Dalla Cina con furore (1972)

Questa è la storia di un Paese in bilico tra rivoluzione sessuale, rivoluzione culturale, rivoluzione sociale e rivoluzione proletaria, un’Italia del 1973 in cui nessuno si aspettava che in un cinema di Roma proiettassero per la prima volta… mani cinesi piene di dita di violenza!

Disprezzato da tutti, tranne dal pubblico che ne ha decretato un successo fulminante, il cinema marziale in Italia è un fenomeno mai davvero raccontato: è il momento che il Zinefilo si rimbocchi le maniche e trasformi le sue mani… in mani che menano.


Introduzione

— Se fai brutti scherzi ti spezzo un braccio.
— Maestra di karatè?
— Ho visto due volte Dalla Cina con furore.
~
dal romanzo Figli della notte (1986) di Stephen Laws

Se nel 1971 The Big Boss, rozzo e spesso macchiettistico, stracciò ogni record e infuocò l’Asia, il film successivo fece molto di più: alla sua uscita di Hong Kong del 22 marzo 1972, Jing wu men (精武門) fece capire anche ai più duri di comprendonio che la situazione era dannatamente seria, e che il cinema marziale aveva pacchi di soldi da riversare su chiunque ci si avvicinasse.

Nel saggio biografico Bruce Lee: il re del kung fu (1974), Alex Ben Block riporta una notizia della rivista “Fighting Stars Magazine” secondo cui i bagarini di Singapore fuori dai cinema vendevano il biglietto per il film a 45 dollari: per capire l’entità del fenomeno, basti dire che il biglietto del cinema, a trovarlo, costava solo due dollari! Per la prima volta nella storia di Singapore la polizia è dovuta intervenire e chiudere i cinema per una settimana: i disagi al traffico che provocano gli spettatori che si ammassavano rendevano impossibile la circolazione.
Magari sono notizie pompate ad arte, ma una cosa è sicura: il neonato gongfupian, il “cinema delle arti marziali”, ha appena sfornato il suo primo capolavoro, un film da portare in giro senza vergognarsene.

Pom pom pom-pom pom. Pom pom pom-pom pom. Impossibile resistere al “coro muto” che apre i titoli di testa, un capolavoro di Joseph Koo che non esito a definire la miglior colonna sonora marziale di Hong Kong di ogni epoca. Che importa se è un plagio dal tema della serie TV “Ironside” (1967) composto da Quincy Jones? Sono convinto che Quincy l’abbia adorato e si sia mangiato le mani per non aver scritto meglio la propria musica.


La vita italiana

Come abbiamo visto, la Warner Bros porta in Italia Cinque dita di violenza dal 27 gennaio 1973: non abbiamo dati di incasso, ma c’è da supporre che per tutto febbraio il film sia andato bene, e abbia spinto un’altra grande casa distributrice nostrana – la storica Titanus – a battere il ferro finché era caldo. Se però la Warner Bros si è rivolta alla Shaw Bros, cioè una grandissima major di Hong Kong, la Titanus deve aver pensato di volare più basso, scegliendo la neonata minuscola Golden Harvest. O magari invece i dirigenti della casa nostrana avevano buone orecchie e avevano sentito le voci per cui l’Asia era esplosa per l’urlo di Chen.

Ricevuto il 28 febbraio 1973, il 1° marzo successivo il Royal di Roma proietta ancora Lo Lieh e le sue dita di violenza, mentre l’Ambassade, il Paris e il Rouge et Noir mettono in cartellone Dalla Cina con furore, con la frase di lancio «L’urlo di Chen faceva tremare tutto l’Oriente».

da “La Stampa” dell’8 marzo 1973

Per i gggiovani d’oggi, abituati al fatto che un film rimanga in sala per una settimana, o magari due se è un successone, specifico che nel 1981 il film era ancora proiettato in sala…

L’offerta filmica della sale italiane all’uscita di Dalla Cina con furore è ovviamente la stessa di Cinque dita di violenza. Troviamo la commedia boccaccesca (Alle dame del castello piace molto fare quello…), il western nostrano (La collina degli stivali), la commedia sganassona (Anche gli angeli mangiano fagioli), il “cinema d’autore” (Ultimo tango a Parigi) e un po’ di film stranieri, fra cui mi piace citare Professione: assassino (1972) con Charles Bronson, re del genere “eroe solitario” anni Settanta.

da “l’Unità” del 1° marzo 1973

Tutt’altro discorso per la vita post-sala. Cinque dita è targato Warner Bros, il che significa che scomparirà per sempre e rimarrà noto esclusivamente a pochi fan appassionati. Dalla Cina è targato Titanus, il che significa che verrà replicato in grande abbondanza, sia in TV che in home video. Santa Titanus, poteva comprarsi lei tutti i film marziali?

Nell’ottobre 1984 compio dieci anni, e come regalo la neonata Italia1 per la prima volta presenta quello che da allora sarà un ciclo fisso, una tetralogia dall’ordine sbagliato ma immutabile, quattro film in cui solo tre sono davvero interpretati da Bruce, un ciclo che inizia sempre con il secondo film girato: in una parola, Dalla Cina con furore è il titolo di bandiera, quello più presentabile, quello oggettivamente fatto meglio sotto ogni punto di vista (dalla fotografia al gioco di inquadrature).

dal “Radiocorriere TV” del 1° ottobre 1984

Per una incredibile beffa del destino, dopo il film in prima serata – seguito a ruota da Il Settimo Sigillo (1957) di Bergman! – in terza serata va in onda un episodio di “Ironside”: chissà se qualcuno ha notato che i titoli di coda del film con Bruce Lee avevano la stessa musica di quelli di testa del telefilm con Raymond Burr!


Perché hai ucciso il mio maestro?

Nel ciclo dedicato a Jackie Chan abbiamo già conosciuto le imprese di Lo Wei, che si definiva il primo “regista da un milione di dollari”, il che è vero ma lo stesso non è corretto: regista pigro e dal gusto pessimo, l’unica sua fortuna è stata l’enorme successo riscosso da Dalla Cina con furore, che gli ha permesso di arricchirsi a dismisura. Niente di male in questo, il problema è che era convinto di essere l’unico responsabile del successo del film, e il tonfo totale di ogni altra sua produzione gli ha dimostrato che così non era.

Lo Wei, il più ricco regista di Hong Kong ma anche fra i meno talentuosi

Non è da tutti dirigere il giovane Bruce Lee e il giovane Jackie Chan senza capire nulla delle potenzialità dei due atleti, ma tanto Lo Wei stava lì per le sue aderenze con la malavita locale – come scoprirà a sue spese Jackie Chan, che lo racconterà nella sua autobiografia – giusto per ricordare come andavano le cose nel mondo cinematografico di Hong Kong.

Fomentato dal successo di The Big Boss (che vedremo più avanti, in questo ciclo), Lo Wei torna nella sua consueta doppia veste di regista e sceneggiatore, anche se in realtà fa ben poco in entrambi i ruoli. Va ricordato che i testimoni raccontano come durante le riprese Lo Wei preferisse dormicchiare o seguire in TV le corse dei cani, lasciando ai suoi tecnici il compito di fare tutto: per fortuna i tecnici della Golden Harvest erano i migliori in città, quindi è stato solo un bene questa curiosa “divisione dei compiti”.

Se davvero Lo Wei ha scritto la sceneggiatura di Dalla Cina con furore, non si è sforzato molto: ha semplicemente riciclato il tema delle “scuole rivali”, ma sapendo cogliere ciò che aveva reso un enorme successo il film precedente. Cioè la denuncia sociale: se in The Big Boss si affrontava lo scottante tema dei malavitosi cinesi che all’estero tenevano praticamente in schiavitù i connazionali emigrati, qui si torna agli inizi del Novecento, quando l’universo cinese era piagato dall’invasione straniera e dal relativo razzismo.

Siamo in una Shanghai di inizio Novecento dove i giapponesi spadroneggiano, e la scuola del maestro Suzuki pensa bene di usare le proprie spie per avvelenare il maestro buono di una scuola cinese: la cosa fa leggermente uscire di testa uno dei suoi allievi migliori, Chen Zhen (Bruce Lee). La sua vendetta si limita a malmenare tutti gli studenti della scuola di Suzuki, ma questo innesca una serie di vendette incrociate sempre più violente finché l’unico modo per porre fine al massacro… è massacrare il solo Chen.

La perduta pellicola italiana del film, riversata in VHS appena appena tagliata ai bordi

Per Hong Kong non era certo una novità una vicenda incentrata su un maestro buono la cui scuola marziale è vittima delle angherie, anche omicide, della scuola di un maestro cattivo: il più che prolifico genere wuxiapian offriva già vicende simili. La differenza è che qui non c’è un gruppo di eroi vendicatori ma solo uno, anche perché Dalla Cina con furore è costruito unicamente sul culto del nuovo divo in città, Bruce Lee.

Bruce Lee e la sua storica controfigura Yuen Wah, compagno di scuola di Jackie Chan

Ma il grande valore aggiunto, che non va sottovalutato, è che l’eroe non deve vedersela non solo contro il solito maestro cattivo e i suoi perfidi accoliti, con relativi tradimenti e colpi bassi, bensì contro un nemico impossibile da vincere: il razzismo. Finora le scuole rivali erano tutte cinesi, al massimo nelle vicende storiche c’erano i Manchu invasori, ma nessun nemico è all’altezza dei giapponesi. L’apoteosi della cattiveria, agli occhi di ogni asiatico.

La parte marziale del film è pensata per il nuovo pubblico, quello appassionato di arti marziali su schermo, ma il protagonista può menare tutti i personaggi del film: non servirà a niente. «I fought the law and the law won», canteranno i The Clash cinque anni dopo, e in effetti Chen ha combattuto la legge – quella razzista imposta dall’invasore – e ha perso, ma solo all’apparenza. Chen Zhen non è stato ucciso dalla legge: si è immolato contro una legge ingiusta. E gli spettatori di Hong Kong, con la spada di Damocle della Cina continentale pronta a colpirli che le sue leggi tutt’altro che democratiche, a questi argomenti erano sensibili.
E lo sono ancora: non stupisce che durante gli scontri degli anni Dieci del Duemila per non venir fagocitati dall’Impero cinese molti manifestanti di Hong Kong usassero immagini di Bruce Lee. Dopo quarant’anni, il sacrificio di Chen Zhen è ancora un manifesto politico che non ha perso un grammo della sua potenza.

Uno dei cartelli più iconici del cinema asiatico

L’epica e la politica vanno bene, ma se passano attraverso una bella dose di sganassoni è meglio, almeno all’epoca. E curiosamente la vicenda del film si svolge all’incirca negli stessi anni in cui nei cinema americani usciva il cortometraggio The Immigrant (1917) di Charlie Chaplin, in cui il suo Charlot emigrante fingeva di sottostare alle rudi imposizioni di un pubblico ufficiale americano ma poi… appena questi gli voltava le spalle il nostro eroe gli assestava un bel calcione.
Dare un calcione a un giapponese ha per il pubblico asiatico la stessa carica esplosiva: un popolo che da millenni è stato invaso e bastonato da chiunque, vede su schermo un suo eroe che fa il bullo e ripaga l’invasore a calci in faccia. Non stupisce che la Golden Harvest perda il conto di quanti pacchi di soldi incassa questo film…

E finiti i giapponesi, ce n’è pure per i russi!

Quando un eroe cinese, vestito con l’abito tipico degli umili poveracci del popolo, entra in un dojo, simbolo della cultura giapponese, e sfida tutti i presenti, pestandoli uno dopo l’altro… quanto può metterci per diventare una scena che oggi chiameremmo “virale”? Molto poco.

Bruce Lee in Dalla Cina con furore, 22 marzo 1972

Kim Ki-Ju in Cinque dita di violenza, 28 aprile 1972

Angela Mao in Hapkido, o Lady Kung Fu, 12 ottobre 1972

La parodia del giovane Stephen Chow, Fist of Fury 1991 (1991)

La geniale parodia definitiva del grande Stephen Chow, King of Comedy (1999)

Di tutto questo, quanto sarà arrivato agli spettatori italiani del 1973? Temo davvero poco, anche perché qualsiasi contesto socio-politico era negato ai film “di menare”: si volevano solo botte e qui di certo la qualità marziale era bella alta. Il pubblico dunque ne è rimasto soddisfatto, tanto che il film ha girato per sale italiane fino al 1981, mentre i critici colpivano duro:

«Nessuna fantasia e nessun buon gusto in questi titoli, anzi: iterazione di gesti, grossolanità di caratteri e una buona dose di moralismo manicheo, ne sono gli ingredienti fondamentali.»

Così Claver Salizzato descrive i film con Bruce Lee su “l’Unità” del 12 aprile 1985, in occasione di un nuovo ciclo di trasmissioni di Italia1. Come cambiano i giudizi dei critici, una volta che i distributori creano nuovi miti per il pubblico: oggi i film con Bruce sono intoccabili e apprezzatissimi, soprattutto da chi non li ha mai visti per intero.
Qualche recensore nostrano si è sentito lusingato che Lo Wei usasse tecniche registiche molto vicine ai film di Sergio Leone? Le zoomate veloci sugli occhi prima di un duello è roba che negli anni Sessanta era la firma degli spaghetti western: qualcuno l’ha notato? No, erano tutti troppo intenti a dare del fascismo a questi primi film marziali violenti in Italia: e sì che la Cina era un grande idolo comunista dell’epoca!

Han Ying-Chieh (a sinistra), colonna portante del genere nonché regista d’azione del film

Un’ultima parola va spesa per il doppiaggio. I film di Hong Kong rimarranno nella memoria collettiva del mondo anglofono per avere voci buffe, esagerate, buffonesche e a volte anche fuori sincrono, quindi siamo autorizzati a definire il nostro “il miglior doppiaggio del mondo”, visto che tutti i film di Hong Kong da noi erano trattati come qualsiasi altro film straniero, cioè con i guanti.
Qui Bruce Lee ha la voce calda e suadente di Cesare Barbetti (stando ad AntonioGenna.net), cioè il doppiatore di Robert Redford, Roberet Duvall, Steve McQueen, Warren Beatty, Kevin Kline e tantissimi altri grandi divi americani. Per non parlare della voce di Kirk in Star Trek IV (1986) e Star Trek V (1989). Temo che Bruce non sia stato trattato così bene in nessun altro Paese del mondo.

Le cose nel frattempo sono parecchio cambiate, e se il film uscisse oggi in Italia sarebbe sicuramente doppiato in un qualche dialetto regionale: magari… il tarantino.


Conclusione

1973. Due giovani genitori etruschi, che non sanno ancora di essere genitori del vostro Etrusco preferito, vanno al cinema senza neanche sapere che film proiettino, com’è usanza dell’epoca (mi dicono).
Alla fine del film, ecco la domanda di mia madre (19 anni) e la risposta di mio padre (25):

— Ma è vero che Chen si salva?
— Sì, come no!

In quella domanda c’è tutta la forza di Dalla Cina con furore, il segreto dell’epica di Hong Kong che segretamente ha conquistato il mondo. Chi pensa che Bruce Lee piacesse per le mani piene di dita di violenza, vede solo una metà della medaglia.

L’eroe che sopporta i viscidi invasori…

Il film è stato copiato, rifatto e parodiato in mille salse, non ultimo dal giovane Stephen Chow, al fianco di quel Corey Yuen che era stato davvero in quel dojo, a farsi menare da Bruce Lee. Fist of Fury 1991 (1991) è tutto da ridere ma solo perché l’originale è epico. Una verità che ha dimenticato Jet Li.

… e la geniale parodia con il giovane Stephen Chow

Diretto da Gordon Chan e coreografato dal maestro Yuen Woo-Ping, con Fist of Legend (1994) Jet Li – cinese continentale, bandiera della Cina, non testa calda di Hong Kong con cittadinanza fra i diavoli bianchi come Bruce Lee – si riappropria del mito e ricrea identico il film di Lo Wei. Regia migliore, combattimenti più moderni, pura dinamite marziale. C’è però un problema: Jet Li non muore mai, come il suo collega-antagonista Jackie Chan.

Come si fa ad interpretare Chen, la sua disperata crociata contro il nemico giapponese invasore e la furiosa sete di giustizia? Jet non grida, non fa le smorfie esagerate di Lee, non si mette in posa come il coattone di periferia che Bruce è sempre stato – anche perché era un atteggiamento che ad Hong Kong piaceva da matti: ognuno conosce il proprio pubblico – Jet Li è diventato famoso per uno stile diametralmente opposto: perché infognarsi con l’urlo di Chen, che qui non terrorizza proprio nessuno?

Siamo nei primi anni Novanta in cui Jet Li sta finalmente esplodendo e riscuotendo la ben meritata fama nel panorama marziale, ma non muore neanche ad ammazzarlo. Infatti… alla fine qui Chen non muore. Proprio come aveva ipotizzato mia madre nel 1973, segretamente Chen se la squaglia alla chetichella.
Sono stili marziali diversi, ma Bruce Lee e Jet Li sono fra i migliori atleti mai apparsi in video: cosa cambia se alla fine il loro personaggio muore o meno? Cambia tutto. Perché quello che ha conquistato il mondo non è la furia di Chen, è l’epica omerica di procedere contro tutto e contro tutti, seguendo i propri valori – e il proprio Destino – sapendo benissimo che porteranno al sacrificio finale. Tolto questo, rimane un semplice film di gente che si mena: piace a noi fan malati, ma non scrive alcuna pagina di cinema.

Tutto bello, Jet, ma se morivi era meglio

Jet Li l’ha capito, alla fine. E alla fine è morto. In quello che considero l’ultimo suo vero film marziale da protagonista, Fearless (2006), finalmente anche Li capisce che deve bere il calice amaro se vuole ambire alla miticità, visto poi che interpreta un maestro marziale realmente esistito, che si dice sia morto avvelenato. È il maestro Huo Yuanjia, quello la cui morte apre il film Dalla Cina con furore: Jet Li idealmente chiude il cerchio e muore perché Chen possa nascere, e morire a sua volta facendo esplodere quel cinema marziale che farà nascere Jet Li.

Forza, Jet, è tempo di morire…

«Chi dice che la vita sia preferibile?» cantano i titoli di coda in mandarino di Dalla Cina con furore, esaltando il «cavaliere errante» protagonista pochi attimi prima che affronti il suo iconico salto contro il plotone d’esecuzione: «Ecco un vero eroe, che si cura poco di ciò che gli si pone davanti».
Non basta stringere le dita per formare dei pugni, bisogna essere disposti ad andare fino in fondo, contro tutto e tutti, sapendo che ci aspetta la morte, perché quei pugni diventino… pugni di furia.

I fought the strong and I did right the wrong
When I’ll change my hands into fist of fury.
(Ho combattuto il forte e ho riparato un torto
quando ho trasformato le mie mani in pugni di furia)
~
dai titoli di coda americani scritti da James Wong
per “Dalla Cina con furore” (Fist of Fury)


L.

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11 risposte a Dalla Cina con furore (1972)

  1. Cassidy ha detto:

    Non l’ho mai sentito, si trova da qualche parte? 😀 Scherzi a parte, iniziare il venerdì con te che scrivi del Maestro Bruce Lee è sempre uno spettacolo, panoramica definitiva su un film che comunque, ancora oggi può essere analizzato e studiato da mille punti di vista, continuando ad offrire spunti, ora torno a canticchiarmi il coro cantonese, una meraviglia da avere in testa! 😉 Cheers

    Piace a 1 persona

    • Lucius Etruscus ha detto:

      Non è facile affrontare un film così iconico e generatore di infinite mitologie, ma era una tappa fondamentale nel viaggio dell’esplosione marziale in Italia nel 1973. Immagina quei nostri connazionali che per la prima volta hanno visto una roba del genere: poteva piacere o meno, ma di sicuro colpiva forte.

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  2. Il Moro ha detto:

    Hai affrontato alla grande il “pezzo grosso”! La musica dei titoli di testa è micidiale.

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Non è stato facile, e tantissimo altro ci sarebbe stato da dire, ma capisci che è tosta. L’importante era far capire quanto è grande questo film per capire quanto fetenti sono stati quelli che l’hanno seguito, in quel 1973 marziale italiano.

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      • Giuseppe ha detto:

        E l’hai fatto capire benissimo 😉
        Certo è che degli aspetti socio-politici ed epici (fondamentali per la piena comprensione del film) il pubblico dell’epoca doveva esserne praticamente all’oscuro. Né giovava il fatto di essere disprezzati -anche come pubblico, ovviamente- dalla critica blasonata, troppo impegnata in tutti quei fraintendimenti “fascisti” di comodo che, nel caso di “Dalla cina con furore”, risultavano ancora più irritanti e pretestuosi…
        P.S. Bello l’aneddoto sugli allora futuri genitori del nostro Etrusco preferito 😉

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Malgrado io sia nato nel 1974, è chiaro che i film marziali del ’73 visti dai miei genitori sono entrati sin da subito nel mio DNA, già solo per “contagio visivo” ^_^
        E’ incredibile come questi film siano stati o fraintesi o non compresi, eppure hanno avuto così successo da conquistare tutti gli italiani!

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  3. Willy l'Orbo ha detto:

    Come ogni venerdì mi dovrò dare più tempo per una lettura completa e come ogni venerdì non resisto a qualche “assaggio”; due in particolare, oggi, speciali, il video col dialetto tarantino e e l’aneddoto sui giovani genitori etruschi, mi hanno suscitato sensazioni diverse ma entrambe assolutamente piacevoli!!! 🙂 🙂

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