ma subito tutti pensano alla famiglia Dreyfus. Picquart non può ignorare questa nuova “pista” e per mesi indaga su Esterhazy, ma di nuovo non esiste la minima prova che possa essere coinvolto in un alto tradimento. E di nuovo, l’assenza di prove non scoraggia la macchina della giustizia: il 1° settembre 1896 Picquart invia un rapporto in cui accusa Esterhazy di complicità con Dreyfus. Per fortuna stavolta non si procede, anche perché Picquart si è procurato le prove con sistemi illegali.

Oliver Reed con in mano il petit bleu

Il 18 settembre 1896 la famiglia Dreyfus chiede che si riapra il processo, perché ormai non è più sola, non è più la voce di una famiglia indignata: è la voce della Francia. O meglio… di metà Francia. Il verdetto di colpevolezza emesso in quel dicembre 1894 ha scosso l’intero Paese sin dal profondo, e più passa il tempo più le polemiche trasformano un caso di mala-giustizia in ciò che ancora oggi è chiamato «Affaire Dreyfus»: il più grande scandalo mediatico della Francia, e se il Novecento non avesse chiesto il suo enorme tributo di sangue, tra guerre mondiali e stragi varie, ancora oggi i francesi starebbero litigando su Dreyfus.

«Questa crisi del socialismo – l’antisemitismo è infatti una malattia socialista – non durerà.» Così scrive Michael Marrus nel 1892, solamente due anni prima degli eventi, indicando come quell’antisemitismo che è conseguenza del socialismo fosse un fenomeno trascurabile. Mai previsione fu più sbagliata. Dopo l’Affaire Dreyfus non solo l’antisemitismo è diventato un problema del tutto non trascurabile, ma da “malattia” della sinistra è passato a “valore” della destra. L’idea di una “serpe giudaica in seno” che passasse segreti al nemico infiammò ogni animo nazionalista del Paese per anni, mentre dall’altra si puntava sull’assenza totale di prove e sul timore che un esercito senza controllo agisse indisturbato. Ma erano solo alcune delle tante sfumature che tennero banco per anni e anni. Noi siamo abituati a polemiche più veloci della luce, “casi” scottanti che durano due o tre giorni per poi cadere nel dimenticatoio: per dodici anni l’intera Francia ha passato ogni singolo giorno a litigare violentemente sul caso Dreyfus. Non è chiaro se le persone qualunque vi abbiano dedicato tutta questa enfasi, ma chiunque in Francia avesse una voce – scrittori, poeti, pittori, disegnatori, cantanti, giornalisti, saggisti – ha detto la sua ogni giorno per un decennio. Si sono rovinate famiglie ed amicizie, perché sull’Affaire Dreyfus non si poteva transigere.

Che sottigliezza artistica, scegliere una “faccia da spia” per interpretare Esterhazy

Il potere dei giornali raggiunse vette inimmaginabili. Sui quotidiani venivano pubblicati i segreti più scottanti, perché niente rimaneva segreto ai giornalisti: dal dossier pieno di frottole di Mercier alla “lettera azzurra” ricevuta da Picquart, tutto finì in prima pagina, e se si trattava di segreti di Stato… meglio ancora. Gli storici dell’Affaire concordano nel fatto che quell’autunno del 1896 i militari, pressati dalla valanga mediatica che copriva l’intera superficie del Paese, commisero una serie di errori che cancellano ogni pur vaga speranza di regolarità potesse avere il processo del 1894. Per esempio venne allontanato Picquart perché la sua indagine illegale rischiava di far esplodere ancora di più il caso, ma dopo qualche mese – nel giugno 1897 – l’ufficiale ormai deluso dall’esercito si mise a raccontare al suo amico Louis Leblois, membro della magistratura parigina, la sua “indagine” e di come fosse ancora convinto che il vero colpevole fosse Esterhazy. In un lampo ogni giornale cittadino ne è informato, e tutti quelli che per anni avevano gridato all’innocenza di Dreyfus alzarono ancora di più la voce.

Le richieste della famiglia Dreyfus di riaprire il processo erano state tutte respinte perché si diceva non esistessero nuove prove da esaminare: nell’autunno 1897 la stampa aveva divulgato così tanti particolari, così tante testimonianze ed indiscrezioni, indagini e documenti segreti, che alla fine non è più possibile rifiutare l’apertura di un nuovo processo. Tutti sanno tutto, anche che il primo processo era stata una barzelletta. Ormai però l’esercito non può più ammettere l’errore – perché tutti sanno che arrestare Dreyfus è stato un madornale errore – e quindi si deve andare avanti, aggiungendo la malafede all’illegalità e all’errore già commessi. L’unico modo per risolvere la questione è riunire la corte marziale per una farsa, cioè per emettere un verdetto che tutti già conoscono: il 10 gennaio 1898 la corte marziale stabilisce l’innocenza di Esterhazy, che in realtà nessuno aveva mai accusato di alcunché, visto che solo Picquart continuava a crederlo colpevole di tradimento per motivi presenti solo nella sua testa. L’innocenza di Esterhazy stabilisce automaticamente la colpevolezza di Dreyfus, si dicono i giudici… non sapendo la tegola che sta per cadere loro in testa.

Quando i titoli di giornali cambiavano la storia

Il 13 gennaio 1898, solo tre giorni dopo quel verdetto, Émile Zola pubblica su “L’Aurore” il suo celeberrimo attacco, quella lettera aperta che è diventata archetipica di ogni denuncia di ingiustizia, e il cui titolo cubitale ancora oggi è citato: «J’accuse». Uno dei più grandi autori francesi, oltre che noto “animale da polemica”, accusava l’esercito di aver condannato un innocente (Dreyfus) e aver assolto un colpevole (Esterhazy). L’ondata raggiunse la Camera dei Deputati, perché sono anni burrascosi in cui il pericolo di colpo di Stato è sempre dietro l’angolo, e con l’intera classe intellettuale e politica di Francia spaccata a metà tra “favorevoli” e “contrari”, dreyfusardi e antidreyfusardi ci voleva un attimo che una semplice scintilla desse fuoco a tutto.

Émile Zola appare per ben due fotogrammi nel film del 1991…

Mentre inizia un processo a Zola in cui volano stracci in ogni dove, a maggio ci sono le elezioni e a luglio 1898 Godefroy Cavaignac, il nuovo Ministro della Guerra, tiene un discorso alla Camera per mettere in chiaro l’andazzo: il verdetto del 1894 è stato giusto. Il sottotesto è chiaro: ammettere che l’esercito abbia commesso un errore e poi atti illeciti per coprirlo è totalmente impossibile. Cavaignac è preciso e meticoloso nel citare le prove della colpevolezza di Dreyfus, e dopo il suo discorso dà mandato a un assistente di fare una bella indagine riepilogativa su tutto l’Affaire: un mese dopo, il 13 agosto, l’assistente scopre che uno dei documenti citati da Cavaignac alla Camera era palesemente un falso, una delle varie prove inventate da un maggiore, Hubert-Joseph Henry, per accusare Dreyfus. Arrestato, Henry si suicida in carcere il 31 agosto e Cavaignac rassegna le proprie dimissioni, pur rimanendo convinto della bontà del processo a Dreyfus. Ed Esterhazy, capito l’andazzo, fugge in Belgio per sicurezza.

Poter sbandierare un documento falso tra le prove permette alla famiglia di Dreyfus finalmente di riaprire il processo, ad opera della Corte di cassazione, che – come dice il nome – non può ribaltare i verdetti ma solo “cassarli”, ordinando di rifare un processo. Le due fazioni – i dreyfusardi e gli antidreyfusardi – sono ormai veri e propri partiti politici in lotta fra di loro, il destino dell’uomo Dreyfus non ha più importanza: è una questione sociale e politica da cui dipende il destino del Paese. Dopo mesi di burocrazia e continui illeciti, finalmente il 7 agosto 1899 inizia il nuovo processo, con il povero Dreyfus fatto tornare dall’Isola del Diavolo, anche se dopo quattro anni non rimane più molto di lui. Emaciato e deperito, Dreyfus alla fine ascolta un secondo verdetto di colpevolezza, ma stavolta con una condanna a soli dieci anni di galera, con metà pena già scontata. Non esistono attenuanti nel reato di alto tradimento, è chiaro che l’esercito sta pubblicamente ammettendo di aver sbagliato, ma non potendo prosciogliere Dreyfus cerca di rimediare alleviandogli la pena. Anche se è palese che l’uomo non sopravvivrà ad altri anni di prigionia sull’Isola del Diavolo.

Mentre tutta la Francia litiga su Dreyfus, Dreyfus non ha modo di litigare con nessuno, all’Isola del Diavolo

Non manca la proposta della grazia di Stato, proposta da molti per risolvere velocemente la questione, ed è abbastanza probabile che venga emessa velocemente, per chiudere finalmente l’Affaire, ma questo infiamma ancora di più le voci: se Dreyfus accettasse la grazia, ammetterebbe la sua colpa e automaticamente scagionerebbe l’esercito da ogni accusa. Non solo, se il Presidente della Repubblica avesse davvero concesso questa grazie avrebbe a sua volta lasciato supporre che c’era stato un errore – come si può altrimenti graziare un traditore della patria? – quindi nessuna delle due fazioni sperava nella grazie, che avrebbe scontentato tutti. Tranne il povero Dreyfus, che cercava solo di sopravvivere.

Il tempo passa e il nuovo Ministro della Guerra, il generale Louis André, dà ordine di ristudiare di nuovo l’intera documentazione del caso, mentre processi e appelli si rimbalzano: l’esito di questa nuova analisi è lo stesso di tutte le precedenti, non c’è neanche l’ombra di uno straccio di prova contro Dreyfus. Dopo infiniti mesi di ritardi, dovuti ad una situazione geo-politica disastrata e con mille problemi interni ed esterni, il 12 luglio 1906 la Corte di cassazione “cassa” la sentenza di colpevolezza senza richiedere l’istituzione di un nuovo processo. È chiaro che si vuole solo chiudere questo incubo e che un nuovo processo sarebbe una farsa come i precedenti. Viene resa giustizia a un uomo, Dreyfus, ma viene colpito al cuore un Paese, la Francia: nel 1894 è stato commesso un atto illegale per “ragion di Stato”, condannando un innocente – sapendo che era innocente – perché serviva un colpevole al volo; nel 1906 è stato commesso un altro atto illecito, forzando le procedure legali per scagionare Dreyfus, così da mettere fine a una brutta storia. Nessuno saprà mai chi stava passando documenti segreti ai tedeschi.

I dreyfusardi per difendere la giustizia colpita al cuore accettarono che si violasse la giustizia, quando faceva loro comodo; gli antidreyfusardi accettarono ogni tipo di sporcizia purché fosse compiuta “per ragion di Stato”. Nessuno uscì pulito dall’Affaire Dreyfus, se non Dreyfus stesso.

La lotta all’ingiustizia ha accettato l’ingiustizia come arma di lotta, e il mantenimento della giustizia ha accettato che la giustizia passasse in secondo piano. Come scriverà Roger Martin du Gard nel suo romanzo Jean Barois: «Abbiamo inciso l’ascesso e atteso la guarigione; e invece si è sviluppata una cancrena».


Dreyfuss interpreta Dreyfus

Per festeggiare i cent’anni dell’inizio dell’Affaire Dreyfus cosa c’è di meglio se non trasformarlo in film… interpretato da un attore con lo stesso cognome, anche se con una “s” in più? Solo che nella vicenda che ne porta il nome Dreyfus è solo uno spettatore, completamente marginale, quindi per un nome come Richard Dreyfuss serve ben altro personaggio: per lui viene creato un delirante falso storico, intitolato Prisoner of Honor.

Il regista Ken Russell chiude il suo saggio autobiografico Altered States (novembre 1991) annunciando che hanno appena finito di girare detto film televisivo per la HBO, una produzione che ha impiegato otto anni per iniziare e che può contare su un alto budget: cinque milioni di dollari, una signora cifra per il piccolo schermo, visto poi che Russell ha appena girato con due spicci The Strange Affliction of Anton Bruckner (120 mila dollari) e Whore. Puttana (150 mila dollari). Un film in costume sicuramente richiede molti più investimenti, anche se è facile che il costo maggiore sia l’ingaggio della celebre star americana.

Nel novembre 1992 il film televisivo britannico riceve il visto della censura italiana con il titolo Prigionieri dell’onore (perché quel plurale?), ma spunta nei cinema nostrani solo dall’aprile 1993, ed esattamente un anno dopo va in onda su Tele+1. Forse è in questa occasione che l’ho visto la prima volta, con gran piacere, o forse lo abbiamo noleggiato in videoteca in quel periodo. Ricordo che i trailer erano splendidi e tutti in famiglia sapevamo che ci sarebbe piaciuto. Rivisto oggi, però, non sono riuscito ad apprezzarlo quanto ricordavo d’aver fatto.

Pulp Video lo porta in DVD nel giugno 2011 ed oggi è disponibile su Prime Video da pellicola italiana, con il nuovo titolo L’affare Dreyfus.

La vicenda si apre nel 1923, con un editore interessato a pubblicare un testo che racconti agli allibiti britannici l’increscioso Affaire Dreyfus, che per un decennio ha tenuto in scacco la Francia tanto che allo scoppio della Prima guerra mondiale la Germania era più che convinta si sarebbe trovata davanti un Paese infiacchito e spezzato. Per questo va da un conoscente del profugo Esterhazy e da lui si fa raccontare l’intera storia.

Ci si tuffa dunque indietro a quel 5 gennaio 1895 in cui il capitano Dreyfus è degradato in pubblica piazza, e le cui lamentele fanno ridere il colonnello Picquart (Ricahrd Dreyfus), insieme al maggiore Henry (Peter Firth): entrambi candidati ad occupare il posto della polizia militare lasciato vagante. Promosso Picquart, questi ci viene presentato come addirittura il maestro di Dreyfus, quindi ancora più deluso del tradimento di quello che ormai lui considera solo un ebreo, quindi infido di natura, calcando molto la mano sulle idee intolleranti del nuovo capo del controspionaggio.

Per la americana HBO Russell dà fondo ad ogni possibile e immaginabile stereotipo e luogo comune a stelle e a strisce, il che davvero non è degno della sua genialità. Trattandosi di un prodotto americano, il suo unico scopo è sottolineare come i britannici siano tutti stronzi e i francesi tutti infami, e qui vale doppio perché il cast è formato interamente da attori britannici che interpretano francesi, perciò sia stronzi che infami. Ogni singolo francese mostrato nella vicenda è ritratto come una merda umana: l’unico personaggio positivo di tutto il film è Picquart, guarda caso interpretato dall’americano Dreyfuss, che gigioneggia con fare superiore in mezzo a quegli osceni barbari che altri chiamano francesi.

Non so se lo sceneggiatore Ron Hutchinson si rifaccia a qualche scuola di pensiero anglofona alternativa, comunque modifica pesantemente l’intera vicenda e Picquart si trasforma nell’eroe senza macchia e senza paura che affronta un’intera Nazione: mentre tutti i francesi, ripeto TUTTI i francesi, sono convinti della colpevolezza di Dreyfus e picchiano gli ebrei per strada – perché, lo ricordo, per gli americani i francesi sono tutte merde – Picquart è l’UNICO al mondo ad essere convinto dell’innocenza di Dreyfus, perché la lettera azzurra rende chiaro che il colpevole sia Esterhazy, malgrado non ci siano prove se non le stesse inconsistenti contro Dreyfus. Così Picquart subisce ogni tipo di angherie perché i militari non vogliono che lui metta in crisi lo Stato sollevando dubbi: stando a questa narrazione, NESSUNO solleva dubbi se non Picquart, il che è un falso drammaticamente pesante.

Per cercare di sgravarsi la coscienza, alla fine viene mostrato un libro falso, Prisoners of Honor di Kevin Bainesworth, uno pseudobiblion per cercare di dare autorità al tutto, ma rimane solo un gioco letterario.

Un delizioso “libro falso”, calato però in un enorme falso storico

Una volta cambiati i potenti ai vertici militari, nuove indagini svelano immediatamente la verità che Picquart da anni andava denunciando, e in un attimo tutto è sistemato: la Verità trionfa e il vincitore morale è Picquart, l’uomo che sfidò la Francia perché giustizia trionfasse. mi stupisce davvero che Russell si sia prestato a un’operazione del genere, comunque posso testimoniare come all’epoca il film mi sia piaciuto parecchio, sebbene ignorassi tutto dell’Affaire Dreyfus.


L’ufficiale e la spia

Cos’ha spinto un nugolo di minuscole case produttrici a ricreare in tempi recenti lo stesso identico film? Sarebbe stato interessante se avesse raccontato la storia da un’ottica diversa, magari senza vergognosi falsi storici, invece no: è proprio lo stesso film. Un plagio vergognoso che mi stupisce porti la firma di Polanski, che temo non sia più il Roman d’un tempo.

Il celebre autore britannico Robert Harris nel 2013 racconta l’Affaire Dreyfus in forma di romanzo – L’ufficiale e la spia (An Officer and a Spy), in Italia nel 2014 per Mondadori – e poi lui stesso lo trasforma in sceneggiatura per la carovana di case europee che co-producono il film J’accuse di Roman Polanski, che viene presentato in anteprima mondiale al Festival di Venezia il 30 agosto 2019 con il titolo L’ufficiale e la spia, per poi uscire nel novembre successivo in patria francese e poi in Italia.
Eagle Pictures lo porta in DVD e Blu-ray nel marzo 2020.

Robert Harris è un fenomenale ricercatore, il problema è che per vendere libri è costretto spesso a trasformare in romanzo il risultato delle sue ricerche, non sempre con effetti soddisfacenti. Di sicuro avrà fatto ricerche approfondite per raccontare l’Affaire, ma il problema è che la sua fotocopia del film del 1991 denuncia una seria carenza dal punto di vista non solo narrativo ma anche ideologico. Sia perché evidentemente da anglofono non ce la fa proprio a non seguire la versione anglofona della storia – con l’eroico Picquart solitario che sfida il Paese perché trionfi la giustizia – sia perché perde di vista il primo dovere di un ricercatore. Raccontare il “succo” della vicenda, non solo i minimi particolari.

Harris tramite il pedante e noiosissimo film di Polanski si lancia nell’elencazione di una nube densa di minuscoli particolari – le tecniche di spionaggio nella Francia del 1895, la qualità della carta, le conoscenze di grafologia, tutto spiegato in lunghe scene anti-climatiche – perdendo completamente di vista il succo, seguendo fedelmente il sentiero già tracciato dal film del 1991, di cui L’ufficiale e la spia è solo una pessima fotocopia.

Monsieur Picquart e il caso del Dreyfus misterioso

Qual è il succo dell’Affaire Dreyfus? Che un errore giudiziario come purtroppo se ne compiono tanti ha spaccato un intero Paese per dieci anni, perché l’intera popolazione ha trovato nel caso Dreyfus un qualcosa di proprio e si è schierata, senza dimenticare gli enormi interessi politici intorno a una questione capace di far cadere un Governo e addirittura l’istituzione militare stessa. Tutto questo è completamente assente nel film di Ken Russell e quindi anche nella sua fedele fotocopia di Roman Polanski: entrambi parlano di un eroe che DA SOLO ha sfidato la Francia e quelle merde di francesi per difendere Dreyfus, che sapeva essere innocente grazie a prove la cui totale inconsistenza è pari solo alle prove della colpevolezza. Quindi il succo del discorso è totalmente sballato.

Il succo dell’Affaire Dreyfus è che l’apparato giuridico dell’epoca era inadeguato e che la discriminazione contro gli ebrei diventava endemica: non più deriva ideologica della sinistra bensì programma politico della destra. Non importa se il singolo cittadino abbia in simpatia o in antipatia gli ebrei, ora la questione sale di livello ed entra nella politica del Paese. Tutto questo è completamente assente in entrambe i film, che ritraggono i francesi come bestie assetate di sangue ebreo, in scene che Polanski copia di peso da Russell in una corsa verso il basso in qualità.

Il succo dell’Affaire Dreyfus è l’ufficializzazione del crimine di Stato: non importa se si condanna un innocente, se è fatto per la sicurezza nazionale. Metà Francia per dieci anni ha gridato il proprio dissenso contro questa idea che va contro ogni valore civile: in entrambi i film i francesi sono ritratti come bestie immonde che passano la vita a picchiare ebrei, mentre tutti i militari, TUTTI tranne Picquart, complottano e cospirano per il bene dello Stato.

Il succo dell’Affaire Dreyfus è che ancora oggi le democrazie continuano a dimenticare la giustizia e i diritti civili, ma nessuno si lamenta più: perché un nome ebreo come Alfred Dreyfus viene sostituito da un nome musulmano come Mohamedou Slahi, l’Isola del Diavolo è sostituita da Guantánamo ma il resto è tutto completamente identico, come racconta il film The Mauritanian (2021) di Kevin Macdonald, con Jodie Foster e Benedict Cumberbatch, appena uscito su Prime Video.

Slahi è un novello Dreyfus, accusato ingiustamente e sbattuto fuori dal mondo per quattordici anni, senza una prova, senza un’accusa, senza un’incriminazione, solo perché prega il Dio sbagliato nell’America del post-11 settembre. Quando finalmente un tribunale ufficializza la sua innocenza, non essendoci una fottuta prova a suo carico, il Premio Nobel per la Pace Barack Obama ribalta il verdetto e lo tiene altri sette anni in carcere, sempre illegalmente, sempre senza prove né incriminazioni, perché liberare Dreyfus significa mettere a rischio quel castello di carte che è la democrazia.

L’unica differenza è che metà Francia per anni si è battuta per la scarcerazione di Dreyfus, mentre nessuno si è battuto per un musulmano che qualcuno si è inventato avesse partecipato all’organizzazione dell’attentato alle Torri Gemelle, senza che ci fosse una dannata prova a supportarlo: infatti Mohamedou Slahi non è mai stato incriminato, al contrario di Dreyfus. Essere musulmano nella democratica America è come essere ebreo nella Francia di Dreyfus. Forse se smettessimo di odiare a comando, seguendo falsi idoli e falsi profeti, e cominciassimo a pretendere che i diritti civili valgano per tutti, anche per i colpevoli (o supposti tali), allora magari nei potenti nascerebbe la storica domanda del Massone della Uàllera d’oro: «Ma vulissimo prova’, per ’na volta, questa famosa “democrazia” di cui tanto ho sentito parlare?»

L.

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26 risposte a La Storia e la Finzione: L’Affaire Dreyfus

  1. Cassidy ha detto:

    Bellissimo post specialmente per il parallelismo finale davvero al passo con i (brutti) tempi e le uscite su Prime Video. Penso che Polasnki fosse interessato all’idea dell’ebreo accusato al centro di una polemica enorme (autobiografico?) ma non è certo il suo film più ispirato o meglio è ispirato ad un altro film 😉 Cheers

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Ken Russell che firma una tipica propaganda americana da pomeriggio televisivo era già uno spettacolo difficile da mandar giù, vedere poi Polanski che lo plagia fa ancora più impressione. Sono entrambi momenti brutti delle carriere di grandi artisti.

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  2. Il Moro ha detto:

    Solo applausi per questo splendido articolo.

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  3. Willy l'Orbo ha detto:

    Giornata con molti impegni e post corposo che promette bene, anzi, benissimo: come faccio?
    Non ho saputo resistere e ho dato una prima lettura rapida, cui seguirà una più approfondita; ma già sono davvero appagato di aver viaggiato tra storia e film, in un pezzo ricco di tante cose, una fornace di riflessioni che si conclude al meglio con lo spunto sul film The Mauritanian e la chiosa sulla propensione, ahinoi, all’odio.
    Solo applausi, tanti e meritatissimi, per Lucius! 🙂

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  4. Vasquez ha detto:

    È incredibile e increscioso che più spesso che no sull’altare della democrazia venga sacrificata proprio la democrazia.
    Complimenti e grazie per questo pezzo da incorniciare. Anzi guarda: mo’ lo stampo e vado subito a comprare la cornice!

    Spero di non andare fuori tema con quello che sto per dire, non troppo almeno, nel caso comunque “scancella” pure tutto senza pietà.
    Mentre leggevo di ricerche e narrazione dispersiva che per guardare troppo il dito si perde la luna per strada, mi è venuto in mente un altro film che io ho sempre trovato sopravvalutato e (parzialmente) incomprensibile, che è “Tutti gli uomini del presidente”.
    Visto più volte negli anni a distanza di tempo, e niente: per quanto le vicende dei due giornalisti siano appassionanti e i duetti degli attori coinvolgenti, la vicenda rimane poco chiara. Non sono mai riuscita a capire vedendo questo film cosa contengano quei documenti e quali conseguenze comporti la loro divulgazione.
    La vicenda diventa un po’ più chiara in “Frost/Nixon – Il duello”, ma non poi di molto, anche se quest’ultimo mi è piaciuto molto più dell’altro.
    Sarà forse che è una vicenda nota e stra-nota negli USA che danno un sacco di cose per scontate…

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      La forza di “Frost/Nixon” sta proprio nei dialoghi dei due splendidi attori e nell’importanza ideologica, mentre per le cose molto più concrete temo ci manchino parecchi tasselli che invece magari gli americani conoscono a memoria, che glieli insegnano a scuola.
      Un film di denuncia dovrebbe sempre parlare al meno informato degli spettatori e spiegare tutto, ma non è una regola: ecco però perché quando c’è qualche film che spiega bene risulta molto più bello 😉

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  5. Zio Portillo ha detto:

    Pezzone, al solito. Questa rubrica è da sempre, a mani bassissime, la mia preferita tra tutte.

    Piccola nota. Sai che ascolto lo “Zoo di 105”, vero? Prima ancora che “Le Iene” si interessassero al caso, fu Mazzoli dello Zoo a parlare di Chico Forti e dalla sua incarcerazione a Miami. E ne fecero uno speciale dove ricostruirono i fatti. Conclusero che le prove a carico del Forti furono solamente indiziarie e zeppe di errori giudiziari pure nell’incriminazione (tipo che fu interrogato senza la presenza del suo avvocato). Fu condannato perché o era stato lui o era stato lui, senza indagare se ci potessero essere altri colpevoli. Peccato che, ripeto, a carico del Forti ci siano solo prove indiziarie senza che nessuna sia veramente concreta.

    Ma perché non lo si libera e si ammette l’errore riaprendo il caso? Il problema in questo caso è che riaprire il processo e/o liberarlo vuol dire che Forti può intentare una causa agli Stati Uniti che vincerebbe pure se lo difendessi io, ottenendo un risarcimento milionario. E nessuno vuole prendersi la briga di smuovere le acque e sperano che l’opinione pubblica si dimentichi di questa storia.

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Di casi come questi temo ne esistano a valanga, a causa di quella barzelletta che gli americani chiamano “miglior sistema giudiziario del mondo”. Per questo fa ancora più ridere quando moraleggiano in film televisivi spacciati per ricostruzioni storiche di altri Paesi.
      Parliamo del Paese che – come ha ricordato recentemente il film “The Conspirator” di Robert Redford – è nato su porcherie giudiziarie, con la madre di uno accusato dell’omicidio Lincoln impiccata solo perché “non poteva non sapere”, un caso che si posava sul nulla ma che prevedeva come “in guerra i diritti civili passano in secondo piano”, che è la regola che vale nel nuovo millennio, da quel 2001 in cui sono riusciti a trasformarsi in stato di guerra eterna come un vecchio romanzo di Joe Haldeman. La narrativa ha anticipato sempre tutto, ma nessuno ha ascoltato.
      Di errori giudiziari è pieno il mondo, capitano ovunque e a chiunque, ma denunciarli dovrebbe sempre essere l’obiettivo primario di un sistema sano, che usa i propri anticorpi per combattere malattie interne e mantenersi sano.

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      • Giuseppe ha detto:

        Purtroppo, giusto per rimanere ancorati alla pressante attualità, appare evidente quanto un sistema democratico necessiti di essere vaccinato per continuare a combattere quelle malattie interne (gli errori giudiziari, nello specifico) che troppo spesso sembra non riconoscere più come tali, finendo per soccombere.
        Interessantissimo e come sempre dettagliato nuovo appuntamento con questa gradita rubrica, dove si ricorda ancora una volta quanto i film storici siano spesso interessati a tutto fuorché alla veridicità degli storici eventi che pretenderebbero di raccontare. Discutibile il modus operandi di Ken Russell, senz’altro, ma il fatto che nel suo caso i soldi fossero americani può aver pesato nella scelta di una farlocca ricostruzione dell’affare Dreyfus realizzata praticamente ad uso e consumo degli stereotipi USA a riguardo (anche se mi risulta assai difficile pensare a un maestro come Russell piegato a un qualsivoglia diktat produttivo per semplici questioni di soldi). Nel caso, però, Polanski non avrebbe avuto nemmeno quest’alibi, essendo la sua una produzione completamente europea e quindi non “obbligata” a propagandare di nuovo il medesimo falso storico…

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Alla malattia dell’errore giudiziario poi si aggiunge l’aggravamento della terribile sindrome “Tutto è lecito, se è per ragion di Stato”, per cui nessun vaccino sembra avere effetto. Abolire i diritti civili in tempo di guerra – anche se è guerra auto-dichiarata ad un nemico intangibile – è una pratica pericolosa che ha ben poche differenze da una classica dittatura, solo che finge di non esserlo. E così’ si diventa esattamente come il nemico che si vuole combattere, realizzando la storica massima “Abbiamo incontrato il nemico: siamo noi”.

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  6. auleia1 ha detto:

    scusatemi, non capisco, colpa mia, quali sono i due film, questo mi pare di aver capito che non è consigliato https://www.primevideo.com/detail/0KVQD3IJGBOYHTDU4J5RNUFAO3/?tag=comingsoon0news-21 giusto? ma l’altro quale è? grazie

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      I film in realtà sono completamente identici, essendo quello di Polanski un plagio-fotocopia di quello di Russell, quindi tecnicamente sono entrambi sconsigliati dal punto di vista storico, perché non rispettosi degli eventi reali, ma dal punto di vista filmico quello di Russell sicuramente è più piacevole.
      Si tratta di “Prigionieri dell’onore” (1991) che però, per motivi ignoti, Prime Video ha deciso di ribattezzare per cacchi suoi “L’affare Dreyfus” (ecco il link a Prime Video.)
      Poi c’è il plagio-fotocopia di Roman Polanski “L’ufficiale e la spia” (2019), noiosissimo perché punta tutto su particolari tecnici di nessun interesse, a meno di non essere studiosi della tecnologia dell’epoca (sulla cui attenzione storica è tutto da vedere.) Ecco il link di Prime Video.

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  7. auleia1 ha detto:

    non sono una persona capace di commentare un film, mi basta al momento “farmi” emozionare, non saprei dire bulla sulla sceneggiatura fotografia o regia. ecco perché seguo i vostri messaggi o link, mi fido “ciecamente”, ma il film lo vedo con gli occhi aperti. l’unico non visto al cinema ma solo ascoltato fu Suspiria, non ricordo quando, ma un amico pagò il biglietto e guardai il film girato dall’altra parte del telone

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      ahahaah si dovrebbe aprire una rubrica sui film “ascoltati in sala” 😀
      Scherzi a parte, onestamente non saprei quale consigliarti dei due film in questione: quello del 1991 è più appassionante, costruito meglio, mentre quello del 2019 è lentissimo e molto spesso noioso, malgrado sia esteticamente migliore. La trama purtroppo è identica nel raccontare male l’evento storico, quindi puoi benissimo chiudere gli occhi e sceglierne uno dei due a caso 😛

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  8. loscalzo1979 ha detto:

    La vicenda Dreyfus è sicuramente una pagina di storia che affascina (e disgusta) tuttora per vedere dove si arriva pur di non ammettere di aver sbagliato, per salvare la faccia.

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Quella è solo una parte del problema, l’altra parte è che si è accetta l’ingiustizia perché fosse ristabilita la giustizia: in pratica hanno perso tutti.

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      • auleia1 ha detto:

        visto il film di Ken Russell, a questo punto, e dopo aver letto il post, non vedrò il secondo. un film che non mi ha lasciato nulla, mi dite cosa c’è di interessante dal punto di vista cinematografico? non ho letto il libro, e nemmeno il post, lo farò adesso. comunque la storia chi dovrebbe scriverla i vinti o i vincitori?

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Per fortuna la storia di Dreyfus non ha né vinti né vincitori così si è potuta raccontare, mentre invece il film di Russell la ignora e si inventa un falso storico, cioè un Pequard che da solo ha voluto difendere Dreyfus contro quei cattivi francesi che ce l’avevo con lui e contro gli ebrei. Quello che rimprovero al film è di essersi lasciato andare a pura falsità di grana grossa.
        Russell è un grandissimo regista visionario, uno dei grandi maestri di quest’arte, ma qui temo che stesse solo lavorando su commissione e non ha messo un briciolo di passione. Polanski nel suo plagio adotterà qualche piccolo vezzo visivo in più, ma visto che il risultato è la noia più totale anche lui ha toppato della grossa.
        Per finire, ti consiglio di leggerti il mio pezzo, non perché sia mio – troverai citate le fonti da cui ho preso le informazioni – ma perché la vicenda di Dreyfus purtroppo è ancora oggi attualissima.

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  9. auleia1 ha detto:

    letto il post, non so dire altro, certo la giustizia dei grigi (i parrucconi delle varie corti di giustizia), così li chiamano alcuni, hanno e possono decidere la sorte, ma di qualcuno dobbiamo fidarci o no? “basterebbe per ogni processo un tiro a sorte della moneta” dice una persona, tanto così come è scritto il codice è solo una pura e sola interpretazione. mi fermo qui altrimenti vado fuori tema, e nel cinema è importante. di ken russell cosa consigliate, in italiano soprattutto, e in streaming anche a pagamento, ho solo netflix e primevideo in abbonamento.

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