Il furore della Cina colpisce ancora (1971)

Questa è la storia di un Paese in bilico tra rivoluzione sessuale, rivoluzione culturale, rivoluzione sociale e rivoluzione proletaria, un’Italia del 1973 in cui nessuno si aspettava che in un cinema di Roma proiettassero per la prima volta… mani cinesi piene di dita di violenza!

Disprezzato da tutti, tranne dal pubblico che ne ha decretato un successo fulminante, il cinema marziale in Italia è un fenomeno mai davvero raccontato: è il momento che il Zinefilo si rimbocchi le maniche e trasformi le sue mani… in mani che menano.


Il giustiziere giallo

Ormai siamo nel regno dell’invisibile, con casupole italiane che si nascondono per la vergogna e portano in Italia prodotti invisibili ad occhio nudo, come il taiwanese The Righteous Fist (硬漢鐵拳, “Pugno di ferro da duro”, ma anche “Tipo tosto”, a seconda della giornata in cui si usa GoogleTranslate).

Ricevuto il visto italiano il 5 aprile 1973, con il divieto ai minori di 14 anni, il film esce al Metropol di Torino il 6 aprile 1973 con il titolo Il giustiziere giallo.

da “La Stampa” del 6 aprile 1973

Nasce il sospetto che le piccole case (sia cinesi che italiane) prediligessero il tema delle mani, visto il successo riscosso da Cinque dita di violenza, così ecco il terzo caso di protagonista a cui vengono massacrate le mani per poi tornare più forte di prima: dopo le cinque dita di violenza di Lo Lieh, dopo la Mano di Ferro di Wang Yu, ecco il “giusto pugno” di Jeff Wong, nome internazionale del cinese Wang Yong.

Un altro che ha la violenza nelle dita

La struttura è la solita: arriva il nuovo boss e impone il proprio dominio sul paesino grazie alla violenza dei propri sgherri, che qui sembrano tutti scappati dal Circo Togni senza che nessuno si sia preoccupato di cercarli, visto che non sembra una gran perdita.

Giusto per dare un’idea della qualità attoriale del film

Storpiato il medico locale massacrandogli le mani curatrici, quest’ultimo – forte del potere dei “maestri sciancati” – avoca a sé la forza del giusto e, con al violenza nella mano, comincia a massacrare i cattivi.
Per l’occasione arriva il super-lottatore straniero, ovviamente giapponese, e in questo caso ha pure i baffetti alla Hitler per far capire quanto sia spregevole: il medico con la mano che uccide non farà fatica a sbaragliarlo e a spazzar via il boss locale.

Il divieto ai minori di 14 anni è nato da immagini come questa!

Malgrado la sontuosità della rimasterizzazione di anni recenti, parliamo di un prodotto così infinitesimale che neanche il mitico canale YouTube “Wu Tang Collection” l’ha trovato in lingua inglese, presentandolo in spagnolo. Temo che oltre ad essere l’ennesimo film perduto in lingua italiana, sia difficile trovarlo addirittura in inglese.
Non è una perdita che faccia strappare i capelli…


Il primo furore della Cina

Mentre le casupole italiane portano in sala i minuscoli film di minuscole casupole cinesi, la Titanus ha capito quanto valga Bruce Lee e quindi raddoppia la posta: mentre ancora Dalla Cina con furore è nelle sale, l’11 aprile i giornali avvertono: «a giorni ritorna l’urlo di Chen a far tremare tutto l’Oriente».

da “La Stampa” dell’11 aprile 1973

Ricevuto il visto censura il 4 aprile, il 14 aprile al Capitol di Torino esce «in anteprima per l’Italia» Il furore della Cina colpisce ancora, titolo che serve a far capire come questo film sia collegato al precedente: tutto falso, ma appunto la falsità è l’anima del commercio.


Un po’ di storia pregressa

Stando alla biografia Bruce Lee: Fighting Spirit (1994) di Bruce Thomas, quando Bruce Lee e suo figlio sbarcano ad Hong Kong all’incirca nel 1970 non si aspettavano di avere dei giornalisti ad accoglierli. La carriera americana dell’attore non sta andando come lui voleva, dopo tanti piccoli ruoli l’occasione era arrivata dalla serie TV “Green Hornet” (1966) ma è stata subito soppressa. Progetti nel cassetto? Tanti. Progetti in esecuzione? Uno solo, un copione televisivo che Lee sta scrivendo con l’amico Stirling Silliphant, dove il protagonista bianco si rivolge a un saggio maestro asiatico a forma di Bruce Lee.
Ormai la carriera del nostro eroe è tutta nell’insegnamento marziale, fa dimostrazioni, gestisce le proprie palestre e così via, mentre dal cinema non sembra arrivare alcuna speranza. Si parla di vari progetti – fra cui quel “The Warrior” che solo in tempi recenti è arrivato davvero in TV – ma rimarranno appunto solo parole.

Quello che Bruce non sa è che la 20th Century Fox ha da poco distribuito sul mercato asiatico un film creato fondendo vari episodi dei “The Green Hornet” – probabilmente lo stesso film che nel 1980 arriverà in Italia con il titolo Superdraghi della notte – e visto che siamo in un periodo in cui ancora ad Hollywood i cinesi sono interpretati da occidentali truccati, e i veri cinesi fanno solo i siparietti buffoneschi, l’eroico Kato che mena i bianchi è una discreta bomba.
Probabilmente quando Bruce e Brandon Lee scendono dall’aereo neanche ricordano quella serie TV, ma l’orda di giornalisti che è lì ad attenderli sono un buon promemoria. Interviste, ospitate televisive, dove a Bruce viene chiesto di rompere tavolette come se piovesse – pare che pure il piccolo Brandon ne abbia rotte alcune – tutto questo titilla l’innato senso di divo del nostro eroe. Nasce così subito l’idea vincente: qui tocca battere cassa finché tutti ancora applaudono.

Un eroe è tornato a casa

Tramite il suo amico d’infanzia Unicorn Chan (che potete trovare in piccoli ruoli nei suoi film da protagonista), Bruce fa sapere alla Shaw Bros, la più grande casa di Hong Kong, che è disponibile per un ricco ingaggio. Tramite l’amico Bruce fa sapere ai dirigenti che vuole fare un film dietro un compenso di diecimila dollari (la biografia non specifica se dollari di Hong Kong o dollari americani), vuole avere il diritto di cambiare il copione alla bisogna e vuole carta bianca sulla gestione dei combattimenti. Le risate dei fratelli Shaw si avvertono per tutta Hong Kong. I grandi divi della casa pare si dovessero portare il pranzo da casa, durante le riprese: chi si credeva d’essere ’sto Kato?
Adducendo una motivazione inoppugnabile, cioè il successo scarsino dell’attore in America, la casa fa una contro-proposta: un contratto di sette anni dove Bruce verrà pagato duemila dollari a film. E lo fanno solo per fargli un piacere. Bruce declina l’offerta.

Il più grande errore della Shaw Bros

Tornato in America, Bruce lavora alla serie che sta scrivendo con Silliphant, “Longstreet”, e la Paramount ne è così soddisfatta che vuole usarla per aprire l’imminente stagione autunnale televisiva. Bruce è fomentatissimo e sente che il successo americano è lì, a due passi… poi riceve la visita di Liu Liang Hua, la donna che di lì a qualche anno Jackie Chan considererà una seconda madre.
Altra cosa che Bruce non sa è che uno degli alti dirigenti della Shaw Bros, Raymond Chow, se ne è andato a fondare una propria casa cinematografica: la Golden Harvest. Chow in quei giorni ha seguito tutte le trasmissioni televisive e radiofoniche di Hong Kong che si litigavano le partecipazioni di Bruce Lee, capendo che il ragazzo poteva anche aver fatto qualcosa in America ma era roba grossa lì, ad Hong Kong. Così Chow manda una dei suoi bracci destri, la signora Liu, a convincere Bruce a lavorare per loro.
L’offerta è decisamente migliore di quella rifiutata dalla Shaw: un contratto per due film con un ingaggio di quindicimila dollari l’uno. Non sappiamo se la libertà creativa fosse parte del pacchetto.

Bruce non ha mai saputo dire “no” a una donna

Gli amici di Bruce, fra cui James Coburn, gli consigliano di mercanteggiare perché potrebbe ottenere molto di più, ma è da così tanto che l’attore non ottiene un ruolo, addirittura da protagonista poi, che Lee cede e accetta la proposta della signora Liu.
Appena a Hong Kong esplode la notizia, la Shaw Bros capisce di aver toppato e prova a rilanciare ma ormai Bruce aveva firmato il contratto ed era intenzionato a rispettarlo. Nel dubbio, però, Raymond Chow lo fa volare dagli Stati Uniti a Bangkok, direttamente sul set del film: meglio non far passare l’attore per la tentacolare Hong Kong, dove potrebbe venir spinto a cambiare idea.


Riprese difficoltose

Sbarcato a Bangkok (Thailandia) e portato in un buco sperduto chiamato Pak Chong, Bruce si ritrova immerso nel nulla cosmico e sistemato in un pezzente alberghetto di periferia, senza aria condizionata nel pieno della stagione calda, con un’umidità che ti mangia vivo e quel che resta se lo mangiano gli insetti. Non certo una località di villeggiatura. Né il set di una star.
Subito Bruce si ferisce una mano – pare rompendo un bicchiere di vetro – e andato in ospedale per farsi mettere i punti si becca l’influenza, che gli fa perdere peso. In assenza di cibo fresco e spesso anche solo mangiabile, la situazione non fa che peggiorare sensibilmente.

Ecco spiegato il mistero del “dito incerottato”

L’attore cerca di controllare il suo noto carattere fumantino ma certo non aiuta avere un regista, Wu Chai Wsaing, che strilla continuamente a tutti, anche alla produttrice, quella signora Lu che aveva ingaggiato Bruce. È lei a chiamare Raymond Chow per far sollevare quel regista e mandarne un altro. Guarda caso si è appena liberato un regista, guarda caso proprio il marito della signora Lu: un regista di nome Lo Wei.
La situazione non migliora, il fatto che Lo Wei non gridi con tutti non vuol dire che sia un bravo regista: se non altro il suo completo disinteresse nelle riprese dà occasione a Bruce di avere quella libertà creativa che aveva chiesto all’inizio.

Con una caviglia dolorante per una brutta caduta, la ferita alla mano che non ne vuole sapere di cicatrizzarsi e deve sempre essere medicata, con la schiena a pezzi che richiede iniezioni ad ogni fine ripresa, la situazione non accenna a migliorare, senza parlare degli attriti con Han Ying-Chieh (l’attore che interpreta il big boss), ufficialmente il coreografo delle scene d’azione che non è per nulla contento di come Bruce vuole invece modificare i combattimenti.

Mentre le riprese procedono dolorosamente, arriva il 16 settembre 1971 e la TV americana trasmette l’episodio di “Longstreet” dove Bruce fa il “saggio maestro cinese”, conquistando immediatamente tutti gli spettatori: tutti quelli che non vogliono i cinesi protagonisti ma se stanno in disparte e fanno i maestri saggi allora sì, sono perfetti. I produttori gli scrivono subito per fargli sapere del successo ma Bruce è sperduto nel nulla e non saprà niente finché non tornerà alla civiltà.
Quando finalmente le riprese finiscono e Bruce può lasciare quell’inferno, al ritorno a casa trova una pila di telegrammi: non solo scopre il successo di quella prima puntata di “Longstreet”, ma anche che la Paramount è molto ben disposta ad aprire la borsa per averlo ancora nella serie. Così come la Warner Bros d’un tratto non è più indifferente ai progetti dell’attore.

La brevissima seconda (e ultima) rinascita americana di Bruce Lee

Sono settimane piene di apprensione per Bruce Lee, perché da zero progetti fra cinema e TV ora è conteso da più parti: da chi andare? Dalla Paramount, che sebbene sia entusiasta lo stesso non sembra concedere molto spazio a Lee in “Longstreet”? (Ci dev’essere ma non troppo.) Dalla Warner e le sue vaghe promesse? O rimanere a disposizione della Golden Harvest per il secondo film che si è impegnato a girare?

Ora tutti vogliono il “Piccolo Drago”

Tutto rimane in sospeso fino a quella fatidica sera del 31 ottobre 1971, quando Bruce, sua moglie Linda e i produttori Raymond Chow e Leonard Ho siedono in sala per la prima di The Big Boss (唐山大兄). Stando al citato biografo il film del 1993 di Rob Cohen è stato veritiero: finita la proiezione ci sono alcuni secondi di silenzio tesissimo… seguiti da un’euforia che travolge tutto e tutti.

La prima del film ricostruita per Dragon: The Bruce Lee Story (1993)

Di lì a tre settimane The Big Boss distrugge ogni record locale e incassa tre milioni di dollari di Hong Kong: nella sola città sarà proiettato 875 volte, prima di cominciare a girare per tutta l’Asia, facendo piovere soldi nelle casse della piccola Golden Harvest. Che d’un tratto non è più piccola.
La scelta di Bruce sarà davvero facile. La Golden Harvest gli mette a disposizione una villa ad Hong Kong e il piccolo Brandon viene iscritto alla La Salle: la scuola che tempo prima aveva cacciato Bruce a pedate. Certe soddisfazioni in America il nostro eroe non le avrebbe mai avute.


Il grande capo

Il film è stato così ampiamente ristampato in home video e replicato in TV che la storia è decisamente nota. Chen (Bruce Lee) dalla poverissima campagna cinese emigra nell’ancor più povera Thailandia in cerca di lavoro, e grazie al cugino (James Tien) è assunto in una fabbrica di ghiaccio, non sapendo che è solo una facciata con cui il “grande capo” (Han Ying-Chieh) spaccia droga.

Quando un paio di operai troppo curiosi scompaiono, comincia una serie di vendette incrociate fra la massa lavoro e il capo spietato fino al bagno di sangue totale. Solo un paio di personaggi rimarranno vivi a fine film.

Fotobusta dell’epoca

Sebbene il copione fosse costituito da pezzi di carta con su scarabocchiate idee a caso, sebbene la lavorazione sia cialtronesca – grazie sia alla povertà di mezzi di una casa neonata come la Golden Harvest che alla totale indifferenza di un pessimo regista come Lo Wei – lo stesso il sottotesto sociale colpisce duro: la lotta di classe fra il sottoproletariato che sopravvive di stenti e i ricchi padroni che prosperano grazie all’illegalità consentita dalla connivenza con il potere sta tutta lì, per la gioia del pubblico di Hong Kong e dell’Asia tutta. Pubblico composto da molti più proletari che padroni.
Il cinema di Hong Kong era pieno di nobili principi che sfidavano e battevano signori del male in epoche mitiche, ma un morto di fame che sfida e uccide un “padrone”, nell’Asia contemporanea, non s’era mai visto.

Non un solo elemento del film può essere salvato, The Big Boss è un prodotto addirittura più scadente dei filmucoli delle case taiwanesi, ma il carisma indiscutibile di Bruce Lee unito ad una potenza sociale inedita sono elementi che regalano l’immortalità al prodotto. Anche se l’immortalità non dura per sempre.

Il padrone contro l’operaio: e pensare che davano del “fascista” a questi film…

Quando ne La vendetta del dragone (2009) Jackie Chan emigra in terra straniera e viene a contatto con la criminalità locale, non si comporta come Bruce Lee: si comporta come il big boss. Non è più tempo di lotte sociali, invece di combattere il nemico bisogna unirsi a lui, così Jackie diventa big boss e per ripulirsi la coscienza spara una frase di regime: «Come potrei trarre profitto dal sudore della mia gente?»
Il sottotesto del film è che i cinesi sono tutti uniti («tutti sotto lo stesso cielo», recitava nel 2002 il revisionista Hero) e anche nella criminalità sono tutti fratelli: non era così nel 1971, quando il big boss cinese trattava da schiavi i suoi poveri connazionali in cerca di fortuna, guadagnando non solo dal loro sudore ma anche dal loro sangue. Dando così voce a milioni di cinesi che avevano subìto lo stesso trattamento senza che fregasse nulla a nessuno, in primis ai cinesi stessi.

Se per gli occidentali Bruce Lee è simbolo di marzialità, per gli asiatici è anche un simbolo di riscatto sociale.

Della distribuzione italiana del film, di qualità altalenante, ho già parlato qui.

L.

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11 risposte a Il furore della Cina colpisce ancora (1971)

  1. Zio Portillo ha detto:

    E’ sempre un piacere rileggere la storia di Bruce e dei suoi esordi. Mi hai fatto svoltare il venerdì! 🙂

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      E’ sempre più difficile trovare biografie che raccontino “storie dal set” piuttosto che limitarsi ad incensare il “santo” protagonista. Certo, sarebbe bello che nell’oceano di scritti lasciato da Bruce ci fossero anche memorie della sua attività cinematografica – visto che ha iniziato sin da bambino a recitare – ma non sono mai riuscito a trovare niente: spero un giorno di beccare il memoriale giusto 😉

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  2. Cassidy ha detto:

    In effetti non avevo mai capito il dito incerottato, sapevo degli infortuni ma non avevo collegato, complimenti per aver trovato un po’ di materiale come si deve da usare come fonte, per il resto, leggerti a ruota libera sul Maestro Lee è sempre una gioia 😉 Cheers

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Vista l’estrema notorietà del film non volevo parlarne troppo, per evitare di ripetere cose ovvie, ma poi lo spirito di Bruce ha preso il controllo delle mie dita ^_^

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      • Giuseppe ha detto:

        E poi ti ha guidato alla ricerca delle fonti adatte per il post (così come un giorno ti guiderà alla scoperta delle sue memorie cinematografiche inedite) 😉
        No, decisamente gli USA non avrebbero fatto la sua fortuna, destinata a finire nell’istante esatto in cui avesse voluto uscire dagli stereotipi tanto cari al pubblico statunitense per tentare operazioni proletarie stile “Il furore della Cina colpisce ancora” …

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        E’ incredibile che la Paramount fosse disposta a pagarlo il doppio per farlo rimanere in “Longstreet” ma era impensabile per lui un altro ruolo se non il maestro saggio sullo sfondo, a dire frasi da biscotto della fortuna. Il trattamento dell’Asia è stato leggermente diverso 😛

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  3. Willy l'Orbo ha detto:

    In un post in cui la parte del leone la fa Bruce, il vero seguace della Z, pur tributandogli massima ammirazione, si innamora di locandina, immagini (memorabili) e recensione de Il giustiziere giallo! 🙂

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  4. Marco Vecchini ha detto:

    Lanciato da questo articolo mi son riguardato “il furore…” che c’è su prime video. Sono rimasto scioccato che in questa edizione della Fortune Star abbiano totalmente rimosso la opening theme originale, e non ne capisco il motivo dato che era un pezzo fortissimo. Inoltre è palese che ci siano pure delle aggiunte o sostituzioni nella colonna sonora, certe volte si nota la differenza di qualità.

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Purtroppo è lo stesso problema che hanno quelli che vedono lo stesso film in TV.
      Fino alle prime edizioni in DVD il film andava che era una meraviglia, poi qualche geniale distributore italiano ha detto: importiamo la rimasterizzazione della Fortune Star, che il video si vede da paura. Ottimo, peccato però che il doppiaggio italiano sia stato fatto su un’altra versione del video, e la colonna sonora era diversa. Che ci frega a noi? Fondiamo tutto e mixiamo a casaccio.
      Il risultato: ci sono scene in cui sono perfettamente avveribili DUE colonne sonore distinte, fuse insieme!
      Come sempre, il modo migliore per vedere il film è in VHS, formato che conserva sempre la vera versione italiana, in alternativa dovresti recuperare i vecchi DVD, quelli prima dell’uso dell’edizione Fortune Star.

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