Bruised (2020) Dàlle, Halle, dàlle!

Vi spiego subito la mia personale idea su come siano andate le cose. Halle Berry non è più la diva d’un tempo, i suoi film buoni degli ultimi vent’anni si contano sulle dita di mezza mano: diciamo che Catwoman (2004) non ha aiutato.
Per me il suo thriller “telefonico” The Call (2013) e il suo thriller “non uscire dall’auto” Kidnap (2017) sono ottimi prodotti, segno che con una buona storia Halle sa ancora regalarci roba buona, ma appunto: valla a trovare una storia buona nel cinema del Duemila. Molto più facile pompare i muscoletti e fingere di essere “lottatora”.

Piuttosto che cercare una buona storia, Halle preferisce fare i muscoletti

Inverno 2018, Halle Berry sta sputando sangue sul set di John Wick 3: Parabellum (2019) e capisce che ’sta roba piace e soprattutto vende. Lì conosce Eric Brown, stuntman di serie A che però ogni tanto fa pure il coreografo dei combattimenti: ha curato quelli di John Wick 2 ma ora è stato declassato a “fight team”, qualsiasi cosa voglia dire. Sicuramente è lì, a studiare con gli attori i combattimenti dei film, mentre Halle e Keanu si allenano per mesi.

Halle guarda allo specchio i muscoletti che ha messo su: mica male per una cinquantenne. Perché sprecare tutta questa fatica? Si è ammazzata di allenamenti per John Wick 3, perché far finire tutto con un film per cui non sarà ricordata, visto che è solo un’ospite di Keanu? (Chi ricorda Ruby Rose o Scamarcio in John Wick 2?)

Halle va da Eric Brown e gli piazza la proposta indecente: che ne dici di coreografare i combattimenti di un film che voglio produrre, dirigere e interpretare per sfruttare i muscoletti che ho messo su?
Questa, secondo me, è la genesi di Bruised.

Il film viene presentato al Toronto International Film Festival il 12 settembre 2020 e via, poi, a girare per altri festival, finché il 17 novembre non esce in qualche cinema americano, ma è chiaro che il pubblico grosso lo raggiunge dal 24 novembre, quando appare su piattaforma streaming.
Se vogliamo giocare a fare finta che esistano ancora i cinema giochiamo pure, ma se c’è da fare soldi e il tuo prodotto non è targato Marvel, allora esistono solo le piattaforme. Perché gli spettatori rimangono sul divano di casa già da vent’anni prima che scoppiasse la pandemia.

Lo trovate su Netflix con il titolo Bruised. Lottare per vivere.

Questo film va scorporato in tre parti: c’è la regia, c’è la storia e c’è l’interpretazione, e guarda caso due ruoli su tre sono coperti da Halle Berry.
Come esordio registico non posso che applaudire: il cinema marziale è molto difficile per i registi navigati, figuriamoci per un’esordiente totale, ma tolti quei dieci minuti finali di combattimento, la parte peggiore del film, il resto è molto ben fatto e per me è nata un nuova “regista nera”, dopo Regina King, che lo stesso anno ci ha regalato quel maledetto capolavoro di Quella notte a Miami (2020).

Sicuramente Halle c’ha l’occhio (nero) per la regia

Su Halle attrice niente da dire, è sempre brava quando ha una buona storia, il problema è che raramente ce l’ha, e qui non fa eccezione. La sceneggiatrice esordiente Michelle Rosenfarb nella sua giovane vita dubito abbia mai visto un film sportivo, figurarsi poi un film marziale, quindi butta lì roba a casaccio, stando bene attenta a non parlare MAI di sport, MAI di marzialità, MAI di lottatrici.
Il messaggio del film è sempre quello: gli uomini so’ tutti stronzi e maneschi, le donne possono fare da sole, quindi vanno a letto con altre donne per ritrovare la pace interiore. Oh, non prendetevela con me, è questo il messaggio che il film comunica!

Sheila Atim interpreta la tipica allenatrice di campionesse marziali

Jackie Justice (Halle Berry) soffre tanto, perché ha un nome davvero stupido: se si fosse chiamata Justice League o Jackie Brown paradossalmente sarebbe stato meno ridicolo. Comunque soffre anche perché è una lottatora che vinceva tutto finché una sera ha ceduto, non si sa perché, e ha mollato la lotta.
Il giorno dopo è già a lavare il cesso di un famiglia ricca, mentre il rampollo di casa brufoloso la spia mentre si cambia. (Ma le donne delle pulizie si cambiano a casa dei clienti?) Possibile che una lottatrice di così alto livello non abbia strappato neanche un’ospitata da Barbara D’Urso? Pare di no.

Da campionessa a barbona nel giro di un’ora

Jackie vive con Desi (Adan Canto), che è anche il suo manager sebbene ci venga detto che è un incapace in questo mestiere. È un uomo irascibile, alcolizzato e violento, quindi Jackie lo ama: poi un giorno, come un fulmine a ciel sereno, lui distrattamente le dà un mezzo schiaffo e lei lo molla. Oh, poteva anche mollarlo parecchi anni prima, visto che era chiaro non fosse un gentiluomo.
Do per scontato che la lunga, noiosa e banale parte sul rapporto fra Jackie e Desi, che d’un tratto finisce e a metà film scopriamo che abbiamo solo buttato via il tempo, stia messa lì con lo sputo per parlare di violenza sulle donne, che è uno dei tanti argomenti a cui la vicenda strizza l’occhio senza mai affrontare davvero.

Poi a Jackie capita fra capo e collo un figlio dimenticato, il figlio che ha abbandonato alla nascita e ora, che è morto il padre, se lo ritrova fra i piedi. Un figlio che non parla perché ovviamente ha una famiglia così da schifo che non ci sono parole. Quindi ora inizia un lungo rapporto in cui madre e figlio si riscoprono, si conoscono, e bla bla bla la scena dopo sono la famiglia perfetta. Ma cos’è successo? Niente, è finito il tempo.
«A volte piccolo aiuta grande»: perché Jackie parla al figlio come se fossero due pellerossa? «Io cambiare vita, io trovare lavoro»: ma che senso ha? È un bambino muto, non è mica un Apache! Comunque Jackie giura che cambierà vita: cosa fa per mantenere la promessa? Niente. Fine del film.

Sei contento che mamma non ha fatto niente per cambiare vita?

In mezzo a questa imbarazzante sceneggiata napoletana mariomerolesca, dove i figli so’ pezz’e core, dove il padre è morto, la madre è un’arpia, la nonna è carcerata e la gatta ha perso lo zampino, in mezzo a questa telenovela che manco La5 manderebbe in onda, facciamo finta che Jackie sia una lottatora, così da giustificare i muscoletti di Halle.
Per tornare a vincere ha bisogno del maestro giusto e di ritrovare la forza interiore, tutte minchiate che non saranno sviluppate, solo vagamente accennate. Perché la parte marziale del film semplicemente non esiste.

Tanto allenamento… per questo?

Tutte le foto di scena mostrano Halle che combatte, tutte le interviste le chiedono quanto sia stata dura allenarsi al combattimento, e via dicendo: parliamo di forse dieci minuti totali in cui Halle fa robe che pure l’archetipica casalinga di Voghera potrebbe fare. Semplicemente l’attrice era in forma per John Wick 3 e si limita ad agitare delle manine fingendo di sapere quel che sta facendo.

Che coraggiosa Halle, a mostrarsi con del sangue finto in faccia

Se la sceneggiatrice Rosenfarb non si fosse distratta dal melodramma napoletano e si fosse informata, magari vedendo il film con Bruce Lee più famoso d’America, I 3 dell’Operazione Drago (1973) – noto a chiunque lavori nel cinema d’azione, in qualunque veste – saprebbe che quando si combatte non si deve usare la rabbia, bensì la «concentrazione agonistica» (emotional content). Bruce in quel film cazzia il suo allievo quando questi tira un calcio rabbioso, perché non è quello il modo di combattere.

Se Bruce dice “niente rabbia”, vuol dire “niente rabbia”

Indovinate qual è l’elemento di forza della lottatora Jackie? Esatto, la rabbia.
Jackie prende sganassoni per tutto il tempo, poi invece di pensare a Bruce Lee pensa a Bruce Banner e le scatta l’occhio alla Hulk, si arrabbia, e vince. Vince come? Facendo smorfie di rabbia? Non si sa. Questo è il drammatico livello marziale del film: in nessun momento sappiamo che cacchio stia facendo la protagonista.

C’ho la rabbia nelle cosce!

Quella manciata di minuti che rappresenta l’apice della vicenda, cioè l’incontro di mma (mixed martial arts) contro una campionessa, è il momento in cui tutta la facciata crolla, perché Halle avrà il fisichetto da John Wicka e sicuramente è stata seguita dai migliori allenatori di Hollywood, che nella sua super-palestra le hanno fatto fare tanti begli esercizietti… poi però entra in scena quell’animale da ring di Valentina Shevchenko, schiaccia-sassi kirghiso di vent’anni più giovane, campionessa di UFC (per davvero, non per un film!) e per eguagliare solo i suoi muscoli dei fianchi serve l’intera Halle Berry!

Questo è il fisico di una lottatrice!

Capisco che l’eroe si misuri su quanto sia impressionante il cattivo, ma qui è chiaro che tutte quelle chiacchiere su quanto sia in forma Halle e quanto sia brava nella lotta cadono nel vuoto: appena la Shevchenko muove un dito ogni spettatore capisce come dovrebbe essere una vera lottatrice e come dovrebbe muoversi. E Halle non si muove così.

Indovinate chi delle due ha vera grinta?

Halle regista riesce molto bene a mascherare il combattimento finale, essendo chiaramente della scuola di Paul Greengrass: quando hai un protagonista totalmente incapace, tipo Matt Damon, butta tutto in caciara che lo spettatore medio poi dice “Va’ come mena Jason Bourne!”.
Halle è un’attrice, non una lottatrice, quindi in veste da regista copre se stessa, che chiaramente non sa fingere di combattere, e così il risultato è che vediamo una splendida lottatrice, la Shevchenko, massacrare di botte una tizia che non fa che incassare. Poi due schiaffi e fine del film. D0v’è la narrativa del combattimento? Dov’è l’empatia che la lotta dovrebbe scatenare nello spettatore? Non parliamo di epica o altro, semplicemente qui c’è Halle Berry che si ammucchia sul ring con una vera lottatrice, senza alcuna narrativa.

Valentina: la vera sorpresa del film, e l’unico motivo per vederlo

Il genere pink fight ci ha regalato grandi emozioni, ci sono fior fiore di attrici marziali che costerebbero dieci volte meno di Halle Berry e regalerebbero dieci volte di più al film, facendolo assomigliare davvero a una storia di lotta e riscatto, di caduta e rinascita. Tanto poi per quelle quattro stupidate di cui è composta la trama non serve un’attrice da Oscar.

Ecco chi è la vera protagonista del film!

Bruised è un film sulla violenza domestica, sulla famiglia disastrata, sulle donne nere, sulle donne picchiate, sulle donne madri single, sulle donne in guerra con le proprie madri, sulle donne omosessuali, sulle donne nere omosessuali, sulle donne nere omosessuali picchiate, sulle donne nere omosessuali che picchiano, sulle donne nere omosessuali che un po’ picchiano e un po’ sono picchiate ma poi insegnano, sulle donne nere omosessuali lottatrici che imparano, sui figli abbandonati, sui figli muti, sui figli di donne nere omosessuali che lottano e a volte imparano e a volte insegnano, e via di politicamente noioso. In questo indigesto minestrone di acqua ribollita, c’è una goccia di lotta, del tutto trascurabile.

Ripeto, come regista Halle Berry dà un’ottima prova di sé, per il resto è il solito film di Halle Berry attrice da dimenticare in fretta.

L.

– Ultime lottatrici:

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11 risposte a Bruised (2020) Dàlle, Halle, dàlle!

  1. Cassidy ha detto:

    Scritto con il pennarellone a punta grossa e ricalcato malamente sul primo “Rocky”, però con le MMA di “Warrior”, di fatto un film drammatico molto manicheo (per quanto ben diretto) con dieci minuti di menare buttati dentro per puzza, in cui la povera Valentina Shevchenko, trattiene i pugni per non staccare la testa ad Halle, in un paio di scene si vede che la “liscia” facendo andare volontariamente il pugno lontano dalla faccia. Detto questo mentre lo guardavo ho pensato la stessa cosa, dopo “John Wick 3” svolta d’azione anche per la Berry e via, post che per altro apprezzo il doppio, perché riassume meglio di quanto avrei potuto fare io la mia idea sul film, quindi mi sento sollevato dal compito di doverne scrivere, doppio grazie! 😉 Cheers

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Già solo respirando Valentina avrebbe potuto massacrare Halle, quindi la vera bravura del film è quella della lottatrice kirghisa nel controllare i colpi pur facendoli sembrare potenti. Anche se ad Halle fosse scappato un pugno, l’avversaria non se ne sarebbe manco accorta 😀
      Se Halle vuole fare la Jenny Wick, dovrà chiamare qualche vero sceneggiatore, perché dieci minuti di pessima marzialità in un film di 130 minuti è qualcosa di imbarazzante. Visto poi che il resto della vicenda è roba che non vale neanche la fatica di premere il pulsante sul telecomando di Netflix 😛

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      • Cassidy ha detto:

        Esatto, la cosa buffa è che il “Training montage”, il grande allenamento che fa tornare Jackie Justice in forma per lo lotta, consiste in più o meno quello che faccio io a casa mezz’ora al giorno, una roba assolutamente non adatta a sostenere un combattimento, figuriamoci uno con contro la campionessa imbattuta di MMA pesi mosca. Insomma hai detto bene, dieci minuti di lotta per accalappiare, il resto un film drammatico da pomeriggio di Canale 5 😉 Cheers

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  2. Sam Simon ha detto:

    È un bambino muto, non un Apache!

    Sono morto dalle risate! X–D
    Certo bisognerebbe capire quanto è invenzione del doppiaggio e come era in originale, ma la battuta è splendida!

    L’ultima foto del post è splendida e accompagna molto bene le tue parole, Halle Berry in una posa a caso e la lottatrice vera che fa una roba che l’altra nemmeno col green screen…

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      A forza di lodare gli attori per come fanno le loro mossettine ci si dimentica dei veri atleti, quelli che lottano sul serio e che fanno impallidire i divi di Hollywood. Purtroppo i film non li fanno fare ai veri atleti, solo agli attori…

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      • Giuseppe ha detto:

        … Che insistono nel voler far tutto da soli, quando invece l’avere almeno una controfigura marziale professionista potrebbe evitare figure barbine. Qui poi, mancanza di vera storia a parte, sembra di assistere alla convivenza squilibrata fra un lungometraggio ben diretto e interpretato e un cortometraggio “marziale” di una decina di minuti, ancora ben diretto ma interpretato molto male (coinvolgendo pure chi avrebbe saputo recitarlo al meglio come Valentina Shevchenko, se solo non fosse stata costretta trattenere i colpi)…

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Spero che qualche casa marziale telefoni subito a Valentina e le offra un ruolo da cattiva in qualche ghiotto filmaccio di menare 😛

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  3. Zio Portillo ha detto:

    Il film mi è passato un paio di volte sott’occhio ma l’ho sempre schifato a prescindere. Senza una vera ragione, solo che così, a pelle, non mi ispirava granché. E mi sa che l’ho azzeccata…
    Detto questo, pure per mera finzione cinematografica, sul ring con la Shevchenko col cavolo che ci andrei! Se sbaglia misura e mi colpisce in pieno mi stacca la testa.

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  4. Willy l'Orbo ha detto:

    Mmmmh, sai che ho la sensazione che la cosa migliore del film sia il tuo elenco finale di tematiche ammucchiate? 🙂
    Strano perché è un film di lotta (nominalmente, nei fatti, mi par di capire, no), la Halle regista si è meritata il tuo elogio, eppure, leggendo la recensione, mi sembra di intuire che il tutto si risolva in una sequela di “gne, gne, gne”, onomatopeicamente parlando! 🙂

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      E’ difficile da recensire perché le singole parti sono spesso buone: è una buona regia e una buona interpretazione, ma il problema è che non c’è una storia (il personaggio non cresce, se non a chiacchiere, e non risolve nessuno dei suoi problemi, anzi neanche li affronta!) non c’è sceneggiatura se non un mischione di frasi buttate a caso e non c’è combattimento. Però regia e interpretazione sono buone 😛

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