Se una notte un personaggio (1)

Inizia una settimana dedicata al gioco letterario attraverso i media, dove Vasquez ed io ci alterneremo a raccontare cosa succede quando un personaggio interagisce con il proprio autore, e magari poi… comincia a prendere vita.
L.


Se una notte d’inverno un personaggio
(parte prima)


Asimov & Westlake

di Vasquez

Un tarlo nel cervello.
Uno di quelli che rode e scava e non trova pace.
Una di quelle cose che si hanno lì lì sulla punta della lingua e non si riesce proprio ad afferrarla.
Avevo in mente una citazione e non volevo dare ragione ad Ambrose Bierce. Secondo lui una citazione è una «ripetizione erronea di parole altrui» (dal Dizionario del Diavolo, 1906), ma io volevo riportarle esatte, quelle parole.
È per questo che mi sono messa a caccia di questo tarlo sprofondando nei libri di Isaac Asimov, sicura che la citazione fosse sua.
Adoro Asimov, leggere e rileggere i suoi racconti. I suoi romanzi un po’ meno però, motivo per il quale mi sono ritrovata per le mani un libro di cui non ricordavo nulla, se non che era uno dei suoi gialli e non un romanzo di fantascienza.

È qui che sono andata a snidare il mio tarlo

Senza nemmeno dare un’occhiata alla quarta di copertina inizio a leggere Rompicapo in quattro giornate (Mondadori 2007) e subito dopo il titolo trovo una nota dell’autore, che mi fa capire che è giunto il momento di parlare di uno degli argomenti più intriganti che si possano trovare quando si ha a che fare con delle storie.

Sappiamo che ci sono personaggi in cerca di autori, sappiamo che l’autore è Dio per i suoi personaggi, e che ci sono personaggi che a volte si ribellano al loro creatore. Ma che succede se l’autore mette sé stesso nella storia che sta raccontando? Diventa Dio di sé stesso? È ancora autore, o è già personaggio? E se gli altri personaggi se ne accorgono? Cosa succede alla storia?
Ho incontrato questo artificio diverse volte, e non ho ancora capito se si tratta di un colpo di genio, o di una furbata per rendere la storia più accattivante. In ogni caso ha sempre catturato la mia attenzione, affascinandomi e divertendomi.

Murder at the ABA (1976), questo il titolo originale del romanzo, è un giallo dei più classici ambientato al congresso dell’A.B.A. che sta per “American Booksellers Association”, a cui sono presenti librai, editori, lettori, scrittori, tra presentazioni, code per gli autografi, conferenze, pranzi, e tutto ciò che serve per riempire una fiera del libro in un grande albergo, nelle quattro giornate dell’edizione italiana.
La nota di Asimov subito dopo il titolo recita:

«Nonostante la forma usata nella stesura del mio libro, tutti i personaggi (escluso me naturalmente) sono immaginari, e qualsiasi rassomiglianza con persone viventi o defunte è puramente casuale e al di fuori della mia volontà.
A questo proposito vi prego di guardare la nota a chiusura del libro, ma soltanto dopo averlo letto.»
(traduzione di Maria Mammana Gislon)

Qualunque cosa, ma spero di non ritrovarmi in questa situazione…

Il romanzo è suddiviso in giornate anziché i soliti capitoli – da domenica 25 maggio 1975 a mercoledì 28 maggio 1975 – e ogni giornata è scandita dall’ora in cui si svolgono i fatti, narrati in prima persona dal protagonista, uno scrittore di nome Darius Just, e dal nome di quelli che incontra a questo grande convegno.
Vengono introdotti i personaggi, un po’ di colore locale, il protagonista mi è un po’ antipatico (forse però è colpa della narrazione in prima persona, non mi è mai piaciuta molto). Ci sono rivalità tra scrittori, editori avidi, pubblico dai gusti sempre incomprensibili per tutti, mi ero quasi dimenticata di quella nota iniziale, la storia aveva iniziato a prendermi, quando arriva questo:

«Paragrafo 10: Isaac Asimov – ore 18.45»

che mi dà la sveglia. Il protagonista e il suo autore s’incontrano, iniziando così un gioco in una galleria di specchi che si dipana lungo tutto il libro, rendendo impossibile distinguere dove finisca la realtà e inizi la fantasia del romanzo che fa da superficie riflettente.

“No guarda, non può essere più complicato di Inception…”

L’autore descritto dal suo personaggio:

«È alto un metro e settantatré, grassoccio e rubicondo. Porta i capelli lunghi sicuramente più per pigrizia che per il desiderio di ottenere uno splendido effetto leonino (questa è la descrizione che dà lui) dato che non si pettina quasi mai. I capelli sono grigi e le basette, che scendono giù ad angolo sulle mascelle e lo fanno rassomigliare ad Arcibaldo, sono quasi bianche. Ha il naso tipo tubero, occhi azzurri, porta la cravatta a farfalla e occhiali con la montatura nera. Deve toglierseli tutte le volte che mangia o legge perché non vuole ammettere la sua età usando le lenti bifocali»

e più avanti, a proposito del firmare autografi:

«Quell’incredibile gigione è l’unico scrittore che si diverta veramente a fare il suo autografo. L’ho osservato una volta e non ci sono limiti alla fantasia. Scarabocchia a caso “con amore”, “con passione” e “rapito dall’estasi” a qualsiasi essere di genere vagamente femminile.»

È Asimov che, approfittando del filtro del suo personaggio, si descrive come crede che gli altri lo vedano (giudicando, come secondo lui fa il prossimo, alcuni suoi difetti con simpatica benevolenza)?
O è Darius Just, personaggio, che come lamentano tanti autori vive ormai di vita propria, e usando la penna del suo autore, descrive Asimov per come appare ai suoi occhi?

“È una ben strana domanda…”

I due si conoscono da tempo, e anche se Darius è invidioso della facilità dell’altro nello scrivere storie, non può fare a meno di ammirarlo. Mentre pranzano insieme Asimov gli confida di essere al congresso per incarico della sua casa editrice, la Doubleday: vuole che scriva un giallo ambientato all’ABA, consegna per fine agosto.
Il cadavere viene scoperto solo alle 13.00 del giorno dopo.

Il colonnello Mustard, nel bagno, col candelabro

La direttrice dell’albergo è ovviamente preoccupata: anche se probabilmente si tratta di un incidente, non è mai una cosa buona per un hotel avere tra i propri clienti uno che non arriva al check out causa decesso. Senza contare poi che potrebbe essere sfruttato dal dottor Asimov per il suo libro su un assassinio all’ABA (si è sparsa la voce…), e questa decisamente non è una buona pubblicità. Infatti si assicura che nel caso, non venga fatto il nome del suo albergo.

Darius è convinto che sia stato commesso un crimine efferato, e vuole l’aiuto di Asimov per le sue indagini:

DARIUS JUST: «Ascolta, se scopriamo che questo è veramente un omicidio tu ti ritrovi con una storia già bell’e pronta per il tuo giallo.»

ISAAC ASIMOV: «Ma allora vorrai scriverlo tu.»

DARIUS JUST: «Io? Mai. Ho cose migliori da fare che scrivere uno stupido rompicapo poliziesco. Lo scriverai tu.»

ISAAC ASIMOV: «Potrei scriverlo io, con te che racconti in prima persona, e presentando me in terza persona.»

DARIUS JUST: «Asimov è riuscito a terminare il libro in tempo. Lo state leggendo.
Rimane comunque il fatto che la storia è mia e che parlo in prima persona.»

Nonostante tutti i suoi numerosi impegni – aveva già pubblicato centosessantatré libri e ne aveva undici in via di stampa – Isaac Asimov riuscì a terminare il libro nei tempi previsti e ad autografarne qualche copia, sua grande passione…

DARIUS JUST: «Se dovessi scriverlo io, intitolerei il romanzo
“Il caso delle tre penne” ma siccome lo farà Asimov, sceglierà lui il titolo.»

Ho sempre apprezzato Asimov come autore di fantascienza, ma è stato anche un formidabile giallista, sia come romanziere (ad esempio in Un soffio di morte, 1958) che come autore di racconti (ad esempio nelle varie raccolte dedicate ai Vedovi Neri), e per non farsi mancare nulla ha scritto anche storie di fantascienza che sono anche gialli (come Immagine speculare o Luciscultura). Rompicapo in quattro giornate è un romanzo giallo classico, ma non per questo meno intrigante.


Studiando alcuni scritti di Donald E. Westlake mi sono imbattuta ad un certo punto in una curiosa diversità di vedute tra l’autore e il suo personaggio più celebre, Parker. Come ci viene raccontato dal grande Donald nell’introduzione a Thieves’ Dozen (2004), nel 1967 Parker rifiutò il ruolo assegnatogli in quello che avrebbe dovuto essere il suo romanzo successivo, in quanto lesivo della sua dignità.
La conseguenza di questo rifiuto fu la creazione di un altro personaggio, John Dortmunder (che avrebbe dovuto essere un rimpiazzo temporaneo e non, come invece è poi accaduto, il protagonista di 14 romanzi e 11 racconti) per il colpo che aveva in mente, cioè rubare per sei volte lo stesso smeraldo: un gioco da ragazzi.

Fatto sta che dopo la terza volta, pur non avendo una fama da duro da difendere come Parker, anche Dortmunder si fece scontroso, rifiutandosi di continuare a giocare, e Westlake lo chiuse in un cassetto per due anni.
Venuto a più miti consigli dopo due anni al buio, Dortmunder aiutò il suo creatore a terminare il romanzo, e il risultato di questo tira-e-molla è Gli ineffabili cinque (The Hot Rock, 1970, Mondadori 1971) la cui recensione si può leggere qui.
Siccome però questo giudizio del libro non me l’ha reso invitante, ho preferito vedere il film che ne è stato tratto: La pietra che scotta (1972) di Peter Yates.

Robert Redford esce di prigione a inizio film come Danny Ocean (Ocean’s Eleven, 2001),
ma non come Danny Ocean (Colpo grosso, 1960)

Ho voluto vederlo soprattutto per capire cosa s’intendesse con quel «rubare lo stesso smeraldo per sei volte», ed è andata a finire che ho dovuto comunque leggere il libro per trovare conferma di una chicca assoluta trovata nella pellicola. Volevo accertarmi che fosse un omaggio del film ad un altro “film”, e non un’invenzione del libro. Di quale “film”? È presto detto.

Dortmunder e i suoi fanno dentro e fuori di prigione, e Greenwood (Greenberg nel libro) sa già che, quando si ritroverà in gattabuia come conseguenza del primo furto del gioiello, il suo compagno di cella non sarà di certo la persona più pulita del mondo. E infatti sfrutterà la mania di schiacciare le pulci e poi annusarsi la punta delle dita del suo “coinquilino” come diversivo. Nel libro.

Non ho alcun dubbio che il modo in cui sono state rese queste disgustose abitudini su grande schermo non sia altro che un sentito omaggio ad un grandissimo film il cui titolo originale in patria è diventato un modo di dire: Il braccio violento della legge (1971), uscito giusto un anno prima de La pietra che scotta:

«Ti sei mai scaccolato i piedi a Poughkeepsie?»

È possibile che, nel film di Friedkin, Roy Scheider immaginasse una scena del genere ridendosela sotto i baffi, mentre il suo collega Gene Hackman faceva questa domanda ad un presunto informatore?
Purtroppo non so rispondere, ma nel riprendermi da questo shock posso dire che ho trovato La pietra che scotta divertente e “spiazzante” nel suo brio: il suo tono serioso è solo apparente. Non ci sono i colpi a orologeria di Danny Ocean e i suoi Undici per rubare la Pietra del Sahara (non lo smeraldo del libro ma un più cinematografico diamante), solo una banda di pasticcioni maldestri – e pure malsinistri! – che non ne imbroccano una manco per sbaglio, ma solo per caso e per fortuna.
Sono addirittura felici che il loro colpo sia finito in prima pagina, anche se non sono riusciti a recuperare la refurtiva!

In tutto questo però c’è da dire che Westlake ci racconta soltanto gli screzi che ha avuto con i protagonisti delle sue storie, non assistiamo alle discussioni tra l’autore e i suoi due campioni, e lui stesso non diventa personaggio.

(continua)


Ringrazio Vasquez per la sua disponibilità e per la sua indagine.
L.

puntata successiva

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8 risposte a Se una notte un personaggio (1)

  1. Cassidy ha detto:

    Mi piacciono molto i vostri scambi epistolari sottoforma di dialogo, inoltre mi piace molto il tema, fin dai tempi in cui Animal Man sulla pagine di “Animal Man” finiva per fare un giro nel mondo reale e conoscere il suo sceneggiatore Grant Morrison, quando una storia va sul metà narrativo di solito mi compra, anche King ha incontrato i suoi personaggi sono sicuro ne leggeremo nel resto della vostra conversazione 😉 Cheers

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  2. Willy l'Orbo ha detto:

    Ho una giornata intensissima che mi costringe a rinviare la lettura in serata ma sapere che la concluderò con un’iniziativa di un binomio (Lucius-Vasquez) che è una garanzia, conforta e stimola!
    Anche se Asimov non mi ha sempre fatto impazzire sono sicuro che trarrò grandi benefici da questo post! 🙂 🙂

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  3. Giuseppe ha detto:

    Come inizio di gioco letterario mi pare eccellente (mi si sono rizzate le antenne appena ho sentito nominare Asimov, qui) e non vedo l’ora di leggere il resto, visto di cosa si tratta 😉

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  4. Pingback: Se una notte un personaggio (2) | Il Zinefilo

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