Sharon Stone racconta 22. Titoli sparsi

Nel silenzio totale dell’autobiografia di Sharon Stone, che parla di tutto tranne che di cinema, do una rapida occhiata ai minuscoli film in cui l’attrice si è andata ad infilare dopo che i vari flop al botteghino le hanno fatto capire che non era la diva che credeva.


Coi ragazzini malati si vince sempre, tranne quando ti chiami Sharon Stone. Peter Chelsom porta su schermo il romanzo Freak the Mighty (1993) di Rodman Philbrick, che in occasione del film giunge in Italia per Fabbri con lo stesso discutibile titolo immotivato: Basta guardare il cielo, distribuito in Italia da Cecchi Gori.

Il fratello Culkin sbagliato, cioè Kieran, interpreta un bambino affetto da una rara e gravissima patologia, per cui lui cresce ma il suo scheletro no, rendendolo gobbo e incapace di camminare. Un giorno conosce Max (Elden Henson) che è l’esatto opposto – un ragazzone troppo grosso per la sua età e totalmente chiuso in se stesso – ma con lo stesso problema: zero vita sociale. I due finiscono per unire le proprie forze, il piccolo Kevin sale sulle spalle del gigante Max e insieme formano un cavaliere completo della Tavola Rotonda, come nei libri che amano leggere, e affrontano le brutture della vita, come i bulli di scuola e i padri violenti. Anche se il vero nemico, cioè la malattia degenerativa di Kevin, è sempre dietro l’angolo.

Non so come sia il romanzo originale, ma la sceneggiatura di Charles Leavitt è lineare fino alla nausea: è una “moralità” come quelle che scriveva Pierre Gringoire nel Notre-Dame de Paris (1831) di Victor Hugo, cioè roba di sicuro effetto sul pubblico perché scritta con il pennarellone. Non la si può criticare perché parla di buoni sentimenti e bambini malati, ma nel 1999 era lecito aspettarsi uno stile narrativo un po’ più incisivo.

La scena madre di Sharon, nei pochi minuti in cui appare nel film

Sharon nostra fa la mamma del malatino, coi capelli ancora corti da Sfera e una scena madre dove fa il discorsone della mamma del ragazzino malato. Se la cava bene ma parliamo di un totale di forse tre minuti totali in scena, aver ricevuto una nomination ai Golden Globes come miglior attrice non protagonista mi sembra un po’ esagerato. Forse quell’anno avanzavano nomine.

Un film de core che non serve vederlo, tanto è scontato, basta la locandina a spiegare tutto. Ah, per motivi ignoti ci sono tanti personaggi famosi che appaiono per qualche secondo: Harry Dean Stanton, Gena Rowlands, Meat Loaf, Gillian Anderson, James Gandolfini, tutte comparsate di una manciata di secondi. Forse erano amici del regista.


Va be’, con il primo ragazzino è andata male, forse era troppo malato: come insegna quello stupendo manuale di cinema che è Tropic Thunder (2008), non bisogna mai esagerare con le malattie. Sharon rimane dunque focalizzata sui ragazzini in difficoltà, così magari riesce a sgomberare dal campo l’immagine delle sue gambe accavallate, e si affida niente meno che al maestro Sidney Lumet, l’uomo che non riesce a sbagliare un film neanche volendo. Tranne quando protagonista è Sharon Stone…

Lumet stavolta si limita a ripresentare Gloria. Una notte d’estate (1980), scritto e diretto da John Cassavetes per la sua musa bionda Gena Rowlands, guarda caso presente nel cast del precedente Basta guardare il cielo. Cambiando l’ordine delle bionde, cioè Sharon al posto di Gena, il risultato cambia, e anche parecchio. Anche perché il 1999 di Gloria (in Italia per Cecchi Gori) è bello lontanuccio dal 1980 del film originale.

Con una parruccona bionda (impossibile infatti i capelli le siano cresciuti così in fretta!) Sharon torna in galera per interpretare Gloria, la pupa del boss che si è fatta tre anni di carcere al posto del capo-amante, senza mai rivelare nulla ai poliziotti di ciò che sa del suo traffico. Ora che è tornata in libertà, Gloria vorrebbe come minimo un pizzico di riconoscenza, invece trova il suo capo alle prese con un ragazzino. Come ogni altro boss del cinema, anche questo ha come esercito due buffoni di sgherri, che per farsi ridare delle informazioni compromettenti dal contabile della mala gli sterminano la famiglia: dopo un bagno di sangue rimane solo il piccolo Nicky ad avere informazioni che potrebbero mandare in galera tutta la mala della città.

Gli hanno sterminato la famiglia, ma quel che peggio gli tocca Sharon Stone come madrina

Visto che il suo capo-amante non è per nulla riconoscente, Gloria decide di ritirarsi a vita privata, e si porta via il ragazzino per proteggerlo dai cattivi. Poi mi sono addormentato e ho avuto un incubo in cui il maestro Sidney Lumet girava l’unico film noioso della sua carriera, e infatti c’era Sharon Stone protagonista.

Già trovai di una totale inutilità questo film la prima volta che l’ho visto, alla seconda la mia considerazione è addirittura scesa. Per carità, non c’è nulla da rimproverare a Sharon, fa il suo mestiere senza problemi, ma da qui a “bucare lo schermo” ce ne passa parecchio. Di sicuro non lo vedrò una terza volta.


Tolta la parruccona bionda e mollati i ragazzini, che non le hanno portato nulla di buono, Sharon si ritrova a fare un personaggio strano e intrigante in un film scritto e diretto da uno storico outsider di Hollywood come Albert Brooks: La dea del successo (The Muse, 1999), in Italia per De Laurentiis/Filmauro.

Lo sceneggiatore in crisi Steven Phillips (Albert Brooks) è in cerca di un sistema per rimanere a galla in quello strano zoo chiamato Hollywood, e per farlo dovrebbe scrivere una sceneggiatura di successo, il che non è per niente facile. Come fanno gli altri? Come fanno quegli autori di successo osannati dal pubblico? Abitando nella loro stessa città, Steven può chiederlo a loro direttamente, e la risposta lo sorprende: deve affidarsi alla Musa. Il segreto di Rob Reiner e Martin Scorsese? Lo rivelano loro stessi in questo film: la Musa. Come trovarla? Steven non ha dubbi: la casa della Musa è quella da cui è appena uscito James Cameron, contento di aver ricevuto un consiglio prezioso. Cioè focalizzarsi su tematiche marine…

Sharon e Jimmy Cameron

Sharon Stone gongola e interpreta alla perfezione la Musa, perché finalmente può fare la diva come le piace. Questa Musa infatti ha davvero poco dell’essere mitologico che ispira gli artisti, e molto più della profittatrice arraffona. La regola del suo “ingaggio” prevedere che lo scrittore ansioso d’essere ispirato debba farle costosissimi regali, come gioielli, orologi e quant’altro, tutto di gran marca e a prezzi esorbitanti. Chi più spende più guadagna, no?

Il povero Steven comincia così a dilapidarsi il patrimonio facendo ricchi regali a quella che sembra più una truffatrice che una Musa, portandola in giro e sottostando a ogni suo capriccio. Quando finalmente si convince che è stato raggirato… per magia cominciano ad arrivare ottime idee per un copione. Che sia davvero una Musa ispiratrice?

Una commediola leggerissima ma simpatica, con una Sharon in grande spolvero che si diverte un mondo a fare la grande diva che in realtà ha sempre fatto, quando però non ne aveva motivo. Da Jeff Bridges a Cybill Shepherd, da Lorenzo Lamas a Jennifer Tilly, il film è una grande parata di stelle hollywoodiane, tutte in fila per i sevizi della Musa. E così ci scappa un’altra nomination ai Golden Globes per Sharon nostra.


Torna la parrucca coi capelli lunghi, ma temo che il motivo sia la semplice vergogna per dover apparire in un filmaccio come Inganni pericolosi (Simpatico, 1999; recuperato in Italia da A&R Productions), che al contrario del proprio titolo originale non è affatto “simpatico”.

Matthew Warchus dirige la versione filmica di un testo teatrale scritto nel 1994 dall’attore Sam Shepard, probabilmente l’unica opera teatrale che rende male al cinema. Due titani come Nick Nolte e Jeff Bridges si calano in personaggi mostruosamente stereotipati e fastidiosi, che parlano di niente e fanno cose stupide, con sullo sfondo un ranch e dei cavalli – cioè i valori fondanti dei gentiluomini del sud – circondati da personaggi strani che fanno gli strani e alla fine arriva Sharon Stone per qualche minuto, a fare la moglie delusa e alcolizzata di Bridges, che sogna ancora quand’era Nolte a farle la corte.

Una roba inguardabile che sono riuscito a sopportare solamente fino a metà. E la cosa assurda è che anche in questo caso il film l’avevo già visto anni fa, non ricordandolo minimamente: temo che all’epoca io abbia interrotto la visione all’arrivo della nostra Sharon, cioè superata la metà film, perché sovrastato dalla vuota nullità della vicenda.


La HBO all’epoca organizzava questi film antologici “a tema”, in cui lo stesso argomento veniva trattato in tre parti separate ambientate in epoche diverse. In questo Women (If These Walls Could Talk 2, 1999) abbiamo il tema delle coppie lesbiche raccontato negli anni Sessanta, Settanta e fine Novanta.

Nel primo episodio abbiamo una strepitosa Vanessa Redgrave che dà vita ad una vicenda profondamente drammatica che purtroppo è comune a tantissime persone, al di là del tema sessuale: la fine umiliante e ingloriosa di un matrimonio non suggellato da un “pezzo di carta”.

I fautori del “a che serve sposarsi?” dovrebbero studiare con attenzione queste storie, prima di correre dal notaio. Io stesso, da piccolo, ho assistito personalmente ad una scena simile, con i miei anziani vicini di casa: una coppia di splendidi vecchietti che ha passato la vita insieme… ed è finita in maniera orribile. Non essendo sposati legalmente, alla morte di lui la povera sua compagna di vita è stata cacciata a pedate dall’amorevole famiglia di lui che non le ha concesso neanche di dare l’ultimo saluto al compagno di una vita. Ed erano una coppia eterosessuale tradizionale: figuriamoci se fossero state due anziane signore.

È quello che succede alla Redgrave, che perde la compagna di una vita e d’un tratto tutto ciò che hanno costruito insieme viene spazzato via, perché non solo non ha alcun diritto non essendo sposata, ma non può neanche dire l’ovvio, cioè che vivevano come se fossero sposate. La sua casa, i suoi vestiti, il suo letto, le sue scarpe… niente è più suo, è solo una vecchia sola da buttare in mezzo a una strada.

A quanto pare ci sono tante sfumature di omosessualità

Di tono totalmente diverso il secondo episodio, in cui il movimento femminista degli anni Settanta lotta per i diritti delle donne… ma solo di quelle etero, che le lesbiche evidentemente non sono donne vere. Poi però anche le lesbiche sono molto lontane dall’essere unite, perché va bene essere omosessuali con la gonna e i fiori nei capelli, ma vestirsi da uomo no, quello fa schifo. Così quando la femminile Michelle Williams si innamora della “maschiaccia” Chloë Sevigny scoppia la crisi nella sua comunità. Giusto per ricordare che siamo tutti razzisti, solo su argomenti diversi.

L’ultimo episodio è il più superficiale e oserei definire inutile. Infatti c’è Sharon Stone, l’Ombra Nera del cinema. Tornata coi capelli corti, interpreta la compagna di Ellen DeGeneres (fresca di outing) che vorrebbe darle un figlio: visto che l’episodio è diretto da Anne Heche, all’epoca compagna di Ellen (romperanno cinque mesi dopo l’uscita di questo film), non sarà mica una storia autobiografica? Eppure Ellen è famosa per non volere figli. Mentre questi pensieri gossippari riempiono la mente, ci si accorge che l’episodio è così vuoto che si è portati a pensare ad altro.

Sharon, Ellen e la regista Anne Heche, all’epoca ancora compagna di Ellen

Sharon fa la ragazzetta leggerina, fa le mossette, si veste strana, balla con Ellen e la vicenda non ha trama: teoricamente dovrebbe essere uno spettacolino comico in cui Ellen fa battute sulle lesbiche che cercano di avere figli, eppure non c’è assolutamente nulla che faccia ridere. Sicuramente il peggior episodio della serie, malgrado abbia le attrici più famose.


Gli ultimi scampoli del vecchio millennio continuano a non dare altro che briciole alla nostra Sharon, che si ritrova a fare la carta da parati nel dimenticabilissimo Ho solo fatto a pezzi mia moglie (2000) del messicano Alfonso Arau.

In questa parata di attori noti per essere stati noti (come dice Balasso), tra David Schwimmer, Kiefer Sutherland, Maria Grazia Cucinotta e un ridicolo Woody Allen c’è pure Sharon Stone, che fa la moglie ninfomane di Woody, il quale al milionesimo tradimento decide di farla a pezzi.

Poi però si perde per strada i pezzi della moglie e una mano di lei – contorta a formare il dito medio – esce fuori che compie miracoli e viene adorata come reliquia santa in un paesino, dove esaudisce tutti i desideri. E stupidate assortite.

Sotto la grana grossa di un prodotto di pessimo gusto si sente che c’è una storia divertente, addirittura intrigante, ma poi l’esecuzione rovina ogni atmosfera. E onestamente se non fosse scritto nei titoli di testa non sarebbe facile identificare Sharon, nascosta sotto un trucco pesantissimo e ripresa solo per pochi istanti ogni tanto.

L.

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10 risposte a Sharon Stone racconta 22. Titoli sparsi

  1. Cassidy ha detto:

    Con questa tua rubrica ho capito perché Sharon Pietra ha recitato in “Gloria”, di quel film io ricordo solo i suoi capelli e le sue scarpe, quindi dovrebbe essere il film preferito dell’attrice, anche se poi quando vidi l’originale, l’ho quasi interamente cancellato dalla mia memoria, con tutto il bene che voglio a Lumet. “La Dea del successo” ai tempi era stato spinto bene e in effetti era divertente anche per le facce note, invece scopro ora che esiste un film con tre dei miei preferiti, Sharon, Jeff e Nick di cui non ho mai sentito parlare, ma penso ci sia anche un motivo 😉 Cheers

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Quello con Nolte è un film all-star pure quello, o se non sono star sono comunque volti notissimi, ma è davvero un conglomerato di luoghi comuni stantii che fa piangere il cuore, visto che aveva grandi possibilità e le ha sprecate tutte.

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  2. Madame Verdurin ha detto:

    Povera Sharon, ha davvero beccato l’unico film sbagliato di Lumet! Ma che sfortuna incredibile…

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  3. Willy l'Orbo ha detto:

    Il post carrellata mi gusta sempre pure declinato in una filmografia non proprio eccelsa di Sharon; a confermare quanto affermato sopra concorre il fatto che, scorrendoli, sono quasi tutti titoli che ho la sensazione di aver visto…per poi dimenticarli rapidamente. Eccetto Basta guardare il cielo che rimembro già meglio, forse perché ci sono così tanti buoni sentimenti da generare un effetto zuccheroso che mi è rimasto un po’ appiccicato addosso! 🙂

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  4. Zio Portillo ha detto:

    Appunti sparsi sui titoli sparsi della Stone:

    “Basta guardare il cielo”. Film strappalacrime che guardai un pomeriggio su qualche canale Mediaset con i miei che alla fine piangevano come fontane. Se piace il genere è consigliato. Ammetto però che non ricordavo minimamente ci fosse la Stone… Strano perché ricordo la fissa dei ragazzini per i cavalieri medievali con tanto di “motti” e “onore”.
    “Gloria”. All’uscita fu pubblicizzato a manetta tanto che andai a guardarlo al cinema. Cioè, era un film di Lumet già portato al cinema con buon successo, cosa poteva andare storto? Ecco… Non saprei da dove cominciare… Non è un film fatto male per carità, ma è semplicemente sbagliato e noioso. Il fatto che non passi mai in tv nonostante il ricco cast è sinonimo di schifezza.
    “La Dea del successo”. Commediola carina. Un onesto film passatempo senza pretese.
    “Inganni pericolosi”. Mai visto…
    “Women”. Mi ricorda qualcosa… Non sono sicurissimo però… Anche se il tuo post ha risvegliato qualche neurone assopito. Boh! Meglio però che non mi esprima.
    “Ho solo fatto a pezzi mia moglie”. Lo vidi al cinema all’uscita e ricordo che mi divertì. Rivisto nel corso degli anni non mi piacque più… Però pure qua non mi ricordavo ci fosse la Stone.

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Sharon è specializzata in apparire in film che poi nessuno ricorda più esserci stata lei 😀

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      • Giuseppe ha detto:

        E con questo post mi hai rinfrescato la memoria… sì, ma purtroppo per me perché adesso ricordo di aver visto solo i peggiori del gruppo (cioè “Gloria”, “Inganni pericolosi” e “Ho solo fatto a pezzi mia moglie”) 😀
        “La dea del successo”, invece, fa parte di quei titoli che -per un motivo o per l’altro- sono sempre riuscito regolarmente a perdermi in ogni loro passaggio tv…

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        La dea un recupero lo merita, non foss’altro che per gustarsi la parata di star in piccoli ruoli 😉

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