Wrath of Man (2021) Remake in salsa sirtaki

«Ogni film ha tre componenti: il film in sé, la campagna pubblicitaria e il giorno dell’uscita. Io ho il controllo solamente sul primo». Così Guy Ritchie confessa a Dave Griffiths (28 aprile 2021) di essere sempre nervoso all’uscita dei propri film. Anche perché nel caso di questo suo ultimo, Wrath of Man (“L’ira dell’uomo”) la campagna pubblicitaria è stata scarsina (ma c’è stata?) e la data d’uscita ballerina, inseguendo le sorti della serie “Black Widow” della Marvel per non sovrapporsi.

Al contrario dei registi “bravi”, che copiano di nascosto, Ritchie non ha problemi a rendere subito chiaro come questa sia una sua personale reinterpretazione di un noir francese, specificandolo nei titoli di testa. Nella citata intervista è la prima cosa che dice, rispondendo alla domanda sull’ispirazione per il film:

«L’idea mi è venuta più di dieci anni fa mentre guardavo il film francese Le Convoyeur, finché un giorno ho deciso di smettere di parlarne e di iniziare a concretizzarla.»

Visto che Ritchie ha citato uno dei miei personali film di culto, per parlare di Wrath of Man è necessario partire dall’inizio.


Cash Truck

Nel 2013 Jean Dujardin è un attore ancora “caldo” in Italia, grazie all’Oscar vinto l’anno precedente come attore protagonista di The Artist (2011), decisamente un film minore per la sua bravura ma un buon modo per far conoscere al mondo un attore di straordinario talento interpretativo. (Un giorno racconterò come l’ho conosciuto, ma qui andrei troppo fuori tema.)
Scopro in quell’anno che MHE sta portando in DVD italiani alcuni vecchi film dell’attore, recuperandoli dal disinteresse del nostro Paese nei confronti di uno dei migliori nomi europei in circolazione – mi avrebbe stupito il contrario! – e così mentre arrivano novità come Gli infedeli (2012), ho l’occasione di gustarmi titoli d’annata come Ca$h (2008) ma soprattutto Cash Truck (Le convoyeur, 2004).

Scritto da Éric Besnard (che poi avrebbe non solo scritto ma anche diretto Ca$h) e da Nicolas Boukhrief, che l’ha anche diretto, Cash Truck ci mostra una delle peggiori agenzie di trasporti blindati della Francia: quando un’azienda pezzente ha bisogno di un blindato e non può permettersi le aziende serie, si rivolge alla nostra agenzia. Dove il personale è altamente qualificato per qualsiasi cosa, tranne per il trasporto di valuta su blindato.

Veniamo a conoscenza delle varie procedure grazie ad Alex (Albert Dupontel), ex agente di sicurezza bancario che viene assunto dopo un attentissimo esame di cinque minuti: di solito basta saper respirare per rientrare nei rigidissimi parametri per il trasporto blindato, ma non è proprio essenziale. Nessuno dei colleghi che man mano Alex conosce sembra un essere bipede, assomigliano tutti ad animali abbrutiti dalla vita e dalla demenza. Tutti ce l’hanno a morte con gli “americani” perché si sono comprati l’azienda e quasi sicuramente li cacceranno via – come dar loro torto? – così Alex conosce man mano il peggio dei suoi colleghi.
Lassismo, assenza di professionalità, assunzione costante di sostanze allucinogene e via dicendo: in nessun punto l’azienda di sicurezza rimanda un’immagine di sicurezza, ma in fondo lavorano per piccole ditte e trasportano sempre spicci, quindi da anni nessuno degli agenti ha dovuto metter mano alla pistola.

Si vede che siamo in un ambiente altamente professionale

Ultimamente però qualcosa è cambiato, le rapine sono aumentate e certo non le si potrà contrastare con personale come Alex, che sembra totalmente spaesato se non proprio stralunato, combattuto dal volersi fare amici i nuovi colleghi e il voler portare a casa la pelle: le due cose non sembrano andare di pari passo. Fra droga, lassismo e dabbenaggine c’è il rischio che alla prima occasione ci scappi il morto. E infatti così succede, puntualmente.
Trasportare un blindato in periferia significa ritrovarsi circondati da bulletti d’ogni sorta, una fauna di ragazzi disperati che non hanno nulla da perdere e organizzano un “colpo al blindato” con mezzi di fortuna: dopo aver fatto saltare la testa a un ragazzino, Alex comincia a capire che questo non è il mestiere che fa per lui. Ma in realtà… questo l’aveva sempre saputo.

Sin dalla prima scena è chiaro che Alex non è chi dice d’essere: troppi segreti, troppi sguardi strani, troppo silenzio. Alex è come quei ragazzini di periferia, cioè un’arma carica pronta a esplodere: ha una vendetta personale e nessuna capacità di portarla a termine. Quando comincerà a scorrere il sangue, il problema è chi rimarrà vivo per ammirare la scena.

Questo è un tipico piccolo film che nessuno si era filato, poi uno degli attori del cast vince l’Oscar e pùf, il film viene prontamente rispolverato e presentato come thriller dell’anno. Cash Truck è palesemente un piccolissimo film, fatto con pellicola scadente, con fotografia striminzita e pare anche con mezzi di fortuna. È uno splendido piccolo film fatto esclusivamente dai suoi attori, uno più bravo dell’altro, che nella confusione generale tirano fuori la storia, e quando pensi che stiano cazzeggiando, alla fine ti accorgi che ti hanno portato dove volevano loro. Quando ti ritrovi a bocca aperta a fissare allibito il massacro finale, ti rendi conto che tutto quello che hai visto erano molliche di pane che ti avrebbero guidato al macello.

All’epoca questo film mi colpì così forte che avevo bisogno di altra narrativa sui blindati, così mi fiondai su Armored (2009) di Nimród Antal ma volevo di più, così mi sono rivolto al maestro britannico del noir: James Hadley Chase. Mi sono divorato in un lampo il suo romanzo Il mondo in tasca (The World in My Pocket, 1959), “Giallo Mondadori” n. 587 (1° maggio 1960), cinque anni prima dell’arrivo nei nostri cinema del relativo film, Il mondo nella mia tasca (An einem Freitag um halb zwölf, 1961), con Rod Steiger. Chase fa il suo dannato dovere e mi ha regalato una storia di rapina al blindato dura e pura: non c’è esigenza “nera” che Chase non sappia soddisfare.

Se Cash Truck ha infiammato un piccolo etrusco come me, figuriamoci cos’ha combinato alla fantasia del grande Ritchie.


Wrath of Man

Come specifico sempre, io sono Leggenda perciò sono l’unico al mondo a trovare drammaticamente inconsistente – se non fastidioso – lo stile di Guy Ritchie, che da vent’anni gira sempre lo stesso identico film: Lock & Stock (1998). Venti personaggi pittoreschi parlottano di cose pittoresche totalmente vuote e inutili, si dicono stupidate per un’ora finché arriva lo scontro finale, dove il sirtaki di violenza aumenta sempre più il suo ritmo e i venti personaggi cominciano a spararsi fra di loro. Come la commedia teatrale d’un tempo prevedeva il “balletto delle porte” – nel finale tutti i protagonisti entravano e uscivano da porte in perfetta sincronia («Una porta si apre, una porta si chiude: questo è il teatro. Questa è la vita» spiegava Michael Caine in Noises Off), nel cinema di Ritchie le pistole sostituiscono le porte, così tutti sono sincronizzati nello sparare il loro colpo nel balletto finale.
Se nel 1998 questa poteva essere una trovata fresca – e non lo era – ripeterla identica per i successivi vent’anni non ha giovato alla freschezza, ma è ovviamente un’idea solo mia. Perché io sono Leggenda.

Dovete sparare tutti al ritmo del sirtaki, in crescendo

Ritchie conosce solo una struttura: venti personaggi, fra cui Jason Statham, che parlano del più e del meno finché alla fine non si massacrano. Appena visto Cash Truck si è detto: perché non moltiplichiamo i dieci protagonisti della vicenda, aggiungendo Jason Statham, e facciamo una trama identica a Lock & Stock?
Non è facile ricopiare identico un film usando però la struttura di un altro, quindi tanto di cappello a Guy Ritchie, che è riuscito a rovinare un ottimo film per la sua ossessione del sirtaki di sangue finale.

Se l’originale Alex è un uomo qualsiasi, un tizio a cui la vita ha dato una bella batosta e ora, senza alcuna qualità particolare, prova a gestire una vendetta decisamente al di sopra delle sue possibilità, Jason Statham è Jason Statham, a cui Terminator chiede scusa quando calpesta l’ombra. Quando lo vediamo al primo giorno di lavoro tra i blindati, è chiaro che è super-mega-ultra-iper-qualificato per il lavoro, è subito ovvio che è Rambo tra i boy-scout, così come è chiaro che qualsiasi sia la vendetta è troppo “poco”.
Non parliamo poi di quando Jason deve proteggere il blindato: spara colpi che girano gli angoli e ammazza i cattivi semplicemente strizzando gli occhi. Mi aspettavo che sollevasse il blindato e lo usasse per menare la gente. Un po’ meno, Ritchie, un po’ meno.

È così che Jason ordina il caffè alla macchinetta

La storia è totalmente identica, scena per scena, solo che Ritchie ha aggiunto più personaggi per arrivare ai suoi soliti venti. Quindi ha modificato la sceneggiatura per giustificare tutta ’sta folla di gente? Non capisco la domanda: che sceneggiatura c’era in Lock & Stock? Ecco, la stessa. Le uniche trovate nuove sono quelle prese dal film originale, il resto è Guy Ritchie: ricordate il sirtaki di sangue? Ecco, cominciate a ballare che poi si aumenta il ritmo.
Così a metà film sbuca fuori un secondo cast di attori noti che guardano in camera cercando Ritchie, per chiedergli cosa debbano dire (non avendo alcun copione), e Ritchie non capisce: ballate, scimmie, ballate il sirtaki!

Un attore che non conosce il proprio ruolo ma balla al ritmo giusto

Intanto Jason Ti Spacco Il Culo Statham entra in modalità Terminator e spazza via la razza umana. Dal film francese ha preso il fattaccio di sangue che deve vendicare ma è chiaro che c’è un leggerlo dislivello, tranquilli che ci pensa Ritchie: prende il copione e aggiunge “ballate il sirtaki e non fate domande”.
Tutte le ottime trovate degli attori del primo film sono cassate, vediamo un manipolo di guardie giurate di cui non sappiamo niente, sono solo macchiette che ballano il sirtaki, poi c’è un manipolo di ex soldati che dicono cose stupide e senza senso, ma ballano a tempo quindi vanno bene, poi c’è Jason che va su Marte a uccidere gente, che sulla Terra ormai ha finito tutti. Ad un certo punto è costretto a costruire la macchina del tempo per uccidere gente nel passato, che nel presente non c’è più essere vivente da massacrare.

Ehi Guy, posso fare altro oltre a uccidere tutti? No, eh?

Quando arriva il sirtaki finale non c’è alcuna compartecipazione emotiva, perché sono vent’anni che vediamo sempre lo stesso identico film di Ritchie quindi già sappiamo tutto, e Ritchie non sgarra una virgola: tutto va esattamente come deve andare, come va dal 1998 in poi, e tutti a ballare con Zorba il greco.

Forse gli insuccessi riscossi ogni volta che ha provato a fare altro spingono Ritchie a rifare sempre Lock & Stock – potete chiamarlo Snatch o The Gentlemen, è sempre lo stesso identico film, scena per scena – e in fondo il piacere orgasmico che generano questi suoi sirtaki copia-e-incolla gli dà ragione: perché uscire dalla corsia preferenziale se a procedere sempre dritto si ottengono consensi?

Se volete una bella storia nera, sporca e cattiva, Cash Truck è il film che fa per voi. Se volete il solito sirtaki di sangue di Guy Ritchie, anche se con abiti fighetti e scene patinate, allora Wrath of Man è il film per voi. Sempre che la razza umana sopravviva alla furia di Jason Terminator.

L.

P.S.
E ora tutti a leggere la recensione de La Bara Volante.

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22 risposte a Wrath of Man (2021) Remake in salsa sirtaki

  1. Cassidy ha detto:

    Ben felice di aver fatto pubblicità al film se poi il risultato sono post comparativi così 😉 Era sicuro che l’originale francese mi sarebbe piaciuto di più, nel film di Ritchie è evidente che Giasone abbia fatto valere il suo peso da divo, infatti è un altro film dove “Jasoneggia” quasi più come Voorhees che come Statham, mi cercherò l’originale, questo film di Ritchie penso che deluderà molti, anche perché l’Inglese sa fare bene tante variazioni di “Lock & Stock” appena esce dal seminato, spesso si perde. “Revolver” al momento resta ancora un caso irripetibile della sua filmografia. Cheers!

    Piace a 2 people

    • Lucius Etruscus ha detto:

      All’apparenza Ritchie ha un debole per le “storie criminali” ma in realtà cerca solo scuse per riempire la scena di personaggi variopinti per poi farli tutti ballare il sirtaki di sangue finale. Questa storia però era troppo “nera” per poter essere sbrigata alla Ritchie, avrebbe meritato uno stile diverso.
      Jason è sempre Jason e ci piace sempre, ma certo qui diveggia molto più del solito 😛

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  2. bob ha detto:

    non ho visto nè questo film nè le conveyeur

    però ne aprofitto per chiederti se è possibile un giorno commentare il misconosciuto ( io lo vidi in italia al cinema ma poi è sparito) autoreverse

    film francese del 2003 sempre su rapinatori e in parte anche lì si parla di furgoni blindati

    grazie

    bob

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  3. Madame Verdurin ha detto:

    A me in generale Ritchie piace molto (escludendo Aladdin e naturalmente Travolti dal Destino), inoltre ho un’idiosincrasia per i noir francesi per colpa di Jean Reno come raccontavo, ma la tua recensione è spassosissima e mi ha fatto morire (Terminator che chiede scusa a Jason quando gli calpesta l’ombra è da ricamare all’uncinetto e incorniciare!), quindi grazie! Come diceva Cassidy da lui, che bello essere seguace del Zinefilo! 😉

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  4. Zio Portillo ha detto:

    Il film di Ritchie ce l’ho in canna perché a Guy voglio bene (nonostante tutto). Pure a Jason voglio bene. E pure mi piacciono le storie dove grotteschi personaggi parlano per un’ora e poi ballano il Sirtaki sparandosi a vicenda. Oh, che vuoi che ti dica Lucius? Sono un ometto dal cuore semplice… Ovviamente mi hai venduto il film francese che adesso devo recuperare in qualche modo.

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  5. Willy l'Orbo ha detto:

    Torno da giornata di esami dalle 8 di mattina ad ora e mi ritrovo un film di Ritchie con Jason…che dire? Semplicemente…grazie!!! 🙂 🙂

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  6. Giuseppe ha detto:

    Nemmeno io ho mai particolarmente stravisto per Ritchie, in effetti, ma la presenza esagerata di Jason nostro qualche curiosità a proposito di “Wrath of man” me la suscita… seppure, lo ammetto, la pellicola che nel post ha catturato di più la mia attenzione è proprio l’originale francese 😉
    P.S. Se mai ci sarà un prossimo Terminator propongo Ritchie per la regia e un titolo, “Lock, Stock and Skynet”: naturalmente non può mancare il sirtaki finale con i Terminator costretti ad ingaggiare un confronto armato con JASON Connor, mortalmente offeso dalle mancate scuse di un T-888 per avergli calpestato l’ombra 😛

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Il Jason di questo film fa sembrare John Connor il bamboccione del terzo film: in mano a Giasone l’umanità dorme sonni tranquilli, né Skynet né Genysis né quella stupidata del sesto film potranno mai nuocere! 😀

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