Il cinese dal braccio di ferro (1973)

Questa è la storia di un Paese in bilico tra rivoluzione sessuale, rivoluzione culturale, rivoluzione sociale e rivoluzione proletaria, un’Italia del 1973 in cui nessuno si aspettava che in un cinema di Roma proiettassero per la prima volta… mani cinesi piene di dita di violenza!

Disprezzato da tutti, tranne dal pubblico che ne ha decretato un successo fulminante, il cinema marziale in Italia è un fenomeno mai davvero raccontato: è il momento che il Zinefilo si rimbocchi le maniche e trasformi le sue mani… in mani che menano.


Il cinese dal braccio di ferro

Nulla può fermare le più infinitesimali case italiane dal racimolare la più maleodorante scolatura dai mercati di Hong Kong, così ricevuto il visto nostrano il 4 maggio una casa italiana che non sono riuscito a identificare – probabilmente si vergognava troppo per firmarsi – il 26 maggio fa uscire di nascosto in un cinema di Imperia, l’Orfeo, Il cinese dal braccio di ferro. Per vederlo a Roma bisognerà aspettare il 17 giugno successivo.
Il 30 maggio, a causa di un sedicente «eccezionale successo», il film appare pure nei cinema Hollywood, Italia e Principe di Torino.

da “La Stampa” del 28 maggio 1973

Di nuovo, si tratta di una grande anteprima italiana, visto che il taiwanese Superior Youngster (小霸王) – noto anche come Hong Kong Cat Named Karado, Super Kung Fu Kid e Karado, the Hand of Death – esce nei cinema di Hong Kong solo il 31 maggio di quell’anno.
Gli italiani non sanno di questa anteprima, né sanno che stanno ammirando per la prima volta un’opera registica di Joseph Kong (noto anche come Joseph Velasco), futuro famigerato autore di filmacci ninja.

Il film ha l’onore di essere stampato in VHS dalla mitica AVO Film, ma soltanto nel 1991: non avendo trovato tracce di alcun suo passaggio televisivo, fino a quella data era tecnicamente un film perduto in italiano.
E oggi non è che la situazione sia migliore, visto che il mitico canale YouTube Wu Tang Collection presenta il film… da pellicola italiana! La qualità è troppo buona perché sia estratta da una VHS del 1991: che all’estero esista una versione digitale del film da pellicola nostrana?

Il mistero della pellicola italiana usata dal mercato americano!

Tutto è misero in questo film, girato da piccole case che semplicemente hanno approfittato di una moda mondiale per racimolare qualche spicciolo anche loro. Così prendono l’attorino Nick Cheung Lik, dalla luminosa carriera (temo sempre nella serie Z), lo fanno vestire come Bruce Lee in Big Boss (1972) e gli mettono in mano pure un bel paio di nunchaku.
Già alla prima scena per un pelo l’attore non si dà in bocca entrambe le stecche dell’arma. Per fortuna la qualità dei tanti e lunghi combattimenti è così bassa che la sua dabbenaggine non stona.

Chissà se esistono scene tagliate con l’attore che si dà i nunchaku in bocca

Ah Lung è un giovane manesco dal calcio facile e la povera madre è tanto preoccupata, a ragion veduta dato che il figlio passa le sue giornate a camminare (ma dove va?) picchiando chiunque gli si ponga davanti. Lui dice che combatte per la giustizia, e che viene sempre aggredito da cattivi che meritano d’essere picchiati, però a questo punto l’intero mondo è fatto di cattivi e lui è l’unico buono.
A forza di picchiare gente, Ah Lung finisce nel mirino di un big boss (chiamato proprio così nel film) e del suo aiutante calvo dalle ciglia folte.

Quelle gran facce da cattivi di Tong Tin-Hei e Bolo Yeung

Al fianco del pelato (Tong Tin-Hei) troviamo il mitico Bolo Yeung, il muscoloso attore del Guangdong all’epoca ventenne anche se ne dimostra il doppio.
Anche lui, come un esercito di altre nuove leve, ha iniziato la carriera con la nascita del cinema marziale e il bisogno di attori che sappiano muoversi davanti a una cinepresa: non sarà mai un attore ma solo un caratterista, comunque la sua fetta di museo del cinema marziale se l’è conquistata.

Come si fa a non voler bene a un film così dichiaratamente (e disperatamente) di serie Z?

Il big boss prima prova a menare Ah Lung ma non ci riesce e finisce scornato. Così gli propone di lavorare per lui e addestrare i propri uomini ad essere lottatori migliori, ma come si diceva Ah Lung combatte solo per il bene e non ne vuol sapere di lavorare per il cattivo. Il quale ci rimane malino e manda un assassino a farlo fuori nottetempo, ma all’ultimo si scopre che l’assassino è in realtà il fratello di cui Ah Lung aveva per le notizie da anni, e che può finalmente riabbracciare la famiglia, e la mamma intona «i figli so’ pezz’ ’e core».
La sceneggiata mariomerolesca continua con cattivo, fratello assassino, fratello buono e relativa mamma che mangiano tutti insieme, ma Ah Lung continua a non volerne sapere di lavorare per il big boss quindi questi chiama i cattivi giapponesi per portarselo via: il nostro eroe menerà tutti per lunghe ed estenuanti scene pessime fino a stremarci tutti.

«Dài, che c’è ancora da menare» «No, nun te regghe chiù»

C’è un sotto-genere nel cinema marziale che alle consuete ambientazioni campagnole e paesane contrappone quelle balneari, che con questo film iniziano ad arrivare anche da noi. Di solito sono i prodotti di Z profonda, i peggiori fra i peggiori, quelli che portano una decina di attorini al mare, li fanno combattere sulla spiaggia e poi li riportano via. Costo delle riprese: zero assoluto. Al massimo un pugno di riso a testa agli attori. Ogni dollaro guadagnato vendendo il film a distributori internazionali con pochi scrupoli è un dollaro netto di guadagno.
Poteva capitare di avere una spiaggia come ambientazione di un combattimento finale, invece io parlo di un intero film che si svolge in ambientazioni “da spiaggia”: di solito solo le peggiori produzioni avevano il coraggio di sfornarli.

Ma-ma-marzialissimo. A due passi dal mare. Com’è bello menare…

Se i distributori italiani riuscivano addirittura ad accaparrarsi in anteprima film inediti, che venivano proiettati prima in Italia e poi in patria, vuol dire che l’impegno era tanto e i contatti buoni: perché allora nessuno ha pensato a cacciare due lire in più per comprare prodotti leggermente più curati? Perché invece si avventavano tutti sulla roba più economica, e quindi peggiore sotto ogni aspetto? La risposta è nella domanda: perché erano distributori italiani.

Il viaggio continua.

L.

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6 risposte a Il cinese dal braccio di ferro (1973)

  1. Cassidy ha detto:

    Tutti al mare, tutti al mare a menar le mani armate! Chissà che bella una produzione/scampagnata in spiaggia, il minimo della professionalità con il minimo sforzo, forse hanno risparmiato per pagare il dentista al protagonista, dopo la doppia stecca sui denti 😉 Cheers

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      In effetti i costi più alti della produzione sono stati il dentista per l’attore coi nunchaku 😀
      Una produzione marzial-balneare che non avrebbe sfigurato in un’arena estiva.

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      • Giuseppe ha detto:

        Ed ecco due potenziali titoli marzial-balneari che purtroppo nessuno ha mai pensato di realizzare: “Sapore di m(ena)re” 1 e 2, coproduzioni Carlo Vanzina/Golden Harvest con Bolo Yeung nel ruolo di un bagnino marziale incapace di trattenersi dal menare Jerry Calà, Christian De Sica, Mauro Di Francesco e Massimo Ciavarro fino a che non interviene l’amico di Hong Kong in vacanza a Forte dei Marmi e cioè il giovane Jackie Chan 😀

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        ahahaha questo sì che sarebbe stato un capolavoro! E visto che gli italiani sin da subito collaborarono con Hong Kong non sarebbe stato neanche impossibile realizzarlo ^_^

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  2. Willy l'Orbo ha detto:

    Bolo Yeung, le immagini, le didascalie (soprattutto l’ultima): in fondo, a noi adepti della Z, basta così poco per sognare! 🙂

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