[Videogiochi] Vai avanti tu… (1982) guest post

Lascio la parola al nostro amico redbavon del blog Pictures of You, a cui ho lanciato una sfida: da alcune schermate di una nota commedia italiana, saprebbe raccontare qualcosa sui videogiochi d’annata ritratti? Sfida accettata e vinta.


In una scena del film Vai avanti tu che mi vien da ridere (1982) il commissario Pasquale Bellachioma, interpretato da Lino Banfi, entra in una sala-giochi per incontrare il suo assistente Nando Cavicchioli (Nando Paone).

Tra i tanti cabinati presenti sono riconoscibili dal “marquee”, ovvero la parte alta del cabinato riservata al titolo del videogioco, Space Invaders Part II e Galaga.

È possibile identificare anche Vanguard, alle spalle del commissario, anche se il “marquee” è solo in parte visibile quando il ragazzo che vi sta giocando si piega leggermente: si legge “GUARD”.

Infine grazie al pannello laterale con la scritta “VROOOMM” che appare alle spalle di Cavicchioli intento a giocare a una “slot-machine”, è possibile individuare un altro cabinato: Long Beach dell’italiana Olympia.

Space Invaders Part II, pubblicato della giapponese Taito nel 1979, è una versione migliorata del primo Space Invaders: è il primo videogioco a mostrare degli intermezzi animati tra un livello e il successivo.

Come il primo Space Invaders, anche questo cabinato utilizza uno schermo monocromatico con delle pellicole colorate applicate sul vetro per simulare la grafica a colori. Questo modello è stato distribuito in Europa e Australia, ma mai negli Stati Uniti. Inoltre ne fu prodotto un numero limitato perché Taito iniziò a utilizzare monitor a colori e a distribuire una versione del gioco autenticamente a colori. Per questi motivi il cabinato che appare in questa scena del film è un oggetto molto ambito dai collezionisti.

Galaga, pubblicato dalla giapponese Namco nel 1981, è uno sparatutto a tema spaziale e introduce importanti novità sia rispetto a Space Invaders sia rispetto al suo predecessore Galaxian (1979).

Gli alieni hanno infatti un movimento più complesso e con traiettoria meno prevedibile rispetto a quella orizzontale degli Space Invaders. Dalla flotta aliena disposta nella parte alta dello schermo si distaccano alcuni alieni che, oltre a sparare, a volte cercano l’impatto con l’astronave del giocatore, che può muoversi unicamente lungo l’asse orizzontale alla base dello schermo.

Un altro elemento di novità è che alcuni alieni più coriacei (sono necessari due colpi per eliminarli) possono utilizzare un raggio traente per catturare un’astronave del giocatore (riducendo così le “vite” di una). Se il giocatore abbatte l’alieno che ha catturato l’astronave, quest’ultima si affianca alla propria, contando così su un volume di fuoco doppio (e anche un ingombro doppio).

Galaga è anche uno dei primi giochi a introdurre un “livello Bonus” ovvero un livello in cui l’unico scopo è aumentare il punteggio: nel terzo livello e, successivamente, ogni quattro livelli gli alieni volano in formazione senza sparare; il giocatore deve cercare di eliminarli tutti prima che escano dallo schermo per aumentare il punteggio.

Vanguard, distribuito nel 1981, insieme a Scramble, è uno dei primi sparatutto a scorrimento verticale e orizzontale; l’obiettivo è di sparare a tutti i nemici evitando non solo il fuoco avversario, ma anche gli ostacoli e parti dello scenario. Altra novità è che l’astronave può aprire il fuoco non soltanto davanti a sé, ma in tutte le quattro direzioni cardinali.

Il “marquee” di Vanguard che appare nel film non corrisponde a quello originale e nemmeno a quello della versione distribuita dall’italiana Zaccaria. Con tutta probabilità si tratta di un cabinato-clone prodotto senza licenza, in altri termini un cabinato “pirata”.

Long Beach è un cabinato originale dell’italiana Olympia, distribuito nel 1979 e ispirato a Sprint di Atari. Si tratta di un gioco di guida con visuale dall’alto in cui si pilota una Formula 1 utilizzando un piccolo volante e una leva per il cambio. Long Beach è la prova che ai tempi degli “arcade” il nostro Paese vi era un’industria che produceva videogiochi anche originali. Gli anni seguenti sono stati caratterizzati dalla “pirateria” e un numero di sviluppatori che possiamo contare sulle dita di una mano.

Nel 1982, anno in cui il film Vai avanti tu che mi vien da ridere viene proiettato al cinema, mentre gli adulti infilano le monete in un juke-box per ascoltare E la luna bussò (1979) di Loredana Bertè, Splendido splendente (1979) di Donatella Rettore, Gloria (1979) di Umberto Tozzi, Tu sei l’unica donna per me (1979) di Alan Sorrenti, i più giovani inseriscono monete in un “cassone” con un tubo catodico, una levetta e un paio di pulsanti, che emette suoni del tipo pew pew boom du-dum-de-dum pew pew boom boom. Nel 1982 le sale-giochi sono nella cosiddetta “età dell’oro”.

Il primo cabinato della storia dei videogiochi è Computer Space nel 1971 prodotto dalla Nutting Associates, ma le vendite non soddisfano le aspettative dell’azienda. Sette anni dopo, Space Invaders della giapponese Taito riscuote un enorme successo mondiale: si stima che tutte le versioni del gioco fino al 2016 abbiano generato ricavi totali per oltre tredici miliardi di dollari americani, rendendolo così il videogioco con il maggiore incasso di tutti i tempi.

Tra il 1978 e il 1982 si assiste alla nascita e a una crescita senza precedenti dell’industria dei videogiochi. I cabinati di videogiochi appaiono nei centri commerciali statunitensi (da cui il nome “arcade”), in Italia appaiono soprattutto nei bar o in sale ricreative, sostituendo in breve tempo i tavoli di biliardo e i flipper.

A partire da Space Invaders nel 1978, vengono distribuiti in rapida successione una serie di cabinati che rappresentano gli archetipi dei generi fondanti il videogioco. Contemporaneamente, muove i primi passi anche il videogioco domestico: dalla prima “home console” Magnavox Odyssey nel 1972, all’Atari VCS nel 1977, alla Mattel Intellivision nel 1980 e alla CBS ColecoVision nel 1982.

La scelta di ambientare la scena del film in una sala-giochi non è quindi casuale.

Fino al 1983 è un “boom” di vendite e i videogiochi sono percepiti come espressione di innovazione tecnologica e come la nuova forma d’intrattenimento del futuro. Per esempio l’unico cabinato di colore bianco mai prodotto di Computer Space è in una scena del film Soylent Green (1973) di Richard Fleischer ed è presentato come un oggetto del divertimento del futuro alla portata di pochi eletti; il film è ambientato in un futuro catastrofico dell’anno 2022 (il titolo in Italia è 2022: i sopravvissuti).

In Soylent Green il cabinato di Computer Space; in colorazione bianca è un esemplare unico

Nel 1975 nel film Jaws (Lo Squalo) appaiono i videogiochi Killer Shark in primo piano, subito dietro il cabinato giallo di Computer Space e Wild Cycle.

Killer Shark in primo piano, subito dietro il cabinato giallo di Computer Space e Wild Cycle.

I videogiochi diventano sempre più comuni nei film e assolvono allo scopo di rendere il contesto di maggiore attualità e prossimità allo spettatore: Asteroids Deluxe in The Thing (La Cosa, 1982); Pac-Man in Tron (1982); Ms Pac-Man, Jungle Hunt, Dig Dug, Gravitar, Tron e Galaga in Wargames (1983); ancora Gravitar in Never Say Never Again (Mai dire mai, 1983).

Vai avanti tu che mi vien da ridere (1982) di Giorgio Capitani – disponibile su Prime Video – segue quindi questa tendenza della cinematografia americana.

In Italia la sala-giochi eredita la fama della “bisca”, cioè del luogo frequentato da sfaccendati e ubriaconi che trascorrono le loro giornate con i giochi di carte e al biliardo; nei primi anni Ottanta, tale aura negativa migra ai videogiochi.

La sala-giochi infatti non si discosta molto dalla “bisca” del bar di quartiere: un luogo spesso denso di fumo (il divieto nei locali pubblici è del 2003), immerso nella semioscurità illuminata a sprazzi intermittenti dallo sfarfallio dei tubi catodici dei cabinati e con un rumore di fondo del vocio dei giocatori misto al “tappeto” di suoni elettronici, dal quale si alzano urla di delusione o di gioia, imprecazioni, parolacce e bestemmie a granella. Risse, q.b.

Le vecchie cariatidi dei videogiochi come me, possono confermare che la maggior parte delle sale-giochi erano proprio così. La sala-giochi in cui entra Lino Banfi invece ha l’atmosfera dei locali della sagrestia di una parrocchia di provincia: ordinata, linda, qualche giocatore che si intrattiene in tutta tranquillità, i giocatori sono adulti o giovani, non è presente alcun minore.

Non è la sola anomalia della sala-giochi di questo film. Il commissario e il suo assistente hanno una conversazione mentre giocano a due “slot-machine”, ma tali macchine mangiasoldi sono diventate legali negli esercizi pubblici solo dal 2003.

La presenza delle “slot-machine” insieme all’assenza di minori all’interno della sala-giochi è un contrasto interessante: la sala-giochi è considerata un luogo per adulti, ma i videogiochi sono considerati ancora oggi un’attività per i bambini. Sono particolari molto significativi per comprendere un contrasto strisciante nella società e il timore degli effetti delle nuove tecnologie, che sfocia nel panico morale, accuse di essere “simulatori di omicidi” e numerosissimi tentativi di apporre censure fino al divieto di utilizzo e distribuzione fino ai giorni nostri.

Tra i quattro cabinati individuati tre sono originali, Vanguard è con tutta probabilità un clone.

In Italia infatti i cabinati-cloni, con o senza licenza, sono assai diffusi dalle sue origini: Space Invaders è distribuito in Giappone e negli Stati Uniti d’America nel 1978 e l’anno seguente in Italia da Sidam con il titolo Invasion. Inoltre, sono diffuse le versioni “modificate” per rendere più difficile il gioco (e più remunerativo per il gestore): per esempio il videogioco Atari, Asteroids, conta almeno sei differenti versioni, tra cui Asterock (1980) dell’italiana Sidam. La Sidam viene condannata per plagio nella causa legale promossa dalla Fratelli Bertolino, l’azienda italiana detentrice dei diritti di utilizzo di Asteroids: è una sentenza storica per la tutela del diritto d’autore nei videogiochi.

Via via che si diffondono i primi home computer e videogiochi, l’opinione pubblica inizia a percepirne i pericoli e gli effetti negativi. Il cinema anche ne cavalca l’onda: i film Blue Thunder (Tuono Blu), WargamesSuperman III, Never Say Never Again (Mai dire mai) contengono evidenti riferimenti alla pericolosità di questa nuova tecnologia.

Nel film Nightmares (1983), strutturato come un’antologia di quattro episodi, il giovane protagonista del secondo episodio “The Bishop of Battle” è ossessionato dal raggiungere l’ultimo livello di un cabinato (il videogioco è frutto di invenzione): è un monito sulla dipendenza indotta nei più giovani dai videogiochi e ne mostra effetti negativi similari a quelli della dipendenza da sostanze stupefacenti.

Nightmares- Sala-giochi dal colore diabolico

Nel 1983 sopraggiunge una profonda contrazione del mercato e le vendite collassano al punto da mettere in discussione la sopravvivenza dell’appena nata industria. Delle tre aziende statunitensi, leader del mercato del videogioco domestico, cioè Coleco, Mattel Electronics e Atari, solo quest’ultima sopravvive fino alla successiva generazione 16-bit.

Molti attribuiscono la Crisi del 1983 alla saturazione del mercato con videogiochi di scarsa qualità: il “capro espiatorio” per eccellenza è la cartuccia per Atari VCS tratta dal film E.T. l’extra-terrestre (1982). La scarsa innovazione tecnologica o la qualità dei videogiochi non sono però la causa principale, che ha piuttosto un’origine nel passato ai tempi del flipper: la crescente paura degli effetti dei giochi e dell’ambiente delle sale-giochi sui più giovani. I flipper sono stati infatti oggetto di un lungo divieto negli Stati Uniti (a New York dal 1942 al 1976, in California il divieto è terminato nel 1974); anche in Italia sono stati soggetti a limitazioni perché considerati giochi d’azzardo.

Agli inizi degli anni Ottanta altrettanto sta per accadere ai videogiochi e la diffidenza nei confronti di tale nuovo medium scatena la crisi, che colpisce così duramente gli “arcade” tanto da innescarne una lunga e inesorabile agonia.

Locandina di Street Fighter II (Fonte: The Arcade Flyer Archive)

All’inizio degli anni Novanta, le sale-giochi sono ancora abbastanza diffuse, ma sembrano una strana reliquia di un’epoca passata. Nel 1991 la distribuzione del cabinato Street Fighter II è un improvviso ritorno di fiamma e genera un’onda lunga per i videogiochi “picchiaduro”, che resistono fino a Mortal Kombat IV (1997). Si rivelano fallimentari altri tentativi di riportare i giocatori nelle sale-giochi grazie a esperienze multiplayer cabinati collegati in rete locale o costosissimi e ingombranti cabinati con sistemi di movimento idraulico.

Nel 1985, grazie a Nintendo e alla sua console Famicom, il videogioco di nuovo guadagna interesse. Sebbene distribuita in Giappone già nel 1983, la Nintendo Entertainment System (Famicom in Giappone) diventa negli USA un autentico fenomeno tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta. Durante questo periodo l’interesse per i videogiochi ha iniziato a spostarsi dalla sala-giochi alle mura domestiche grazie alle console NES collegate a milioni di televisori americani. Nintendo diventa sinonimo di videogioco.

Vi si aggiunge un altro tassello della percezione popolare: è di questi anni l’esplosione dello stereotipo del “nerd” (La rivincita dei Nerds, 1984), che diventerà sempre più spesso associato ai videogiochi fino a esserne essenziale caratterizzazione. Il termine “nerd” nella cultura italiana corrisponde ai termini “secchione” e “sfigato”, goffo nei suoi rapporti sociali con i coetanei e quindi più propenso ad attività tra le mura domestiche come i videogiochi.

Nei primi anni Duemila, il videogioco è “sdoganato” anche all’intrattenimento degli adulti grazie a un “out-sider” dell’industria del videogioco: la giapponese Sony e la sua prima console PlayStation.

All’inizio degli anni Duemila le sale-giochi sono ormai un ricordo del passato.


Ringrazio redbavon per la sua disponibilità e vi invito ad approfondire il mondo videoludico nel suo blog.

L.

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34 risposte a [Videogiochi] Vai avanti tu… (1982) guest post

  1. Cassidy ha detto:

    Il ragazzino cresciuto appeso ai cabinati non può che ringraziare redbavon per questo gran post, grazie a Lucius per le mille citazioni, insomma ringrazio entrambi, gran iniziativa! 😉 Cheers

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  2. Lorenzo ha detto:

    Anche io ho giocato a quasi tutti i giochi citati… non frequentavo molto le sale gioco, ma nei primi anni ottanta trovavi “cabinati” ovunque, forse pure dal panettiere 😛
    Metto tra virgolette il termine cabinato perché credo che, recentemente, se ne faccia un uso improprio: la traduzione di “cabinet” è “mobile”, termine usato anche dalle riviste di allora. Il mobile cabinato presuppone una… cabina, tipo quelli di guida.
    Cavilli a parte, un post molto divertente, anche se il film di Banfi non credo di averlo visto (oppure sì ma non me lo ricordo più, in fondo quelle commedie si assomigliavano un po’ tutte) 😀

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      In effetti all’epoca li chiamavo semplicemente “videogiochi da bar”, il termine “cabinato” l’ho sentito solo in tempi recenti e mi ci sono uniformato perché lo usavano tutti. All’epoca me ne disinteressavo perché tanto i soldi per giocarci non me li davano quindi non ho alcuna esperienza, se non qualche sbirciata fugace saltuaria: il posto dei videogiochi per me era solo il mio Commodore64.
      Sarebbe da vedere se le riviste già nei primi Ottanta li chiamassero già “cabinati” o è stata una trovata recente.

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      • Lorenzo ha detto:

        Li chiamavano “mobili”, traduzione italiana di cabinet. Comunque, ripeto, non volevo cavillare 😀 Il post è molto interessante!

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Mi piacciono i “cavilli” lessicali, ma onestamente non li ho mai sentiti chiamare “mobili” negli anni Ottanta. Forse lo facevano le riviste, ma quelle poche che mi sono capitate tra le mani non parlavano di cabinati: prediligevo quelle che mettevano i listati da ricopiare sul Commodore per creare in casa i giochi 😀 (di solito emerite schifezze!)

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      • Lorenzo ha detto:

        Sì, solo le riviste li chiamavano così, quando lodavano le decorazioni o cose del genere. Anche io li chiamavo videogiochi da bar. Sicuramente cabinati non li chiamava nessuno.
        I listati li digitavo pure io sul mio C64 (anzi, VIC20): già andava bene se erano stampati in modo leggibile 😛

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Ci provai diverse volte a digitare quei listati, ma non ricordo risultati soddisfacenti, anche perché bastava un singolo errore su una singola lettera perché non funzionasse nulla.

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      • Lorenzo ha detto:

        Vabbè, ma alla fine hai capito il concetto, quindi che problema c’è? 😛
        A me dà più fastidio quando si cambia il significato delle parole in nome di non si sa quale principio e poi, non sapendo come dire quello che dicevi prima, si inventa una nuova parola strampalata, generando confusione. Vedi “vegetariano” e “vegano”.

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    • redbavon ha detto:

      Vero i cabinati dal bar si diffusero rapidamente quasi ovunque. Seguirono ciò che accadeva negli USA: all’inizio nei bar, poi negli “arcade” (cioè i centri commerciali, che in Italia si sono sviluppati molto più avanti) e infine in qualsiasi altro luogo che li potesse ospitare, anche catene di ristorazione come Chuck E. Cheese’s e Dave and Busters.. Gli “arcade” negli USA assunsero la connotazione di fenomeno culturale, come la cosiddetta “Pac-Man fever”. Pac-Man è il primo videogioco a permeare la cultura popolare nordamericana, Pac-Man rappresentava il medium nel momento in cui i videogiochi divennero una forma “mainstream” di intrattenimento. All’inizio degli anni ’80, Pac-Man era il gioco di maggiore successo commerciale e il gioco più popolare non solo tra i consumatori principali, cioè bambini e adolescenti, ma anche adulti, di genere maschile e femminile. Se ti interessa ne ho scritto tempo fa:
      Chi è il Player One? [Parte 3] – La Rivoluzione Arcade al femminile

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    • redbavon ha detto:

      Accolgo con paicere come Lucio la tua precisazione sul termine “cabinato”. Corrisponde al vero che all’inizio si chiamavano “videogiochi da bar” (e anche io li ho sempre chiamati così). Tuttavia è improprio anche questo termine per due motivi: 1) videogiochi da bar perché per la prima volta venivano installati nei bar, ma poi la distribuzione fu estesa a tanti altri luoghi perciò non avrebbe più molto senso la specificazione “da bar”;2) perché specificare “da bar” se il mercato dei videogiochi domestico era appena agli inizi? In questo caso ha senso con il trascorrere degli anni quando le console casalinghe ebbero una tale diffusione da rendere alternativa la fruizione a casa o in un luogo differente. Questo periodo inizia con le console Atari, Intellivision e Colecovision, viene interrotto dalla Crisi del 1983 e tenderei a farlo coincidere con la grade diffusione della NES negli USA. “Cabinato” viene utilizzato mutuandolo da “cabinet” . Piuttosto che un errore di traduzione, tendo più a riconoscervi una similarità nella fonetica: il suono delle due parole è simile e si riferiscono entrambe al videogioco non in senso stretto, ma al mobile che contiene il CRT, le schede e la circuiteria del videogioco, la gettoniera. In realtà il termine più corretto è “arcade” (ometto altri dettagli che già sono andato più che lungo), ma preferisco usare un termine italiano quando possibile. “Arcade” poi è un termine tecnico-gergale, non tutti possono conoscerlo e cerco sempre di utilizzare termini che chiunque, anche chi non ha contatti con i videogiochi, possa comprendere.

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      • Lorenzo ha detto:

        Ciao Redbavon, complimenti per il tuo blog che non conoscevo… da piccolo ero un vero esperto di videogiochi, compravo riviste, giocavo a casa e fuori (Circus Charlie il mio arcade preferito, perché c’era il trucco iniziale per vincere le vite), poi intorno ai 14 anni persi l’interesse e smisi. Da allora non gioco più, non mi diverte, ma mi piace riguardare vecchi filmati, leggere le scansioni delle riviste (Videogiochi Jackson in particolare, la compravo sempre), ascoltare i podcast, ma solo per nostalgia.
        Recentemente c’è stata un’esplosione di informazioni sul retrogaming, di storici del videogioco, che poi alla fine se la raccontano tra di loro perché ai giovani non credo interessi qualcosa di Asteroids o di quale sia stata la prima console casalinga.
        Ma io non sono più giovane e quindi d’ora in poi seguirò anche te 😛
        Riguardo al termine cabinato, anche io mi riferivo fin dall’inizio al mobile di legno che conteneva il gioco, ma ti sei spiegato meglio di me. Rimango dell’opinione però che “cabinato” non si possa sentire 😀

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Mi intrometto per notare che con “cabinato” si è adottata una tecnica lodevole che invece caparbiamente si rifiuta di usare per altre parole: si è cioè presa una parola italiana e la si è “promossa” a nuovo significato, più ampio. Addirittura un termine usato anche in nautica, come cabinato, è stato promosso ad un significato videoludico. Che piaccia o meno, è comunque un processo che andrebbe sempre adottato.
        Purtroppo invece non si adotta mai, preferendo usare parole inglesi perché “non c’è alternativa”. Così “telelavoro” è brutto, è provinciale, indica solo il lavorare da casa, invece si deve usare per forza “smart working”, perché indica il poter lavorare da qualsiasi parte (anche se poi il 99,99% lavora da casa!): non si poteva “promuovere” telelavoro ad indicare lo smart working?
        Così come “autoscatto”, che è roba ammuffita di vecchie generazioni, i giovani invece dicono “selfie” perché indica il farsi una foto per poi condividerla sui social: non si poteva promuovere “autoscatto” a questa funzione moderna? (Che poi moderna non è, visto che una volta le foto, compresi gli autoscatti, venivano mostrate a chiunque, cioè usate in modo social dell’epoca.)
        Per questo mi sta simpatico “cabinato”, perché è un’operazione di promozione dell’italiano che mi piacerebbe trovare più spesso, invece di svilire tutto con termini inglesi, convinti che “non ci siano alternative”.

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      • redbavon ha detto:

        Circus Charlie! Che cosa hai tirato fuori! Una piccola perla dimenticata. Un gioco a mini-eventi come Track & Field (non a caso visto che è stato sviluppato anche dal team dietro a T&T). “Retrogaming” è un termine che non ho mai digerito – un po’ come per te “cabinato”;) – perché se un videogioco ha le caratteristiche per intrattenere dopo tanti anni è un “classico”. I film di Charlie Chaplin, al netto che possano piacere o non piacere, non sono “retro-film”, ma dei “classici”. Comunque questo termine è ormai largamente in uso e mi adeguo. Vero che è alquanto comune cadere nella trappola della nostalgia-nostalgia-canaglia e anche imbattersi in chi si sbrodola di retrogaming perché “si stava meglio quando si stava peggio” o perché fa tanto “esperto vintage”, Ho letto di post sull’Amiga per capire che chi ne aveva scritto e chi commentava non ne avevano toccato uno nemmeno da lontano con l’asta del salto olimpionico. Dalle mie parti, no nostalgia canaglia, no sbrodolamenti, no olio di palm…;)

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      • Lorenzo ha detto:

        E quando ci sono i mobili dei coin-op veramente cabinati, tipo quelli di guida con l’abitacolo della macchina, come si dice? Ecco, nelle vecchie riviste in questi casi spuntava il termine cabinato.
        Comunque hai ragione, il linguaggio cambia. Infatti non sono contrario all’introduzione delle parole straniere: perché un idioma dovrebbe essere migliore di un altro? Con lo scambio di informazioni a livello mondiale che c’è adesso è inevitabile una sempre maggiore contaminazione, in fondo il linguaggio serve a comunicare, e, secondo me, se ci si capisce va bene così. Roba come “Via Ruggero Bacone” è parte del passato, fortunatamente. 😉

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Non è questione di migliore, semmai il contrario: oggi viene considerato migliore l’inglese dell’italiano, lingua vecchia e provinciale. Così i “moderni” snocciolano termini itanglesi di cui non sanno molto solo perché ignorano che esista un perfetto corrispettivo. Il risultato è che l’italiano è massacrato, devastato dall’ignoranza delle più semplici parole, così ti senti dire che bisogna usare l’inglese perché “non c’è alternativa”, ma in realtà è solo perché non si conosce l’alternativa – grazie a giornalisti e personaggi di spettacolo sempre più ignoranti ogni anno che passa – e si preferisce l’ammmericano che fa figo, come fossimo tutti tornati ai tempi del Drive In 😀
        Il fenomeno purtroppo è di portata epocale, mai nella storia della nostra lingua ci sono stati così tante migliaia di termini inglesi entrati nel linguaggio senza alcuna “integrazione”, cioè trapiantati e basta, il che ha corrisposto alla perdita di altrettanti termini italiani che sono morti per disuso.
        Su Archive.org trovi riviste di elettronica degli anni Sessanta: non c’è una sola parola inglese. Prendi una rivista di elettronica degli anni Ottanta e oltre, ed è pieno di parole inglesi. L’elettronica è sempre quella, la lingua è sempre quella, ma d’un tratto per pura ignoranza si è deciso che “non c’è alternativa” a certi termini inglesi che hanno perfettamente un’alternativa italiana, solo che chi li usa non lo sa.
        Per uno che viaggia per il mondo è giusto sapere l’inglese, lingua internazionale (per ora!), ma perché il TG italiano trasmesso in Italia e diretto esclusivamente ad un pubblico italiano deve snocciolare termini inglesi al posto di termini italiani? Non è multiculturalismo, è semplice ignoranza modaiola che genera altra ignoranza, perché il risultato è che nessuno conosce più l’italiano e si limita a ripetere frasi buffe che sente dire alla TV, sentendosi figo. E credendo di star scegliendo una lingua “moderna” quando in realtà sta solo ripetendo a pappagallo senza sapere ciò che dice. «Per noi, tu lo sai, questo è out» cantava Romina Power! 😀

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      • redbavon ha detto:

        Cabinato. Ahahahah. “Arcade” è il termine corretto anche in questo caso è mutuato da una parola che significa tutt’altro: per “arcade” infatti negli USA si intende il centro commerciale (viene dal termine architettonico “arcata”; sotto le “arcate” vi erano di solito negozi e altre attività commerciali).
        Poiché i videogiochi hanno avuto larghissima diffusione nei centri commerciali nordamericani i videogiochi “con il mobile” (così evito la parola che ti è antipatica) sono stati chiamati “arcade”. In Italia, in assenza di centri commerciali, analogamente “videogiochi da bar”. Qui c’è un fenomeno abbastanza chiaro: il videogioco era un medium così nuovo che non sapevano dargli un nome specifico.
        In merito invece all’utilizzo di parole straniere nella nostra lingua non sono così aperto, anzi cerco il più possibile di evitarle. Non perché sia “nazionalista” (come i francesi) o nostalgico di idee autarchiche (importiamo caffè per lo più dal Vietnam, la mattina caro autarchico dei miei stivali l’orzo o l’infuso di cicoria te lo bevi tu!;)).
        È una questione di comprensione. Non tutti conoscono le lingue straniere, non tutti i termini stranieri sono così comuni e spesso vengono inseriti in contesti gergali e tecnici. Voglio dire: non mi sognerei mai di dire “polpetta di carne appiattita” invece che “hamburger”, ma “arcade” non è alla portata dei non videogiocatori (ai quali mi piacere rivolgermi) e nemmeno dei videogiocatori più giovani che non hanno mai visto una sala-giochi o vissuto l’età d’oro delle sale-giochi.

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      • Lorenzo ha detto:

        Pensa che recentemente ho letto le stesse lamentele da parte degli anglofoni perché è entrato in uso, negli Stati Uniti, il termine italiano “barista”(che a sua volta deriva da “bar”, termine inglese) quando ci si riferisce ai locali più fighetti. Quindi…

        A proposito di “retrogaming” e riviste, a giudicare dal nickname (o pseudonimo?), credo che tra i tuoi lettori tu abbia un personaggio storico… Se è lui, leggevo sempre la sua rubrica 😉

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Si lamentano gli americani con tipo l’1% di termini stranieri nella loro lingua. che dovrebbero dire gli italiani? Hai mai trovato una parola italiana in un bar? A parte “conto” 😀
        Tra ciò che resta del francese usato fino agli anni Ottanta e l’inglese immesso a valanga in seguito trovare tracce di italiano è sempre più difficile.
        Ho appena visto il film “The Life of David Gale” (che ovviamente tradurre in italiano pareva brutto), e Kevin Spacey va dal suo editore e gli chiede un feedback sul suo articolo: chiamarlo “riscontro” era così assurdo? Perché usare una parola straniera “nuova” quando esiste il perfetto corrispettivo italiano?

        Se tutti sono così anglofoni, perché traducono i videogiochi? Lì trovi un sacco di termini italiani, molto più di quelli usati dai quotidiani in edicola 😛

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      • Lorenzo ha detto:

        nel senso di persona che fa il barista nei locali fighetti, ho scritto male 😉

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  3. Il Moro ha detto:

    Gran bel post, sono troppo giovane per ricordare quei tre giochi specifici nelle sale giochi, ma confermo l’atmosfera fumosa, le bestemmie, le risse e tutto il resto. 😂

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Io avevo una bisca proprio dietro casa, con tanto di biliardo e videogiochi, e ovviamente i miei non mi ci hanno fatto mai andare, ma bastava guardarla da fuori per capire che la gente non andava lì a declamare poesie 😀

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    • redbavon ha detto:

      Grazie! sono tre giochi da vecchie cariatidi come me 😉 Li puoi giocare con il MAME.Le schermate le ho esportate da OpenEmu. All’inzio le sale-giochi erano ancora luoghi per famiglie. Ricordo che ai tempi di Space Invaders, mio papà e mamma d’estate, di tanto in tanto, ci portavano in un paese vicino alla località dove trascorrevamo le vacanze dove c’era una grande sala-giochi. Era un luogo accogliente per tutti. Per noi bimbi era una grande festa: mille lire a testa erano ben dieci partite. Quattro anni dopo Space Invaders ero al liceo e frequentavo insieme ad alcuni compagni di classe una sala-giochi che invece corrisponde esattamente al luogo malsano e sconsigliato alle Suore Carmelitane scalze e a tutti gli ordini regligiosi assortiti.

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  4. Willy l'Orbo ha detto:

    Che spettacolo di iniziativa! Da ragazzo cresciuto a pane e videogiochi mi sono divorato (DIVORATO) questo post che unisce citazioni filmiche, storia dei cabinati, viaggio nella sala-giochi dei tempi che furono!
    La mia speranza è che Lucius lanci nuove sfide a Redbavon e che questi raccolga il guanto di suddetta sfida!
    In attesa di ciò, grazie ad entrambi per questo bellissimo viaggio! 🙂

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  5. Sam Simon ha detto:

    Splendido post nato da una piccola scena di un film che non ho visto. Mi ha riportato alla mente vari ricordi, pur se successivi di qualche anno all’epoca narrata da redbavon!

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  6. Giuseppe ha detto:

    Essendo praticamente coetanei (io del ’66, lui del ’68) quanti “ricordi di cabinato” mi ha evocato questo ricco e dettagliato (e con i giusti agganci cinematografici) post di redbavon: i tre giochi da vecchie cariatidi tra le quali ovviamente mi ci metto anch’io, la trasformazione delle sale giochi da luoghi accoglienti a luoghi “delinquenti”, l’inizio della loro crisi a metà ’80 circa…
    P.S. Se non ricordo male, ai tempi del primo Space Invaders le pellicole colorate (in questo caso scomodissimi fogli di plastica da applicare su schermo, alla bell’e meglio) venivano usate anche per dare l’illusione del colore sulle tv in bianco e nero (con risultati assolutamente ridicoli) 😉

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    • redbavon ha detto:

      Ah che bello incontrare altre vecchie cariatidi! Ma non già per dire “si stava meglio quando si stava peggio”, ma “Guarda da dove siamo partiti e quanta strada abbiamo fatto! Evviva!”. Nei videogiochi l’evoluzione è stata rapida come lo è nella tecnologia e ha apportato decisamente delle migliorie nell’interfaccia e nel modo di raccontare. Perciò evviva che hai ricordato quelle pellicole colorate anche sulla TV : evviva il cinquantacinque pollici OLED!

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