La morte nella mano (1970)

Questa è la storia di un Paese in bilico tra rivoluzione sessuale, rivoluzione culturale, rivoluzione sociale e rivoluzione proletaria, un’Italia del 1973 in cui nessuno si aspettava che in un cinema di Roma proiettassero per la prima volta… mani cinesi piene di dita di violenza!

Disprezzato da tutti, tranne dal pubblico che ne ha decretato un successo fulminante, il cinema marziale in Italia è un fenomeno mai davvero raccontato: è il momento che il Zinefilo si rimbocchi le maniche e trasformi le sue mani… in mani che menano.


Introduzione

La Warner Bros ha aperto la via, quel 27 gennaio 1973, con Cinque dita di violenza e la Titanus ha fatto il colpaccio con Dalla Cina con furore, il successivo 1° marzo: le altre case distributrici italiane cominciano a sgomitare, perché hanno capito dove tira il vento e che con questi “cinesi di menare” si possono fare soldi a palate.

La Astor chiama Hong Kong e probabilmente compra il primo film che trova. Oppure magari si è rivolta alla Shaw Bros perché era la casa più grossa, quando invece la Titanus aveva dimostrato che la casa vincente era la piccola Golden Harvest, e chissà che la Astor sapesse davvero ciò che stava comprando. Mi permetto di dubitarne.
Comunque siano andate le cose, la Astor il 9 marzo 1973 presenta a Roma il terzo film di arti marziali a esordire nel nostro Paese: temo che nessuno all’epoca sapesse che probabilmente era il primo mai girato in quel nuovo genere.

Il titolo tratto dalla rimasterizzazione della Celestial Pictures

The Chinese Boxer (龍虎鬥, qualcosa come “Lotta del Drago con la Tigre” o giù di lì) è uscito a Hong Kong il 27 novembre 1970 e riceve il visto della censura italiana il 6 marzo 1973. A presiedere la commissione di censura italiana c’è sempre lui, quel Renzo Speranza che è stato ignaro testimone della più grande esplosione marziale mai conosciuta nel nostro Paese, e posso solo immaginare quante capocciate abbia dato al muro. Come si fa a consentire la proiezione in pubblico senza divieti di un film in cui, dall’inizio alla fine, scena dopo scena, uomini cinesi si massacrano in ogni modo?

Oggi lo diamo per scontato, ma è necessario ricordare che prima del 1970 non esistevano film come questo: esistevano film americani con scazzottate, film cinesi con cavalieri svolazzanti che si affrontavano mediante nobili armi da taglio, esisteva il “cappa e spada”, cioè tutti personaggi nobili (principi, cavalieri e via dicendo) che si affrontavano mediante nobili arti di combattimento.
Poi è successo qualcosa, la Shaw Bros ha avuto un guizzo di sperimentazione, e d’un tratto ha messo via le nobili armi da taglio, archiviato principi e cavalieri e con questo film ha raccontato di morti di fame qualunque che si strappano occhi, si spezzano ossa e si rintorcinano le budella con la sola forza di volgari mani. E tutto esplode.

«La Commissione, visionato il film, rileva la presenza continua di scene di cruda violenza». Il povero Speranza è disperato, malgrado il cognome, e fa notare come la quantità di scene gratuitamente e volgarmente violente sia in pratica la durata stessa del film: cosa chiedi di tagliare, se l’intero film è una rassegna di massacri a mani nude, con sangue a ettolitri?

Alla fine Speranza capitola e si limita a un divieto ai minori di 14 anni: La morte nella mano può uscire al cinema.

da “La Stampa” del 24 marzo 1973

«È la solita del filone violento all’orientale. Si fronteggiano campioni di boxe cinese, di karaté, di ju-jitsu»: la recensione di Piero Perona è tutt’altro che entusiastica, su “La Stampa” del 16 marzo 1973:

«Un solo pensiero: se i cattivi spingessero la loro nequizia fino all’uso delle armi da fuoco, basterebbe una pallottola a troncare l’avventura e la pellicola. Forse è chiedere troppo, alla borsa dei produttori di Hongkong almeno.»

Il primo film a usare le mani al posto delle pallottole non sembra aver colpito per questa particolarità, visto che il celebre giornalista cinematografico non appare pronto alla rivoluzione che esso rappresenta.

da “l’Unità” del 9 marzo 1973

I film presenti nelle sale romane all’uscita de La morte nella mano sono gli stessi già citati per Dalla Cina con furore, visto che parliamo degli stessi giorni, ma c’è una curiosità per gli amanti del Dottore: in un piccolo cinema della Capitale proiettano Daleks il futuro fra un milione di anni (Daleks’ Invasion Earth 2150 A.D., 1966) con Peter Cushing nel ruolo di Doctor Who.


La (non) distribuzione

Se la grande Warner rende i suoi film marziali semi-inediti in Italia, probabilmente perché costano troppo e nessun distributore di TV e home video è disposto a pagare, la piccola Astor rende i suoi film completamente inediti: La morte nella mano in versione italiana è in pratica un film perduto: non è stato riversato in VHS e non c’è traccia di passaggi televisivi.

Purtroppo è un destino comune a tanti film marziali, perché all’epoca molte piccole case sono corse a comprarli e doppiarli ma appena calata la passione marziale li hanno abbandonati, rendendoli di fatto perduti nel loro doppiaggio italiano.


C’ho la morte nella mano

La frammentarietà del cinema asiatico e l’estrema difficoltà di reperire in Occidente notizie certe su quella cinematografia rendono impossibile stabilire con certezza che questo sia il primo gongfupian (“film di arti marziali”) mai girato, lo si considera tale giusto per convenzione, perché può benissimo succedere che un giorno esca fuori un piccolo film taiwanese e coreano (due cinematografie molto attive e molto “piratate” da Hong Kong) che mostri personaggi menarsi a mani nude, ma di sicuro The Chinese Boxer è il primo a sdoganare a livello internazionale un genere che anche se non fosse appena nato comunque è ai suoi primi vagiti.
Dunque La morte nella mano presenta elementi nuovi al cinema di Hong Kong? Be’, non esageriamo.

Non è proprio il fisico dell’uomo che ha inventato il cinema marziale…

Protagonista è Lei Ming, interpretato da quel Wang Yu che in seguito – una volta acquisita fama internazionale – è stato noto come Jimmy Wang Yu. Era dal 1965 che faceva parte della scuderia della Shaw Bros e ovviamente è esploso con il capolavoro One-Armed Swordsman (1967) del maestro Chang Cheh: film curiosamente arrivato quasi subito in Italia ma ignorato totalmente, tanto da essere già dimenticato quel 1973 dell’esplosione marziale.
Impossibile non notare ne La morte nella mano la ripetizione di schemi narrativi già visti in quel precedente film, con la differenza che lì a dirigere c’era Chan Cheh, l’Omero di Hong Kong, qui… c’è Wang Yu in persona, al suo debutto sia dietro la cinepresa che alla sceneggiatura. Un esordio acerbo ma ho visto opere prime peggiori.

Dunque, si diceva, protagonista della vicenda è Lei Ming, della scuola marziale del maestro Li Chun-Hai (interpretato dallo stesso Fang Mian che farà il maestro buono di Cinque dita di violenza).

Il maestro buono al centro e l’eroe che dovrà riscattarlo a sinistra

Un giorno, di punto in bianco, entra nella scuola il perfido giapponese Diao-Erh (Chao Hsiung, attore che faceva il giapponese cattivo anche in Cinque dita di violenza), che si toglie la giacca e mostra ciò che fa inorridire ogni cinese: un ji, la divisa marziale giapponese. Diao-Erh è un judoka, che agli occhi degli spettatori di Hong Kong è come bestemmiare in chiesa.

Vestire una divisa giapponese in una scuola cinese è un affronto che va lavato con le botte

Lo vogliamo dire che probabilmente questa è la prima “scena del dojo” del genere? Poi verrà ripresa da altri al contrario, cioè è il buono che entra nel dojo dei cattivi, ma è chiaro come questo sia il primo vagito dell’idea.

Quel giorno, il cinema cambiò per sempre

Il perfido giapponese sfida tutti gli studenti di kung fu e li malmena a iosa, finché non è fermato e abbastanza malmenato a sua volta dal maestro in persona. Il giapponese se ne va ma lancia la sua minaccia: lo dirà a suo cugino. No, scherzo, ma promette di tornare con tre amici che faranno vedere i sorci cinesi agli studenti.

Mio cuggino conosce una tecnica che se te la tira dopo tre giorni diventi attore di Hong Kong

Che questo sia un genere nuovo lo si capisce dalla scena successiva: davanti alla sua folta classe, impaurita dalla minaccia del bullo nipponico, il maestro Li Chun-Hai spiega cosa sia quell’arte misteriosa chiamate “karate”.

«In origine il karate è stato sviluppato dalle nostre arti marziali cinesi molti anni fa, durante la Dinastia Tang [618-907]. Le tecniche cinesi di palmo e di pugno sono state portate in Giappone e lì sono state affinate per più di mille anni, diventando quello che oggi è il karate: anche noto come Tang Sau [“stile di combattimento di Tang”]. Il Karate può sprigionare potenzialità umane non sfruttate, sia attraverso mani che piedi, e scatenare il massimo della potenza in un secondo. È dunque uno stile duro e aggressivo di kung fu.»

Questa spiegazione forse poteva servire per il pubblico di Hong Kong, ma noi italiani avevamo passato gli anni Sessanta a venerare quell’arte esplosiva chiamata karate e a infilarla ovunque – come il celebre shuto-uchi di Diabolik, quel colpo di taglio della mano che non perdona – ma era utile sapere che per battere un karateka bisogna avere l’Iron Palm, la Mano di Ferro. Quella che aveva Mario Braga: «’sta mano po’ esse fèro…»

Va’ che spremuta di cattiveria giapponese!

Come promesso, i giapponesi cattivi arrivano sul serio. Sono esuli, scacciati dalla loro patria e vorrebbero instaurarsi in quel paesino cinese, aprire non solo un proprio dojo ma anche una sala da gioco. Gioco truccato, ovviamente.
Quale modo migliore di presentarsi se non massacrare tutti gli studenti della scuola locale? Scusa, hai detto “battere in duello”? No, ho detto massacrare!

Quando a un giapponese scatta la viuuulenz’, non ci sono occhi che tengano

A capo del gruppo c’è il maestro Kitashima, interpretato da quel Lo Lieh che noi italiani già conoscevamo come protagonista buono di Cinque dita di violenza ma qui ancora non così famoso. Lui non se le sporca, le mano, e lascia che i suoi accoliti smontino le ossa degli studenti, ne cavino gli occhi e giochino al salto della corda con le budella. Il tutto usando uno stile marziale che neanche i pagliacci del Circo Togni troverebbero dignitoso.

Non è chiaro che stile sia, io direi della Tigre Paralitica

Non so perché sia qui che in Dalla Cina con furore ci sia un giapponese dai capelli di un colore mezzo castano e mezzo rosso, forse all’epoca era una moda giapponese che Hong Kong prendeva in giro…

Più sono cattivi i giapponesi, più hanno i capelli colorati

Comunque Kita è un lottatore così fenomenale che ci regala il primo calcio volante del cinema marziale.
Ad essere proprio pignoli già il giovane e sconosciuto Bruce Lee aveva sfoggiato un calcio volante nel suo piccolo ruolo hollywoodiano di sgherro cinese ne L’investigatore Marlowe (1969), ma qui abbiamo un vero e proprio gongfupian, quindi lascerei il primato. Anche Wang Yu nello stesso combattimento fa un calcetto volante, ma fa così schifo che non lo conto.

Il forse quasi primo calcio volante del cinema marziale

Dal massacro della scuola marziale si salva solo Lei Ming, non si sa perché: forse svenendo viene creduto morto e lasciato stare, non è chiaro. Memore degli insegnamenti del maestro, “trasforma la sua mano in un pugno di furia”, cioè si addestra nella tecnica della Mano di Ferro.

E mo’ ai giapponesi… glielo butto!

La scena del combattente che infila le mani nella ghiaia bollente per irrobustirle è un grande classico di Hong Kong, probabilmente non è qui che nasce questa consuetudine ma di certo è qualcosa che non può mancare.

Immergere le dita quanto basta, e alla puzza di carne bruciata la Mano di Ferro è pronta

Wang Yu si sta cucendo addosso una tipica storia di caduta e riscatto, potrei facilmente dire che sta ricreando in versione marziale il wuxiapian che gli ha dato il successo, One-Armed Swordsman, tornando cioè ad interpretare un umile che, sconfitto, trova la forza di rialzarsi e di riportare l’onore alla propria scuola mediante una rinnovata potenza fisica e morale. (Anche se qui ormai la scuola non c’è più.) Ma forse è più facile di così.

Le mani sono diventate qualcosa… che però non mi sembra ferro

Temo infatti sia un brogliaccio talmente standard, quasi automatico, che nelle vesti di sceneggiatore Wang Yu ha semplicemente messo il pilota automatico, limitandosi a fare faccette da duro e a mettere le mani a casaccio, lanciando comunque un’immagine che diventerà iconica, sebbene del tutto inutile.

Una posa immotivata e inutile, ma diventata subito iconica

Anticipando di qualche decennio la Fase 1, appena tornato in forze il nostro eroe gira per il paese malmenando giapponesi con indosso mascherina e guanti, così da evitare ogni contagio, che chissà quanti pipistrelli si sono mangiati ’sti giapponesi!
Scherzi a parte, non vuol far sapere prima del tempo di essere quello che si è salvato dalla scuola e non vuol mostrare le proprie Mani di Ferro fino allo scontro finale.

Coraggio… fatevi tamponare!

Che si sia ispirato a qualche titolo precedente, magari meno noto, o che si sia limitato a cambiare gli ingredienti di una ricetta già nota, rimane il fatto che Wang Yu da solo dà fuoco al cinema: scrivere, dirigere e interpretare un film di 85 minuti in cui se ne passano 80 a massacrarsi di botte, a cavare occhi e spezzare ossa è qualcosa di inconcepibile, che stupisce ancora possa aver avuto un qualsiasi successo. Invece la violenza esagerata, un uso approssimativo di arti marziali note e una buona dose di canoni di genere reinterpretati regalano al film un successo enorme, molto più di quanto meriti.

Un film dosato, appena accennato…

Il sangue a ettolitri verrà subito cancellato, ma il resto farà scuola: da quel 1970 Hong Kong comincia a sfornare e distribuire in tutto il mondo film appartenenti a quel nuovo genere, in cui si abbandona ogni nobiltà del combattimento e ci si abbassa ad usare l’arma più volgare che esista: le mano!

C’ho la morte nella mano!

Un film privo di qualsiasi valore ma che da solo inventa un genere che conquista il mondo. E il 1973 continua ad infiammare l’Italia: quel “marzo marziale” è ancora di là da finire, come vedremo nei prossimi venerdì.

L.

– Ultimi post marziali:

Informazioni su Lucius Etruscus

Saggista, blogger, scrittore e lettore: cos'altro volete sapere di più? Mi trovate nei principali social forum (tranne facebook) e, se non vi basta, scrivetemi a lucius.etruscus@gmail.com
Questa voce è stata pubblicata in Arti Marziali e contrassegnata con . Contrassegna il permalink.

18 risposte a La morte nella mano (1970)

  1. Cassidy ha detto:

    Incredibile quello strambo Paese a forma di scarpa in quel periodo, in cui in sala arrivava anche il Dottore apocrifo di Peter Cushing. I gusti erano cambiato e anche i censori si sono piegati alla rivoluzione pensa che la prima volta che ho incontrato questo film, è stato nell’ippodromo del paesello dove sono cresciuto, un posto che sembra il set di “Febbre da cavallo”, costruito negli anni ’70 e rimasto fermo nel tempo, entrarsi è come fare un salto indietro a quel periodo, visto che ancora oggi sulle pareti ha poster giganti (ma giganti proprio) di tutti i film che andavano forte in quel momento, ovvero i film di menare come “La mano della morte” e tutti gli altri, penso che sia lì che ho visto queste locandine la prima volta, per poi correre a cercarli nella videoteche polverose. Cheers!

    Piace a 1 persona

  2. Willy l'Orbo ha detto:

    Interessante ed appetitoso con la sua carica espressionistica di vuuuulenza, un appassionato di slasher e botte, come il sottoscritto, non può che apprezzare. Poi sarà anche monocorde ma finché tale “monocordismo” è frutto del menarsi…direi che va bene! 🙂

    "Mi piace"

    • Lucius Etruscus ha detto:

      In tempi recenti proprio i giapponesi hanno tirato fuori secchiate di sangue a spruzzo nei loro horror e tutti entusiasti a gridare all’invenzione, mentre quando il povero giapponese castano Lo Lieh espelleva litri di sangue rossissimo dal proprio corpo tutti a gridare allo scandalo! 😀
      Scherzi a parte, la violenza esagerata di questo film – sebbene molto macchiettistica – è stata subito dismessa: al massimo si vedrà qualche bulbo oculare strappato in qualche film successivo, ma a rimanere nel canone sono altre cose: la sfida tra scuole rivali, le arti marziali buone contro quelle cattive, la Mano di Ferro che Mena Ogni Sgherro, e via dicendo. Puro canone che abbiamo apprezzato in prodotti successivi, molto ben distribuiti da noi, mentre questo povero “padre (ig)nobile” rimane perduto in lingua italiana.

      "Mi piace"

      • Willy l'Orbo ha detto:

        …ma proprio la rare caratteristiche di cui sopra lo rendono una chicca, soprattutto qui, sulle pagine dello zinefilo, dove sovente ciò che è ignobile per molti, in un processo di santificazione Z, diventa nobile!!! 🙂

        Piace a 1 persona

      • Lucius Etruscus ha detto:

        Intanto stanotte su Cine34 fanno “Ku Fu? Dalla Sicilia con furore”, segno che qualcuno lassù sta seguendo il ciclo di menare!
        Malgrado sia sempre del 1973, quel film arriva mesi dopo e quindi ho altri titoli da presentare prima, ma sono contento Mediaset si ricordi dei film che hanno fatto storia.

        "Mi piace"

      • Willy l'Orbo ha detto:

        La platea zinefila è molto più ampia di quanto si possa pensare! E i palinsesti sono decretati anche in base a quanto pubblicato in tale sede…per nostra fortuna!!! 🙂

        Piace a 1 persona

  3. Giuseppe ha detto:

    Io me la ricordo ancora bene, la locandina de “La morte nella mano” anche se all’epoca, nel 1973, ero solo un settenne: il film lo davano in un cinema di zona (scomparso da molto tempo per far spazio dapprima a una ferramenta e poi a innumerevoli altre attività) vicino a casa mia, dove ha tenuto banco per un bel po’ assieme ad altri colleghi sempre da quel di Hong Kong… di uno stile splatter mai più ripetuto, vero, e per certi versi quasi un antesignano di “Hokuto no Ken” 😉
    P.S. All’epoca nei cinema ci trovavi sia il Dottore che Quatermass, oltre a un sacco di altre fantastiche cose (lacrimuccia di nostalgia)…

    Piace a 1 persona

  4. SAM ha detto:

    Io ho salvato dall’ oblio solo questa chicca introvabile ( mannaggia a me e a quando ho cancellato per errore Golden Child )

    Piace a 1 persona

    • Lucius Etruscus ha detto:

      Quel giorno ero anche io lì, davanti a TMC, a registrare. Il film dovrei averlo ancora su VHS, anche se manca l’inizio, tutto sta a ritrovarlo perché mi sa non l’ho schedato…

      "Mi piace"

      • SAM ha detto:

        Il film però aveva fatto il giro delle reti locali lombarde almeno un anno prima di andare su TMC.
        Io lo avevo già registrato su uno di quei canali, ma lo ri-registrai su TMC perché si vedeva nettamente meglio.

        Piace a 1 persona

  5. Kukuviza ha detto:

    No, vabbè, il fatevi tamponare mi ha schiantato! Ma non aveva un’altra maschera??? Anche una sciarpa andava bene!
    Ma non ho capito bene, i giapponesi facevano judo o karate? o tutti e due?

    Piace a 1 persona

    • Lucius Etruscus ha detto:

      Nel mondo di oggi siamo abituati a mascherine anche più improbabili, ma certo è una scelta un po’ inverosimile: poteva trovare travestimenti più plausibili 😛

      Storicamente l’arte marziale giapponese più famosa all’estero è il judo, ma poi negli anni Sessanta è esploso così forte il karate da averla parecchio messa in ombra. Anche perché il judo è più un’arte di difesa, fatta di leve e capriole, poco scenografica, invece col carate tiri calci e pugni facendo “yatta!” quindi fai molto più scena 😛
      Questi film in costume cinesi non hanno ambientazioni precise, ma di solito si riferiscono a un periodo antecedente all’uscita del karate dal cerchio ristretto delle isole di Okinawa (all’incirca negli anni Venti del Novecento), quindi di solito il giapponese cattivo dovrebbe fare judo: come fai però a giustificare una capriola che ti cavi gli occhi? Ecco che qui serviva che i giapponesi cattivi facessero karate, per risultare più cattivi e violenti.
      Nel resto del mondo però non c’era l’odio contro i giapponesi che invece c’era nei Paesi asiatici, quindi sin da subito il karate è entrato nella narartiva popolare come l’arte marziale dell’eroe protagonista: il celebre “colpo di mano” di Diabolik veniva appunto da una tecnica di karate usata un po’ da tutti gli agenti segreti e uomini d’azione anni Sessanta.
      Paradossalmente quando questo “la morte nella mano” è uscito al cinema, mostrando quanto sono cattivi i giapponesi con il loro cattivissimo karate, in un’altra sala di Roma c’era Charles Bronson che da un bravo giapponese imparava l’ottimo karate, in “Proefssione: assassino”: ma insomma, ‘sti giapponesi sono buoni o cattivi? 😀

      "Mi piace"

  6. Pingback: Il braccio violento del kung fu (1972) | Il Zinefilo

  7. Pingback: Ku-Fang, Ta-Kang e Kung Fu (1972) | Il Zinefilo

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.