Ku-Fang, Ta-Kang e Kung Fu (1972)

Questa è la storia di un Paese in bilico tra rivoluzione sessuale, rivoluzione culturale, rivoluzione sociale e rivoluzione proletaria, un’Italia del 1973 in cui nessuno si aspettava che in un cinema di Roma proiettassero per la prima volta… mani cinesi piene di dita di violenza!

Disprezzato da tutti, tranne dal pubblico che ne ha decretato un successo fulminante, il cinema marziale in Italia è un fenomeno mai davvero raccontato: è il momento che il Zinefilo si rimbocchi le maniche e trasformi le sue mani… in mani che menano.


Ku-Fang il ciclone di Hong Kong

Nella Capitale il furore della Cina continua a colpire mentre dalla Francia arriva Alto biondo e… con una scarpa nera (1972), in cui il comico Pierre Richard interpreta il film che dieci anni dopo avrebbe dato una bella conferma alla carriera di Tom Hanks, con il rifacimento americano L’uomo con la scarpa rossa (1985).
Al Golden arriva il capolavoro Gli insospettabili (1972) coi due titanici mattatori Laurence Olivier e Michael Caine, al Rivoli Cabaret (1972) con Liza Minelli e al Savoia Ludwig (1973) di Luchino Visconti: questo non significa che non ci siano sale piene di cinesi che si menano, mentre ancora resistono i ninja di James Bond all’Adriano, che ha in cartellone Agente 007: Si vive solo due volte (1967).

Mentre Roma tira il fiato, Torino ci va già dura.

da “La Stampa” del 12 maggio 1973

Ricevuto il visto della censura italiana il 10 aprile, solamente il 12 maggio 1973 la Euro International Films (che aveva già distribuito Le 4 dita della furia) porta all’Arlecchino di Torino Ku-Fang il ciclone di Hong Kong, la versione italiana del The Avenger, o The Queen Boxer (, 27 maggio 1972) di una neonata e minuscola casa di Hong Kong.
A Roma bisognerà aspettare il 24 maggio successivo per trovare il film al Palazzo e al Reale.

Tecnicamente non è un film perduto, perché venerdì 18 marzo 1983 ha iniziato la sua brevissima vita televisiva, trasmesso in seconda serata dal canale locale Teletuscolo, che lo replica fino al 1987.
Dopo quella data del film della regista esordiente Florence Yu Fung-Chi si perde ogni traccia, inedito in qualsiasi forma di home video italiano. Non l’ho trovato neanche in altre lingue, quindi mi affido alla trama presentata al Mistero dello Spettacolo per il visto italiano:

«Chang Ma, una graziosa e coraggiosa ragazza di Shanghai, quando seppe che suo fratello era stato assassinato dal grande capo Bei e dai suoi 36 lottatori armati di ascie, giurò di vendicarsi e partì per Shanghai.»

Rubando di netto il tema di Isaac Hayes per Shaft (1971), già i titoli di testa ci mostrano la particolarità del film: di nuovo, dopo Mani che stritolano (1972), c’è una donna protagonista che mena i maschietti.
La taiwanese Chia Ling esordisce con questo film ed è pronta ad interpretarne altri cinquanta, fino al 1984, temo in rarissimi casi giunti in Italia.

dal sito “HongKongCinema

«Kou Fan era un uomo che veniva da Formosa e si era trasferito a Shanghai cercando lavoro, ma dopo vari tentativi scoprì che era impossibile lavorare se non si fosse aggregato ad una delle bande rivali. Unitosi a Cheng Ma dopo molte lotte riuscirono a sterminare il Clan di Bei e conseguirono il potere sull’ala est del porto e del Casino Pacifico.»

Da notare come per il titolo italiano si scelga il nome del protagonista maschile (interpretato dal cinese Peter Yang Kwan), anche se poi in locandina c’è una donna marziale: sottili maschilismi dell’epoca.

dal sito “HongKongCinema

«Disgraziatamente all’arrivo della madre di Kou Fan, il Clan di Bei li confusero con la gente di Chang Ma e pensando che venissero per effettuare una vendetta li uccisero.»

Ecco, mi sono perso: ma il Clan di Bei non era stato sterminato?

dal sito “HongKongCinema

«Nel mentre Bloody Zee Kuan, luogotenente di Bei, riuscì a tendere una imboscata a Kou Fan e lo uccise. Chang Ma divenne come pazza nell’apprendere la notizia della morte di Kou Fan e, aiutata dai suoi amici, scoprì il nuovo covo del Clan di Bei riuscendo a compiere finalmente la sua vendetta uccidendo Bei con trentasei pugnalate, così come lui aveva fatto con suo fratello.»

A parte l’avere una donna marziale protagonista, non mi sembra abbiamo perso un capolavoro.


Kung Fu, l’arte di uccidere

Torino continua a mostrarsi all’avanguardia nel campo “cinesi che menano”, così il 16 maggio successivo all’Hollywood e al Principe – fa uscire Kung Fu, l’arte di uccidere, distribuito dalla Astor (che già ci aveva regalato La morte nella mano), versione italiana di The Invasion, o The Bold Brothers (龍兄虎弟, 9 agosto 1972) della neonata Yangtze Productions.
Bisognerà aspettare addirittura il successivo settembre per trovarlo in un cinema della Capitale.

da “La Stampa” del 16 maggio 1973

Il visto italiano risale al 27 aprile 1973 con divieto ai minori di 18 anni, «motivato dalle numerose scene di violenza rappresentate in modo raccapricciante e crudemente realistico».
Anche questo è un film perduto, in lingua italiana, quindi attingo alla trama del Ministero dello Spettacolo:

«La Manciuria nel 1935 è invasa dai giapponesi che con l’aiuto di bande cosacche terrorizzano il paese con l’intento di spogliarlo di tutto.»

Oh, una bella trama ambientata in un vero evento storico: sono i film che preferisco.

«Il vecchio capo di un villaggio si oppone alla richiesta del capo dei giapponesi che vorrebbe espropriarlo delle terre perché ricche di minerali. Cerca di ricattarlo facendogli rapire il figlio e costringerlo a vendere per pagare il riscatto. Il piano va in fumo perché il prigioniero resta ucciso. Di fronte alla ferocia dei giapponesi i cinesi reagiscono dopo aver appreso il kung-fu, l’arte di uccidere, e li sgominano.»

Va be’, il fatto che sia ambientato nella Manciuria di inizio Novecento non mi sembra minimamente rilevante: è solo una scusa per parlar male dei giapponesi.


L’artiglio mortale del Ta-Kang

Ricevuto il visto italiano il 17 aprile 1973, di nascosto il 2 maggio era uscito a Genova L’artiglio mortale del Ta-Kang, distribuito dalla Jolly.
Uscito ad Hong Kong il 6 luglio 1972, Chow-Ken, o The Fury of King Boxer (驚天動地), della First Films, vede la presenza di Jimmy Wang Yu ma non sembra aver avuto l’eco internazionale che hanno avuto altri suoi film, forse a causa di una casa produttrice non proprio all’altezza.

Devo proprio specificarlo che anche questo è un film perduto in italiano? Quindi, di nuovo, via con la trama del Ministero:

«Il giovane lottatore boxer Ta Kang è fighter professionista, ma con il principio di combattere soltanto i cattivi e non i deboli.»

Specifico che questo è un documento ministeriale, con su scritto «lottatore boxer fighter», cioè la stessa parola ripetuta in tre modi differenti.

«Viene avvisato che suo padre sta per morire e parte immediatamente per il paese natale dove riesce a vedere suo padre che gli fa promettere prima di esalare l’ultimo respiro di non combattere più contro nessuno per nessun motivo, Ta Kang promette e si mette a lavorare in maniera ardua nella fattoria del padre.»

Ma nel 1973 le virgole costavano care? Possibile scrivere un periodo così lungo quasi del tutto privo di interpunzione? Ripeto, questi sono atti ufficiali, possibile non si vergognassero a scrivere in questo modo?

«Il villaggio dove Ta Kang viveva è dominato dal clan di Wong Fung, uomo avido e malvagio che per mantenere il suo potere ingaggia dei lottatori esperti in vari tipi di arti mortali. Un amico di Ta Kang, Mo ritorna al villaggio dopo aver ottenuto la laurea in legge cerca di ottenere giustizia dal Governatore della regione, ma viene ferito gravemente dal Clan di Wong Fung.»

Perché Wong Fung non ha ferito gravemente chi scriveva così male in italiano?

«Dopo il ferimento di Mo, Wing Fung approfittando della lontananza di Ta Kang, fa bruciare dal suo Clan la sua casa e nell’incendio muore la madre, la sorella e Mo. Ta Kang decide allora di rompere la promessa fatta al padre e prepara la sua vendetta riuscendo a uccidere Wong Fung e tutto il suo Clan affrontandoli uno alla volta o in gruppo insieme.»

“In gruppo insieme”… Con questa sottigliezza di puro italiano si completa l’agonia: sicuramente chi ha scritto ’sta roba per il Ministero dello Spettacolo poi avrà fatto carriera e magari è diventato senatore a vita.

Al terzo mese la “febbre marziale” di quel 1973 non si placa, anche se – come stiamo vedendo – solo in rarissimi casi questi film hanno avuto una qualche forma di distribuzione italiana che sia durata nel tempo. Poveri doppiatori nostrani, che quel 1973 hanno fatto gli straordinari per secchiate di film gettati subito via.

L.

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11 risposte a Ku-Fang, Ta-Kang e Kung Fu (1972)

  1. Cassidy ha detto:

    Titolo quasi onomatopeico oggi, bisogna dire che la locandina italiana di Ka-Tang si è giocata tutto, dal richiamo al sesso a tutti quei “+” non hanno badato a spese 😉 Cheers!

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Oltre a inventarsi sempre nuovi giochi di parole sullo schema di “kung fu” i disegnatori non sapevano più come ritrarre violenza truculenta e parti anatomiche strappate via. La cosa assurda è che a parte un paio di film all’inizio, nessuno di questi titoli marziali mostra altra violenza se non mossette raffazzonate! Ma il pubblico voleva il sangue e gli occhi strappati, e quindi le locandine dovevano essere “a tema”.

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      • Lorenzo ha detto:

        Se ti può interessare, il titolo originale di “Kung Fu, l’arte di uccidere” significa “Fratello minore tigre, fratello maggiore drago”. Mentre “L’artiglio mortale del Ta-Kang” ha un titolo che si può tradurre con “sorprendente”, “sconvolgente”.
        Il titolo originale di “Ku-Fang il ciclone di Hong Kong” è più letteralemente “Il nemico”, ma anche “vendetta”. 😛

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        A parte i fratelli bestiali, sono titoli abbastanza minimali, in netto contrasto con i roboanti (e falsi) titoli nostrani 😛

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      • Lorenzo ha detto:

        letteralmente

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  2. Zio Portillo ha detto:

    Niente, a sto giro niente perla nascosta ma solo una secchiata di pellicole minori. Ma tutte presentate con entusiasmo e sottolineando la violenza e la letalità delle tecniche mostrate. Post che mi sono goduto lo stesso.

    Lucius, visto il giorno auguro a te e ai lettori dei tuoi blog Buon Natale! Ci si rivede il 27. Un abbraccio!

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  3. Willy l'Orbo ha detto:

    …e fu così che, nella notte che introduce al Natale, sognai bande di cosacchi che, “in gruppo insieme”, falcidiano ogni accenno di virgola presente nel globo, partendo dalla Manciuria! Ahahahah! 🙂

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  4. Giuseppe ha detto:

    Ma che magari fosse stata una di quelle tecniche marziali segrete capaci di abbattere l’avversario senza nemmeno toccarlo? Il Qi della virgola mancante? L’agonia della lingua del Drago? 😛
    Ad ogni modo, a questo giro abbiamo dei film perduti che forse possono pure rimanere tali, una volta tanto… Io, invece, non voglio che tu e tutta la compagnia del Zinefilo vi perdiate i miei auguri socialmente distanziati di Buon Natale 😀

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