Il killer dagli occhi a mandorla (1972)

Questa è la storia di un Paese in bilico tra rivoluzione sessuale, rivoluzione culturale, rivoluzione sociale e rivoluzione proletaria, un’Italia del 1973 in cui nessuno si aspettava che in un cinema di Roma proiettassero per la prima volta… mani cinesi piene di dita di violenza!

Disprezzato da tutti, tranne dal pubblico che ne ha decretato un successo fulminante, il cinema marziale in Italia è un fenomeno mai davvero raccontato: è il momento che il Zinefilo si rimbocchi le maniche e trasformi le sue mani… in mani che menano.


La mano di Wu-Kung

Dopo aver presentato in sala Da Hong Kong: l’urlo, il furore, la morte (1972), la Medusa Distribuzione – forse omonima o forse proprio la stessa Medusa di oggi – sembra avere l’idea giusta ma poi non è interessata a metterla in pratica.

Il più grande divo marziale in Italia, anche se solo per qualche mese

L’idea giusta è tornare alle origini dell’esplosione marziale e comprarsi un film con Lo Lieh, l’attore di Cinque dita di violenza (1972) ma poi lascia morire nel nulla quel film, che di nuovo è da considerarsi perduto in lingua italiana.

da “La Stampa” del 5 maggio 1973

Devil and Angel (魔鬼天使), auto-prodotto e diretto da Lo Lieh stesso, è appena uscito a Hong Kong (23 febbraio 1973) quando la Medusa lo compra e a velocità supersonica lo porta a Torino il 1° maggio successivo, con il titolo Wu-Kung: la mano della vendetta in tre cinema di fila (Hollywood, Principe e Italia).
La frase di lancio è geniale: «i colpi che le palestre non insegnano!»

Scomparso nel nulla (non l’ho trovato neanche su YouTube!), ci rimane per fortuna la trama stilata dal Ministero del Turismo e dello Spettacolo per il visto di censura italiana, rilasciato il 30 aprile:

«Tong-son, giovane istruttore in una palestra di karatè, accetta, dopo molte insistenze di un ex compagno di scuola, l’offerta di partecipare ad un grosso colpo che potrà sistemarlo per tutta la vita. I compagni della rapina sono quattro e Tong-son serve loro in realtà solo per una trappola. Infatti, con una soffiata i compagni stessi lo fanno prendere dalla polizia e sarà lui l’unico ad espiare con cinque anni di galera.»

Da notare come il cinema marziale sin da subito si sia sposato con il genere “nero criminale”.

Non c’è sceneggiata cinese se qualcuno non finisce in galera

«Uscito dal carcere Tong-son ritrova la sua ragazza che lo invita a dimenticare e a rifarsi una nuova vita. Tong-son però vuole prima vendicarsi e si mette alla ricerca dei quattro uomini, ora ricchi e potenti. Trovato il primo, in una spietata lotta lo uccide.»

Di nuovo Michael Chan, in piena ascesa

«Gli altri tre sanno che solo la morte potrà fermare il ragazzo. Cercano così, invano, di farlo uccidere ma Tong-son si salva e prosegue la sua vendetta facendo fuori altri due dei suoi amici.»

Tienti stretto gli amici, così li ammazzi con più facilità

«Per ultimo c’è l’ex compagno di scuola. Lo segue, lo bracca e lo affronta. Dopo avergli dato una durissima lezione decide di non ucciderlo e quando la polizia sta arrivando Tong-son fugge con la sua ragazza. Un colpo alla schiena, dopo l’intimazione dell’alt, fredda Tong-son, vittima più che complice di un giro di malavita.»

Insomma, un tipico drammone noir come quelli che giravano anche da noi, solo con tante mazzate in più.

Va’ che fisicaccio, nella immancabile (e inutile) scena senza maglietta

Spero che un giorno dall’archivio di qualche collezionista esca fuori la pellicola italiana del film e una casa si offra di trasformarla in DVD.


Il killer dagli occhi a mandorla

Finalmente la Warner Bros torna a battere un colpo, visto che dopo aver dato sdoganato nel mondo il cinema marziale con Cinque dita di violenza (1972) chissà, magari ci aveva ripensato. Invece no, e probabilmente l’Italia era la sua cavia preferita.
Tornata ad attingere all’archivio della Shaw Bros, guardando però sempre fra i prodotti più rozzi e meno curati – sicuramente più economici – la Warner sceglie The Killer (大殺手), inutile filmettino presentato ad Hong Kong l’8 gennaio 1972 per la regia di Chor Yuen. (Va ricordato che Yuen era il cognome tipico di chi era stato addestrato alla Scuola dell’Opera di Pechino: Jackie e Sammo sono fra i pochissimi ad aver abbandonato quel cognome fisso per tutti gli studenti.)

da “La Stampa” del 12 maggio 1973

Dove far uscire il film in anteprima mondiale, per vedere se la gente si incacchia per aver pagato il biglietto? Ovvio, in Italia.
Il 4 maggio 1973 il film riceve sì il visto della censura italiana ma con un divieto ai minori di 18 anni, «perché la trama del film è intessuta di una ininterrotta serie di scene di violenza e di lotta personale cruenta, sì da ferire la particolare sensibilità dei predetti minori.» Tutto falso, a parte forse il combattimento finale, un po’ “pepato”, ma capisco che era l’unico modo di “lanciare” il film.
In America uscirà solo nel 1974, prima di tutti gli altri Paesi sarà l’Italia a presentare questo filmucolo con il titolo Il killer dagli occhi a mandorla e la geniale frase di lancio «Non ti serve una bara: basta un sacchetto».

L’8 maggio 1973 esce in contemporanea a Roma (Foxy e Supercinema) e a Torino (Ambrosio).

«Il kung fu per soli adulti. Per l’autentica inaudita martellante violenza è il primo film cinese vietato ai minori di anni 18.»

Con frasi pubblicitarie come queste, chi ha bisogno d’altro?

Un titolo originale semplice, due titoli complessi italiani

Nel novembre del 1988 la Warner Bros distribuisce in home video questo film, ma decide che il titolo italiano scelto nel 1973 non andava più bene, così per fare casino in un genere già problematico di suo… ecco nascere La vendetta del Dragone Nero. E lo sappiamo tutti cosa NON si debba fare al Dragone Nero…

Nel 1999 andavo a ravanare negli angoli bui delle ultime videoteche di quartiere per cercare di salvare più film marziali possibile prima dell’oblio che stava calando sul settore: questo Dragone Nero è stato uno dei primi titoli che sono riuscito a duplicare prima della chiusura della più grande videoteca della mia zona.

Anni dopo ho preso la videocassetta originale su eBay, un gioiellino da collezione per malati come me, anche se purtroppo il nastro non è in ottime condizioni.

Un giorno Hsiao Hu (Tsung Hua) arriva in città e mena un agente che voleva perquisire il suo bagaglio, giusto per far capire quanto sia socievole e ben disposto l’eroe di questa storia, la cui antipatia è senza pari.

Hsiao Hu è così astuto che casca come un pesce lesso nel tranello che gli tendono. Il boss del porto infatti gli chiede il favore di andare a malmenare dei tizi in una scuola, perché sono cattivi: sono loro i membri della banda del Dragon Nero, gli dice. Hsiao Hu non ha bisogno di sapere altro: va nella scuola e, ispirato dalla scena del dojo di Dalla Cina con furore (1972), gonfia tutti di botte, accoltellandone pure un paio.

Citare la scena del dojo è sempre cosa buona e giusta

Quando molto dopo saprà che erano tutti innocenti, che è stato proprio il Dragone Nero a ingannarlo chiedendogli quell’atto di violenza, l’eroe dice «Ah va be’, colpa mia». Fine. E la gente che ha massacrato e accoltellato? Ciccia…
Poi l’eroe viene incastrato, sempre dal Dragone Nero – che non ha proprio altro di meglio da fare nella vita – e reagisce male: come si permette la gente di accusarmi? Io che accoltello e massacro la gente a piacer mio? Giuro, mai visto un protagonista così odioso e insopportabile.

Aggiungere calci volanti a piacere

La parte melodrammatica della vicenda prevede che Hsiao Hu ritrovi Yu Chiao (Wang Ping), compagna d’infanzia con cui lavorava nel circo come lanciatore di coltelli. Poi lui se ne è andato per fare il vagabondo e lei è diventata celebre cantante di locanda. Che fra i due nasca di nuovo l’antico amore?
Abbiamo isso, abbiamo issa e quindi serve ’o malamente: ecco l’ispettore Ma (Chin Han), che deve il suo nome al fatto che vuole portare giustizia MA anche spupazzarsi Yu Chiao. La cantante sceglierà il vagabondo, violento e antipatico (quindi irresistibile), o il serio e posato tutore dell’ordine (quindi noioso)? Ma soprattutto, ce ne frega qualcosa?

Due vecchi amici che amano la stessa donna: un classicone

Rimane per me un mistero come la ricca Warner Bros non abbia avuto la lungimiranza di spendere qualche dollaro in più e scegliere qualcuno degli splendidi filmoni della Shaw Bros, invece di andare a prendere robaccia come questo film, che negli archivi Shaw era posizionato sotto la finestra, per bloccare gli spifferi.
L’unico pregio di questo film è che alla coreografia c’è un giovane quasi esordiente, un certo Yuen Wo-Ping al suo debutto italiano. Dovrà aspettare i primi anni del Duemila perché il pubblico generico ne senta parlare, grazie alla collaborazione a grandi film hollywoodiani come Matrix e Kill Bill, ma i nostri connazionali del 1973 invece l’hanno “visto nascere”. Ovviamente senza saperlo.

L.

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8 risposte a Il killer dagli occhi a mandorla (1972)

  1. Cassidy ha detto:

    Onore a gloria a Yuen Wo-Ping prima di finire a cercare di far sembrare vivi stocafissi americani. Il drago nero patente del cavaliere, a proposito di nero hai ragione, trame ricalca te sul Noir, basterebbe cambiare ambientazioni, costumi e ovviamente armi (qui mani e piedi) e sarebbero la stessa struttura. Cheers!

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Negli stessi anni da noi eroi come Luc Merenda e Fabio Testi sfornavano film a raffica, spesso poliziotteschi dove ci scappava spesso una qualche tecnica pseudo-marziale, quindi Hong Kong era “sul pezzo”.
      Però certo, se la Warner avesse speso qualche soldino in più per comprare i film migliori, con bravi registi e attori, il genere non si sarebbe inflazionato così velocemente, invaso da filmacci come questi.

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  2. Kukuviza ha detto:

    Ma dunque è più antipatico il protagonista dell’antagonista?
    Comunque, riguardo “La mano della vendetta”, chissà quali erano i colpi che in palestra non insegnano…

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  3. Willy l'Orbo ha detto:

    «Non ti serve una bara: basta un sacchetto», la frase di lancio più geniale di sempre (tra l’altro posta sulla solita locandina pressoché inimitabile)?
    Oh, a me dopo averla letta picchietta in mente come e più di un tormentone estivo di quando ero minorenne! 🙂

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      I pubblicitari evidentemente puntavano sul lato truculento di questi film (che non avevano!) per invogliare gli spettatori. Non so se fosse solo una tecnica, oppure se davvero ciò che intrigava gli italiani del 1973 fosse la violenza esagerata dei prodotti cinesi.
      Comunque ad avercene di frasi-lancio così geniali ^_^

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      • Giuseppe ha detto:

        E’ la legge della domanda e dell’offerta: gli spettatori italiani del 1973 volevano quei film marziali pieni di una truculenza che non c’era, e i pubblicitari promettevano una truculenza che non c’era in quei film marziali… un equilibrio perfetto (lancio una frase anch’io: “Non sprecare un sacchetto quando ti basta un cucchiaino”) 😀
        A proposito di prime visioni marziali, chissà quante effettivamente ce ne furono anche nella Milano di quel lontano ’73…

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Appena qualche storico giornale milanese digitalizzerà il suo archivio, ne sapremo di più 😉

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