Sharon Stone racconta 14. Bassi istinti

«Basic Instinct è noto per avere la scena più messa in pausa nella storia del cinema.»

A questa affermazione di Conan O’Brien dell’8 agosto 2013, Sharon Stone sorridendo si chiede a quale scena mai si stia riferendo il conduttore del “Late Show”… e nel farlo si lancia nel celebre “scavallamento” che le ha cambiato la vita.

Quale sarà mai la scena più messa in pausa della storia del cinema?

Finalmente in questo ciclo “Sharon Stone racconta”… Sharon Stone racconta. Non so se esistano casi precedenti di attori che scrivono un’autobiografia in cui non parlano del proprio lavoro da attori, forse avere la stragrande maggioranza di titoli della propria filmografia “impresentabili” ha spinto la Stone a soprassedere sul proprio lavoro attoriale, comunque finalmente siamo arrivati all’unico vero grande lavoro della sua vita, che le ha donato l’unico momento di vero successo in carriera. Di sicuro negli ultimi trent’anni avrà raccontato chissà quante storie su come è nato tutto, ma quella di cui parlo qui è solo la versione “ufficiale”, che dà nel suo saggio Il bello di vivere due volte (2021).

Specifico che questa autobiografia è scritta nel peggiore dei modi, cioè usando lo stile “flusso di pensieri”, che per un saggio è la cosa più assurda da concepire: è come sentire un vecchietto al parco che ti racconti brandelli di ricordi della sua vita, tutti mischiati. Tutte le informazioni che troverete di seguito, comprese le citazioni virgolettate (con la traduzione di Daniela Marina Rossi), sono sparpagliate a casaccio all’interno di tutto il libro, senza alcun ordine cronologico o di argomento: per fortuna ho la versione digitale del libro, perché in quella cartacea sarebbe stato impossibile ritrovare tutti i minuscoli frammenti di Basic Instinct per ricomporre questo puzzle.


La nascita

«Basic Instinct era il mio diciottesimo film. Per anni ero stata relegata a film di basso rango e serie TV mediocri ai tempi in cui la televisione non regnava certo sovrana. Avevo trentadue anni quando ottenni quella parte. Dissi al mio agente che se mi avessero concesso un provino mi avrebbero scelta. Sapevo che era la mia ultima chance, stavo invecchiando fuori dal giro in cui non ero ancora riuscita a entrare. Mi serviva una svolta.»

Tutto nasce da un furto con destrezza, con il quale il suo agente cinematografico Chuck Binder si è introdotto nell’ufficio di un responsabile del casting, forzando la serratura della porta con una carta di credito, ed ha rubato il segretissimo copione del film Basic Instinct. Non conosco le leggi americane, sicuramente Sharon può distrattamente raccontare questo crimine nel 2021 perché ormai è caduto in prescrizione, ma certo lascia un po’ esterrefatti. Soprattutto che quella roba filmica delle carte di credito che aprono le porte sia vera!

Appena letto il copione ovviamente la nostra eroina ne rimane colpita e vuole a tutti i costi fare il provino, così il suo agente – con cui ha lavorato per trent’anni, prima di mollarlo nel 2017 (padrona ingrata!) – ha telefonato ogni giorno per almeno sette mesi a Paul Verhoeven, insistendo perché concedesse un provino a Sharon. Il regista la conosceva bene, l’aveva appena diretta in Atto di forza (1990), ma il problema è Michael Douglas, che si rifiuta di prenderla anche solo in considerazione. Il che è davvero sospetto, perché implica che uno degli attori più in vista dell’epoca, appartenente a una famiglia di divi e grandi produttori, sappia che esista una tizia di nome Sharon Stone, del tutto ignota a qualsiasi cronaca. Al massimo è stata fotografata a Cannes, il che mi sembra davvero pochino.

Sharon stessa deve rendersi conto che l’ha sparata grossa, così aggiusta il tiro: « In effetti, non ero nessuno in confronto a lui, e il film era già molto rischioso di per sé». Quindi il problema, molto più plausibilmente, è che Douglas vuole un’attrice famosa come co-protagonista e Sharon è nessuno al quadrato. Alla fine a cedere è Verhoeven, probabilmente seccato da tutte quelle telefonate giornaliere, che fa questo benedetto provino a Sharon e ne rimane folgorato, confrontandolo con tutti i provini fatti alle attrici in seguito. «Quando una dozzina di altre attrici rifiutò, Michael accettò di provare con me». Ammazza, per ricevere questa sequenza di rifiuti mi sa che il film non era davvero stato capito.

Una volta ottenuta la parte, Sharon si ritrova negli uffici della produzione per firmare il contratto, così conosce il produttore esecutivo, «un tipo di una certa età, dai modi equivoci», di cui tace il nome. Che sia lo storico Mario Kassar? Con grande signorilità il produttore chiude la porta ed esordisce in questo modo con l’attrice:

«Tu non sei la nostra prima scelta per questo film, Karen, no, e nemmeno la seconda o la terza, sei la tredicesima

Non è un buon modo per iniziare una collaborazione, visto poi che il produttore è convinto che Sharon Stone si chiami Karen! A quanto pare sbaglierà il suo nome per tutto il tempo in cui i due lavoreranno insieme.

«Quando lasciai quell’ufficio ero così stravolta che entrai in macchina, accesi lo stereo con la musica rap a tutto volume, misi la retromarcia e andai addosso a un camion parcheggiato un metro dietro di me.»

Sharon è scossa ma sa che dovrà subire di ben peggio per affrontare il personaggio di Catherine Tramell, «forte e vellutato come il foulard di seta bianca che indossava».


La lavorazione

A vederla da spettatori, la scena iniziale del film non sembra così intensa come a recitarla davanti alle cineprese. Sharon passa dai rantoli sessuali alla furia omicida, calando il suo punteruolo di scena (a punta retrattile) sul corpo nudo dell’attore sotto di lei, mentre il regista Verhoeven grida come un pazzo «Colpiscilo, più forte, più forte!», mentre sotto il letto un tecnico aziona la pompa del sangue che schizza in ogni dove, con il regista Verhoeven che grida come un pazzo «Più sangue! Più sangue!»

Questa cosa finirà male…

Sharon è stordita dalla violenza che sta subendo e perpetrando ai danni del suo collega, quando d’un tratto si ferma: sente che qualcosa è andato male. L’attore sotto di lei non si muove più. Sharon si alza e rimane ferma davanti al letto: nuda, ricoperta di sangue, con un punteruolo insanguinato in mano. E se si fosse bloccata la lama finta? Se avesse appena accoltellato un attore davanti alla cinepresa? Alla fine il tizio è solo svenuto, sotto il peso delle troppe coltellate (finte) ricevute al petto, mentre intanto Sharon si chiede quante altre scene assurde dovrà vivere in quelle riprese.

«Per girare il film sembrava non ci fosse limite che non mi venisse chiesto di superare.»

Che ne pensi, Michael, della tua tredicesima scelta?

Sul suo rapporto con Michael Douglas non viene spesa una sola parola, sappiamo solo che alla fine sono diventati amici, ma l’attrice purtroppo non ci spiega cosa sia successo, prima di quella “fine”.


L’ostensione

Sharon nella sua autobiografia ci racconta di quando ha visto per la prima volta il film finito, in una sala piena di avvocati e agenti cinematografici, tutti allo scuro del progetto di Verhoeven: così, in una sala gremita di gente ignara, Sharon ha assistito alla propria ostensione genitale, cadendo dalle nubi. Perché quel giorno sul set, quando il regista le ha chiesto di togliersi le mutandine «perché il bianco riflette la luce e si nota che le indossi», mai l’attrice avrebbe pensato che l’essere senza mutande avrebbe significato essere ripresa senza mutande.

Lo volete vedere da dove nascono le carriera?

Sharon sottolinea con convinzione la sua totale estraneità alla scena, ignorando l’intenzione di Verhoeven di fare un’inquadratura “a pelo” che non lasciasse alcuno spazio alla fantasia. In quella sala, l’attrice ha comprensibilmente reagito male.

«Si trattava di me e delle mie parti intime. Dovevo prendere una decisione. Mi fiondai in cabina di proiezione e diedi uno schiaffo a Paul, poi andai in macchina e chiamai il mio avvocato, Marty Singer.»

L’avvocato la tranquillizza, perché magari Verhoeven che è straniero non lo sa ma negli Stati Uniti non si possono riprendere i genitali di un attore non consenziente, e anche lì poi comunque c’è tutta una serie di regole che il nostro regista non aveva neanche preso in considerazione. Se dunque Sharon non vuole, il film non può uscire in sala a mostrare i suoi genitali, senza contare poi che riceverebbe un divieto ai minori di 18 anni che lo stroncherebbe al botteghino.

Ogni tanto Verhoeven alza la cinepresa…

Però poi l’emotività del momento passa, e arriva la razionalità: ha combattuto con le unghie e con i denti per ottenere quella parte, quando solamente Verhoeven credeva in lei, ha affrontato l’inferno per portare a casa il ruolo che è chiaro le regalerà il successo. Quando spiega tutto questo al regista, Verhoeven a quanto pare l’ha presa maluccio, soprattutto quando ha scoperto che se l’attrice non firmava il suo consenso a mostrare i propri genitali tutto si sarebbe bloccato.

«Naturalmente lui si infuriò e sostenne che non avevo alcuna voce in capitolo. Ero solo un’attrice, una donna, cosa credevo di poter fare?»

Davvero Verhoeven si è lasciato andare a sgradevoli commenti sessisti? Dire “solo un’attrice” è semplicemente un modo per ricordare che Sharon era un’impiegata, non la direttrice, ma dire che era “solo una donna” implica un insulto molto più grave. Se Sharon l’ha scritto, a trent’anni dagli eventi, non è detto che sia stato veramente il commento di Verhoeven, ma di sicuro è così che lei ha vissuto quella discussione.

«Quindi ci riflettei bene e alla fine decisi di dare il consenso a quella scena. Perché? Perché era perfetta per il film e per il personaggio, e, dopotutto, l’avevo girata.»

C’è un drastico cambio di tono nella narrazione, e dopo aver fatto montare la rabbia per la scena genitale rubata e il commento sessista… fine, ogni animosità scompare e Sharon firma il consenso. Fine dell’argomento. Anche perché non c’è tempo, ci sono interi capitoli da dedicare a descrivere minuziosamente ogni maledetto abito indossato da Sharon: doveva fare la giornalista di moda, non l’attrice.


Conclusione

«Avete una vaga idea di quante persone abbiano visto Basic Instinct negli ultimi vent’anni? Pensateci. È chiaro che in ballo c’è più di una sbirciata sotto il mio vestito. Sveglia. Molte donne si schierarono in difesa del film, mentre gli uomini si tormentavano al pensiero di una donna in grado di fermarli. Ero la loro beniamina. Ma solo adesso percepisco una sorta di rispetto nei confronti di quel film, quando partecipo a qualche evento. È un’opera mitica, eppure, alla cerimonia dei Golden Globe del 1993 in cui ero candidata, quando mi definirono un’“incantevole finalista” tutti si misero a ridere. Forse non proprio tutti, ma una parte dei presenti in sala sufficiente a farmi capire quale dovesse essere il mio posto.»

Come dicevo all’inizio, creare una propria autobiografia in stile “flusso di pensiero” rende il testo totalmente confusionario: si parte a parlare di vestiti, si passa alla morte dello zio, che non era mica un omicidio (ma perché, chi ha detto niente?), che poi Michael Douglas è un amico, che sono andata a casa della mia agente che m’ha fatto ottenere la copertina di “Rolling Stones” che oggi è tutto fatto con le polverine. Il libro è tutto così, un guazzabuglio di informazioni buttate a casaccio, senza alcun criterio, perciò capire cosa pensi davvero Sharon di Basic Instinct è impossibile. O semplicemente lei non ha voluto dirlo.

Senza Basic Instinct non esisterebbe Sharon Stone, quindi è comprensibile che ogni critica, giusta o sbagliata che sia, debba cedere il passo: nessuno al mondo starebbe parlando della questione senza quel film, quindi possiamo immaginare che sebbene sia stato cocente lo sdegno per la “ostensione genitale” a tradimento comunque bloccare l’uscita del film sarebbe stato un suicidio professionale, e Sharon Stone non sarebbe mai nata.

Ancora oggi Sharon Stone è Sharon Stone solo per quel film, anzi: solo per la celebre “scavallata di gambe”. Sarebbe stato molto interessante sapere come si pone l’attrice di fronte a questo fatto, invece a parte qualche invettiva contro i critici criticoni e i colleghi invidiosi non abbiamo altro. Peccato, è un’occasione mancata.

L.

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Informazioni su Lucius Etruscus

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29 risposte a Sharon Stone racconta 14. Bassi istinti

  1. Kukuviza ha detto:

    mah, mi pare che la versione della sharon non regga e che serva solo a far casino. Se le dicono togli le mutande che il bianco spara, è evidente che vogliono filmare proprio lì, per cui come puoi venire a dire che non sapevi che si sarebbe visto?
    mi sa tanto che questa biografia sia stata scritta da qualche giornalista ghostwriter dopo interviste a cui la sharon rispondeva a fiume, come viene viene. son cazzi poi mettere tutto assieme in maniera coerente. e infatti.

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Il sospetto c’è ed è forte. Mi è capitato con Lance Henriksen, la cui autobiografia in realtà è appunto una raccolta di interviste rilasciate nei decenni, ma almeno in quel caso è stato fatto un ottimo lavoro ed è tutto ordinato per film.
      Qui invece potrebbe anche darsi che il ghostwriter della casa editrice sia andato da Sharon per registrare i suoi ricordi, da mettere poi in forma scritta, ma lei si sia dedicata al “panchinismo”, cioè appunto ai racconti da panchina dei vecchietti al parco. Ritrovatosi con il registratore pieno di discorsi incoerenti, senza alcun filo conduttore e sparsi nei decenni, il povero ghostwriter si è detto: “ma che me frega a me? Mica è mio il nome in copertina!” e ha trascritto tutto così come viene 😀
      La scusa “a propria insaputa” è un marchio di fabbrica italiano, ricordo che lo usò anche Anna Falchi quando allo Zecchino d’Oro cercava di spiegare come avesse fatto un calendario nuda senza sapere di essere nuda, e se non sbaglio anche Valeria Marini spiegò certe nudità del suo film mortadelloso come carpite a sua insaputa. Che però la scusa la usi anche un’attrice americana stupisce, segno che l’Italian Style ha davvero conquistato il mondo! 😀

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      • Zio Portillo ha detto:

        Alt, non confondiamo le cose! Anna Falchi venne mandata via da “Lo Zecchino d’Oro” prima ancora che iniziasse, perché qualche settimana prima andò ospite da Luttazzi e in diretta si smutandò e donò il prezioso ricordo al conduttore che prima lo annusò e poi se lo infilò nel taschino della giacca a mò di pochette. Gag ripetuta anche nelle puntate successive con Luttazzi che ogni tanto ripeteva la gag di togliersi la pochette (che erano sempre le mutandine rosse della Falchi) per annusarle. Scena vista coi miei occhi in diretta e che turbò non poco i miei pensieri di innocente adolescente.

        Ovviamente non si scherza con il sesso in RAI e si montò una polemica inutile e moralista sul perché e sul percome una che fa quella scenetta (ovviamente concordata) non può condurre un programma tv di canzonette per bambini.

        Allego filmato esplicativo (minuti 5.30):

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        All’epoca ricordo che nella polemica ci entrò pure il calendario, magari come primo “attacco” che poi venne rinforzato con Luttazzi. Ovviamente parliamo di stupidate moraliste che dovrebbero far vergognare chi le solleva, la Falchi è una donna di spettacolo e quindi fa spettacolo. Come dice un proverbio americano che nessun americano rispetta, critica il gioco e non il giocatore.

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      • Sam Simon ha detto:

        Ricordo le polemiche, lei fu costretta anche a dire che era un secondo paio fi mutande e che tutto era stato preparato (ma va!). Quanta ipocrisia di gente bacchettona…

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        In fondo tocca riempire i giornali di scandali, no? 😛

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  2. Cassidy ha detto:

    Abbiamo capito dalla tua rubrica che Sharon nel libro ha lavorato di fantasia, Verhoeven che fa quella uscita mi pare improbabile, poco coerente con quello che dice l’attrice poco dopo e anche con quello che aveva raccontato l’olandese dell’affare “Mutandopoli” 😉 Cheers

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Le autobiografie sono divertenti anche per vedere come gli interessati rigirano la frittata nel raccontare la propria versione dei fatti 😛
      Dopo essersi mostrata molto attiva nel combattere le ingiustizie sul set, d’un tratto sembra lasciar passare un supposto commento sessista pesante, e sbriga la questione con due parole. Tendo anch’io a credere a qualsiasi altro testimone diretto, tranne che a Sharon 😛

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  3. Zio Portillo ha detto:

    Dai, diciamo la verità: è da 14 venerdì che stiamo aspettando QUESTO venerdì. Non nascondiamoci dietro a un dito. Esiste un pre-Basic Instinct e un post- B.I., come se l’esposizione vaginale della Stone avesse rifilato uno schiaffo a mano piena a tutto il mondo occidentale. Non esisteva nessuno che non ne parlasse, nessuno che non l’avesse vista, rivista e stravista quella scena. Si andava a casa di amici (o di amici di amici) perché il padre aveva una copia della cassetta, già ferma a quel punto. E per 4, 6,…10 volte si rivedeva l’interrogatorio e si intravedeva qualcosa sotto la gonna della Stone. O giravano voci che ragazzini erano riusciti a vederlo in sala di straforo. La Stone poi diventò in tempo record la donna più bella/desiderata/invidiata del mondo. Era una sconosciuta che campava ai margini dell’Impero di Hollywood e si è ritrovata Regina indiscussa, capace comunque di sbagliare il 90% dei film che farà in seguito all’enorme successo conseguito grazie a questa prova. Ora, bella la favoletta che dice che “non sapeva”, che “non voleva”, che “non pensava”,… Come a voler giustificare una carriera finora inutile schizzata alle stelle solo per averla mostrata a favore di cinepresa. Ok Sharon, nessuno ti giudica, ma non c’è nulla di cui vergognarsi. Tutto sommato la tua interpretazione di una scrittrice psicopatica bisessuale e bipolare è buona. Capace con uno sguardo e un’alzata di gambe, di tenere in scacco mezza stazione di polizia, con una carezza di sedurre un detective (che poi, impazzito, va a casa e sodomizza la fidanzata. Quella sì che è una scena dura, altro che l’accavallata di gambe!) ma pure capace di dolcezze inaspettate. Ammetto che ho visto interpretazioni ben peggiori Sharon! E la storia accavallata fa parte del personaggio e l’hai padroneggiato magistralmente. Sii fiera al posto di trovare blande e inutili giustificazioni.

    Ah, Lucius, dimenticavo! La roba con le carte di credito per le serrature non funziona. Da ragazzini al mare, un giorno restammo chiusi fuori da una capanna con dentro tutti i vestiti. Uno di noi aveva un marsupio e dentro al portafoglio il bancomat, la tessera dei mezzi pubblici e una carta telefonica per le cabine. Con la cosa di meno valore (la tessere dei mezzi) provò a forzare la serratura che, dopo un paio di tentativi, magicamente… Spezzò la tesserina! Insistemmo perché provasse con il bancomat che ritenevamo più resistente, ma dopo averci mandato amichevolmente a cagare, andammo in portineria a testa bassa a farci dare una copia delle chiavi. Faceva più figo tentare di fare gli scassinatori…

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Proprio perché un trucco così cinematografico non ho mai creduto alla storia delle carte di credito, anche se comunque le serrature italiane sono molto diverse da quelle americane, che sembrano più quelle dei Playmobil 😀
      Visto che il racconto di Sharon è molto poco attendibile, non mi stupirebbe che abbia aggiunto quella roba della carta di credito solo per renderlo più cinematografico 😛

      Che le attrici facciano successo appena si spogliano è noto, almeno in una certa epoca, così come è noto che ci si spoglia solo ad inizio carriera, mai a carriera avviata, perché è segno di regressione.
      Posso anche credere che nella concitazione delle riprese Sharon non abbia capito “quanto” si vedesse, ma comunque ha capito anche lei che quei due fotogrammi – peraltro tagliati nella maggior parte delle messe in onde e distribuzioni successive – sarebbero stati il biglietto per l’immortalità. Nella biografia ha cercato di non fare la figura della profittatrice, si è un po’ indignata, ma è chiaro che quelle erano le regole del gioco, almeno all’epoca.
      Peccato che quell’inquadratura comunque distolga l’attenzione sull’ottima trama del film.

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  4. wwayne ha detto:

    Alcuni boss lo fanno apposta a chiamare i loro sottoposti con un nome sbagliato: lo fanno per rimarcare che per loro non sono nessuno.
    Riguardo alla frase per cui “ci si spoglia solo ad inizio carriera, mai a carriera avviata, perché è segno di regressione”, Alexandra Daddario ha ragionato proprio in questo modo, e il risultato è che dopo Baywatch non ha più partecipato a un film di grido. E Baywatch risale al 2017, quindi la pandemia non c’entra. Del resto Hollywood le aveva spalancato le porte in virtù delle sue tettone, non del suo talento, quindi era prevedibile che rifiutandosi di uscirle perfino in un film scollacciato come Baywatch la Daddario si sarebbe suicidata professionalmente. La morale di questa storia è: solo le attrici talentuose possono permettersi di spogliarsi solo ad inizio carriera, tutte le altre devono continuare a farlo anche dopo ad intervalli regolari, altrimenti Hollywood le scaricherà senza esitazioni. A quel punto per campare rischiano di doverle uscire lo stesso, ma in qualche squallido strip club di provincia, non in un film di Hollywood.

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Non so perché trovo sempre citata questa Daddario temo, si pensi sia famosa e così non è. Sharon Stone è famosa, Daddario è una tizia del momento che qualcuno per motivi misteriosi conosce credo perché sia citata nei social network. E i social network NON creano celebrità, solo mode passeggere.
      Come specificato, la regola valeva per l’epoca, perché ogni singolo produttore cinematografico dell’Occidente voleva fare film con donne nude, quindi se un’attrice voleva sfondare doveva mettere in conto una scena di nudo; oggi il 99,% dei produttori fanno stupidate per ragazzini, quindi non esistono donne nude. Infatti le attrici per far parlare di sé devono spogliarsi nei social, perché tutto il cinema è in mano alla Disney e ai suoi compagni di merende, tutti bacchettoni che licenziano attrici per quello che pensano, figuriamo per quello che mostrano!
      Negli anni Ottanta e Novanta era un mondo totalmente diverso, dove i maggiori acquirenti di biglietti di cinema erano maschi adulti che volevano vedere donne nude, perciò la richiesta era miliardi di volte superiore ad oggi, dove a comandare sono ragazzini con dietro i genitori che denunciano per molestie pure se si vede una mano scoperta, figuriamoci una vagina!
      Anche perché tutte le attrici emergenti di oggi sono minorenni, per legge non possono spogliarsi. Sharon Stone è emersa a trent’anni, è un altro mondo.

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  5. Sam Simon ha detto:

    Gran bel post, certo che è ben pocal’informazione su Basic Instinct contenuta nella biografia di Sharon KAREN Stone, specialmente se pensiamo all’importanza del film per la sua carriera!

    In ogni caso, era davvero perfetta per la parte, io ogni volta che rivedo sto film rimango stregato da lei e dalle sue movenze, con o senza scena dell’interrogatorio!

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  6. Giuseppe ha detto:

    Un’autobiografia basata sul “flusso di pensieri” alla lunga diventa noiosa e/o irritante per chi legge, ma per chi racconta dà la possibilità di divagare e non scendere troppo nel dettaglio riguardo ad argomenti scomodi o che, comunque, non si vogliono affrontare… il risultato, ancora una volta, è una Sharon avara di tutti quegli aneddoti e testimonianze forse non interessanti PER LEI, no, ma interessanti PER NOI che avremmo voluto sapere qualcosa di sostanzioso sui retroscena del film di svolta della sua carriera. Invece abbiamo solo impressioni e ricordi sparsi, probabilmente nemmeno tutti così veritieri (furto del copione ed “equivoco” delle mutandine in primis, per di più in tandem con un Verhoeven presunto sessista). Chissà che un giorno non le venga voglia di parlarne davvero, possibilmente al netto di vestiti e lutti parentali…

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Sharon avrebbe dovuto sfruttare la possibilità del libro per dare la propria versione in modo chiaro, per raccontare le cose secondo il suo punto di vista, invece parlotta, bofonchia, butta lì sprazzi di mezzi ricordi, spesso senza nomi, quindi non fa che lasciare a chiunque altro la possibilità di fissare altre versioni dei fatti, visto che in realtà la versione di Sharon non la sappiamo, se non per vaghi accenni. Un’occasione mancata.

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  7. Misterzoro ha detto:

    Ok, siamo arrivati al 1992 e al punto cardine di tutta la sua carriera…che però è andata avanti altri 27 anni. VENTISETTE, tra medi e bassissimi, ma VENTISETTE.
    Sono curioso di sapere se c’è ancora qualcosa di parimenti interessante da raccontare su di lei o questa rubrica è destinata a finire prima del previsto.
    Di sicuro aspetto Pronti a Morire e l’asteroide di insulti (tutti leciti) su Basic Instinct 2 XD

    Grande Etrusco!

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Ti ringrazio e sono il primo a non avere idea quanto lontano ci porterà la rubrica, dipende da quanti aneddoti offrirà Sharon nel suo libro. Dopo “Pronti a morire” temo siano davvero pochi i titoli dove appare che meritano di essere citati, e fra loro sicuramente c’è “Basic Instinct 2”, che invece ho molto apprezzato. Proprio perché come per il primo ciò che conta è la storia, e il secondo fa un lavoro che ricordo più che dignitoso, anche se è più intrigante il protagonista che Sharon sullo sfondo.
      Facile che la rubrica finisca presto, ma lo scopriremo di volta in volta 😉

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      • Misterzoro ha detto:

        Non ti chiedo se hai già programmi per la prossima rubrica.
        Perchè è OVVIO che tu li abbia già =D

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        E invece non ne ho 😛
        Io ho progetti che impiego anni a concretizzare e altri che partono al volo il giorno stesso in cui mi vengono in mente, a seconda del materiale che trovo. Questo di Sharon è nato nel momento in cui è uscita in Italia la sua autobiografia.
        Non ho assolutamente idea di quale potrebbe essere la nuova rubrica del venerdì…

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