Sharon Stone racconta 20. Difesa ad oltranza

Un mese dopo l’uscita in sala di Pronti a morire Sharon Stone gira ancora con l’ombrello, per ripararsi da tutte le pernacchie che volano dalle critiche e dal botteghino, e così raggiunge la ABC per fare la sua comparsata in una sit-com molto in voga all’epoca, arrivata alla settima stagione: “Roseanne“, nota in Italia come “Pappa e ciccia“, un sottilissimo e delicatissimo gioco di parole per indicare il sovrappeso dei due protagonisti.

Nell’episodio 7×21 (29 marzo 1995) i due genitori protagonisti sono informati che la figlia Becky (la giovane Sarah Chalke che sboccerà come dottoressa in “Scrubs”) va a vivere con il proprio marito in una roulotte, e stando ai film americani chi vive nei campi roulotte è un buzzurro cafone. La stranezza di questo episodio è che i protagonisti sembrano molto più buzzurri e cafoni dei buzzurri e cafoni che vorrebbero prendere in giro. Indovinate chi è la regina del campo roulotte?

A Sharon gli si è smosso tutto il basic instinct!

Non raggiunge il minuto di durata la partecipazione di Sharon a questa serie, ma lascia il segno il suo tentativo di fingersi buzzurra e cafona: che sia dovuto al timore di risultare troppo verosimile nel ruolo? Meglio passare per attrice superficiale che per buzzurra e cafona.

Il siparietto finale dove Sharon si mostra dal vivo

Passa ancora un mese e nell’aprile 1995 a New York esordisce Casinò, film di cui non parlerò perché sono fortemente allergico alle storie di mafia, ai film di Martin Scorsese con Joe Pesci e Robert De Niro e a ogni singolo aspetto che riguardi questi film-cloni tutti uguali. Ricordo che quando su Tele+ ho visto Casinò sono svenuto dalla noia al secondo minuto e ho avuto allucinazioni che parlavano in broccolino. Ricordo poi che c’era una lampada, che stava lì ferma sullo sfondo: poi scopro che quella lampada era Sharon Stone.
Il fatto che l’attrice sia stata nominata all’Oscar per questo ruolo la dice lunga su quanto valga quel premio.

Era molto più elegante in versione buzzurra per “Pappa e ciccia”

Fomentata da questa nomination, che da allora viene sventolata in giro con falsa modestia, l’attrice torna a sentirsi Greta Garbo ed è chiaro che non può più tornar a fare la bambolona sexy o la pistolera senza nome: ora deve darsi al cinema impegnato, intellettuale. In una parola, al cinema francese. È con questa serie di stereotipi che mi immagino il suo arrivo a Diabolique (1996), il plagio (in quanto non menziona le opere che sta ripresentando identiche) del film I diabolici (1955) di Henri-Georges Clouzot, pellicola a cui tutti si rifanno malgrado fingano di portare su schermo il romanzo originale di Pierre Boileau e Thomas Narcejac, in realtà mai adattato.
Di questo film che se la tira maledettamente da noir e dei vari “diabolici” ho già parlato, quindi non è il caso di tornarci.

Dài, su fate la faccia da femme fatale e santarellina. Ancora di più!

Mi piace pensare che in quei giorni di lavoro incessante Sharon avesse però un pensiero fisso: in quella notte degli Oscar del 1996 la sua statuetta è finita tra le mani di Susan Sarandon, che ha vinto per il suo ruolo in Dead Man Walking (1995). Un film di potente denuncia della pena capitale, tanto amata dagli americani forcaioli: come si fa a non essere premiati? Sharon batte i pugni sul tavolo: pure io voglio fa’ la denuncia capitale!
Nasce così Last Dance, presentato a Los Angeles il 24 aprile 1996 e giunto in Italia nel giugno successivo con il titolo Difesa ad oltranza.

«Stone antidiva» la chiama Alessandra Levantesi su “La Stampa” dell’8 giugno 1996, che è deliziosamente più maligna di me nel notare che anche Susan Hayward ha vinto un Oscar per Non voglio morire (1958) di Robert Wise: pena capitale e attrici sono un binomio perfetto. Tranne ovviamente per Sharon nostra.

Sharon che fa la dura fa rivalutare il suo ruolo in “Pappa e ciccia”

Impegnato nel mondo del cinema sin dagli anni Cinquanta, Bruce Beresford esplode alla fine degli anni Ottanta con Alibi seducente (1989), che però ormai ricorderemo in dieci: è ovvio che per il pubblico generico il suo vero esordio è il pluri-premiato A spasso con Daisy (1989), che nel 1990 ha fatto incetta di statuette: credo però che all’insegna del revisionismo imperante sia stato considerato film razzista e non sia più venerato come un tempo. A questo punto magari torniamo alla vera nascita di Beresford, cioè la storia di Tom Selleck romanziere senza più idee che trova ispirazione in Paulina Porizkova sospettata d’omicidio.
All’epoca film come Mister Johnson (1990) e Manto nero (1991) – oggi temo dimenticati – consolidavano la sua fama di “regista autoriale”, ma già con Rosso d’autunno (1994) era chiaro che Beresford stava ripiegando sullo stile “pomeriggio di Rete4 con grandi attori”.

Due stereotipi impegnati a stereotipare

Il giovane figlio di papà Rick (Rob Morrow) grazie alla propria famiglia ricca e influente trova posto a Washington e gli viene affidato l’archivio delle grazie concesse dal Governatore ai condannati a morte. Per compilare una pratica va in visita a Cindy Liggett (Sharon Stone), da dodici anni in attesa d’esecuzione e per nulla disposta a ricominciare di nuovo la trafila con un avvocatino ardimentoso.
Più la donna lo scaccia, più Rick si appassiona al caso, lo studia e trova attenuanti che nessuno in dodici anni aveva mai notato: o Rick è un genio o, più facilmente, il sistema giudiziario americano si basa sulla cialtronaggine dei suoi membri.

Nei film gli Stati Uniti sono come l’Italia: in campagna elettorale perenne. Con la differenza che poi in Italia si vota di rado, lì invece si vota sempre. Quindi, indovinate un po’? Ci sono le elezioni dietro l’angolo e niente attira voti come friggere le chiappe di una detenuta. E poi sono i CinqueStelle i populisti giustizialisti…
Tutti hanno la bava alla bocca e vogliono sventrare Cindy, vederla friggere sulla sedia elettrica mentre le iniettano il veleno, le tagliano la testa e bombardano la stanza coi missili intelligenti, tutti tranne Rick, che paladino dei diritti umani si batte contro tutto e tutti per “difendere ad oltranza” la detenuta.

Non è facile quando un intero Paese ti vuole morta, e morta male

Il messaggio del film è chiaramente condivisibile, o meglio: chiaramente per noi europei che non abbiamo la pena di morte. Stando ai film gli americani adorano la pena di morte, la preferiscono al football, la gente va a votare solo se il candidato ha ammazzato un certo numero di detenuti, e pure i criminali la adorano: infatti la pena di morte, lodata perché è un deterrente al crimine, non ha mai “deterruto” niente e il crimine anzi aumenta, semplicemente perché pure agli assassini piace la pena di morte.
Quindi che senso ha fare film contro qualcosa che tutti gli americani amano alla follia? Infatti è appannaggio della solita ristretta cerchia di intellettuali che parlottano fra di loro e si spartiscono i premi. Be’… tranne la povera Sharon, condannata a morte senza alcuna statuetta.

E dài, però: cacciate ’sto Oscar!

Il problema principale del film è l’assenza di una sceneggiatura all’altezza del tema scottante, infatti come autori troviamo un passante (Steven Haft) e Ron Koslow, che dopo Tutto in una notte (1985) di John Landis è passato a firmare serie TV. Nulla di male, anzi, è il creatore del fenomeno “La bella e la bestia”, che all’epoca è stata robba bbuona, ma qui sembra essersi votato al qualunquismo qualunque.
I personaggi sono semplici stereotipi ambulanti, tutti si comportano esattamente come ci si aspetterebbe quindi non c’è mai mordente, non c’è mai spessore, tutto sembra scritto in automatico e va via in automatico. Sembra una sceneggiatura scritta da un software per non scontentare nessuno, e quindi scontenta tutti.

Sharon dovrebbe interpretare una tipa tosta, una detenuta che da dodici anni vive un inferno ed è stanca di lottare: vede infatti la pena di morte come una liberazione, perché l’alternativa sarebbe il carcere a vita… «e questa non è vita», rinchiusa 23 ore al giorno in una scatola. Per interpretare tutto questo c’è un modo banale e uno sottile: indovinate quale sceglie l’attrice?
Cindy passa da tosta a piagnona in due fotogrammi, da coriacea a tenerona in altri due e via così, tanto che non si capisce mai quale sia il personaggio, visto che ad ogni scena c’è una tipa diversa. Ah, e riesce pure a cambiare pettinatura, perché Sharon non accetta alcun ruolo se non può cambiarsi di vestito e di acconciatura ad ogni fotogramma.

Non esiste ruolo per cui Sharon non cambi d’aspetto ad ogni scena

Non sappiamo quanto la Touchstone abbia investito in questo film, ma IMDb ci parla di un incasso totale di meno di sei milioni di dollari, quindi mi sento di annoverarlo fra i tanti sonori fallimenti della povera Sharon. Che voleva essere una diva come Grace Kelly e invece come la Grace Kelly (2007) di Mika gira per Hollywood cantando:

Posso essere bambolona
Posso essere pistolera
Posso essere mafiosa
Posso essere assassina
Posso essere detenuta
Posso essere quello che volete
Faccio luci rosse, il giallo e il noir
Perché non vi piaccio?

Da Mika con uno strappo netto passo a parafrasare il Chuang Tzu di Borges (da “Racconti brevi e straordinari”, 1953):

«Sharon Stone sognò di essere una diva, e al risveglio non sapeva se fosse un’attrice normale che aveva sognato di essere una diva o una diva che in quel momento sognasse di essere un’attrice normale.»

L.

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12 risposte a Sharon Stone racconta 20. Difesa ad oltranza

  1. wwayne ha detto:

    Robert Wise ha diretto anche quest’altro indimenticabile capolavoro: https://wwayne.wordpress.com/2020/04/07/un-amore-proibito/

    "Mi piace"

  2. Cassidy ha detto:

    Tu che fai incubi parlati in broccolino mi ha steso, più che scoprire questo film carcerario di cui non sapevo nulla, alla faccia dei sogni non in broccolino ma di statuetta di Sharon Pietra 😉 Cheers

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Il broccolino è la lingua degli incubi, per me 😀
      Non mi sento di consigliarti questo film, a meno che tu non sia curioso di vedere Sharon cambiare personaggio ad ogni scena e fingere di fare la tipa tosta. Magari con una sceneggiatura vera sarebbe stato anche un bel film, ma così non stupisce che sia roba uscita di nascosto, che la Touchstone si vergognava.

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  3. Nick Parisi ha detto:

    Lo trasmise, mi sembra, Raidue tante estati fa. L’idea era anche buona, il tema importante….ma alla fine si ridusse tutto ad una poco credibile storia d’amore tra una mai così fuori ruolo Stone e il suo avvocato.

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  4. Willy l'Orbo ha detto:

    Al contrario delle prestazioni di Sharon, post ispiratissimo in cui mi hai fatto ridere di gusto, sorridere e riflettere su certi usi e costumi americani e sulla loro trasposizione su schermo; in più finale con doppia citazione, che funge da duplice, geniale, ciliegina! 🙂 🙂

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  5. Zio Portillo ha detto:

    Credo di non averlo mai nemmeno sentito nominare questo film… E da quanto leggo si aggiunge una tacca alla già nutrita lista di scelte sbagliate post-Basic Instict della Stone.

    Però devo fare un appunto e premiarla (per quanto vale un mio premio…). Perché passare da Diva a Special Guest Star in un episodio televisivo nel 1995 non era cosa da tutti. La tv a quel tempo era roba nemmeno di serie B, era la cacca del cinema e solo gli “sfigati” la facevano. E le comparsate era roba da “fine carriera” o da punto morto e non da vetta.

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Però è anche vero che le guest star è una roba che a tutti piace fare, soprattutto in serie solide e dal grande pubblico, per ovvi motivi pubblicitari. E’ come oggi andare da “Amici”, non è che lo si conduce, si va solo a farsi pubblicità.
      “Pappa e ciccia” non l’ho mai seguito, ma per arrivare alla settima stagione vuol dire che aveva tanto pubblico, quindi capisco il volerci apparire anche per trenta secondi. (O magari il produttore era amico di Sharon, chi lo sa?)

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  6. Giuseppe ha detto:

    Ma la sua carriera è un sogno di una notte di mezza estate, oppure è per avere una carriera da sogno della durata di mezza estate che ha continuato a scegliere personaggi in cerca d’autore mai trovato? Quale parte verrà ricordata? Una, nessuna o centomila? “Difesa ad oltranza” rientra nella seconda pirandelliana categoria (nessuna), direi, visto che non mi ricordo assolutamente di averlo visto…

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  7. Pingback: Sharon Stone racconta 23. Basic Instinct 2 | Il Zinefilo

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