Pulse (2001-2006) Ghost in the Machine

In questo viaggio zinefilo tra i “film informatici” merita di essere citato un caso particolare, un soggetto che non può essere accostato alla moda computeristica dell’epoca ma che la simboleggia alla perfezione.

Il 16 settembre 1999 è la data in cui scompare la realtà per lasciare spazio al reality, con la messa in onda del primo Grande Fratello televisivo: quelli che per definizione erano specchi della finzione (fiction), cioè gli schermi televisivi, ora sono finestre sulla “verità”, anche se molto più falsa di qualsiasi finzione. Tanti ci hanno messo in guardia ma non è servito: nessun monito ha speranza… contro un monitor.
Il 31 marzo precedente già aveva detto tutto Matrix, che riciclando la caverna platonica ci ha spiegato come quella che chiamiamo realtà è solo un insieme di ombre: di nuovo, la verità è dall’altra parte del monitor.

Con l’avvento del 2000 la realtà nel monitor esplode, grazie all’informatica che cresce a vista d’occhio e l’accesso sempre più generalizzato a strumenti una volta impensabili. Avere un cellulare personale, accesso a Internet e un computer non sono più appannaggio di pochi, è qualcosa ormai di comune: l’informatica è il medium caldo del momento, e come tale… fa da tramite con gli spiriti.

Nel 1950 Alan Turing pubblica su “Mind” un articolo dove parla del suo “gioco dell’imitazione” (in seguito divenuto famoso ma frainteso) e dava per priva di senso la domanda “possono pensare le macchine?”. Nello stesso momento in cui Turing scriveva l’articolo Gilbert Ryle ci spiegava che la macchina umana “pensa” perché è fusa con la mente, il suo spirito, che in originale chiamava ghost. C’è un ghost in the machine, come intitolerà Arthur Koestler il suo saggio del 1967 che riprende l’argomento.
Dando significati diversi a ghost e machine, da “mente” e “corpo” abbiamo “fantasma” e “macchina”. Il nuovo medium informatico attira i fantasmi, come ogni altro medium.

Do per scontato che Kiyoshi Kurosawa (nessuna parentela con Akira) come tutti i suoi connazionali fosse rimasto incantato dal film The Ring (1998) di Hideo Nakata, o magari prima dal film televisivo del 1995, entrambi tratti dal romanzo-capolavoro del 1991 di Kôji Suzuki: quest’ultimo usava un medium (la videocassetta) che nel 1998 era ancora imperante e quindi funzionava ancora, ma con l’avvicinarsi del Duemila si poteva aggiornare: Kurosawa decide di rifare identico il film, ma di spostare l’attenzione sul medium imperante alla sua epoca, il computer. La nuova machine in cui infilare il vecchio ghost.
Se la trilogia di Suzuki si basava su titoli “circolari” – Ring, anello; Spiral, spirale; Loop, ciclo continuo – Kurosawa sta al gioco e scrive e dirige 回路 (Kairo), che significa “circuito”, così che sia ben chiaro a tutti quale sia la natura dell’opera.

La distribuzione internazionale non capisce il gioco e ribattezza il film Pulse, che non ho proprio capito che cacchio c’entri.
Uscito in patria giapponese nel febbraio 2001 e negli Stati Uniti nel novembre 2005, la Medusa Video lo distribuisce in DVD italiano dall’ottobre 2006 (in vendita dal mese successivo).

Mi tolgo subito il sassolino dalla scarpa: Kairo è un film senza sceneggiatura, Kurosawa scrittore proprio non fa onore all’illustre omonimo, l’intero film è solo una paracula scopiazzata di situazioni e atmosfere rubate di peso da Ring, senza alcuna vicenda a fare da collante.
Però… c’è un però. Nel creare le suddette atmosfere paracule… Kurosawa regista gliel’ammolla parecchio. Lo confesso pubblicamente: ho iniziato a vedere il film di sera e all’arrivo del primo fantasma ho dovuto mettere stop, e proseguire il giorno dopo alla luce del sole. Perché vent’anni fa ho visto The Ring di sera, da solo a casa, e quella strizza me la ricordo ancora!

Magari è una mia sensibilità personale, magari il modo con cui i giapponesi rappresentano il mondo degli spiriti mi ha sempre affascinato. Proprio in questi giorni ho saputo da uno Tubaro nipponico che per loro il mondo dei morti è tutto al contrario, ecco perché alle salme si infilano kimono allacciati al contrario. E guarda caso, sia Sadako che i fantasmi di Kurosawa si muovono al contrario.
Però anche noi eredi spirituali degli antichi Greci abbiamo i nostri “rapporti particolari” con il regno dei morti, perduti nella memoria più remota: Orfeo non deve voltarsi a guardare Euridice perché per i Greci non ci si volta mai a guardare i morti. E guarda caso il ghost in the machine di Kurosawa appare voltato al nostro occhio.

Lì c’è il ghost (voltato) davanti alla machine che lo ritrae voltato all’infinito

Sullo sfondo di una sceneggiatura assolutamente inconsistente, c’è una denuncia bella forte. I giovani d’oggi che si rivolgono a quella diavoleria di Internet rischiano di venire in contatto con entità fantasmatiche che vivono nella Rete, veri e propri ghost in the machine in entrambe le accezioni dell’espressione: sono menti nei corpi, sono spiriti nelle macchine.
L’utente che è colpito dal fantasma ne viene contagiato finché anch’egli perde il corpo suicidandosi e diventando solo mente, e quindi anche lui spirito nella macchina. Il tutto, raccontato da un Paese noto per l’alta quantità di giovani suicidi, mette qualche brividino.

Il Windows giapponese in effetti qualche istinto suicida lo ispira…

Il film Pulse. Kairo parla di niente, è solo un clone di Ring che non ha niente da dire, ma le scene dei fantasmi sono girate maledettamente bene, e simboleggiano quella fusione totale tra utente e Rete, tra mente e corpo, tra spirito e macchina, che all’epoca poteva essere solo immaginata e quindi temuta. Oggi è la normalità.
Di nuovo, il monito è diventato monitor: chi ci ha messo in guardia contro il nuovo medium ci ha fatto solo venir voglia di usarlo di più.

Il film che ci metteva in guardia da ciò che oggi è la normalità

Quanto poteva passare prima che anche questo J-Horror venisse rifatto in America?
Nel giugno del 2002 la Heartbeat Productions deposita i diritti di un “Untitled Wes Craven Project” chiamato Pulse: quattro anni dopo esce un film omonimo prodotto dalla Dimension Films con Craven come sceneggiatore: cos’è successo nel frattempo?
Purtroppo le riviste “Fangoria” sono sparite dalla circolazione e solo lì Craven ha spiegato perché da un suo iniziale coinvolgimento, anche alla regia, si è arrivati ad un prodotto che l’autore rifiuta e rigetta, essendo tutta roba riscritta da Ray Wright.

Uscito in patria americana nell’agosto 2006 (un anno dopo l’originale giapponese), la Eagle Pictures distribuisce Pulse in DVD italiano dal gennaio 2007 (in vendita dal mese successivo).

I primi del Duemila per il cinema sono carestia, quindi ogni J-Horror è galleria!

I fratelloni Weinstein stanno sparando in ogni dove, hanno appena girato in contemporanea la doppietta Hellraiser 7 e 8 (2005) quindi con la Romania hanno un canale aperto: via a girare lì al volo Pulse in mezzo a palazzoni dissestati che in effetti rendono bene quelli del film giapponese.
Qui Jim Sonzero, che già nel cognome ci informa della propria nullità, cerca di creare scena per scena le atmosfere inquietanti e fantasmatiche dell’originale, che ruotano intorno alla bionda di turno: se per The Ring (2002) avevano chiamato Naomi Watts e per The Grudge (2004) Sarah Michelle Gellar, qui hanno chiamato Kirsten Dunst… che però ha ancora da lavorare al secondo Spider-Man quindi si ripiega su un’altra bionda, Kristen Bell, ancora in pratica sconosciuta.

Bella, Kristen, càntace Frozen!

La trama, o quella roba ectoplasmatica che potrebbe assomigliare ad una storia, è identica, il film è la fotocopia dell’originale con l’unica differenza che c’è mille volte più tecnologia. Nel film di Kurosawa il computer era ritratto come una roba strana, misteriosa, per pochissimi eletti, qui – a distanza di pochissimi anni – tutti hanno un computer, tutti hanno un cellulare, tutti sono in Rete, tutti si scambiano messaggi e foto e quindi il medium perde quell’aura di mistero e la storia diventa in pratica una denuncia del Governo che ci spia.
Non è una battuta, viene chiamato espressamente Brad Dourif a fare un cameo in cui interpreta il solito pazzo da bar che mette in guardia dal fornire troppe informazioni alla Rete. Tutta roba che sembra scritta oggi, invece è vecchia di vent’anni. Di nuovo, ci avevano messi in guardia da qualcosa che abbiamo subito abbracciato.

Cinque secondi di Brad Dourif da soli valgono l’intero film!

I fantasmi non possono più essere eterei e inquietanti, è uno stile nipponico che evidentemente non è reputato funzionale per il pubblico americano, così abbiamo entità urlanti che digrignano i denti, strillano senza motivo e rincorrono i giovani di qua e di là. Un’atmosfera decisamente diversa rispetto all’orrore intimo dell’originale.
E poi… be’, non so se l’hanno fatto apposta come omaggio al Craven che aveva abbandonato il progetto o è una delle poche tracce rimaste della sua sceneggiatura originale, ma come al solito c’è una scena in cui la protagonista ha un incubo mentre è in vasca. Come in Benedizione mortale (1981) e nel più famoso Nightmare (1984).

Dove c’è Wes Craven, c’è una donna in vasca che ha un incubo

«Se possibile, ad oggi è il peggior rifacimento hollywoodiano di un J-horror», ci va giù duro la rivista “Rue Morgue” (n. 61, ottobre 2006) ma almeno cita il film, mentre la sensazione è che sia stato del tutto ignorato dall’ambiente, ormai già stufo del J-Horror in salsa americana. Dopo The Ring (2002), The Grudge (2004), Dark Water (2005) e The Ring 2 (2005) probabilmente si era già stufi di versioni americane di horror giapponesi, anche se l’usanza continuerà ancora per anni.

Cosa dici, fantasma? Vi abbiamo rotto… cosa?

Il Pulse americano ha un’ottima fotografia e molte scene intriganti, ma è penalizzato da una vicenda inconsistente e da un’aura da “già visto” insopportabile. Il che fiacca la giusta denuncia di un eccesso di dipendenza da tecnologia, uno dei tanti moniti inutili che si sono susseguiti nei monitor.

Il ghost rimane in the machine, dunque, tranne quando va in vacanza… in the shell!

L.

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17 risposte a Pulse (2001-2006) Ghost in the Machine

  1. Zio Portillo ha detto:

    Non mi esprimo sui PULSE (entrambi…) perché ammetto che non li ho visti ma posso confermare che pure io me la sono fatta addosso con THE RING.

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Lo stile delle scene con Sadako/Samara è da brividi, davvero ben fatte. Il Pulse giapponese ricrea quello stile, con scene di fantasmi molto efficaci, il problema è che manca totalmente una qualsiasi storia e sceneggiatura.

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      • Giuseppe ha detto:

        E’ che le scene spettrali all’epoca erano talmente potenti che, personalmente, alla necessità di una storia e di una sceneggiatura ci pensai solo parecchio più tardi. Quando? Quando poi vidi il remake USA che, al netto di una pregiata fattura tecnica e dell’ovvio adattamento dei terrori nipponici al gusto yankee, spaventava meno ma soprattutto arrancava e girava a vuoto in più punti (cosa molto più evidente qui che non nell’originale “Kairo”)…
        E chi non se l’è fatta addosso con “The Ring”? Il terrificante fascino oscuro che i fantasmi giapponesi hanno agli occhi di un occidentale per me è innegabile… Vogliamo mettere nei classici anche “Ju-On”? Kayako e Toshio Saeki non sono certo meno spaventosi o spietati della “cugina” Sadako 😉

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Sarà il loro stile, che risulta “nuovo” a noi ormai assuefatti ai fantasmi americani, ma sta di fatto che gli horror giapponesi hanno sempre quel “friccicore” in più 😛

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  2. Vasquez ha detto:

    Pezzo molto, molto bello: giochi di parole, rimandi, collegamenti imprevisti. I film citati non sono all’altezza (per quanto io ho visto solo i due “The Ring”, l’originale e il remake), peccato…gli spunti non mancavano, magari includendo anche “Videodrome” che fa uscire (semplificando) il “ghost” dalla “machine”, anche se anche lì era la TV e non il PC.

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Ecco, se Kurosawa fosse stato un vero autore avrebbe potuto fondere “Videodrome” con “Ring”, invece una volta create ottime scene di fantasmi ha deciso che non c’era bisogno di una trama intorno.
      Il rapporto di Cronenberg con le “macchine” e i relativi “spiriti” sarebbe stato perfetto, se Kurosawa avesse voluto rifarcisi, ma temo non avesse ambizioni così alte 😛

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  3. Il+Moro ha detto:

    Ricordo di aver visto la versione americana al tempo dell’uscita, trovandola nemmeno troppo male, c’erano delle belle scene. Certo che gli horror giapponesi hanno tutta un’altra atmosfera che trovo sempre molto inquietante.

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Paradossalmente il Pulse americano ha ottime scene, grazie ad una fotografia da applauso e una buona “arte copiatrice” del regista, che ricrea identiche molte sequenze. Però è il gusto ad essere diverso: le scene rifatte identiche comunque sono “all’americana”, e non mettono paura come invece quelle originali. Che sono semplicissime, senza alcun artificio, senza alcun effetto, c’è solo un tizio davanti a un computer… eppure ti fanno strizza da morire!

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  4. Cassidy ha detto:

    Trovo che i J-Horror facciano molta più paura, sicuramente più dei loro rifacimenti yankee, proprio per il modo di rappresentare i fantasmi che hai così ben descritto. Questo “Pulse” è stato maltrattato, finito in mezzo al mare magnum di titoli che invasero i nostri cinema nei primi anni del 2000, anche se devo dire che qui il film ha fatto più (e meglio) di molti episodi di “Black Mirror” 😉 Cheers

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      A parte le prime due o tre stagioni, la mia stima di “Black Mirror” è così bassa che qualsiasi cosa per me è meglio! 😀
      E’ un gran peccato che l’archivio delle riviste Fangoria sia stato cancellato, perché sarebbe stato bello leggere le parole con cui Wes Craven ci spiegava come mai un suo progetto del 2002 sia finito in mano ai fratelloni Weinstein e a un altro sceneggiatore nel 2006. Anche se la rivista sicuramente avrà usato parole più gentili rispetto a quelle pronunciate da Wes 😛

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  5. Celia ha detto:

    Visto l’originale. Mi consola sapere che non so l’unica a non essere riuscita a seguire la trama (forse è stato perché non c’è…).

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  6. Willy l'Orbo ha detto:

    Detto che condivido la strizza provata con The Ring, venendo ai film odierni ho sicuramente visto il remake, l’originale…forse, i ricordi si annebbiano. In ogni caso, tra rimembranze e dubbi, direi che in ambo i casi possiamo così sintetizzare: due film che avrebbero buone carte ma non le giocano al meglio…sicuramente le carte se le gioca meglio la tua recensione, tra citazioni altresì classiche, riflessioni e riferimenti filmici! 🙂

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Ti ringrazio e mi sembra di capire che sono riuscito una volta di più a NON spingerti a vedere i film in questione, dico bene? Devo aver iniziato a sviluppare poteri che non conoscevo, perché finalmente riesco a metterti in guardia invece di farti venire l’acquolina! 😀
      Il film americano ha carte “tecniche” molto buone ma essendo privo di una storia sono giocate sprecate. Un po’ è un peccato, perché la Bell è in parte e con una vera storia sarebbe stato anche un bel film.

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