Svengali (1931) 90 anni del Pigmalione oscuro

Una rivista del 1932, “Photoplay”, ci spiega di come molti nel mondo cinematografico abbiano paragonato il rapporto tra la diva Greta Garbo e il regista finlandese Mauritz Stiller a quello fra Svengali e Trilby, ma è un errore, e il giornalista ci spiega che la differenza sta nel fatto che, al contrario dei due citati, la Garbo ama Stiller. Questo è il succo di una vicenda che nel 1931 ha raggiunto l’apice mediante un film potentissimo: la storia della Bestia che non ha altro modo per far innamorare la Bella di sé se non con un sortilegio. Con l’inganno.

Il giornalista di “Photoplay” ci spiega invece come «la vera storia Trilby-Svengali, come l’ha scritta anni fa du Maurier, quasi parola parola, la stanno vivendo Marlene Dietrich e Josef Von Sternberg», e non è un pettegolezzo: la diva stessa lo diceva, segno di quanto Svengali fosse noto e paradigmatico all’epoca.

Ci sono artiste che diventano famose per il proprio talento, altre hanno bisogno di essere forgiate (e quindi manipolate, nel senso di “acquisire forma mediante l’intervento di qualcun altro”) da un Pigmalione, come quello che nel mito classico forgiò Galatea: la prima donna artificiale della cultura occidentale. La preghiera agli dèi di Pigmalione diede vita alla ginoide, ma gli dèi sono lontani: la preghiera di Svengali, il Pigmalione oscuro, rimane avvolta nella patina dell’inganno.


Indice:


Il primo bestseller americano

La totale cancellazione della sua opera dalla cultura italiana ha reso George du Maurier ignoto, al massimo può essere citato come il nonno della celebre autrice Daphne du Maurier, pure lei temo nota solo per aver scritto Rebecca da cui il film di Hitchcock. Sembra dunque incredibile ritrarre il parigino George come il primo autore di bestseller d’America, ancor più sorprendente se si pensa che ha raggiunto il più grande successo per uno scrittore con un solo romanzo, sopravvivendogli solo pochi anni.

Elaine Showalter, nella sua introduzione a una ristampa del 2009 di quel libro, racconta come il 1894 sia stato ricordato come l’anno in cui ogni americano che sapesse leggere contava i giorni che lo separavano dalla successiva uscita su rivista di Trilby, un titolo che a noi non dice niente perché l’editoria e lo spettacolo del nostro Paese l’hanno cancellato dall’immaginario collettivo dopo un attimo, ma parliamo del primo bestseller americano, che prima di essere stampato in volume ha inchiodato centinaia di migliaia di lettori e ha fatto la fortuna degli editori.

Sono infiniti gli omaggi ispirati a quel romanzo, ma ne cito giusto due: la città di Trilby in Florida pare prenda il suo nome dalla protagonista del romanzo, mentre Il Fantasma dell’Opera di Gaston Leroux pare abbia tratto ispirazione dall’opera di du Maurier. Temo che quest’ultimo caso sia semplice leggenda metropolitana, visto che – come ho documentato – Leroux ha scritto quel romanzo per fare concorrenza alle avventure di Lupin.

Parigino di nascita ma londinese d’adozione, du Maurier voleva fare il cantante lirico ma si ritrovò a studiare pittura e poi, per problemi agli occhi, è diventato celebre vignettista prima di provare la via della scrittura, magari consigliato dal suo buon amico Henry James. Trilby parla di lirica e di pittura, ma soprattutto di occhi: si scrive sempre di ciò che si conosce.

Paradossalmente nel romanzo il successo viene mal visto e disprezzato, proprio come lo ha disprezzato du Maurier dopo la pubblicazione: non sono riuscito a trovare una sola informazione sulla sua morte, a soli due anni di distanza dalla pubblicazione di Trilby, ma è sicuro che il successo gli stesse dannando l’anima e non ci stesse più molto con la testa.

Il linguaggio comune americano di fine Ottocento annoverava termini come “Trilby-mania”, “Svengali” e il deonimo svengalism, tutti defunti nel 1900, come attesta un giornalista newyorkese nell’introduzione della Showalter: eppure il nuovo secolo è lì pronto a regalare al romanzo qualcosa in più rispetto agli immensi onori che aveva ricevuto in così pochi anni. Svengali era pronto a conquistare la nuova arte, quella cinematografica.

L’oscuro Pigmalione è pronto a conquistare il grande schermo

Il romanzo Trilby arriva in Italia già nel 1897, forse proprio sull’onda dell’eco della morte dell’autore (ottobre 1896), edito a Trieste da C. Schmidt con la traduzione di Nelia Fabretto: in realtà non è il testo originale di du Maurier bensì l’adattamento teatrale di Hans Hochfeldt: la prima edizione italiana completa del romanzo viene presentata a Roma nel 1944 dalla Editoriale romana, con traduzione del giovane Vinicio Marinucci, in seguito giornalista e sceneggiatore.

Dopo questa edizione unica, il romanzo scompare per sempre dai cataloghi italiani.


Un film-meteora in Italia

Un decennio prima dell’apparizione italiana del romanzo, il film Svengali (1931) di Archie Mayo fa una apparizione meteorica nelle nostre sale: o meglio, l’unica prova della sua esistenza nel nostro Paese – oltre al visto di censura ricevuto il 31 marzo 1932 – è l’essere attestato in cartellone al torinese Salone Ghersi dal 15 aprile 1932. Dopo l’estate di quell’anno, il film scompare per sempre senza lasciare alcuna traccia italiana.

Da “La Stampa” del 15 aprile 1932

Questo non vuol dire che la vicenda di Svengali non fosse nota, tutt’altro. Checché ne pensino i contemporanei, che sanno solo ciò che c’è scritto su Wikipedia, l’Italia di inizio Novecento è molto ben informata sul mondo esterno. Per esempio su “La Stampa” di domenica 21 agosto 1921 appare un racconto dal titolo Il lago dei nelumbi, dai “Racconti impossibili” di Vittorio D’Arco:

— Volete farmi credere, dottore, che rinnovate il “fenomeno ipnotico” di Svengali e di Trilby, o del “fantasma dell’Opera”? Ma quello è romanzo!… Non esiste la creatura umana…
— Io ho fatto della gola meravigliosa di questa cantatrice uno strumento divino che m’ubbidisce… come l’arpa ubbidisce sotto le dita.

D’Arco è onesto, cita chiaramente Svengali prima di riprenderne di netto la trama e reinterpretarla a modo suo, senza perdere l’occasione di suggerire che il Phantôme di Leroux gli sia debitore.

La vicenda dunque è nota, anche solo per sentito dire, almeno fra chi si interessa di letteratura (e ne ha possibilità), e di sicuro il film non fa breccia nei cuori dei critici. Le «scene sono recitate con una innegabile potenza: ma con uno stile che, quando non è nettamente teatrale, ricorda i films di dieci anni or sono», è il giudizio de “La Stampa” del 16 aprile 1932: possibile che negli anni Trenta si facciano film come fossimo ancora negli anni Venti?

La sceneggiatura di J. Grubb Alexander, adattata dal romanzo di Du Maurier, racconta di un truffatore morto di fame, il classico “pitocco” che ad inizio Novecento appariva spesso nella narrativa europea: in questo caso si tratta del maestro di musica ungherese Svengali. In realtà, che sia ungherese non viene detto, semplicemente è una fusione di tutti i vari luoghi comuni razziali dell’epoca: capelli corvini, barba lunga a punta, naso adunco, faccia da corvaccio, occhi da criminale. Agli occhi dello spettatore americano medio incarna i caratteri fisiognomici di qualsiasi etnia non americana, quindi già è chiaro che è un personaggio negativo.

Quale altro tratto serve per far capire che Svengali è cattivo?

Il film si apre con una scena quasi comica, con Svengali che scopre come una donna che sta istruendo al bel canto nonché prosciugando di quattrini ha divorziato dal marito: ora è una donna libera… e povera. Quindi del tutto inutile. L’insensibile maestro di musica la fissa negli occhi e la spinge a togliere il disturbo: l’uomo non muoverà ciglio nello scoprire che, uscita di lì, la donna si è andata a suicidare buttandosi nel fiume. L’ha spinta lui a farlo o è stato un gesto spinto da disperazione “autentica”? Non ci viene detto, anzi la scena ha un tono comico davvero disturbante.

La successiva “vittima” di Svengali è Trilby O’Farrell (Marian Marsh), una giovanissima lattaia che posa per i pittori della zona: leggi “zoccola”. Non lo dico io, lo dice Svengali, che con raffinati giri di parole fa capire alla ragazza che è troppo “di facili costumi” per meritarsi l’amore del bravo giovane Billie (Bramwell Fletcher), che vorrebbe sposarla, portarla in Inghilterra per farla conoscere a quella santa donna della madre.

Povera Trilby, troppo “lattaia” per il fidanzato di buona famiglia

Non serve alcun sortilegio per instillare il dubbio in Trilby, ragazza popolana che sa benissimo di non poter reggere il confronto con la buona famiglia di Billie, un ragazzo che giudica le donne in base a come cucinano: per lui Trilby è bravina, ma certo non brava come la madre. (La quantità di volte in cui il ragazzo cita la propria madre fa capire che nel caso non sarà un matrimonio felice!)
La scena chiave è quando Billie entra in uno studio di pittori e trova Trilby nuda, in posa. Lo sguardo schifato del ragazzo davanti alla sua amata che si concede agli occhi di una stanza piena di maschi fa capire che il problema non è Svengali: è la morale perbenista in cui lui ha gioco facile.

Mollata come un portachiavi, Trilby cade con facilità tra le mani del maestro di musica, che con i suoi occhi magnetici – il cui potere non verrà mai spiegato – non solo lega la donna a sé… ma la trasforma nella migliore cantante lirica del mondo. Probabilmente nel romanzo di du Maurier la cosa sarà meglio spiegata, ma qui viene buttata un po’ via così.

Ogni donna diventa diva, sotto gli occhi stregati di Svengali

Intanto Billie è convinto che Trilby si sia suicidata, e non ha una grande reazione, più qualcosa come: che matte queste donne, che se le tratti da zoccole poi si offendono! Billie è un personaggio davvero assurdo, spero di cuore nel romanzo sia ritratto in modo più normale.
Come se non bastasse, quando dopo cinque anni il giovane scopre che la donna gira il mondo con Svengali, tenendo ricchi concerti lirici, la rivuole per sé: quando l’ha cacciata schifato non sembrava così innamorato, né specifica mai di amarla. La sensazione è che semplicemente la voglia togliere a quel mostro di Svengali. Personaggio che per tutta la vicenda mantiene l’autorità morale, visto che cerca l’amore mentre gli altri sono ossessionati dalla morale pubblica.

Meglio il biondo perbenismo o il corvino amore oscuro?

Il potere di Svengali di soggiogare Trilby non può durare per sempre, e anzi consuma l’uomo, fino ad ucciderlo. In punto di morte scatta la preghiera di Pigmalione, e Svengali chiede al Cielo che Trilby lo ami. Fino a quel momento è stata con lui come pupilla (viene ben specificato che non c’è mai stato alcun rapporto sessuale) solo perché soggiogata, invece in punto di morte l’uomo vorrebbe che lei lo amasse. Lo amasse sul serio.

Il desiderio viene esaudito nel peggiore dei modi: la donna testimonia il suo vuoto amore, ma è solo frutto di lavaggio del cervello. Al contrario del mito di Galatea, donna finta che divenne reale per amore del suo creatore, Trilby da donna vera si trasforma in donna finta, per colpa dell’amore ossessionato del suo creatore.


Gli occhi di John Barrymore

Per portare su schermo l’opera di uno scrittore oggi noto per sua nipote, quale modo migliore se non chiamare un attore oggi noto per sua nipote, cioè John Barrymore? Se la nipote di du Maurier è scrittrice come il nonno, la nipote di Barrymore (Drew) è stata dedita ai vizi come il nonno, anche se per fortuna ne è uscita. Nonno John non ne è uscito, e l’alcolismo l’ha consumato fino a portarlo nella tomba appena sessantenne.

Nel saggio The House of Barrymore (1990) la biografa Margot Peters ci racconta che se il malato e alcolizzato Barrymore era fisicamente perfetto per il ruolo di Svengali, emaciato e pallido, al contrario i problemi vissuti durante le riprese di Moby Dick il mostro bianco (1930) – con l’attore ubriaco e malato sul set – non ci sono stati: una dieta e l’astinenza dall’alcol, dovuti anche a vari problemi medici subiti fra un film e l’altro (fra cui un’ulcera trasformata in emorragia addominale) rendono l’attore più controllato e gestibile, così da offrire un ruolo più intenso.

All’uscita del film la critica non è gentile, ma non potendo criticare il grande divo se la prendono con la sua co-protagonista: la diciassettenne Marian Marsh, scomparsa nel 2006. Nel numero di dicembre 1982 della rivista “Films in Review” il giornalista Gregory Mank racconta di essersi recato a Palm Desert (California) per intervistare l’attrice ormai settantenne e farsi raccontare com’era stato lavorare con mostri sacri del cinema degli anni d’oro, da John Barrymore a Boris Karloff.

La Marsh ricorda che all’epoca recitava in una commedia a teatro e una sera nel pubblico c’era niente meno che Jack Warner, il co-fondatore della Warner Bros. Alla fine l’uomo fa i complimenti alla ragazza e le chiede se sia già sotto contratto: la Marsh lo fissa allibita… e gli ricorda che è già sotto contratto, sì, proprio con la Warner Bros!
Jack coglie al volo l’occasione e la manda a fare i provini per il ruolo di Trilby nell’imminente Svengali, ma il passo più importante è andare a casa di John Barrymore per vedere se a lui la ragazza piace. Detta oggi, questa cosa suona un po’ strana e ben poco appropriata, ma pare che all’epoca fosse un’usanza più che normale e accettata.

La diciassettenne Marsh si arrampica per le colline californiane e raggiunge l’enorme villa Barrymore, dove però il padrone di casa (48enne) non si gode né l’enorme piscina né l’enorme voliera con trecento uccelli: John Barrymore è a letto malato. Un enorme letto in una stanza enorme, ma sempre a letto malato sta.
L’attore trova subito gradevole il volto della ragazza e quindi dà il suo benestare. Ottenuta la parte e sapendo bene che tante attrici, anche famose, la volevano e avevano fatto lo stesso provino, la Marsh aspetta fino alle 23 di quella sera, quando cioè i quotidiani in edizione serale raggiungono le edicole, per annunciare di aver ricevuto l’ingaggio durante una festa mondana: stando al suo racconto quell’annuncio ha avuto un effetto esplosivo, «it was a thunderbolt».

Si fa presto a malignare, sul “provino” a casa Barrymore…

Sia l’attrice che Gene Fowler, amico personale di Barrymore e autore di una sua biografia (Good Night Sweet Prince, 1944), affermano che l’atmosfera sul set tra i due protagonisti è stata idilliaca, con John che da grande star ha preso sotto la sua ala la giovane esordiente, mentre i dirigenti Warner si affrettavano a far trapelare notizie di attenzioni pruriginose che, si sa, vendono sempre nella stampa scandalistica.
La Marsh sottolinea come Barrymore sia stato come un padre con lei, le rivelava piccoli trucchi per venire meglio in video e la aiutava con la pronuncia. Inoltre specifica che la scena in cui lei esce nuda da una stanza ovviamente non era lei, bensì una controfigura maggiorenne. O magari è quello che ripete da anni per non far passare guai alla Warner.

Quando la scaletta prevedeva che l’attrice riposasse, la giovane Marsh non riusciva a stare ferma in camerino, non certo quando sul set c’era una delle grandi stelle del cinema a tirare fuori oro. Grazie alla curiosità che la spingeva a curiosare sul set, sappiamo che John Barrymore nella celebre scena degli occhi ipnotici di Svengali indossava uno dei primi modelli di lenti a contatto: uno strumento impegnativo da indossare e molto scomodo.
Nel momento in cui l’attore si infilava le dolorose lenti negli occhi tutta la troupe si ammutoliva, perché John Barrymore scompariva e c’era solo Svengali dagli occhi di fuoco: tutti riprendevano a respirare solo dopo che l’attore si era tolgo le lenti. E se qualcuno si complimentava, John si ritraeva, arrossendo, visto che – parola dell’attrice – era di una grande timidezza.

Non sembrano proprio gli occhi di un timidone…

Svengali segna profondamente la vita della giovane attrice, tanto che in quel 1985 mostra al giornalista un quadro che ha ancora appeso alla parete, a più di cinquant’anni di distanza: è il ritratto di Trilby in forma di Madonna che nel film è creato dall’innamorato Billie. Credo che oggi fra i collezionisti di cinema sia un bel bocconcino.

A detta dell’attrice, quel quadro è ancora in casa sua, nel 1982

Esperienza diversa invece è stata per Bramwell Fletcher, che interpreta il giovane Billie, il “buono” della vicenda. Stando a un racconto della rivista “Photoplay” (aprile 1931), l’attore già era fortemente in soggezione davanti a John Barrymore, figurarsi quando la grande star – seguendo chissà quale suo divertito puntiglio – rimaneva immobile a fissarlo, vestito con barba lunga e capelli corvini.
Il giovane Fletcher rimaneva letteralmente raggelato dall’avere il grande Barrymore immobile, davanti a lui, a fissarlo con occhi spiritati, e la situazione proseguiva finché un giorno il regista, stufo, non è intervenuto: ha preso il braccio di Fletcher, l’ha avvicinato a Barrymore e gli ha fatto toccare il suo petto. «È umano: guarda, non morde!» Ne siamo sicuri?


Svengali incontra Einstein

La rivista “Photoplay” dell’aprile 1931 ci racconta un aneddoto che merita di essere riportato. Il giornalista Harry Lang infatti ci racconta di quando Albert Einstein ha visitato Hollywood, e non ha timore ad aprire il suo pezzo suggerendo che i dirigenti cinematografici erano troppo ignoranti per cotanta visita.

Carl Laemmle e Albert Einstein

Racconta infatti che Einstein, durante una riunione con i dirigenti di una grande casa, avrebbe raccontato di Betelgeuse, una delle stelle più grandi del firmamento che può essere fotografata con un solo raggio di luce. Finita la riunione un dirigente agguanta il telefono e grida: «Cercatemi un certo Betelgeuse e ingaggiatelo: Einstein dice che è tra le più grandi star dell’ambiente e per riprenderlo basta una luce sola!»
Dubito fortemente sia un vero aneddoto, ma è delizioso il gioco (intraducibile in italiano) tra i termini astronomici e quelli cinematografici che si sovrappongono.

Einstein e consorte ad un certo punto visitano i grandi studi della Warner Bros, la cui grande “stella” (in senso cinematografico) stava in quel momento girando Svengali: invitato ad unirsi al pranzo allestito per Einstein alla Warner, Barrymore declina, perché presentarsi vestito da iptonista ungherese con barba lunga e naso finto sarebbe davvero inappropriato. Però manda allo scienziato una foto, pregandolo di autografarla.

Einstein fa sapere all’attore che ha poco tempo a disposizione e non può visitare molti set, quindi vorrebbe raggiungerlo a pranzo? La cosa è già andata troppo oltre, e il noto carattere fumantino di Barrymore ha il sopravvento: se questo scienziatone non può venire a trovare John Barrymore, può scordarsi che il grande attore vada da lui.
La situazione trascende, e i vari messaggeri inviati da una parte e dall’altra sudano sempre di più, come il povero tecnico che deve portare a Barrymore la ferale notizia: Einstein si è rifiutato di autografargli la foto. Le pareti della Warner riecheggiano ancora degli improperi gridati dall’attore. Sempre vestito come il pericoloso ipnotista demoniaco!

Intanto un altro giovane tecnico, che non c’entrava niente con la “guerra” fra i due grandi nomi, si presenta da Einstein tutto contento con il suo libretto degli autografi. Lo scienziato sta per vergare il suo nome quando la consorte, frau Einstein, cala la sua mano e lo blocca: «Nein! Genug heute!» Basta per oggi. E il povero giovane tecnico, incolpevole, torna con un muso lungo sul set di Svengali senza l’autografo dello scienziato più famoso del mondo.
La cosa finisce alle orecchie di Barrymore, e in quel momento l’aria risuona di grida disumane: «Chiudete le porte! Chiudete tutte le porte! Non fate entrare qui quel ***!» Il giornalista evita di specificare come l’attore abbia appellato lo scienziato, ma specifica che da allora «Barrymore non si è più interessato alle teorie di Einstein».


Conclusione:
Svengali, Rasputin e gli X-Files

L’immagine precede sempre il reale, la finzione viene sempre prima della realtà. Dieci anni dopo l’uscita americana del romanzo di du Maurier, cioè finzione, dall’altra parte del mondo un uomo vero entra alla corte dello Zar, un uomo di nome Rasputin: capelli lunghi, barba lunga, occhi penetranti. Conquisterà subito l’attenzione e la fiducia della zarina, pronto a conoscere nei decenni successivi una narrativa che gli attribuiva quei poteri che prima erano stati di Svengali.

Mi piace pensare che non sia un caso che appena dismessi i panni del maestro di musica ungherese, John Barrymore indossi quelli del monaco russo per il film Rasputin e l’imperatrice (Rasputin and the Empress, 1932) di Richard Boleslawski: era chiaro a tutti che il personaggio russo era emanazione di quello ungherese.

Tra Svengali e Rasputin c’è solo un’acconciatura diversa

Sessantacinque anni dopo Vince “Breaking Bad” Gilligan si ricorda di Svengali, messo da sempre in ombra da Rasputin, e quando scrive per la serie “The X-Files” un episodio con protagonista uno “spingitore” (Pusher, 3×17, 23 febbraio 1996), cioè uno che spinge la gente a fare cose mediante lo sguardo, ecco che scatta la citazione.

Mulder e Scully cercano un ipnotista, e ne trovano uno in TV

Indagando sul caso Mulder e Scully si imbattono in un televisore acceso proprio sul primo piano di John Barrymore.

Dopo decenni di oblio, Svengali torna a fissare le sue vittime

Lo stesso 1996 l’episodio arriva in Italia e c’è un piccolo problema: nessuno ha mai visto l’edizione italiana di Svengali, perduta da decenni, così i doppiatori italiani devono un po’ improvvisare, come racconto in questo video:

Dal nulla, nel 2008, Svengali riappare in DVD, pronto a conoscere addirittura due ristampe. Ridoppiato per l’occasione, il film può finalmente mostrarsi al pubblico italiano dopo quasi ottant’anni di oblio: lo trovate per intero su YouTube (qui sotto).

Buon compleanno, moderno Pigmalione oscuro, guidato da un bisogno di controllo totale che hai confuso con l’amore.

L.

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14 risposte a Svengali (1931) 90 anni del Pigmalione oscuro

  1. Sam Simon ha detto:

    Wow, che storia! Non conoscevo Svengali e ho già visto Pusher, ma non avevo notato questa citazione. Sarà un piacere citarti nel post che dedicherò all’episodio, e proverò anche a guardarmi questo classico dimenticato. :–)

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  2. Il Moro ha detto:

    Una storia interessantissima, bel post!

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      L’ho scoperta per puro caso e non immaginavo niente di tutto quanto ho scritto, scoperto man mano che lo scrivevo ^_^

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      • Giuseppe ha detto:

        E io man mano che procedevo nella lettura mi sono sentito sempre più rapito dalla storia e da come l’hai esposta… ma che dico rapito, soggiogato! Proprio come fossi sotto l’influsso di Svengali (quello Svengali che Mulder e Scully hanno fatto conoscere pure al sottoscritto per la prima volta) 😉

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Per me “X-Files” è famosa per le ragioni sbagliate: non c’entra niente con gli UFO o i misteri, è stato un grande amplificatore di cultura popolare! Soprattutto in Italia, dove ripescavano chicche dimenticate.

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  3. Cassidy ha detto:

    Urca che post e urca che compleanno! Direi post definitivo sull’argomento, pensa che ho incontrato gli occhi di Svengali la prima volta proprio grazie ad X-Files, quindi direi che hai chiuso il cerchio alla perfezione 😉 Cheers

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  4. Vasquez ha detto:

    Complimenti, che pezzone! Oserei dire che era lì in attesa dal 1996, da quando Svengali si è affacciato sulla TV di tutti gli X-Fan!
    Poveretti gli adattatori dell’episodio: Scully getta appena uno sguardo al televisore e dice “È Svengali” quasi distrattamente. In italiano sono andati a inventarsi quel “Come volevasi dimostrare”…che cosa?!? …come se il Persuasore stesse seguendo un corso di ipnotismo via cavo 😀
    Verrebbe voglia di andare a comprare una DeLorean per capire com’è stato possibile che non sia rimasta traccia del film qui da noi per così tanto tempo, ma soprattutto del libro! E di un personaggio a quanto pare arci-noto fuori dai nostri sobborghi.
    Ancora complimenti!👏👏👏

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Ti ringrazio, e in effetti è vero: stando al doppiaggio italiano pare che lo Spingitore stesse prendendo appunti da Svengali su come spingere la gente a fare cose mediante la sola imposizione dei bulbi oculari 😛
      Non so come mai il film sia stato dimenticato, al di là delle solite beghe di distribuzione penso che il molto più famoso Rasputin abbia fatto ombra al più picolo Svengali.

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  5. Willy l'Orbo ha detto:

    Giornata pesa, mi riservo di leggere nel weekend anche perché è bastato lo sguardo di Svengali a comunicarmi un obbligo morale a cui non posso sottrarmi 🙂
    E visto che il film è su youtube, potrei fare en plein! 🙂

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  6. Pingback: The X-Files – S03E17, Il persuasore

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