The Net (1995) Intrappolata nella rete

Nel mio viaggio di visione ordinata della serie “The X-Files”, contagiato da Vasquez e divertendomi a creare recensioni-indagini dissacranti per la mia rubrica “The X-Lucius“, arrivato a completare la terza stagione appare chiaro che il doppiaggio italiano dell’epoca avesse una bella gatta da pelare, con questa serie TV: fra le modifiche più interessanti nella traduzione italiana c’è il tentativo di far sparire il più possibile ogni riferimento alla Rete.
Sarebbe interessante trovare un giorno qualche intervista ai responsabili del doppiaggio di “X-Files” per sapere il motivo di queste manomissioni: erano loro a non capire i riferimenti tecnologici nella serie o temevano che sarebbe stato il pubblico generico di Italia1 a non capirli?

Mentre vedevo l’episodio 3×23 (10 maggio 1996, in Italia dal 21 novembre successivo) mi sono detto che la cancellazione italiana di frasi come “scaricare dalla Rete” fosse giustificata: andiamo, chi è che nel 1996 sapeva dell’esistenza di una Rete da cui scaricare programmi? Aspetta… ma non c’era all’epoca addirittura un film nei nostri cinema che si chiamava “La Rete”?
Il fatto che io abbia cominciato ad usare Internet regolarmente – con relativi scarichi di materiale – dal 1997 mi ha fatto dare per scontato che tutti gli italiani avessero avuto la stessa esperienza, quando invece il cinema ci aveva abituato a quel tipo di tecnologia da molti anni. Non parlo dei “computer magici” degli anni Ottanta, ma della roba “seria” che dagli anni Novanta iniziava a riempire gli schermi.

Oltre a condividere il compleanno, con Fox ho in comune la posizione eternamente ingobbita

Mi sono così incuriosito e sono andato a rispolverare il primo grande film di Sandra Bullock dopo il successo di Speed (1994), cioè The Net.
Uscito in patria il 28 luglio 1995, il 9 gennaio 1996 riceve il visto italiano con il titolo The Net – Intrappolata nella rete, uscendo di lì a poco nelle nostre sale: ci rimarrà almeno fino al settembre successivo.

La VHS targata Columbia TriStar viene pubblicizzata già nel dicembre 1996, mentre insieme a Cecchi Gori viene presentato il DVD già dal 1998: credo sia uno dei primi film digitali ad arrivare in Italia.
Su Tele+ dal dicembre 1997, bisogna aspettare venerdì 27 novembre 1998 per averlo in prima serata su Italia1, definito «inquietante e avvincente thriller “elettronico”» dalla trametta de “La Stampa”.

Lo trovate su Netflix ma anche su su Prime Video, anche se in quest’ultimo caso solo a pagamento.

Siete pronti a entrare in The Net?

Noi italiani siamo arrivati allo smart working con qualche decennio di ritardo, ma all’epoca non c’era bisogno di spiegare agli spettatori perché qualcuno lavorasse da casa connesso alla Rete, c’era giusto la convenzione di ritrarlo come persona triste in quanto non aveva contatti personali con nessuno: ah, che belli i contatti personali, per fortuna il nostro amato Governo ci ha buttati tutti nel traffico, in coda e nel sovrappopolamento di strutture inadatte alla sicurezza, così potremo avere tutti i contatti personali che tanto amiamo.

Che tempi, quando anch’io vivevo così, murato vivo in casa…

Angela Bennett (Sandra Bullock) invece non ha di questi problemi e se ne rimane a casa, sommersa di carta, pizza e computer, intenta nel suo lavoro informatico: a quanto ci è dato di capire di professione fa… l’anti-virus!

La giovane Sandra nel ruolo di un’anti-virus

Questa signora Norton… Uh, i giovani d’oggi sanno che all’epoca spaccava il Norton Anti-Virus? Va be’, Angela snocciola paroloni informatici così che il pubblico generico possa pensare “Va’ che informatica!”, e intanto testa il videogioco… Wolfenstein 3D!

Prima che iniziate a malignare, sappiate che Angela sta lavorando!

Nella scena iniziale ci viene raccontato che un’azienda sta per rilasciare un videogioco quando si accorge che è affetto da un virus, così ingaggia Angela per ripulirlo, ma le immagini del gioco non solo si riferiscono indubitabilmente al noto spara-tutto “papà” di Doom, ma in una schermata ne leggiamo chiaramente il titolo.

Non ci sono dubbi sul nome del gioco, come si legge in basso a sinistra

Dunque la id Software è così desiderosa di pubblicizzare il proprio videogioco del 1992 da essere disposta a presentarlo come affetto da un virus? Questa sì che è pubblicità estrema.

La pubblicità è la vera soluzionen finalen!

Non paga di aver pubblicizzato il mitico Wolfenstein 3D (anche se ormai all’epoca l’avevamo finito tutti ed eravamo tutti infognati con Doom), Angela infila un CD nel suo Macintosh e parte la voce suadente di Annie Lennox con la sua versione di A Whiter Shade of Pale (1995), grande classico del 1967 dei Procol Harum, a sua volta “cover” di Bach.

Anche i Macintosh, nel loro piccolo, avevano il lettore CD

Va be’, già che siamo qui a fare marchette, le vogliamo lasciare in giro delle robe con su stampate marche famose? E se penne, quaderni e floppy disk non vi bastano, inquadriamo bene uno schermo Sony con un camino come salvaschermo: così, quasi distrattamente.

Solo per puro caso viene inquadrato uno schermo Sony a piena inquadratura…

Ogni volta che vedo un floppy disk torno ventenne: oggi un hard disk di due tera mi fa ridere, che ha troppa poca capacità, mentre quel mega e mezzo di spazio riusciva a contenere tutti i miei sogni.

Ah, quanti ricordi…

Quando non ripulisce virus, Angela chiacchiera con i suoi amici digitali in chat, anche se per motivi filmici usa un sintetizzatore vocale che non ha davvero senso, visto che la donna può benissimo leggere in silenzio. Siamo però sicuri che dietro quei pittoreschi avatar e anonimi nickname ci siano davvero degli amici? Il sottotesto della vicenda è proprio che bisogna dubitare degli amici digitali, che non sai mai chi sono realmente. Invece le persone reali non ti stupiscono mai, sono sempre oneste e rendono sempre chiaro ciò che passa loro per la testa…

Un giorno un collega di Angela le manda una curiosità: c’è un sito che se clicchi in un punto preciso ti fa accedere in un sacco di siti non autorizzati, roba governativa che scotta. E qui cominciano i casini, perché il virus in questione è in realtà un progetto criminale per conquistare il mondo, lisciandosi i baffoni a manubrio. O qualche altra stupidata che non viene chiarita.

Noooo, il solito sito che vuole conquistare il mondo, ma basta!

È chiaro che la Columbia voglia mostrarsi gggiovane e abbia commissionato al dinamico duo John Brancato / Michael Ferris – gli autori di Terminator 3 (2003), Catwoman (2004) e Terminator Salvation (2009), giusto per darvi un’idea del loro talento – di scrivere una roba informatica qualsiasi, basta che ci sia qualcuno che ticchetta sulla tastiera e snoccioli supercazzole digitali. I due sceneggiatori è dal 1992 che hanno in tasca il copione di The Game e sono disposti a tutto, che magari la Columbia poi produce il loro film: invece niente, quanta ingratitudine. Quel copione arriverà al cinema nel 1997 per piccole case, distribuito dalla Polygram.
Il problema è che alla fine del primo quarto d’ora di film, in cui si dà fondo a tutta la fantasia informatica dei due autori, la storia gggiovane finisce e parte il solito thrillerino all’americana: gradevole e ben fatto, non si discute, con un bravo Irwin Winkler alla regia, ma l’aspetto informatico c’entra ben poco.

Va be’, io qui ho finito, me ne andrei…

Uno degli amici digitali di Angela era in realtà il super-criminale che ha creato il super-virus e fa parte di un’organizzazione internazionale che vanta solo due membri: lui e una tizia, che si vede solo a fine film e muore come una babbea. Il cattivissimo Jack (Jeremy Northam) passa la sua intera vita a studiare Angela, le sue abitudini, i suoi gusti, i suoi sogni, e tutto per riavere il floppy che crede sia ancora in possesso della donna.
Poi comincia il solito inseguimento spendaccione tipico dei film anni Novanta, ma è tutto vuoto, è tutto senza mordente, privo di qualsiasi compartecipazione perché è roba vecchia: il solito cattivo che vuole conquistare il mondo che fa tutto da solo, anche inseguire il buono per tutto il mondo.

Pronto, c’è Angela Bennett? Mi dicono sia una spacciatrice (semi-cit.)

«Il problema dei computer-movie è sempre quello: come rendere davvero drammatica una storia in cui perlopiù l’eroe siede davanti a una tastiera facendo cose che gli spettatori possono capire poco?», si chiede “La Stampa” il giorno dell’uscita torinese del film, il 19 gennaio 1996. «Nuovo solo nella vernice avveniristica, per il resto è tutto prevedibile», è invece il commento della giornalista Alessandra Levantesi sullo stesso quotidiano ma del giorno dopo: mi sento di essere d’accordo con entrambi.
The Net è un normalissimo e mediamente godibile thrillerino all’americana, sicuramente oggi più gradevole perché vi sono stati spesi soldi che oggi sarebbero impossibili, quindi i mezzi in campo sono ingenti e l’intrattenimento ne guadagna, ma rimane una storiellina da pomeriggio televisivo a cui semplicemente si sono appiccicate robe informatiche a caso.

Anch’io all’epoca usavo un Macintosh Quadra, ma mica lo scrivevo dappertutto!

Ciò che invece merita attenzione è il fatto che culturalmente non abbiamo fatto un solo passo avanti da quel 1995: tutte le tematiche sollevate da questo film sono rimaste completamente irrisolte, semplicemente perché ogni volta il pubblico cade dalle nuvole e crede sia roba nuova, avendo dimenticato tutto.
Il lavoro informatico da casa, il furto d’identità, la socialità digitale, l’eccessiva fiducia del Governo in tecnologia fallibile, gli attacchi informatici, è tutta roba che sembra uscita da un telegiornale del 2021, invece è il 1995. Le stesse non-risposte date allora sono le stesse non-risposte date oggi. Perché in fondo sforzarsi? Il pubblico è come il protagonista di Memento (2000), puoi sputare nella sua birra e lui se la beve, tanto dimentica tutto ciò che vede.

Il fatto che all’epoca dell’uscita di questo film nelle nostre sale pochi italiani avessero accesso alla Rete e ancor meno sapessero utilizzarla non vuol dire nulla: tutti sapevamo che certe cose esistevano e si potevano fare, magari non proprio come si vedeva al cinema ma qualcosa di simile. Per questo penso sbagliassero i doppiatori di “X-Files” a cancellare la maggior parte dei riferimenti informatici e internauti, perché facevano perdere alla serie TV quell’aspetto di “tecnologia futura ma già presente” che ne era parte integrante.
Quando Fox Mulder si rivolgeva ai suoi tre pittoreschi amici cospirazionisti, i Lone Gunmen, questi usavano un linguaggio che si può ritrovare identico in questo The Net: perché “censurarlo”, visto che questo film coetaneo non ha problemi ad usare certa terminologia informatica?

Comunque di sicuro continua il mio viaggio tra i film informatici degli anni Novanta.

L.

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Informazioni su Lucius Etruscus

Saggista, blogger, scrittore e lettore: cos'altro volete sapere di più? Mi trovate nei principali social forum (tranne facebook) e, se non vi basta, scrivetemi a lucius.etruscus@gmail.com
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38 risposte a The Net (1995) Intrappolata nella rete

  1. Il Moro ha detto:

    Sandra Bullock era uno dei sogni bagnati della mia giovinezza, Quindi ogni film in cui lei venga inquadrata da qualsiasi angolatura è sempre ben accetto! 😁
    Questo infatti credo di averlo visto in qualche passaggio televisivo, ma temo di essermi dimenticato ogni cosa che non fosse la protagonista…

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  2. Cassidy ha detto:

    Pensare che quando hanno messo l’opzione caminetto acceso su Netflix tutti pensavano fosse il futuro, perché si erano dimenticati degli “Screen saver”, hai riassunto bene, viviamo dentro “Memento”. Gran post che ci riporta ai tempi in cui i floppy disk non erano il pulsante da schiacciare per salvare, ma salvavano il mondo 1.44 Mb alla volta 😉 Cheers

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Il futuro è sempre vecchiume ripitturato 😀
      Venendo dai flopponi degli anni Ottanta, dove entravano tipo 300 k, quando uscirono i floppy da 700 k e poi addirittura da 1,4 mega sembrò che l’universo si stesse espandendo: in un solo floppy potevi inserirci tutta la tua vita!!! 😀
      L’universo per me è crollato quando ho scoperto gli mp3, che pesavano molto più di un mega e quindi per traportarli dovevi fare zip multipli su due o tre dischi. Che tempi incasinati…

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  3. Evit ha detto:

    Mai finirà il mio fascino per i film anni ’90 ambientati davanti a una tastiera di computer e connessi all’Internet 😄

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  4. Austin Dove ha detto:

    anche solo per wolfenstein lei ha tutta la mia stima

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  5. Sam Simon ha detto:

    Del film non ho memoria, ma vedere questa archeologia informatica anni Novanta mi mette una nostalgia infinita! :–)

    I Lone Gunmen la sapevano lunga, in ogni caso!

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  6. Vasquez ha detto:

    Il film l’ho visto ma lo ricordo davvero poco. L’episodio 3×23 di X-Files mi sembra che sia uno di quelli arzigogolati, specie nel finale, lasciato aperto, ma lo dovrei rivedere.
    È strano che gli adattatori si facessero remore a tradurre cose come “scaricare dalla rete”: qui da noi erano passati anche “I ragazzi del computer” che con un telefono a disco mandavano impulsi ai pc sotto forma di fischi del fax 😛
    Comunque più avanti nella serie c’è un bel “upload!” lasciato anche nella traduzione come comando vocale dato a un computer, quindi magari stavano aggiustando il tiro…

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Mitici “I ragazzi del computer” li adoravo ^_^
      Dal film “Wargames” alla serie “Automan” fino al secchione occhialuto di “Riptide”: tutti erano maghi del computer e con due tasti sventavano ogni piano criminale 😀
      Negli Ottanta però i computer erano “magici”, i doppiatori non avevano problemi: era tutta roba buttata lì, non era previsto che lo spettatore capisse perché la forza stava proprio nel computer che faceva tutto: “Sbiribizzo la sbiricuta e attivo l’antani”, con frasi del genere si risolveva tutto e nessuno si chiedeva se fosse roba anche solo verosimile. Nei Novanta invece era tutta roba molto verosimile, almeno all’inzio, e spesso – come appunto i Tre Sparatori – con terminologia corretta: magari i doppiatori italiani non erano ancora a loro agio con quel tipo di frasi ma poi hanno imparato.

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      • Vasquez ha detto:

        Quanto mi sarebbe piaciuto avere un “cursore” a cui chiedere le cose che mi servivano, che avrebbe fatto tutto quello che gli chiedevo… Detestavo talmente tanto informatica a scuola che ancora adesso se vedo lampeggiare il cursore del prompt del DOS, mi vengono brividi di paura e orticaria psicosomatica 😜

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Nooo è così rassicurante! ^_^
        A me sono i messaggi di windows che mettono paura! Il nero di DOS era tranquillizzante: faceva solo che gli chiedevi, se ne aveva voglia, e nient’altro 😀

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      • Vasquez ha detto:

        Tutto quello che il prof mi diceva di mettere dopo “C: ” risultava incomprensibile e astruso, invece Windows un bel “Fatal error” facilissimo da capire non l’ha mai negato a nessuno 😛
        Anne Parillaud in “Nikita” non prendeva anche lei lezioni davanti a un pc? All’inizio un po’ controvoglia, poi riesce a ingranare…e come epoca siamo vicini a questo, no?

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        E’ vero, l’avevo dimenticato, Nikta al PC! Poco dopo Legs Weaver usava metodi più spicci, minacciando il suo computer con la pistola 😀

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      • Vasquez ha detto:

        Mitica Legs! Mi piace il suo metodo! 😀

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  7. Willy l'Orbo ha detto:

    Bullock, anni ’90, Annie Lennox, floppy disk, Wolfenstein 3D, con tanto di citazione, tua, di Doom…di fronte a tutto questo bendidio il film, pur godibile, passa in secondo piano perché sono troppo impegnato a rievocare tempi andati e fortemente nostalgici…che scherzi giochi al mio cuoricino, Lucius! Contento che il viaggio continui! 🙂

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  8. Giuseppe ha detto:

    In “The Net” il valore aggiunto a quella parte informatica pura che, nonostante il suo grande potenziale intrinseco, esce di scena piuttosto velocemente (lasciando diventare il tutto un thriller convenzionale e NON certo un cyber-thriller) consiste proprio nei ricordi di hardware e software vintage che ci suscita 😉
    Riguardo a X-Files, penso che la “censura” derivasse da un mix dei due aspetti: scarsa dimestichezza digitale da parte dei doppiatori, altrettanto analoga scarsa dimestichezza da parte del pubblico generalista mediaset…

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Questo film in fondo dimostra che si può anche fare un thriller generalista con una giusta spruzzata di informatica senza che servano chissà che basi da parte degli spettatori: vado a memoria, ma credo ci fossero più specifiche tecniche in “Wargames” (1983) 😉

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  9. Lorenzo ha detto:

    Come in tutti i film di computer degli anni ’90, la grafica dei siti, che all’epoca era quasi solo testo con delle penose gif animate, è invece pimpata con animazioni e audio tipo videogame, anche per inserire una banale password. Per non parlare degli effetti grafici persino quando prendi un virus (a me di solito non si avviava nemmeno il computer).
    Infine, il classicone: la barra del progresso della copia su dischetto, che avanza sempre più lenta mentre hai lo sgherro alle calcagna. Adesso hanno aggiornato con l’USB ma la scena è un evergreen, così come il codice verde ad minchiam su schermo nero, magari con l’effetto a pioggia tipo Matrix. 😀

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Verissimo, e ovviamente quando devi copiare su disco in due secondi, prima che torni il cattivo, il dischetto ti si legge appena li infili: le infinite lungaggini per copiare un file d’un tratto scompaiono! 😀
      Quei pochi virus che ho preso nella mia carriera informatica non erano così scenografici come si vede nei film: di solito rovinavano cose in silenzio e basta…

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  12. wwayne ha detto:

    Un ottimo film. Ancora attualissimo tra l’altro, perché anche oggi un hacker può renderti la vita impossibile manipolando i tuoi dati personali. Anzi, oggi questo potere è ancora più grande, perché la società è molto più digitalizzata rispetto ad allora.

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