Offside (2006) Il calcio vietato alle donne

Poveri distributori italiani, vittime di un enorme malinteso: nel Paese che fa del calcio una religione, ogni opera che parli di calcio è schifata come blasfema. È un mistero della fede al cui confronto il terzo segreto di Fatima impallidisce: qualsiasi medium non sia una diretta televisiva è totalmente ignorato dagli italiani, anche da quelli che si taglierebbero un braccio pur di non perdersi una qualsiasi partita.

I poveri distributori nostrani da decenni fanno doppiare film sul calcio di varia natura, ma tutte queste opere sono regolarmente ignorate in Italia perché commettono un madornale errore: trattano il calcio come fosse uno sport, per di più che accomuna persone differenti. Invece si sa che per l’italiano medio il calcio è solo tifoseria, cioè un modo per rendere gli estranei ancora più estranei e picchiarli alla bisogna.
Situazione profondamente e abissalmente opposta per l’Iran, dove a quanto pare ci sono molti più motivi per odiare nella vita quotidiana… ma il calcio cancella tante differenze, come per esempio quelle di genere.

Il pluripremiato regista iraniano Jafar Panahi ci regala un film sul calcio ma senza calcio, perché i veri giocatori in campo sono quelli che hanno divieto assoluto e tombale di seguire il calcio: le donne.

Offside è un sorprendente piccolo film con tanto cuore che viene presentato al Fajr Film Festival il 1° febbraio 2006, mentre la Cecchi Gori lo porta (inutilmente) in DVD dall’ottobre 2011.

Stando ai film, il calcio è uno sport che unisce le persone

Teheran è in festa, perché allo stadio Azadi sta per iniziare un’importantissima partita della Nazionale iraniana contro gli arabi, tanto che l’affluenza di pubblico è al massimo ed ogni mezzo di locomozione è buono per raggiungere lo stadio. Anche i pullman di una strana casa iraniana… la FIAT!

FIAT: i grandi marchi italiani all’estero…

I colori delle bandiere sono di ogni sorta, così come le magliette dei tifosi delle varie squadre. Non conosco il calcio iraniano, di che squadra è una maglietta nera e blu, con “Pirelli” scritto davanti e “Ronaldo” scritto dietro?

Che strane, le magliette di calcio iraniane…

La situazione già calda diventa bollente quando sul pullman dei tifosi per lo stadio qualcuno si accorge di un fatto inconcepibile: una creatura disumana si nasconde tra i passeggeri. Un essere privo di pene e per questo degno di biasimo. Qualcuno usa il termine “donna” per descriverlo…

Il genere sbagliato nel posto sbagliato

Siamo nell’Iran di Ahmadinejad, che però non è che sia molto più misogino di oggi: il 10 ottobre 2019 l’ANSA dà la notizia che le donne possono entrare negli stadi, quindi prima di quella data non potevano. Probabilmente è servito il terribile suicidio della 29enne Seher Khodayari, che un mese prima si era data fuoco per protesta, proprio davanti allo stadio Azadi ritratto in questo film.

Mi sa che ci sono più tifose in Iran che in Italia! (© Copyright ANSA/EPA)

Fino al 2019 quindi le donne iraniane sono state grandissime tifose di calcio ma con il divieto assoluto anche solo di pensare di andare allo stadio, rischiando anche vari mesi di galera per oltraggio al pudore. Quindi nessuna ci andava? No, ci andavano in tante, e lo sapevano tutti, l’importante era sgattaiolare nei punti giusti e vestirsi da uomo.

Il vecchio cieco finge di non sapere di avere una donna al fianco

Noi dall’estero pensiamo subito ad uno Stato tirannico e oppressivo, ma il fatto che ci sia una legge non vuol dire corrisponda al pensiero comune, infatti tutti i maschietti islamici tifosi aiutano la protagonista ad entrare di nascosto: sanno benissimo che è vietato, lo fanno sempre notare alla ragazza spiegandole che è pieno di estranei e una brava donna islamica non deve mai trovarsi in mezzo a maschi estranei, ma finita la predica poi tutti si fanno in quattro perché la ragazza non sia pizzicata dalle guardie.
Quindi allora sono le guardie ad essere il braccio armato del potere oppressore? Di nuovo no, perché per “guardie” qui si intende ragazzi normalissimi che non hanno alcuna voglia di stare lì, preferirebbero anche loro entrare allo stadio a vedere la partita, così come preferirebbero non dover indossare la divisa e tornarsene nelle loro campagne, con le loro famiglie. Non c’è animosità, ci sono solo regole da dover far rispettare controvoglia.

Tra guardie e prigioniere, non si sa chi ha meno voglia di stare lì

Dopo un’introduzione davanti allo stadio gremito, il resto della vicenda si svolge nelle “prigioni”, cioè in un’area dietro lo stadio dove le guardie portano le donne pizzicate – in realtà solo una minuscola percentuale, visto che ci viene detto come più di cento tifose siano comunque riuscite ad entrare – e il giovane capo delle guardie spiega:

«Se entrate, ci sono migliaia di uomini che sono estranei per voi. Chissà che succede, se perdono la partita poi cominciano ad insultare e a dire un mucchio di porcherie. Lo stadio non è posto per donne.»

Non sembra un divieto religioso o morale. Inoltre in precedenza il personaggio di un vecchio cieco, interrogato sul perché vada allo stadio visto che non può vedere, spiega che ama quell’ambiente perché lì si possono dire le parolacce senza essere rimproverati.

Be’, almeno fateci la telecronaca!

La vicenda racconta la differenza che passa tra regole teoriche e vita quotidiana, senza dimenticare l’eterno scontro fra gente di città e gente di campagna. La guardia che viene dal paesello chiama “liberali” quelli di città che consentono a maschi e femmine di stare vicini, ma in realtà lui stesso non ha ben chiaro perché mai non debbano esserlo: sono regole, leggi, imposizioni, chissà da dove nascono e chi le ha inventate.
L’elemento scatenante è ovviamente l’Occidente: cosa c’è di più occidentale – e quindi di facili costumi – come le competizioni internazionali di calcio? Per l’occasione arrivano squadre abituate al mondo fuori da Teheran, dove addirittura alle donne è concesso girare a capo scoperto ed entrare negli stadi. Mondi lontani, ma sono stranieri e si sa che hanno usi strani.

La curva femminile di Teheran

Vorrei ricordare che anche noi italiani abbiamo delle regole storiche che non ci fanno essere migliori degli iraniani di questo film, all’apparenza così intransigenti: l’Italia rurale fino agli anni Sessanta della “corsa alla città” non era molto diversa da un paese islamico, semplicemente in pochi anni siamo andati così avanti che ci siamo dimenticati come eravamo.
Una donna che girasse per strada da sola nell’Italia di qualche decennio fa, per di più a capo scoperto, era automaticamente una sgualdrina, a meno che non avesse un parente al suo fianco: i nostri costumi sono cambiati, tanto da farci dimenticare da dove veniamo. Gli iraniani del film, almeno i “campagnoli”, semplicemente sono ancora là dove eravamo noi qualche decennio fa.

La partita ricreata dalla “prigione”

Panahi riempie di umanità la sua storia e quindi non ci mostra le guardie come braccio violento della legge, bensì come ragazzi che compiono malvolentieri il proprio dovere, e nella confusione della vittoria calcistica contro gli arabi – che vale alla Nazionale iraniana l’accesso ai mondiali – è facile distrarsi, ritrovarsi tutti fratelli tifosi ed evitare alle povere ragazze il loro destino giudiziario. Questo però è un film, come sappiamo dai giornali non è la regola bensì la felice eccezione.

Offside è un piccolo prodotto che mostra come al di fuori dell’Italia si possa usare il calcio per smorzare addirittura la legge islamica e ritrovarsi tutti fratelli, uomini e donne. Da noi si preferisce esaltare al diversità, compiere atti di vandalismo e prendersi a sprangate, ma noi siamo l’Occidente civile…

L.

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20 risposte a Offside (2006) Il calcio vietato alle donne

  1. Zio Portillo ha detto:

    L’avevo visto quando uscì, forse scaricato dal Mulo. Credevo fosse un film di denuncia sui soprusi islamici verso le donne e dove il calcio era usato sia come “punta dell’iceberg”, sia come metafora sul superamento degli ostacoli (con l’Iran che va a i Mondiali in Germania). E invece il film è uno spaccato un po’ grottesco e un po’ amaro sull’ipocrisia religiosa e politica dell’Iran “moderno”. Hai ragione quando dici che in fondo in fondo, fino a 40-50 anni fa, noi non eravamo così lontani da loro. Sembra passata una vita ma io che sono del ’79 ricordo perfettamente scampoli di “arretratezza” sia cittadina che rurale.

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Io sono nato e cresciuto in città, nella Roma capitale, quindi non certo in un paesello sperduto in campagna, eppure come vicina di casa avevo una ragazza che non ha mai potuto uscire da sola, la madre l’ha sempre accompagnata dovunque andasse, anche molti anni dopo la maggiore età! (Poi l’ho persa di vista e non so che fine abbia fatto, ma credo sia ancora lì con la madre al seguito.)
      E non parlo degli anni Sessanta ma degli anni Ottanta!
      Basta vedere un qualsiasi film italiano d’annata per notare comportamenti che oggi attribuiremmo a un paese oppressivo con le donne. Quelli che si scagliano contro l’utilizzo del velo non so se ricordano che da noi è fatto divieto alle donne di entrare in chiesa a capo scoperto: l’unica differenza è che da noi decennio dopo decennio il divieto si è annacquato, ora più che altro si chiede alle visitatrici di non entrare ignude nei periodi estivi, ma il fatto che da noi l’usanza quotidiana si sia ammorbidita non annulla le regole, che condividiamo con tutti i Paesi dove la religione ha un peso fondamentale nella società.
      Questo piccolo delizioso film racconta appunto la differenza tra leggi e applicazione delle leggi, e mostra come il seguire le leggi non vuol dire essere d’accordo con esse.

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      • Giuseppe ha detto:

        Temi comunque troppo complessi per un tifoso duro e puro, in genere già di suo ignaro di praticamente TUTTO quello che sull’idolatrato calcio viene prodotto al di fuori degli stadi o delle trasmissioni tv. Se poi teniamo conto di come in “Offside”, andando gli obiettivi del film giustamente in tutt’altra direzione, nemmeno venga mostrato il gioco, allora capiamo come presso quel tipo di pubblico la partita (per rimanere in tema) sia persa in partenza… riguardo poi agli strascichi di arretratezza culturale con relativo becero sessismo annesso, va ricordata almeno la cosiddetta “opinione” di Fulvio Collovati su quanto -a suo dire- le donne ne capiscano di calcio, risalente ad appena due anni fa (e, anche se non dovrebbe esserci bisogno di sottolinearlo ogni volta, non è nemmeno il peggio che si sia sentito a riguardo nel mondo calcistico).

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Sbaglio o c’è stato addirittura un signore ai vertici del calcio che rilasciava tranquillamente opinioni sessiste sul gioco? Non ricordo il nome ma ricordo che se ne parlò molto, perché in effetti ha dato una ben gretta immagine dell’ambiente. Ma tanto ho sentito giornalisti dire che non esiste razzismo nel calcio, e l’hanno detto senza scoppiare a ridere, quindi non è certo un gioco che teme il ridicolo.

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      • Giuseppe ha detto:

        Non può più temerlo, visto che il limite del ridicolo (nonché del patetico e del vergognoso, vedi il caso di Aurora Leone ricordato da Vasquez) l’ha ormai superato da anni.
        Il tipo di cui non ricordi il nome credo fosse Tavecchio, responsabile della brillante affermazione “Nel calcio pensavamo che le donne fossero handicappate”…

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Ammazza, un gentiluomo d’altri tempi! 😀

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  2. Cassidy ha detto:

    Da noi il calcio è l’equivalente della “Notte del giudizio”, nel tempo della partita tutto, dentro e fuori dallo stadio è concesso. In Iran, almeno per le donne pare il contrario, quindi non mostrare la partita ma cosa succede nei 90 minuti di zona franca è un’ottima idea. Gli Iraniani avranno preso maglie e mezzi, ma forse per qualcosa dovremmo imparare noi da loro. Cheers!

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  3. Lorenzo ha detto:

    E il Zinefilo si avvolse la sciarpina bianca al collo e divenne il Cinefilo 😀
    Questo lo vidi pure io, qualche anno fa.

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  4. Conte Gracula ha detto:

    Quando ero bambino, c’era una storia sul calcio che gli assatanati di calcio adiravano pur non essendo una vera partita: Captain Tsubasa, ovvero Holly e Benji.
    Non so oggi sia altrettanto seguito, tra serie storica, rifacimenti e derivati, ma immagino che i suoi numeri li faccia, perché in una TV sempre meno interessata all’animazione giapponese, ogni tanto è saltato fuori.

    Riguardo a questo film, è ovvio che il fanatico del calcio italiano non se lo filerà di striscio, non come prodotto sul calcio; al massimo, se amerà i film, potrebbe apprezzarlo per altri motivi, perché già dalla locandina si intuisce che il calcio è un pretesto per parlare d’altro. 😁

    Nonostante io non ami il calcio, capisco cosa significhi avere passione per qualcosa e devo dire che questo film mi ha incuriosito 😉

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Fra i Supercampioni prima e Holly e Benji poi direi che gli appassionati di calcio avevano pane per i loro denti. Credo sia fra i rarissimi prodotti di calcio che non siano dirette televisive ad aver attirato un minimo di interesse. Ma giusto un po’ 😛

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  5. Willy l'Orbo ha detto:

    Film interessante, che offre spunti suscitatori di riflessioni del medesimo livello…
    Tra l’altro in Italia, se uno va a guardarsi la legislazione “ad maschium” nei decenni del dopoguerra ci sarebbe da rabbrividire, fino ad inizio anni ’80, se ben ricordo, era ancora in vigore il delitto d’onore, per dirne una…
    Il fatto che oggi si discuta del genere di termini come sindaco, etc. (anche se secondo me è “una impuntatura” su questioni risibili) ci fa capire come velocemente siamo usciti ultimamente da certi pantani…pur restando molto da fare, ovviamente

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Infatti la velocità è stata tanta, dopo i Sessanta (tra boom economico e rivoluzioni culturali varie) l’Italia è cambiata così profondamente da dimenticare cos’era prima, anche se poi certe antiche abitudini sono difficili a perdersi.
      Hai ragione, a sentire certe polemiche odierne sembra proprio non essere apprezzato l’enorme cambiamento culturale fatto in un incredibile numero ristretto di anni.

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  6. Madame Verdurin ha detto:

    Il film, che non conoscevo, mi ha incuriosito, e le tue riflessioni sono acutissime come al solito, è sempre un piacere leggerti! Mi è venuta in mente quella scena di Brian di Nazareth in cui tutte le donne indossano barbe finte (e comprano sacchettini di ghiaia per i bambini) per assistere (ma anche tirare le pietre!) alle lapidazioni, cosa permessa solo agli uomini. In entrambi i film si usa una forma leggera (commedia o sport) per far emergere contraddizioni profonde che sono insite in ogni società, alla fine.

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Ti ringrazio e complimenti per la citazione alta: ad aver ricordato prima quella scena l’avrei citata nel pezzo ^_^
      Lì quello che poteva sembrare una gag in realtà davvero nascondeva una tagliente critica a certi divieti di genere che purtroppo fanno ancora parte di molte società odierne.

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  7. Vasquez ha detto:

    Senza andare a scomodare eventi e usi del secolo scorso che ormai non ci appartengono (o almeno non dovrebbero appartenerci) più, è solo di pochi mesi fa la cacciata di Aurora Leone dei “The Jackal” non solo dal tavolo presso cui era seduta, ma addirittura dall’intero evento “Partita del Cuore”, perché “le donne non giocano, tu non puoi stare qua”, quando invece era stata convocata espressamente per giocare. Tanto che le era stata fornita anche la divisa. “Ma tu il completino te lo puoi mettere in tribuna, che c’entra?” le è stato risposto da Gianluca Pecchini, direttore generale della nazionale cantanti, poi dimessosi.
    Credevo sinceramente di aver dimenticato questa storia, perché la mia volontà era quella: è talmente disgustosa che mi sono vergognata di essere italiana, ma questo tuo post me l’ha riportata alla mente, ed è un bene perché non bisogna dimenticare.
    Perché è proprio come dici: l’impressione che si ha di un paese dal di fuori è sempre distorta, anche quella di un paese che si professa civile come l’Italia.

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Sammai fossi stato tifoso di calcio, eventi come quello che mi hai raccontato mi avrebbero del tutto allontanato da un ambiente del genere, dove ogni tipo di razzismo e segregazione non solo è consentito, ma addirittura ritenuto “normale”, sebbene ogni tanto – quando la fanno proprio sporca – fanno finta di fare qualcosa a riguardo. (Senza ovviamente fare proprio un ben niente.)
      In effetti, ora che me lo dici, ogni volta che al TG perdono tempo a parlare della Partita del Cuore è sempre di uomini di spettacolo che vedo la foto o il video: non seguendo l’evento non avevo mai fatto caso che è prettamente maschile. E questo sarebbe un evento di beneficenza??? Bel figurone…

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      • Vasquez ha detto:

        Quando la peste di casa non ha voluto iscriversi a nessuna delle due scuole di calcio in cui ha fatto la lezione di prova (proprio per non lasciare nulla di intentato) sono stata la persona più felice del mondo. Ovviamente non per lo sport in sé ma proprio per l’ambiente, dove la discriminazione è l’ultima cosa: si parte proprio dalla provocazione gratuita e l’insulto al fine di procurare il fallo a favore.
        Fa nuoto da quando aveva tre anni, che covid (e compiti di scuola media permettendo) riprenderà a ottobre, e tennis da quando ne aveva cinque: se i ragazzi dopo un punto si permettono di esultare in faccia all’avversario rimangono seduti fino a fine lezione, altro che togliersi la medaglia d’argento agli europei prima ancora che si sia posata sul petto.

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Da noi anche le freccette e le bocce sono sport con molto più rispetto e onore in campo, piuttosto che il calcio 😀
        Da ragazzo mi colpì molto scoprire di un mio cugino, giovanissima promessa calcistica di una qualche squadra locale, che dopo anni di allenamenti ha mollato tutto, perché ha scoperto che per fare carriera in quella squadra si doveva cedere a certi “favori particolari” dell’allenatore. Quello che mi ha stupito non è stato che mio cugino abbia mollato, ma che NON abbiano mollato tutti gli altri!
        Diciamo che il calcio è tutto tranne che un ambiente sano, quindi sono contento che la “peste di casa” sia appassioni a sport molto più nobili.
        Peraltro da ragazzo ho fatto all’incirca otto anni di nuoto, quindi approvo la sua scelta ^_^

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