La partita (2019)

Per anni ho pensato che gli spalti ricoperti di vegetazione che si vedono dietro il mio palazzo fossero una delle tante cattedrali nel deserto di cui la provincia italiana è disseminata, che cioè iniziati i lavori e incassate le tangenti poi fosse rimasto tutto al palo, com’è antica tradizione nostrana. Invece un giorno ho scoperto che quelli erano veri spalti di un vero piccolo campo di calcio di provincia, ormai sepolto sotto rovi e sterpi. Come mai un campo di calcio, sebbene piccolo e miserello, è stato abbandonato malgrado ogni provincia italiana sciabordi di piccole squadre locali? In pratica, mi è stato detto, per ragioni di sicurezza pubblica: ogni partita finiva in una rissa sempre più violenta e pericolosa, dove i tifosi e i parenti erano quelli che menavano più duro. Tra coltelli e spranghe, il nobile gioco del calcio ha dovuto lasciare spazio alle ortiche, prima che ci scappasse il morto.

È a questo lato oscuro del calcio che sembra strizzare l’occhio il giovane Francesco Carnesecchi, oltre a varie altre bestie nere che ruotano intorno al pallone, tra scommesse clandestine, partite truccate, ricatti e primizie similari.
Stando ad IMDb il suo cortometraggio originale La partita è stato presentato nel marzo 2016 al Cortinametraggio Film Festival, mentre la versione a lungometraggio del 2019 è stato portato il 1° luglio 2019 al Taormina Film Festival, non conoscendo poi altra distribuzione se non su Netflix.

Il problema principale del film, tanto per iniziare, è il solito di questi casi: prendere un cortometraggio di 18 minuti e portarlo a lungometraggio di 100 minuti è impossibile senza in pratica riscriverlo completamente. Temo che non sia stato fatto, visto che le lungaggini sono tantissime e in pratica l’intera parte finale è un lungo, infinito temporeggiamento per raggiungere la durata minima.
Tolto subito il dente e specificato che tre quarti del film sono solo un allungamento di brodo appiccicato malamente sul cuore della storia, rimane comunque una visione potentissima per la spietatezza dei temi trattati. Purtroppo non certo frutto di finzione narrativa.

90 minuti che valgono una vita intera

L’intera vicenda è scandita dai 45 minuti del secondo tempo di una finale di coppa, che detta così sembra una cosa seria e invece è una partitella tra due piccole squadrette di provincia, anche se gli interessi in gioco sono di enorme portata per tutti i protagonisti.
I giovani calciatori non sembrano così idealisti come li si vorrebbe far passare, più interessati come sono alle droghe che al pallone, ma diciamo che il capitano ci crede e mette il cuore nelle scarpe: il problema è che il padre disoccupato ha scommesso contro di lui, e quindi che fai? Si sa che la famiglia è la prima cosa, in Italia.

Man mano che procede la partita consociamo questo stormo di avvoltoi, corvi e beccacce varie che ruotano intorno al campo, tra allenatori falliti, amministratori tossicodipendenti, proprietari scannati, pubblico formato da attaccabrighe e piccola criminalità sparsa. Tutte vite in gioco che saranno decise dall’esito finale della partita: una responsabilità che è davvero ingiusto scaricare sulle spalle del giovane capitano.

E pensare che c’è chi dice sia solo uno sport

La trovata è ottima e coinvolgente, il problema è che avere una sceneggiatura da 18 minuti che deve coprirne 100 significa ripetere molte cose, allungarne a dismisura altre, lasciare enormi spazi vuoti che spezzano il ritmo e purtroppo un finale totalmente fuori nel registro, credo nato – oltre che come riempitivo – per mostrare come non solo nel calcio si litighi tutti.

Il cuore è al posto giusto, la voglia di raccontare una storia cattiva e di denunciare certi atteggiamenti italiani c’è, quello che manca è una sceneggiatura capace di organizzare bene i tanti spunti messi in campo e farli giocare con un buon ritmo fino alla fine. Invece abbiamo solo tanti spunti che viaggiano liberi senza dare l’idea di qualcuno che riesca a coordinarli.

Un allenatore calmo e posato

In un panorama odierno che esalta la criminalità e i suoi “valori”, è sempre una boccata d’aria fresca trovare opere che mostrino le disgrazie umane su cui la criminalità balla, se poi a questo ci uniamo il mostrare senza veli tante brutture della nostra società ecco che La partita è sicuramente un film da vedere, al netto dei suoi difetti.

L.

P.S.
E ora, tutti su CineMuffin per la recensione di Madame Verdurin, l’ispiratrice di questo ciclo sul Cine-Calcio!

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21 risposte a La partita (2019)

  1. Zio Portillo ha detto:

    Concordo. L’ho visto alla sua uscita perché la pubblicità era ovunque e la cosa, ammetto, mi aveva attirato. Si poteva tranquillamente arrivare a un medio metraggio ma ad un film vero e proprio no perché, come dici giustamente, l’idea e le dinamiche di fondo (ma pure i personaggi che intrecciano le loro storie) sono annacquate. Pare di vedere Holly&Benji con azioni che durano una vita perché in mezzo bisogna stringere sull’occhio del padre, la vicina di casa tifosa, la sorellina, il cellulare che squilla, il flashback sulla comunione, i ragazzini che si fanno le canne,… E una, due,… Dieci volte! “Mobbasta!” – cit.

    Peccato…

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Si sono intere sottotrame senza alcun significato, tipo i due ragazzi che copulano in macchina: ma che c’entra? E’ una sottotrama che dura tanto e non ha alcun peso nella trama, non si capisce neanche perché venga mostrata, se non come puro riempitivo inutile.

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      • Giuseppe ha detto:

        Probabilmente per distrarre l’attenzione dall’autentico spirito del film, che è FORTEMENTE negativo nei confronti del tema trattato (con tutto quello che vi ruota intorno e che, ipocritamente, si finge sempre di ignorare). In Italia non puoi permetterti di parlare troppo male di una divinità, perché di fatto questo è diventato il calcio da noi (una divinità, appunto): il cortometraggio è -relativamente- per pochi eletti, ma un lungometraggio di pari efficacia rischierebbe di raggiungere un pubblico più ampio e farlo riflettere, quindi forse è meglio perdere tempo allungando il brodo… 😦

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  2. Zio Portillo ha detto:

    Lucius, sorry. Commento doppio… Cancelli tu? Grazie!

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  3. Cassidy ha detto:

    I genitori alle partite minori e il tifo che ne segue, una piega che attraversa tutti gli sport in uno strambo Paese a forma di scarpa, peccato per la sceneggiatura sfilacciata, avercene di film con queste valide intenzioni. Cheers!

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  4. Il Moro ha detto:

    Mi sa che è meglio guardare direttamente il cortometraggio, allora.

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  5. Lorenzo ha detto:

    Questo genere grottesco all’italiana, dove tutti sono pezzenti e malvagi, in genere non rientra nelle mie corde. Infatti questo film non mi piacque, non so nemmeno perché lo vidi.
    Su Netflix c’è un altro film sul calcio (anche se non si vedono partite), sugli ultras del Napoli coi loro codici d’onore e risse tra tifosi. Neppure quello mi piacque, ma visto che raramente siamo d’accordo magari a te piace 😀

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      No, i “codici criminali” non mi piacciono, quindi dubito che lo vedrò. Mi piace quando un film è cattivo ma a livello “universale”, cioè mostra che dietro la facciata da “brava gente” ci sia un mucchio di iene e avvoltoi, dove la povertà – si portafoglio ma anche morale – porta a scelte spietate che passano sopra tutti quei sacri valori di cui si bercia pubblicamente, tipo la famiglia e stupidaggini simili. Ci vuole un attimo a vendersi la famiglia…
      Quando invece il film parla di piccoli e minuscoli eventi locali mi annoia.

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      • Lorenzo ha detto:

        Mah, in genere qualsiasi prodotto di intrattenimento che si arroghi il diritto di insegnarmi la vita mi infastidisce. Come il paradosso dei film sul precariato, prodotti da gente benestante che vorrebbero far capire ad una platea di disoccupati quali siano i problemi del lavoro.

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        I prodotti di denuncia non li vedo come “insegnamenti”, semplicemente puntano l’accento sui problemi e non forniscono certo soluzioni, se non contentini moralistici.
        Qui però è totalmente diverso, è una “festa di morte”, dove il giovane idealista si accorge che tutto ciò che gli avevano insegnato – che poi sono le cose che insegnano a noi e di cui si riempiono la bocca nel talk show – sono tutte falsità e e si ritrova a dover scegliere da quale parte stare. Proprio per l’universalità del tema non c’entra niente coi film sul precariato, che invece affrontano piccolissimi temi localizzati.

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      • Lorenzo ha detto:

        Nei film italiani di oggi da denuncia c’è il risultato finale e lo spreco di denaro del contribuente 😛

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  6. Sam Simon ha detto:

    Questo sembra interessante, ma sai che mi hai fatto venire voglia di vedere di più il cortometraggio che non il suo allungamento a lungometraggio?

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  7. Madame Verdurin ha detto:

    Sei stato molto più buono di me con questo film, io all’epoca l’ho stroncato senza pietà non solo per le lungaggini di cui parli giustamente tu ma anche per l’uso arbitrario dei flashback e per il tono improprio del finale. Ancora una volta, per l’Italia sembra impossibile parlare del calcio al cinema.

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  8. Willy l'Orbo ha detto:

    Venduto! Ben compresi i difetti derivanti dal passaggio da “corto” a “lungo” (metraggio), vostro onore zinefilo, mi riservo comunque l’obiettivo/desiderio di vederlo, anche perché alla fin fine Lucius che, pur con i difetti suddetti in conto, consiglia un film di calcio non può essere ignorato! 🙂

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  9. Madame Verdurin ha detto:

    Grazie mille per il link e per la tua generosa citazione, sono fierissima di averti convinto con testarda insistenza molesta ad iniziare questa rubrica che ci sta regalando grandi piaceri (a te forse, che ti devi vedere tutti i film, un po’ meno). Scommetterei che un giorno faranno un film sulla squadra di calcio femminile fuggita dall’Afghanistan.

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