Merantau (2009) Un saluto a Di Marino

Ogni anno i nomi delle persone di spettacolo che passano a miglior vita formano un elenco terribile, ma in tanti anni ho sempre cercato di evitare di trasformare i miei vari blog in necrologi, preferendo semmai festeggiare la nascita di persone famose piuttosto che la morte. Quando però venerdì scorso, 6 agosto 2021, è uscita la notizia più assurda di tutte, talmente inverosimile che è impossibile da credere, ho dovuto fare un’eccezione.

Che possa essere morto Stefano Di Marino è già di per sé una notizia impossibile da credere: che si sia suicidato travalica ogni mia capacità di accettazione.
Come decine e decine di altre persone – di ogni età, estrazione sociale, cultura e politica – per molti anni ho avuto con Stefano una continua condivisione di passioni, visto che era una persona incredibilmente disponibile e visto che su cinema, libri e fumetti potevi chiedergli ciò che volevi, e avresti avuto una risposta. Meglio, avresti avuto un consiglio, ed erano sempre consigli che colpivano nel segno.

Ho conosciuto Stefano intorno al 2006 e da allora ho perso il conto di quanto gli sia debitore: tra film, libri e fumetti non c’è stato mai un caso di un consiglio che si sia rivelato “fiacco”. E visto che, come già detto, era una persona generosa, ho perso il conto di quanti regali ci siamo scambiati.
Mi preme sottolineare che parliamo di uno degli autori più prolifici della storia editoriale italiana, uno scrittore pubblicato da decenni da tutte le grandi case nostrane: non era minimamente tenuto anche solo a rivolgere la parola a una nullità che si firmava “Etruscus”, eppure la nostra amicizia – sebbene a distanza – si è subito cementata, perché entrambi avevamo un cuore marziale mai domo.

Una delle collane di film da edicola curate da Stefano

Non voglio dilungarmi, oggi parlo sul mio blog “Non quel Marlowe” del mio rapporto con Stefano, qui mi preme ricordare di quando l’Emilio Salgari contemporaneo – simile purtroppo anche nel finis vitae – mi ha spedito in regalo il DVD originale di un film indonesiano sconosciuto in Italia: Merantau.
Stefano non si faceva scappare niente delle proposte internazionali sul cinema d’azione, soprattutto marziale, quindi conosceva i “nuovi eroi” con anni d’anticipo sui distributori italiani. Parlava fluentemente francese e inglese (era anche traduttore) quindi non aveva bisogno delle nostre edizioni: comprava secchiate di DVD dall’estero e non lo fregavi mai. Quando gli scrivevi che avevi appena scoperto Tizio o Caio… lui già ce l’aveva in casa!

Oggi per fortuna Iko Uwais è molto noto agli spettatori italiani amanti del genere, ma nel 2010 era solo un ragazzetto che ci faceva scoprire l’Indonesia sulla cartina del cinema marziale. Aver scoperto Iko Uwais è solo uno dei tantissimi regali che Stefano mi ha fatto nel corso di tanti anni, perciò lo presento come omaggio ad una perdita umana di proporzioni epiche.

Uscito in patria indonesiana nell’agosto 2009, arriva in Italia solo nel 2014 per Sound Mirror (Eagle Pictures), in DVD e Blu-ray.

Dall’Indonesia con furore

Nella campagna fuori Sumatra vive una comunità chiamata Minangkabau in cui i ragazzi maschi sono sottoposti ad un rito di passaggio per la maggiore età: per essere considerati adulti compiono il merantau, un viaggio nella rutilante città tentacolare di Jakarta per cercare di farcela da soli. In particolare il nostro protagonista, Yuda, vuole trovare un posto dove insegnare il silat, l’arte marziale tipica del sud-est asiatico.
In realtà la scusa del “viaggio iniziatico” è tutta una trovata per agganciarsi allo spunto più classico di tutti: il campagnolo di buon cuore che si ritrova in mezzo ai corrotti abitanti della città del vizio. Lo faceva già Bruce Lee con L’urlo di Chen… nel 1972!

Non si pensi che questo film citi i grandi, malgrado nelle interviste si snocciolino nomi come appunto Bruce Lee o Jackie Chan: Merantau è semplicemente la versione indonesiana del thailandese Ong-bak (2003), cioè un brogliaccio generico che serve solo a lanciare la nuova star d’azione: nel primo caso era Tony Jaa, in questo è il giovane grezzo ma talentuoso Iko Uwais.

Un ragazzetto che potrebbe diventare famoso…

Giovane ventenne di Jakarta, Iko si è ritrovato come gli altri del film scaraventato dalla palestra al set senza alcuna velleità “artistica”. Stando infatti alle interviste presenti nel Blu-ray italiano, all’epoca il cinema indonesiano non godeva di molta salute, figuriamoci poi se esisteva il genere “d’azione” o “marziale”.

Poi questo buffo straniero, Gareth Evans – che all’epoca si firma ancora G.H. Evans – nel 2007 gira un documentario sull’arte marziale pentjak silat per Christine Hakim, la quale si lascia contagiare dall’idea di girare un vero e proprio film marziale che usi una tecnica pressoché sconosciuta al cinema: c’è il kung fu di Hong Kong e imitatori vari, ci sono spruzzate di tae kwon do per tecniche acrobatiche, c’è l’aikido per tecniche di sottomissione alla Seagal, il ju jitsu e vari altri stili che sono entrati in quel “minestrone” delle mma (mixed martial arts), negli ultimi anni va di moda il krav maga israeliano ma del silat non si vedono tracce su schermo.
L’idea di Evans è in pratica di fare per il silat quello che Ong-bak ha fatto per il muay thai, mentre l’idea dei produttori è quella di fare un prodotto che attiri l’attenzione del pubblico internazionale, per rilanciare l’immagine dell’Indonesia e il suo cinema.

Venite in Indonesia, che vi gambizziamo!

Oggi tutti lo chiamiamo Mad Dog, come il suo ruolo in The Raid (2011), ma nel 2009 il suo nome era ancora semplicemente Yayan Ruhian, senza pizzetto né capelli lunghi. Nell’intervista presente nel Blu-ray italiano afferma di essere il coreografo dei combattimenti del film, ma poi un altro contenuto speciale intervista Edwel Datuk Rajo, del Campo Alam, che dice di essere lui il coreografo, ma poi il regista dice che ci ha messo pure lui lo zampino e ovviamente anche il protagonista Iko Uwais. Non è una coreografia, è un’acquasantiera: tutti ci mettono le mani.

Iko Uwais e Yayan “Mad Dog” Ruhian due anni prima di The Raid

Yayan ed Iko si ritagliano la scena più mitica dell’intero film, quella del combattimento in ascensore, che ho già trattato nella rubrica apposita.

In ascensore si fa presto a litigare…

Per quanto l’idea di Evans sia azzeccata, e soprattutto abbia ben fruttato, visto che è l’inizio dell’ascesa indonesiana nel cinema d’azione, lo stesso devo dire che Merantau è un prodotto troppo grezzo per poter anche solo sperare di essere l’Ong-bak di Jakarta. Quel film thailandese poteva contare su mostri sacri nei punti chiave, professionisti di esperienza ma soprattutto di enorme talento, mentre Evans è ancora un regista esordiente e Iko un ragazzetto ardimentoso ma non molto altro.
La parte peggiore però rimangono le scene “mozzafiato”, quelle che facevano sgranare gli occhi in Ong-bak: Evans non ha a disposizione i migliori stuntman del Paese, è costretto ad usare cavi per tutto senza però saperlo fare: il risultato sono scene da filmetto amatoriale che ammazzano ogni atmosfera.

La tecnica indonesiana del “Piazza ’sta mazza”

Se un cascatore viene lanciato nel vuoto e atterra al suolo la scena è mozzafiato, se un cascatore salta e scende come se stesse in ascensore, non essendo gli autori capaci di rendere fluida la sua caduta “finta”, la scena è drammaticamente insoddisfacente. Non basta legarsi un cavo alla vita per essere uno stuntman, bisogna sapersi muovere con quel cavo e dall’altra parte ci dev’essere un coordinatore capace di far sì che il cavo sia rilasciato nel modo giusto.
Tutto questo manca, in Merantau, così ogni scena che punta a catturare l’attenzione in realtà ammazza l’equilibrio della sequenza. Per fortuna non sono molte queste parti traballanti, ma certo è chiaro che non abbiamo un prodotto di qualità bensì un gruppo di appassionati in cerca di professionismo.

Guardia bassa, cali alti

Come sappiamo, i nostri Evans, Iko e Mad Dog miglioreranno tantissimo, tanto che da grezzi amatoriali arriveranno a scrivere le nuove regole del cinema d’azione mondiale, quindi è ancora più piacevole vedere da quanto basso siano partiti, perché si apprezza quanto siano migliorati in seguito.
Merantau è un piccolo film, in più punti quasi amatoriale, eppure ha un grande cuore e soprattutto sdogana una grande arte marziale che rende molto bene al cinema, con i suoi movimenti fluidi e circolari e con le sue tecniche scattanti e d’anticipo.

Ringrazio ancora lo Stefano Di Marino del 2010 per avermi fatto conoscere in anticipo questa primizia, fra le tante che mi ha fatto conoscere.

L.

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9 risposte a Merantau (2009) Un saluto a Di Marino

  1. Willy l'Orbo ha detto:

    Mi spiace molto per il tragico evento, inoltre le modalità con cui è avvenuto lasciano un dolore ancor più forte (come se non bastasse quello “di base”).
    Condivido il volerlo ricordare con un film da lui inviato, tra l’altro film che ho visto e che apprezzo.
    Nella pellicola ci sono difetti da sgrezzare ma c’è pure un gran cuore, ci sono i primi passi di future star, c’è un prodotto complessivamente soddisfacente, in pratica per Iko e company è stato un merantau non solo nella finzione filmica! 🙂

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  2. Cassidy ha detto:

    La perdita di Stefano Di Marino è stata sconvolgente già prima di scoprirne la dinamica, inutile aggiungere altro mi dispiace averlo conosciuto da lontano così tardi. Per quanto riguarda il film, analisi impeccabile come sempre, “Ong-bak” era di più e meglio, ma la banda di eroi dietro a questo film hanno fatto lo stesso la storia, quindi a questo loro esordio si vuole comunque bene. Cheers!

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Merantau parte azzoppato perché non può contare su una squadra di grandi professionisti come invece poteva Ong-bak, ma ci hanno messo davvero poco a imparare il mestiere e a usare il loro talento per riscrivere completamente il genere. La bellezza di questo piccolo film grezzo è proprio nel gustare l’alba di quel che sarà.

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  3. Zio Portillo ha detto:

    Urca! Mi dispiace tantissimo… Non lo conoscevo personalmente ma mi è bastato vedere la sua disponibilità pure qua nel tuo blog per rendersi conto di che pasta d’uomo era.

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  4. redbavon ha detto:

    Le tue parole sono davvero un bel modo di ricordarlo e tenerne viva la sua memoria e sopratutto quanto in vita ti abbia arricchito.

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