Psycho III (1986) da definire

«Norman Bates will never die», così Robert Bloch chiudeva il suo romanzo Psycho II, in cui – sorpresa! – non c’è Norman Bates, ormai morto, bensì il suo dottore: come Norman ha rifiutato la morte della madre, giungendo ad impersonarla, il dottore di Norman ha rifiutato la morte del paziente fino a giungere ad impersonarlo. Omicidi compresi. L’idea serve a Bloch per sottolineare che non c’è bisogno di un Norman Bates “fisico”, come succede al cinema: nei romanzi Bates aleggia in spirito e tutti possono essere lui. Soprattutto a casa sua!

Norman e la sua casa: due entità fisiche ma anche spirituali

Sul finire degli anni Ottanta Bloch e altri autori storici del genere sono passati alla Tor Books, giovane casa nata un decennio prima e subito specializzata in fantascienza prima e horror dopo. La Tor è sin da subito interessata alle opere di Bloch, infatti gli pubblicherà l’autobiografia che sto usando in questo ciclo zinefilo: Once around the Bloch (1995).

L’autore ci racconta come d’un tratto nel 1989 si ritrovò a lavorare a ben tre romanzi in contemporanea. Mentre ultimava Lori (che uscirà nel giugno 1989), insieme ad Andre Norton – grande signora del fantastico – scriveva a quattro mani The Jekyll Legacy, che uscirà nell’agosto 1990, ma dobbiamo ricordarci che all’epoca non esisteva internet e comunque nessuno dei due autori l’avrebbe usato: Bloch scriveva un capitolo, lo infilava in una busta e lo spediva alla Norton in Florida, e poi aspettava dai dieci giorni alle tre settimane di ricevere le eventuali correzioni e il capitolo della collega. Cosa fare in quel “tempo morto” fra un capitolo e l’altro? Infiliamoci la scrittura di un terzo romanzo. Già che sta scrivendo dei delitti di Jack lo Squartatore, a Bloch viene spontaneo il collegamento con il suo Norman Bates.

«La mia totale concentrazione presentò comunque dei problemi, creando strani incroci fra le due storie, così occasionalmente trovavo il dottor Henry Jekyll a firmare il registro del Bates Motel mentre il vecchio Norman si avvicinava minaccioso alla Regina Vittoria sotto la doccia.»

Psycho House esce nel febbraio 1990 ed è un romanzo molto particolare. Lo spunto è che la storica casa di Bates sia stata trasformata in museo delle cere, con riproduzioni fedeli sia di Norman che delle sue vittime, tutti animatroni semoventi con tanto di donna nuda che si fa la doccia, in attesa delle coltellate. Una ricostruzione macabra ma perfettamente calata nella cultura americana, che adora gli assassini seriali e li rende divi.

Illustrazione di Joe DeVito

«Non c’era alcun suono, ma ora lentamente la figura si voltava nell’oscurità, e si ritrovarono di fronte il volto di Norman Bates. “Benvenuti al Bates Motel”, disse. “La vostra stanza è pronta”.»

La cosa divertente è che nel ricordare gli eventi passati i personaggi si confondono fra romanzo di Bloch e film di Hitchcock, infatti chi è convinto che Norman tenesse impagliata la madre (come si vede nel film) viene corretto: la teneva in cantina (come nel romanzo) così che gli estranei non la sentissero parlare. (Anche se ovviamente non parlava!)

La casa dell’orrore sta per aprire i battenti… ma la sera prima viene trovato un cadavere al suo interno. Che lo spirito di Norman Bates non abbia gradito che la sua storica casa sia stata trasformata in Psycho House spenna-turisti?

A forza di non citare mai Robert Bloch durante le campagne pubblicitarie dei vari Psycho al cinema il povero autore ha sicuramente perso consenso in materia, e al suo ultimo libro dedicato a Bates non spende una sola parola nell’autobiografia: il fatto che non ne siano seguiti altri lascia supporre che le vendite non siano andate bene come nei precedenti casi. Ma intanto, prima del romanzo, Bates era già tornato per la terza volta su schermo.


Pyscho 3…
Qu’est-ce que c’est?
(cit.)

Quando Edward Gross va a casa di Anthony Perkins per intervistarlo, in occasione del lancio su “Fangoria” (n. 52, marzo 1986), chiama questo film il terzo di una trilogia: tanto per ricordare che il mito delle false trilogie è sempre duro a morire. L’attore specifica subito che originariamente è stato contattato solo come protagonista, ma poi una volta lette le grandi idee dello sceneggiatore Charles Edward Pogue, la signora Perkins (non viene specificato ma si tratta di Berry Berenson, apparsa ogni tanto al cinema) se ne esce con la sua idea: perché limitarsi a fare l’attore? Perché Tony non diventa anche regista? Così Perkins esordisce dietro la macchina da presa, ruolo che non sembra aver ssddisfatto le aspettative, visto che l’unica altra sua regia è un filmettino del 1988, Una fortuna da morire.

Stando alle dichiarazioni del produttore Hilton Green, che segue la saga di Psycho sin dal 1960, alla Universal sono impazziti all’idea di Perkins che fa tutto da solo: in fondo, dicono, lui è quello che conosce meglio di tutti Norman Bates, quindi saprà bene come farlo muovere e come riprenderlo. Di nuovo con questa pseudo-autorità dell’attore sul personaggio, che diventa del tutto incomprensibile vista l’inesperienza registica di Perkins. Dato che è l’autorità totale su Bates, perché non fargli scrivere anche un nuovo romanzo? E fargli comporre un album dal titolo “canzoni dalla doccia”? E fategli creare un videogioco su Bates. Insomma, la Universl evidentemente non ha voglia di impegnarsi o spendere soldi, quindi lascia che Perkins giochi col suo giocattolo: messi dei soldi del Monopoli sul tavolo, come budget, Tony può fare ciò che vuole, tanto la Psycho House è ancora là. Quando ha finito facesse un fischio.

Dopo un’anteprima al Seattle International Film Festival nel maggio 1986, Psycho III esce in patria il mese successivo: già il 4 luglio riceve il visto della censura italiana, con divieto ai minori di 18 anni, che scenderà a 14 nel 1989 e poi – come sempre – verrà cancellato nei primi Novanta con l’esplosione dell’home video.
Annunciato per il 24 luglio in sala, non ho trovato notizie sicure prima del successivo 5 settembre.

Nel gennaio 1988 la CIC Video lo porta in VHS e Italia1 lo presenta nella prima serata di martedì 26 settembre 1989, destinato a una vita televisiva pressoché inesistente. Da allora infatti è in pratica un film scomparso nel nulla, in Italia.

Mettiamo subito le carte in tavola: è davvero un peccato che solamente a fine carriera (e vita) Anthony Perkins si sia dimostrato un così bravo regista, forse se avesse intrapreso questa carriera decenni prima, invece di avere decine e decine di ruoli che nessuno ricorda (e nessuna emittente trasmette mai) avremmo un bravo regista che ogni tanto ha fatto l’attore.
Dunque prima ancora di iniziare Psycho III anticipo che il punteggio è: regia 10 più, sceneggiatura zero meno meno meno.

Prima visione di Italia1 del 26 settembre 1989

Il pregio di Psycho II (1983) è che lo sceneggiatore Tom Holland se ne è uscito con un’ottima idea, che parla ai fan storici di Hitchcock ma anche ai fan moderni dello slasher, che gioca con ciò che il pubblico si aspetta e lo spiazza con ben due giravolte narrative. L’unico difetto di Holland è che cede al desiderio di inventarsi una mythology di Norman Bates – falsa com’è falso ogni “Mito delle Origini” – che non è all’altezza del resto della sceneggiatura, ma per fortuna è solo un imbarazzante spiegone finale, che rovina poco la visione.
Lo sceneggiatore Charles Edward Pogue per questo terzo film non ha assolutamente idee, ma in compenso tutte confuse, perciò ripete malamente l’operazione del suo predecessore senza essere capace di giocare con lo spettatore, limitandosi a ripresentare il Norman Bates del 1960, cedendo al desiderio pure lui di inventarsi una terza mythology, un ulteriore Mito delle Origini. Giusto per ricordare agli amanti dei Canoni che gli autori sono i primi a pulircisi i piedi, con i canoni. E dico “piedi”…

La terza versione della nascita di Norman Bates

In Rete potete trovare fan in visibilio perché Psycho III si apre con inquadrature dal basso di un campanile decisamente simili a quelle di Hitchcock per La donna che visse due volte (1958), però curiosamente nessuno ha notato che l’inquadratura del davanti del campanile, con il personaggio che vuole buttarsi di sotto, è decisamente simile a quella vista nel successivo Nightmare 3 (1987), dove la farlocca mythology si inventa che Freddy Krueger è figlio di una suora. Perciò abbiamo Psycho III che un anno prima parla già di suore, di salti dal campanile e di mamme. Però ad essere famoso è solo il terzo Nightmare, non il terzo Psycho, decisamente meglio costruito.

Una scena che anticipa idee rese celebri in Nightmare 3

La novizia Maureen Coyle (una intensa Diana Scarwid) ha perso ogni fede e durante un tentativo di suicidio per sbaglio provoca un incidente in cui a morire è una suora che cerca di salvarla. Scacciata, inizia il suo doloroso viaggio senza meta, in cui viene punita nel peggiore dei modi: incontra il giovane Jeff Fahey!
Il quasi esordiente ancora non è un volto noto, come sarà per sempre dopo Il tagliaerba (1992) – e futuro Re della Z – ma è curioso notare come prima di questo film Jeff abbia partecipato a un episodio di “Alfred Hitchcock presenta”: due partecipazione hitchcockiane nello stesso 1986!

Quando pensi ti vada tutto male… arriva Jeff Fahey!

I due girovaghi si incontrano, si scontrano e si separano, ma già sappiamo che entrambi si ritroveranno per caso al Bates Motel, che sebbene sia stato rimesso a nuovo nel secondo film ha l’aspetto davvero malmesso. Così come la Psycho House, che sembra disabitata, e infatti nell’erbaccia si può intravedere abbandonata una copia del libro che Meg Tilly leggeva all’inizio del precedente film.
Per sapere tutto di questa incredibilmente deliziosa cripto-citazione, vi rimando alla mia “indagine” del blog “Non quel Marlowe”.

Una spettacolare contro-citazione con salto carpiato!

Malgrado sembri tutto abbandonato, il Bates Motel è in piena attività e il suo gestore è più attivo che mai, seguendo la sua consueta attività mattutina di uccidere passerotti per poterli impagliare. E se no che Norman Bates sarebbe?

«Così vidi adunar la bella scola / di quel signor […] che sovra gli altri come gufo vola» (semi-cit.)

Gli affari vanno maluccio, come sappiamo – dopo cinque stagioni di “Bates Motel” a raccontarci gli eventi pregressi – la costruzione di una tangenziale ha dirottato tutto il traffico quindi nessuno passa per caso davanti al motel, decidendo di fermarsi, ma Duane Duke (Jeff Fahey) non è nessuno, anche se è una nullità. Fusa la macchina, si ferma al motel ma non avendo soldi si offre come lavorante.
Bates accetta, che un aiuto fa sempre comodo, con tutto quel sangue che ogni volta deve pulire, e qui lo sceneggiatore comincia a perdere colpi. Perché vorrebbe presentare “sospetti” ma in realtà fallisce nell’impresa, perché il “solito sospetto” è solo Bates, che non se la passa più tanto bene con la capoccia.

No no, Bates sta bene ed è sereno…

Se l’idea vincente del secondo film è dare per scontato che tutti pensino a Bates autore degli omicidi, qui è impossibile ripetere l’operazione, perché sappiamo come Norman sia ricaduto nella sua follia quindi non pensiamo ad altri che a lui come colpevole. Il risultato è che Pogue scrive di Norman che sente la voce della madre e il colpo di scena è che uccide travestito da lei… e sarebbe un colpo di scena? Lo faceva già nel 1960!

Che volete, è una traduzione di famiglia…

Per sviare le attenzioni dello spettatore Pogue cerca ogni tanto di lasciar immaginare siano altri gli esecutori degli omicidi, con strani primi piani ed espressioni “colpevoli”, ma è davvero robbetta di grana grossa: tutta la trama verte sui personaggi secondari che indagano su ciò che lo spettatore sa già, quindi abbiamo solo una sceneggiatura che ripete inutilmente quanto già ampiamente noto.

Il tentativo di sviare i sospetti sugli occhi mascalzoni di Jeff

Decisamente più ispirato è il ruolo della novizia, che al contrario delle altre vittime di Bates… be’, lei vuole morire, straziata da un senso di colpa che le rende la vita un peso, magistralmente reso dalla bravissima attrice: già solo per la sua interpretazione di una donna distrutta e disperata vale la pena vedere il film.
Per la prima volta Mamma Bates si trattiene… e salva una sua vittima! Maureen Coyle nasce in modo maldestro, per far avere a Norman allucinazioni di Marion Crane del primo film (notate le stesse iniziali?), una trovata imbarazzante che infatti lo sceneggiatore si perde per strada, ma poi il personaggio trova una sua dimensione e instaura con Norman un rapporto che salva quel poco di storia che rimane del film.

Due vittime, due carnefici, due anime straziate

La sceneggiatura del film è davvero pessima, limitandosi ad inserire inutili scene di sesso che hanno fatto guadagnare alla pellicola un divieto ai minori totalmente gratuito, così da assicurare al film un bell’insuccesso al botteghino, in un periodo dove i minori sono il pubblico principale di qualsiasi film horror.
Tolti gli enormi difetti di una storia abbandonata a se stessa, rimane l’ottima regia di Perkins, che gioca con il mito di Psycho e dev’essersi anche divertito parecchio.

C’è sempre qualcuno, a Casa Bates

Alcuni piccoli giochi sono deliziosi. Per esempio all’inizio vediamo Norman mettere gli uccellini che ha ucciso in una busta di carta, poi più avanti arriva Jeff Fahey e Norman gli offre quella busta di carta… da cui Jeff tira fuori delle caramelle, mentre tutti noi abbiamo tirato il fiato. Lo stesso dicasi dello sceriffo che si passa in bocca dei cubetti di ghiaccio per combattere il caldo e non si accorge che sono sporchi del sangue di una vittima, mentre Bates assiste allibito.
Ogni scena è diretta al bacio e le trovate visive sono rinfrescanti, per non parlare del capolavoro: la scena della “cabina”. Perkins omaggia Hitchcock ricreando identica, fotogramma per fotogramma, la celebre scena della doccia… ma in una cabina telefonica, dimostrando un gusto assolutamente delizioso.

Ripeto, è davvero un gran peccato che Perkins non abbia fatto il regista, invece che l’attore ignoto.

Dalla cabina della doccia a quella telefonica il passo è breve

Inutile approfondire la stupida nuova mythology del personaggio, che non è più figlio della zia ma di sua madre (!), con lo sceneggiatore del terzo film che cancella le invenzioni di quello del secondo, inventandosi però una zia gelosa che rapisce il figlio della sorella del cugino del nonno in carriola. Per fortuna qui lo spazio dedicato all’indigesto spiegone è ridotto al minimo, perché è una barzelletta che non fa ridere.
Ciò che conta è che in un mondo di Michael Myers, Jason e Freddy Kruger… Norman Bates è venuto tagliare la sua fetta di storia del cinema slasher.

Nrman Bates: artigiano dello slasher dal 1960

Norman se ne torna in galera, concludendo la sua parabola così identica a quella dell’autore del libro che vediamo tra gli sterpi di Casa Bates, ma la sua storia non è ancora finita… come vedremo la settimana prossima.

L.

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13 risposte a Psycho III (1986) da definire

  1. Cassidy ha detto:

    Altro gran post, per altro per “colpa” tua (grazie!) ho iniziato a vedere “Bates Motel” 😉 Questo terzo film lo ricordo poco, lo ricordo bello ma della storia ricordo poco, quindi penso sia una conferma di ciò che scrive, Perkins bravo regista alle prese con una storiella, il questo invece per assurdo lo ricordo meglio, non vedo l’ora di leggere il tuo post in merito 😉 Cheers!

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  2. Pingback: Psycho III (1986) | IPMP – Italian Pulp Movie Posters

  3. Willy l'Orbo ha detto:

    Ottimo post, ottimo ciclo (non ancora finito) e ottimi spunti per future visioni, sono davvero soddisfatto! 🙂
    Un plauso a Fahey (per la sua Z insita) e al Perkins regista, a fiducia e dopo aver letto delle chicche disseminate 🙂
    Aggiungo, con rapido off topic, che ho visto Blast e, in un’ottica Z, per me è un piccolo cult! I volti, gli effetti sonori tremendi nel cambio scena, la trama aspirante dieharda e, soprattutto, quei 5 minuti finali che regalano gioia, grasse risate, stupore derivante da eccesso di trash. Cosa volere di più? 🙂

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  4. Zio Portillo ha detto:

    No, nemmeno in questo terzo capitolo mi sono mai imbattuto. L’altro giorno ero a tanto così dal mettere su BATES MOTEL ma alla fine ho visto altro (spoiler: una ciofeca! Tolta a metà per iniziare “I 3 dell’Operazione Drago” su Sky).

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Malgrado sia un film d’altri tempi e con una regia discutibile, sicuramente “Enter the Dragon” vale più di gran parte del catalogo Prime Video 😛
      La saga di Psycho è scomparsa nel nulla da trent’anni, in lingua italiana: se non fosse per i pirati che l’hanno salvata nessuno la potrebbe vedere, a meno di non comprarsi su eBay la vecchia VHS, che ovviamente ha bisogno di un videoregistratore funzionante!

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  5. Madame Verdurin ha detto:

    E’ davvero interessante scoprire un Perkins bravo regista, non ne sapevo nulla! Mi stai sempre più convincendo che dovrei vincere lo scetticismo e vedere questi film…

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Questo ha una trama davvero pessima, ma una regia al bacio. Malgrado sia un’opera prima Perkins non cede a manierismi né la fa fuori dal vasetto: dimostra un polso registico e una visione delle scene davvero sorprendente. Mi sarebbe piaciuto l’avessero lasciato dirigere più film.

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      • Giuseppe ha detto:

        Tenendo conto dell’inconsistenza delle idee di Pogue, tanto valeva relegare a Perkins anche la sceneggiatura: avendo dimostrato di sapere bene come far muovere il “suo” (perché ormai, di fatto, il personaggio letterario e quello cinematografico correvano sempre più su strade non convergenti) Norman Bates in scena, la fiducia in una pari capacità a livello di scrittura non sarebbe stata da escludere a priori… 😉

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Sicuramente peggio di Pogue non poteva fare, quindi sì: è un peccato che Tony non abbia curato in toto il progetto.

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  6. Pingback: X-Files (5×08) L’ideogramma Kitsunegari (X-Lucius) | nonquelmarlowe

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