[Novelization] Demolition Man (1993)

Questa settimana non ce l’ho fatta ad organizzare delle nuove schermate italiane, quindi rinfresco la rubrica delle novelization.

Come si fa a resistere a un’offerta di Amazon usato, quanto di offre il romanzo-novelization di Richard Osborne del film Demolition Man (1993) di Marco Brambilla? Onestamente non ricordo di averlo visto in libreria all’epoca, eppure era un periodo in cui studiavo attentamente ogni libro legato al cinema che beccato nella libreria del mio quartiere.

Il febbraio del 1994 dunque la Sperling & Kupfer presenta questo romanzo nella sua collana “Super Best Seller” (n. 343), con la traduzione di Simonetta Franceschetti: riporto il primo capitolo.


Demolition Man


1

Come presagi di morte scritti nel cielo, immense nuvole nere gravavano basse e minacciose e il fumo si diffondeva nell’atmosfera, alimentato dalle fiamme arancioni che infuriavano sulla città.
La città di Los Angeles era fuori da ogni controllo.
La famosa rivolta del 1992 fu seguita, tre anni dopo, nell’estate calda e assassina del 1995, da un’insurrezione urbana più grande e violenta. La prima sommossa durò appena tre giorni, la seconda avrebbe infuriato rabbiosamente per tre settimane. Interi quartieri della città vennero distrutti, centinaia furono gli edifici danneggiati, migliaia le persone che persero la vita.
La Guardia nazionale non aveva abbastanza uomini per ripristinare l’ordine. Quando non fu più in grado di controllare la situazione, furono chiamate le truppe dell’esercito regolare, i marine e l’Areonautica militare, per riconquistare le strade e controllare i cieli.
Nella città che era la patria dell’industria cinematografica, un’industria che non poteva fare a meno di creare interminabili serie a continuazione dei film di maggior successo, alla rivolta del 1995 venne attribuito un numero. Divenne nota come “La rivolta 2”.
Nei mesi che seguirono, il Dipartimento di polizia dì Los Angeles cessò di essere un ente governativo con il compito di mantenere l’ordine pubblico e diventò piuttosto una forza 0 paramilitare, un esercito urbano più grande e meglio armato di quello di molti stati sovrani. Non fu una sorpresa, quindi, che la successiva sommossa, quella dell’estate del 1996, si rivelasse essere ben più di una rivolta: fu una guerra civile.
Interi quartieri della città divennero i campi di battaglia privati dei signori della guerra e dei loro seguaci. La polizia non pattugliava più, organizzava delle campagne di guerra; i criminali non commettevano reati, lanciavano vere e proprie controffensive.
I combattimenti iniziarono nel luglio di quell’anno, e da allora non cessarono un solo istante. Nonostante l’intensità delle ostilità, il conflitto finì per essere conosciuto con un nome antiquato, nostalgia di un disordine più comune: tutti la chiamarono “La rivolta 3”…

~

Gli elicotteri pulsavano nel cielo cupo, un mezzo di attacco agile, in grado di sorvolare la città dilaniata dalla rivolta, e sputavano traccianti su qualsiasi cosa si muovesse sulla terra. Il fuoco pesante serviva a inchiodare e isolare i malviventi asserragliati nei quartieri in fiamme del centro. “Azione di contenimento”, era chiamata al Distretto di polizia di Los Angeles.
Appena le squadre d’attacco avevano terminato la loro opera, toccava agli specialisti, che si dirigevano verso i punti più caldi che richiedevano la loro eccezionale e letale bravura. Si spostavano in grande stile, rombando nel cielo striato di fumo a bordo di un elicottero dotato di armi pesanti, il velivolo più grande e micidiale in dotazione alla forza aerea della polizia, un Sikorsky Blackhawk UH60 modificato.
L’elicottero era dotato di armi calibro 2GE.50 e, sulle ali, di scomparti staccabili che potevano contenere sedici missili hellflre, senza parlare di un set di missili di difesa Stinger per contrastare qualsiasi minaccia seria proveniente da terra. Anche i pericoli più primitivi, le semplici pallottole, erano tenuti in considerazione. La parte inferiore del mastodontico velivolo era corazzata pesantemente con spesse strutture in kevlar, che avvolgevano la pancia del mezzo in una gigantesca maglia antiproiettile.
Il Blackhawk non aveva numeri d’immatricolazione o insegne, solo quattro lettere dorate sulla nera pelle d’acciaio: LAPD, Dipartimento di polizia di Los Angeles. Due gruppi di potenti rotori martellavano l’aria, spingendo forte il velivolo, come se l’equipaggio non vedesse l’ora di trovarsi in mezzo al pericolo.
Non dovette attendere molto: una lunga scarica di proiettili sparata da terra trapassò il carrello e si spiaccicò contro la copertura d’acciaio del portellone laterale.
Il tenente Zachary Lamb, il pilota, e Schmidt, il suo secondo, reagirono all’attacco improvviso facendo virare il pesante mezzo verso sinistra e avanzando di una trentina di metri.
Lamb scosse la testa. «Ti ricordi quando lasciavano atterrare in questa città gli aerei commerciali di linea? Mai più! Puoi scommetterci!»
Schmidt annuì. «I vecchi tempi… finiti per sempre.»
Un cecchino sul tetto di un grattacielo sparò mezzo caricatore di proiettili da nove millimetri al passaggio dell’apparecchio. Niente di personale, non ci guadagnava nulla ad abbattere l’elicottero; gli sparava contro perché si trovava lì.
Le pallottole crepitarono lungo la fiancata del Blackhawk e Schmidt individuò immediatamente il cecchino sul video della telecamera puntata verso il basso.
«Vuoi fare due chiacchiere con quel tipo?» Le sue mani guantate cercarono i pulsanti di comando degli M60 da 7.62 di destra.
Lamb scrollò il capo. «No, non l’ha fatto apposta. Si capisce che non gli interessa più di tanto. Che c’importa?»
«Non capisco dove stiamo andando e comunque perché diavolo ce la prendiamo…» disse Schmidt.
«La busta paga?» suggerì Lamb.
Una terza persona si unì a loro nella cabina di pilotaggio
«State facendo una buona azione», disse John Spartan. Era un uomo alto, robusto, vestito con una casacca nera coperta da un giubbotto da aviatore antiproiettile in pelle, con le tasche piene di strumenti. Un piccolo microfono, che lo teneva in contatto radio con la rete di comunicazione del Dipartimento di polizia, era cucito sul colletto della sua maglietta.
«Tu non hai un motivo migliore di questo, Spartan? Uno che abbia più senso.»
«Un maniaco ha sequestrato trenta persone su un autobus di linea», disse Spartan. «Che cosa ne dici? Io credo che sia una ragione abbastanza buona. E tu?»
Se il tenente Lamb aveva i suoi dubbi riguardo ai motivi di Spartan per la missione imminente, non li rivelò. Invece diede uno strattone al portello.
«Hai dato un’occhiata al vicinato, capo? Bruttino.»
Spartan guardò i vortici di fumo e fiamme che bruciavano nella città devastata e annuì con la testa. «Credo proprio di avere un brutto presentimento a proposito del maniaco e del posto in cui sono tenuti gli ostaggi.»
«Ce lo vuoi dire, Spartan?» chiese Lamb. Come la maggior parte dei piloti, aveva un’avversione nei confronti del volo strumentale. Gli era sempre piaciuto sapere dove stava andando e perché.
In questo caso, però, non era un dove o un perché ad aver mandato in volo il suo elicottero superarmato. Era un chi.
«Sto cercando Phoenix», disse Spartan. «Simon Phoenix.»
Lamb comprese che per la sua tranquillità sarebbe stato meglio non sapere niente di tutta la faccenda. Si mise al suo posto e si curvò sui comandi, quasi come se volesse diventare un bersaglio più piccolo e meno vulnerabile.
«Sarei più contento se non l’avessi saputo», borbottò.
«Accidenti», si lagnò Schmidt, scrutando lo schermo di fronte. «Eccolo lì.»
Dritto davanti a loro, tutti videro che si stavano avvicinando velocemente a un isolato quadrato, in fiamme. Dal centro fiammeggiante si ergeva una fortezza, un recinto in muratura che sembrava uscito dal medioevo, un bastione costruito con i rifiuti della città americana del ventesimo secolo; un solido magazzino in mattoni, cinto di acciaio e circondato da alte pareti costruite con carcasse di macchine abbandonate, accatastate in pile alte quindici metri.
Spartan fissò la roccaforte per un lungo istante, poi si diresse verso la coda dell’elicottero, aprendo la porta laterale scorrevole e cacciando fuori la testa nell’aria rovente e fumosa. Guardò in basso per un attimo, esaminando il terreno e stimando l’altitudine, poi si diresse verso il vano di carico dell’apparecchio e si infilò un’imbracatura.
Schmidt si girò dal suo posto. «Ehi, Spartan!»
Il poliziotto stava trascinando con forza una pesante borsa di tela verso la porta. «Che cosa c’è?»
«Come mai ti chiamano Demolition Man, “il Demolitore”?» Sogghignò, rivolto a Spartan. «Sei con la squadra artificieri, per caso?»
Spartan era troppo indaffarato per dare una qualsiasi risposta. Il tenente Lamb rispose al posto del suo amico.
«Lui semplicemente…» Zachary Lamb si strinse nelle spalle. «Spartan semplicemente demolisce le cose.»
John Spartan adesso era vicino allo sportello, con l’ingranaggio e l’imbracatura in posizione di “pronto”. Lui era a posto, ma l’elicottero no, e questo gli permise di dare una risposta più dettagliata alla domanda di Schmidt.
«Faccio solo il mio lavoro», disse, sporgendosi verso la cabina. «Ogni volta che succede un casino… Puoi darmi una termica?»
Il pilota premette alcuni pulsanti sulla console davanti a lui e le telecamere sensibili al calore montate sul muso dell’elicottero esplorarono la fortezza. Gli obiettivi erano abbastanza sofisticati da percepire il calore periferico dell’edificio in fiamme e da rivelare l’interno della struttura.
Nel giro di pochi secondi, uno schema dell’intero edificio apparve sullo schermo a cristalli liquidi, al centro del pannello portastrumenti della cabina.
«Ricordati, John», avvertì Lamb, «è solo un giro turistico. Tutto qui.»
Spartan sogghignò e fissò l’inquadratura sullo schermo.
La radio si animò con un crepitio. «Volo di ricognizione comando uno! Volo di ricognizione comando uno! Rientrate. Ragazzi, siete in uno spazio aereo non autorizzato.»
Tutti e tre ignorarono gli avvisi provenienti dal centro di comunicazione della base aerea del Dipartimento di polizia. Schmidt era concentrato nel pilotare l’elicottero, mentre Lamb e Spartan studiavano la configurazione termica della fortezza.
«Registro i movimenti di quattro, cinque, sette persone» disse Lamb. «Spartan, è impossibile che ci siano trenta persone in quell’edificio. Impossibile. Sei sul perimetro, una al centro. Nessun ostaggio, nessun problema. Torniamo a casa.»
C’era un tono di sollievo nella voce del tenente Lamb e sperava che Spartan lo potesse avvertire e che fosse d’accordo sul fatto che non valeva la pena rischiare il collo per catturare una manciata di casi difficili in un edificio che non contava un bel niente per nessuno.
Spartan non ne era così convinto. Picchiettò una zona nella parte più bassa dello schermo. «Puoi ingrandirla? Riesci a leggerla?»
A occhio nudo, non si vedeva niente. Un mucchio di macchinari inservibili, i cadaveri arrugginiti di vecchie automobili ricoperti da un grande telo sudicio.
Ma l’occhio termico penetrò in mezzo ai detriti, scovando il motore caldo, il sistema di trazione e la marmitta di un autobus municipale lungo venti metri nascosto in fretta e furia nel groviglio delle macerie. Spartan riuscì persino a intravedere i vaghi contorni della struttura interna e dei sedili dell’autobus.
«Eccolo qua», disse con risolutezza. «Ecco l’autobus. E se l’autobus è stato nascosto qui…»
Né Lamb, né Schmidt avevano bisogno di sentire la fine del ragionamento di Spartan.
«Porca miseria», gemette Schmidt.
John Spartan respirò profondamente e mise le braccia sopra la testa, sciolse le spalle, prima la sinistra, poi la destra. Quindi controllò le armi che portava ai fianchi, prima la destra, poi la sinistra, due pesanti pistole Ruger Redhawk, entrambe modificate per contenere caricatori da sedici colpi. Se necessario, sarebbe stato in grado di estrarle in un lampo e di piantare trentadue pallottole in un bersaglio in una frazione di secondo.
Una voce proveniente dalla console radio riempì la cabina di pilotaggio. «Spartan, qui è Healy. Abbiamo seguito i tuoi movimenti e il Dipartimento di polizia ti proibisce di muoverti. Non farai nulla che possa mettere in pericolo quei passeggeri.»
Spartan diede un’occhiata alla fortezza, un inferno terribile. Gli sembrava che i passeggeri fossero già stati messi in pericolo; sempre che fossero ancora vivi.
La voce alla radio, quella del comandante Healy, capo della Sezione strategica del Dipartimento di polizia di Los Angeles e ufficiale superiore di Spartan, era sempre più arrabbiata.
«Spartan! Rispondi!» John Spartan poteva immaginare a che cosa assomigliasse il suo capo in quel preciso istante. Probabilmente stava strozzando il microfono e il suo volto era paonazzo.
«Mi senti, Spartan?»
Spartan si sporse in avanti e staccò la radio. «No», disse. Con calma tornò indietro a controllare le apparecchiature che imbottivano il suo giubbotto.
Toccava a Lamb cercare di imporre un po’ di disciplina fra i suoi colleghi poliziotti. Si voltò, trovandosi faccia a faccia con Spartan.
«Io non farò atterrare questo aggeggio», disse con fermezza. «Mi senti?»
«Ti sento», mormorò Spartan. «Mi hai sentito chiedere di abbassarti?»
«E mi assicurerò che non ti opporrai al comando del distretto.»
Spartan scrollò le spalle e ritornò ai preparativi per l’operazione.
«E non ho intenzione di vederti saltare il culo», disse cupo Lamb.
Spartan guardò il pilota negli occhi. «Chi ha detto che dovrà succedere?»
«Tu vuoi affrontare Simon Phoenix da solo, vero?» replicò con calma Lamb.
L’accenno di un sorriso passò sulle labbra di John Spartan. «Ehi, Lamb, grazie per il discorso d’incoraggiamento. Portami solamente un po’ più vicino, tutto qui.»
Lamb si girò e abbassò l’altitudine dell’elicottero di una sessantina di metri. «E abbastanza vicino?»
Spartan annuì. «Perfetto.»
Tornò allo sportello ed estrasse dalla borsa di tela una corda arrotolata. Lungo la spessa corda erano stampigliate quattro lettere: LAFD, Dipartimento dei vigili del fuoco di Los Angeles.
Lamb sembrò confuso.
«Quella roba non dovrebbe essere usata per tirare fuori la gente dagli edifici in fiamme?»
Spartan sorrise agganciando la corda di salvataggio alla sua imbracatura e attaccando poi un moschettone al grande bullone vicino alla porta dell’elicottero.
Annuì. «Sì, è usata per quello, di solito.»
L’elicottero stava sorvolando la fortezza e oscillava e s impennava quando le violente folate d’aria calda turbinavano contro il carrello. I rotori pulsavano uniformi nell’aria rovente, il motore era sotto sforzo per mantenere la spinta. Spartan scrutò nella tempesta di fuoco e cominciò a essere chiaro per il tenente Lamb quale follia avesse in mente il suo passeggero.
«Merda, John», balbettò Lamb. «Non farai… mi hai preso in giro…»
Questa volta Spartan sogghignò. «Ci vuole un pazzo per prenderne un’altro. Resta nei paraggi, d’accordo?»
Poi Spartan saltò dall’elicottero, in caduta libera verso l’inferno.

L.

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10 risposte a [Novelization] Demolition Man (1993)

  1. Vasquez ha detto:

    Come primo capitolo non c’è male, viene voglia di andare avanti nella lettura…in mancanza mi rivedo il film 😛

    Piace a 1 persona

  2. Willy l'Orbo ha detto:

    Mi piacciono sempre le nuove schermate italiane ma se, in loro assenza, mi proponi un brano narrativo di Demolition Man…che dire, qui non si cade in piedi, non si cade proprio! 🙂
    Letto tutto d’un fiato il primo capitolo, se lo trovo da acquistare quasi quasi ci faccio un pensierino visto anche che non manca tanto a Natale! 🙂

    Piace a 1 persona

  3. Cassidy ha detto:

    Fantastico, anche se mi ha fatto venire voglia di Topo Burger 😉 Cheers

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  4. Giuseppe ha detto:

    Non ero minimamente a conoscenza della pubblicazione di questa novelization, ai tempi. E, a giudicare dal primo capitolo, sembra pure scritta bene (aspetto non così comune quando si parla di novelization, appunto) 😉

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Era un periodo d’oro, la Mondadori gliel’ammollava con le novelization e la Sperling era sempre in gara: erano gli anni in cui le due case si litigavano gli universi condivisi, prima di accorgersi che nessun lettore veniva loro dietro. Che tempi…
      Dal primo capitolo sembra una robina ghiotta: avrò mai il coraggio di leggere il resto? 😀

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  5. inchiostronoir ha detto:

    E non sa nemmeno usare le tre conchiglie!

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