Tayang il terrore della Cina (1973)

Questa è la storia di un Paese in bilico tra rivoluzione sessuale, rivoluzione culturale, rivoluzione sociale e rivoluzione proletaria, un’Italia del 1973 in cui nessuno si aspettava che in un cinema di Roma proiettassero per la prima volta… mani cinesi piene di dita di violenza!

Disprezzato da tutti, tranne dal pubblico che ne ha decretato un successo fulminante, il cinema marziale in Italia è un fenomeno mai davvero raccontato: è il momento che il Zinefilo si rimbocchi le maniche e trasformi le sue mani… in mani che menano.


Tayang il terrore della Cina

Al gruppo di case distributrici italiane si unisce la Telemondo Cinematografico, a fare a gara per vedere chi scova il peggior prodotto infinitesimale dai bassifondi di Hong Kong.
L’idea di importare da noi il nuovo film con Jimmy Wang Yu appena uscito è buona, l’attore comincia ad essere un volto noto in Italia, e il nostro Paese dimostra di avere agganci incredibili nella città cinese del cinema.

Stando all’HKMDb (Hong Kong Movie Database), il film Wang Yu, King of Boxers (唐人票客) esordisce nei cinema locali il 16 agosto 1973… quando cioè era già da tre mesi a girare nei cinema italiani!
Il produttore nostrano Carmine De Benedittis (pare confermato anche dal sito CinemaItaliano.info) è infatti riuscito ad accaparrarsi in esclusiva da Hong Kong alcuni recenti produzioni che, a quanto pare, ha fatto velocemente proiettare in Italia, tanto da battere sul tempo i cinema asiatici. Così il 25 maggio 1973 esce al Capitol di Torino Tayang il terrore della Cina, pronto a scomparire nel nulla come quasi tutti i titoli di questa prima ondata marziale italiana.

Il 4 luglio 1979 inizia su TeleTevere la sua breve vita televisiva su piccoli canali locali, ma dopo il giugno del 1984 non esistono più sue tracce.
Di nuovo, in mancanza di meglio, mi affido alla trama depositata al Ministero dello Spettacolo per il visto censura:

«Tayang, cinese arriva a Choki in Giappone per cercare gli assassini della sua famiglia. Appena arrivato, si scontra con una banda di rapinatori e li sconfigge; di questa banda fa parte Yen Tza una giovane ragazza campionessa di karatè che si innamora di lui. Intantno Tayang ha scoperto che un astuto e fortissimo maestro di judo Lin Sceng è l’assassino dei suoi.»

Noto che la punteggiatura continua ad essere sconosciuta a questi atti ufficiali.

È tanto che non mi menano, mi prudono le guance

Comunque nel suo triste peregrinare fra piccole case, una volta sconfitto dal Dragone Shaw Bros, Jimmy Wang Yu torna in Giappone, dov’era già stato per il decisamente migliore Zatôichi meets the One-Armed Swordsman (1971). Per la Ching Hua Film interpreta Ma Tai-Yung (Tayang, in italiano), un cinese in Giappone pronto a dare vita a tutti gli stereotipi razzisti cari ad Hong Kong.

Appena un cinese mette piede in Giappone, scatta la rissa

Non esistono “campioni di karatè”, come recita la trama italiana, anche perché non esiste karatè nei film di Hong Kong: era un’arte notissima in Italia e quindi critici e titolatori la infilavano ovunque.
Il protagonista in cerca di vendetta deve vedersela con la solita banda di giapponesi cattivoni, per l’occasione capeggiata da due titani: per la prima volta appaiono in Italia due pesi massimi, fra i migliori “cattivi marziali” del cinema di Hong Kong: Shan Mao ma soprattutto Lung Fei… detto “Black Betty”, ma questa è un’altra storia…

Da sinistra, Shan Mao e Lung Fei, il meglio del meglio fra i cattivi marziali

Da apprezzare come ormai le donne marziali siano ampiamente sdoganate ad Hong Kong, visto che grintosa co-protagonista della vicenda è una spettacolare Chang Ching-Ching, dalla sterminata filmografia che però proprio in questo 1973 si arresta: stando alle tradizioni cinesi, a cui neanche i divi del cinema possono sfuggire, sicuramente la donna si sarà sposata e quindi gli è stato vietato di lavorare. Esattamente dieci anni dopo succederà lo stesso ad una delle attrici più amate di Taiwan, che sposando Jackie Chan ha dovuto dire addio ad una sfolgorante carriera per andare ad accudire i genitori del marito.
Potranno anche essere libere e battagliere su grande schermo, ma la Cina non è ancora un paese per donne emancipate.

Provateci voi a lottare in kimono e zoccoli di legno

Più si abbassa la qualità dei film, più si allunga il combattimento finale: essendo la serie Z numericamente superiore alla serie A, alla fine l’usanza del “combattimento finale lungo lungo in un ambiente diverso da quelli visti nel film” diventa la regola.
Mi piace pensare che qui ci troviamo alle origini dell’usanza, diventata in seguito consolidata: se Palma d’acciaio (1971) sceglieva una cava di pietra come fondale, qui si va tutti in un ruscello con pittoresche cascate, che fa tanto Giappone.

Finto judo contro finto kung fu: uno scontro dove perdono tutti

È incredibile quanto sia stato rapido e rovinoso il crollo di Wang Yu, da star internazionale di un genere che in pratica ha inventato lui – o di cui almeno è stato il primo rappresentante in patria – ad attorino di minuscoli film che puntano sul razzismo contro i giapponesi. Diciamo che quando non interpreta un “maestro sciancato“, Wang Yu è davvero poco incisivo.

L.

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6 risposte a Tayang il terrore della Cina (1973)

  1. Willy l'Orbo ha detto:

    Giusta recensione…alla faccia di Morandini! 🙂

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  2. Giuseppe ha detto:

    Wang Yu sarà anche crollato rapidamente, sì, ma mai così rapidamente quanto i nostri zebedei nel leggere la sua (del Morando) ridicola “analisi” del cinema marziale 😜

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      In fondo Wang Yu stava sfruttando (anche se con pochi mezzi) il genere che l’aveva reso famoso e che teneva banco in tutti i cinema asiatici, dove poco importava quello che scrivevano i critici: questi film incassavano tantissimo, con buona pace degli intellettuali 😛

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  3. Cassidy ha detto:

    Per la serie, si stava meglio quando si stava sciancati 😉 Però tutta questa bella violenza piace magari non a Morandini ma a noi di sicuro! Cheers

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