Cinema marziale fascista (1973)

Questa è la storia di un Paese in bilico tra rivoluzione sessuale, rivoluzione culturale, rivoluzione sociale e rivoluzione proletaria, un’Italia del 1973 in cui nessuno si aspettava che in un cinema di Roma proiettassero per la prima volta… mani cinesi piene di dita di violenza!

Disprezzato da tutti, tranne dal pubblico che ne ha decretato un successo fulminante, il cinema marziale in Italia è un fenomeno mai davvero raccontato: è il momento che il Zinefilo si rimbocchi le maniche e trasformi le sue mani… in mani che menano.


7 belve venute dalla Cina

Ricevuto il visto della censura italiana il 24 maggio, con il divieto ai minori di 14 anni, il 31 maggio 1973 esce al Nazionale di Torino 7 belve venute dalla Cina (1972), filmucolo taiwanese noto all’estero come Cold Wind Hands.

Come tanti altri suoi “colleghi”, anche questo scompare subito nel nulla nessuno ne sa più niente, introvabile persino in lingua inglese. Ci rimane la delirante trama presentata al Ministero dello Spettacolo italiano ma è davvero poca cosa: conviene focalizzarci su qualcosa successo qualche giorno prima di questa proiezione torinese.


Cinema marziale fascista

L’onda anomala di film di bassa fattura con cinesi che si menano che dal febbraio 1973 ha sovrastato le sale italiane non può più lasciare indifferenti i critici, così se a marzo il Morandini spara a zero sul genere e un suo collega intanto interpella lo psicologo, a maggio è il turno di Maria Rosa Calderoni di scagliarsi contro il “cinema di menare”, dalle bollenti pagine del quotidiano “l’Unità”.

Per sapere chi sia la giornalista vado a leggermi la biografia stampata nel suo saggio La fucilazione dell’alpino Ortis (Mursia 1999):

Maria Rosa Calderoni è nata in provincia di Varese. Giornalista, ha lavorato per quasi trent’anni all’“Unità” di Roma, prima agli Interni, poi come inviato, prevalentemente nel campo del sociale, della cronaca, del costume. Ha pubblicato Il processo del secolo sull’attentato al Papa e Chiamateci compagni, sulla fase di transizione dal PCI al PDS. Attualmente collabora a “Liberazione”, il quotidiano di Rifondazione comunista.

Nell’edizione de “l’Unità” di domenica 27 maggio 1973 a pagina 6 appare un suo pezzo dal titolo “Il mito che giunge da Hong Kong“, «un’orgia di violenza importata con film di serie B».

«L’ultima scena di Cinque dita di violenza — il film che gli era piaciuto tanto ed esaltava il “suo” tipo di eroe, colui che uccide con un pugno — Dario Garnero, 22 anni, operaio, abitante in una frazione vicino a Torino, l’ha vissuta qualche tempo fa da protagonista in una via del paese, massacrando a colpi di karatè un suo amico, Renato Pezzoli, 31 anni, morto dopo due giorni di terribile agonia, con il fegato spappolato dai micidiali colpi della “mano a taglio”.»

Ah, il caro vecchio espediente del fattaccio di cronaca (vero o presunto) per denunciare la violenza nei media: non passa mai di moda. Curioso che lo sfortunato abbia impiegato solo due giorni a morire: il famoso pugno mortale del cuggino di Elio ne richiede almeno tre.

da “l’Unità” del 27 maggio 1973: un condensato di accuse immotivate e gratuite

Quel 1973 erano più di dieci anni che il karate aveva conquistato le palestre italiane, però il giovane carnefice Garnero per il suo atto violento ha dovuto aspettare di vedere un film che non mostra alcuna tecnica di karate: dopo quella visione, senza alcun allenamento Garnero diventa un esperto di questo stile. Spappolare il fegato di qualcuno a colpi di karate è qualcosa di cui non molti sono capaci, e soprattutto è qualcosa composto della stessa materia di cui sono fatte le notizie false.

«Certo, un caso-limite, ma il fatto di cronaca ha tuttavia squarciato una realtà non del tutto tranquillizzante e fatto emergere interrogativi non del tutto scontati. Che cosa c’è dunque dietro l’ultima ventata di moda, quella dei cosiddetti film di Hong Kong e dell’entusiasmo per il karatè, dietro il mito del nuovo “eroe” che uccide e vince con la sola forza delle “mani nude”?»

Avevano ragione Mulder e Scully, là verità è là fuori: cosa ci sarà mai dietro questi titoli? Ma soprattutto, perché “cosiddetti film di Hong Kong”? Sono decisamente film di Hong Kong, o meglio: acquistati tramite canali di Hong Kong, sebbene spesso provenienti da altri Paesi asiatici limitrofi.

«Questi bruttissimi film di Hong Kong non sono nuovi, anzi, sono vecchi di qualche anno; ma, per il loro infantilismo e la totale mancanza di pregi, non hanno trovato per parecchio tempo nessun compratore e sono rimasti invenduti nei cassetti dei produttori. Finché un giorno l’americana “Warner” non ne ha acquistato (a bassissimo prezzo) un esemplare provando a buttarlo sul mercato: è un vero colpo. Il filmaccio “cinese” ottiene uno strepitoso successo di pubblico. Dall’America all’Europa, il gioco è fatto, ovunque il film della violenza “pura” è accolto con entusiasmo, la moda è nata.»

Mi spiace contraddire la giornalista: la seconda parte della sua ricostruzione è verissima, ma la prima decisamente no. Hong Kong già allora ballava fra secondo e terzo posto nella lista delle cinematografie mondiali, i suoi prodotti non giacevano in alcun cassetto, semplicemente l’Italia l’ha sempre ignorata finché l’esperimento della Warner non ha fatto scoprire ai nostri distributori che c’erano praterie sconfinate in cui pascolare.

«’Sta mano po’ esse fèro…» (cit.)

Magari i nostri distributori avessero attinto ai film più datati, perché c’erano ottimi prodotti che sarebbero piaciuti anche alla critica più spietata: invece dopo il successo dell’esperimento Warner hanno iniziato a portare nei nostri cinema i prodotti freschi di stampa, ma solo quelli meno costosi e più pezzenti. La giornalista avrebbe dovuto criticare i pessimi distributori nostrani, non il cinema di Hong Kong, che faceva esattamente quello che ha sempre fatto ogni cinematografia: prodotti di ogni qualità per tutti i gusti.

«Nel giro di sei-sette mesi, dopo Cinque dita di violenza sono piovuti sugli schermi…»

Qui la Calderoni inizia ad elencare i film usciti nelle nostre sale fino a quel momento, e curiosamente cita Sette belve venute dalla Cina: com’è possibile? Solamente il giorno dopo sarebbe apparso in cartellone al Nazionale di Torino: come fa la giornalista di Roma a conoscerlo già? Forse girava del materiale pubblicitario.

«Non c’è scampo, tra l’estate e l’autunno – ci hanno assicurato alla Medusa Cinematografica, distributrice di alcuni di questi titoli – sono assicurati dai 20 ai 30 film analoghi, “e sempre più orrendi, sempre più orripilanti“. Del resto, perché no? Nessuno osa accampare scrupoli, di fronte al fatto, assai convincente, che, ad esempio, Cinque dita di violenza ha incassato in pochissimo tempo due miliardi tondi; e il successo è tale che i famosi produttori di Hong Kong – che hanno notevolmente alzato i prezzi – vendono le pellicole a scatola chiusa.»

Dunque la Calderoni ha parlato con la Medusa, la quale avrebbe definito i propri prodotti “orrendi” e “orripilanti”? Ha messo un virgolettato, quindi dobbiamo credere che la casa italiana sapeva della pessima qualità dei propri prodotti (distribuendoli ugualmente), mentre invece ignorava che se avesse investito più soldi avrebbe potuto avere ottimi prodotti di Hong Kong, né orrendi né tanto meno orripilanti. Se comprate un’auto spendendo cento euro, poi non date la colpa all’auto se fa schifo.

Un altro che ha la violenza nelle dita

Un’altra domanda: come fa la Calderoni a conoscere gli incassi di un film distribuito dalla Warner? È stata la casa a rendere pubblica l’informazione? E “due miliardi tondi” di cosa? Dollari americani? Dollari di Hong Kong? Lire? La cifra nel caso cambierebbe parecchio.

«Ma, in questi macelli di ossa stritolate e di corpi straziati che costituiscono l’intelaiatura di simili film, si impone il superuomo dagli occhi a mandorla, giovane e implacabile, che con l’urlo di belva e la mano spietata, uccide tutti e vince.»

Curioso, tutti i film western prevedono un eroe che uccide tutti e vince, tutti i film di spionaggio prevedono l’eroe che uccide tutti e vince, tutti i film di gangster prevedono l’eroe che uccide tutti e vince, tutti i film polizieschi prevedono l’eroe che uccide tutti e vince, invece se lo fa anche il genere marziale peste lo colga. Addirittura un film che non usa armi è più violento di quelli che mostrano sventagliate di mitra e pistolettate varie?

«Molto più del pistolero del West o di James Bond, questo si presenta come un “modello” imitabile, accessibile: ed eccolo rivivere nelle palestre di karatè dove il sogno del muscolo d’acciaio sembra a portata di tutti. Già “programmaticamente” il karatè – e i vari aikidò, kaidonii, maikatè – è lo sport dove “vince il concorrente che riesce a colpire più vicino possibile ai punti vitali”, e cioè un vero e proprio “sport di morte”.»

Infatti è noto che nei tornei internazionali di karate ogni incontro finisce con la morte di uno dei due contendenti, e le gare procedono per eliminazione diretta e fisica dei concorrenti…

Tipico incontro agonistico di karate in un palazzetto dello sport

Ripeto, erano dieci anni che il karate riempiva le palestre italiane di tutta Italia e forgiava un’intera cultura popolare, apparendo in fumetti, romanzi e persino al cinema: possibile la giornalista se ne sia accorta solo ora? Non c’era davvero bisogno di pessimi filmacci cinesi con tizi che agitavano le manine per spingere gli italiani ad allenarsi in palestra.

A proposito… makosè il maikatè?

«Pochissimo praticato a livello agonistico, [il karatè] ha invece notevole diffusione nelle palestre private (tanto più oggi dopo l’esplosione dei film di Hong Kong), le quali a loro volta (come si vede, la realtà batte sempre la finzione) sono in gran parte controllate – almeno in talune città – dalla organizzazione sportiva legata al MSI (ed è noto, d’altra parte, che il karatè è l’arte marziale prediletta dei picchiatori fascisti).»

Il discorso non fa una piega… Mi piacerebbe avere le informazioni in possesso della giornalista, per cui addirittura un partito politico controlla quasi tutte le palestre di karatè d’Italia – ma cos’è, la SPECTRE? – ma non posso arrivare a certi livelli di informazioni scottanti.

La famosa scritta che recita “Boja chi molla!”

Per esempio non sapevo che i “picchiatori fascisti” facessero riferimento ad un’arte marziale ignota quando è nata la loro ideologia: non ho compiuto studi in proposito, ma credo che i picchiatori nei primi anni del Novecento (quando non esisteva il karate) se la cavassero benissimo a picchiare senza alcuna nozione di stili asiatici.

«”Abbiamo una lega judo, ma niente karatè. Non l’abbiamo e non vogliamo averla – dicono all’UISP – Riteniamo infatti che il karatè si presti ben poco a un uso sportivo: esso rappresenta in sostanza una falsa attività fisica, o una attività fisica deviata, finalizzata a uno scopo – Il mito della prestanza fisica, il culto della virilità, la mistica della forza e del combattimento – che di sportivo ha ben poco”.»

Ma dove l’ha trovato ’sto tizio, la Calderoni? Guarda caso l’intervistato dice le stesse cose che pensa lei, guarda tu a volte la coincidenza. E per di più non ha nome, sono tutte dichiarazioni ufficiali anonime, complimenti al giornalismo di qualità!

Questa foto del 1967 dimostra che non esisteva alcun karate “ufficiale”, no, per niente…

Questi portavoce della UISP (chiunque essi siano) sono davvero distratti, non hanno notato che dagli anni Sessanta esiste a Roma la FIK (Federazione Italiana Karate) e a Milano la AIK (Associazione Italiana Karate), così come è sfuggito loro che da parecchi anni esistono tornei mondiali di karate, alcuni vinti da un certo Chuck Norris, apparso poi al cinema in uno dei tanti film di spie piene di karate e tecniche letali: tipo quelle che Diabolik esegue dal 1964, con il suo celebre colpo del taglio della mano.
Quante cose sfuggono agli anonimi portavoce della UISP, dispiace che la Calderoni non abbia ricevuto informazioni più complete.

«Karatè e film di Hong Kong in definitiva, quale molla fanno scattare? quale ragione sta alla radice del loro successo? Abbiamo chiesto il parere a Ignazio Majore, psicanalista, autore, fra l’altro, di Morte, vita e malattia e Principi di psicanalisi clinica

Immancabile torna il “parere dell’esperto”, che dubito sia stato interpellato all’arrivo in Italia dei primi film western americani, «che loro possono sparare agli indiani», come cantava Vasco.

«”In gran parte è una moda, identica a quella degli altri filoni cinematografici – gangsterismo, mafia, western, eccetera – solo che qui si affacciano caratteristiche particolari, nuove. Si tratta infatti di un prodotto esotico, quindi accettabile e fruibile in modo assai più de-responsabilizzato; presenta inoltre una filosofia orientaleggiante, un sottoprodotto scadente di culture sconosciute e di moduli addirittura religiosi, che possono creare una specie di ‘mistica’; in più, non c’è da sottovalutare l’aspetto ‘sportivo’, la suggestione che portano nei giovani di riuscire a valorizzare le proprie prestazioni”.»

Va sempre ricordato che questi film avevano un doppiaggio italiano che a volte si inventava dialoghi e trame, quindi temo che non esistesse alcun pericolo di veicolare “filosofie orientaleggianti”, così come è davvero difficile trovare “moduli religiosi”. Comunque il giudizio dello psicanalista è troppo moderato, troppo ragionato: qui serve colpire al bersaglio grosso, quindi la giornalista prende in mano le redini del giudizio psicanalitico:

«L’aspetto più preoccupante, secondo il prof. Majore, è tuttavia “il rigurgito di destra” che queste manifestazioni rivelano. “E per destra – aggiunge – intendo l’atteggiamento di chi prescinde dal ragionamento, dalla verifica delle proprie idee attraverso l’esame di quello che veramente serve all’uomo, per puntare sull’affermazione della violenza, sulla supremazia del più forte sul più debole. Siamo cioè di fronte a individui che sembrano rinunciare alla mente per i muscoli”.»

Perché “ritagliare” queste frasi di denuncia alla destra? Temo che il discorso del professore fosse molto più lungo e complesso ma alla fin fine ciò che interessava al pezzo fosse accusare di fascismo il cinema di Hong Kong, così impegnato nell’esaltare la violenza. Insomma, la solita spazzatura giornalistica, che a naso non attribuirei a Majore, semplicemente perché temo la psicanalisi non c’entri una stra-mazza con i generi cinematografici, e peggio ancora con le politiche dei pessimi distributori italiani.

La celebre scritta “Me ne flego” (con accento cinese)

La Calderoni non ha colpe, fa solo quello che fanno tutti i giornalisti italiani: quando nasce una nuova moda che non piace loro (o non piace a quelli per cui lavorano), ci devono sputare sopra suggerendo che istighi alla violenza. Dieci anni prima l’aveva fatto anche Enzo Biagi, suggerendo che i “fumetti neri” spingevano i lettori a diventare criminali. E lo faceva in un pezzo apparso su “la Stampa” al fianco di un trafiletto con un brutto fatto di cronaca: una madre prostituiva i suoi due figli bambini. I veri criminali non hanno certo bisogno che Diabolik o Satanik insegni loro cosa fare.

Il gioco sporco si ripete con questa ridicola denuncia, secondo cui i cinesi – che ancora portavano incisi a fuoco nella memoria gli orrori perpetrati su di loro dai giapponesi, loro sì alleati di nazisti e fascisti – produrrebbero film di destra che spingono gli spettatori italiani ad iscriversi nelle palestre gestite dal Movimento Sociale Italiano. Mentre la Calderoni scrive queste robe, basta alzare lo sguardo all’inizio della stessa pagina 6 de “l’Unità” per trovare un trafiletto in cui si racconta del “Cimitero della mafia”, un sistema di grotte di Corleone (Palermo) in cui sono state ritrovate le ossa di non si sa quante vittime della mafia: ma no, queste sono bazzecole, i film di Hong Kong sono mille volte più pericolosi.

L.

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29 risposte a Cinema marziale fascista (1973)

  1. Cassidy ha detto:

    Che belli i giornalisti per cui tutto deve essere etichettato e incasellato come di destra o di sinistra, sono quelli per cui se Eastwood dirige un bel film è uno dei “buoni”, se ne fa uno brutto è un vecchio fascista anche un po’ rincoglionito. A ben guardare sono anche quelli che quando tre razzisti ammazzano di botte un ragazzino di colore, danno la colpa alle arti marziali miste, che poi è un modo di fare radicato in uno strambo Paese a forma di scarpa, lo hai dimostrato alla perfezione con questo ottimo post. Cheers!

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Cambiano i nomi degli stili – karatè, maikatè (?), kickboxe, mma – ma il giornalismo è sempre lo stesso: sia che i criminali stiano a casa a giocare a GTA sia che ascoltino Marilyn Manson sia che vadano in palestra ad allenarsi, sono vittime dei veri colpevoli, cioè le opere di intrattenimento violente. Credo che i giornalisti abbiano software speciali, che scrivono in automatico pezzi di questo genere: basta inserire il nome del nemico di turno e il gioco è fatto 😛

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  2. Iuri Vit ha detto:

    Che brutta cosa la propaganda. Ogni scusa diventa buona per fare politica e non si analizza mai il merito della questione. In quegli anni poi.

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Purtroppo è un brutto vizio che non ha età, visto che oggi succede la stessa identica cosa.
      All’epoca i giornalisti avevano tutti i mezzi per avere un’idea generale del fenomeno del cinema marziale, invece decisero di giudicarlo dalle locandine, dal materiale pubblicitario (tutta roba italiana, peraltro) e dal punto di vista di meri pregiudizi falsi, sapendo di essere falsi.
      Voglio sperare sia stata in realtà tutta un’operazione per pubblicizzare questi film – demonificare qualcosa è il miglior modo di venderla al pubblico – perché pensare che questi giornalisti credessero sul serio a ciò che scrivevano è davvero triste.

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      • Giuseppe ha detto:

        Purtroppo non credo proprio si sia trattato di un’operazione pubblicitaria: di quei film si doveva parlare male e basta, pur essendoci (come hai appena ricordato) ampiamente a disposizione i mezzi per avviare una critica e un’analisi seria del fenomeno marziale! A lor signori, semmai, dev’essere venuto un fegato amarissimo, non riuscendo mai nell’intento di allontanare l’attenzione degli spettatori da questi spettacoli “fascisti”. Nemmeno con quelle ignobili correlazioni farlocche fra fatti di cronaca nera e il cinema come “cattivo” maestro di vita (sporco, vile oltre che semplicistico giochetto sfortunatamente non ancora passato di moda)…

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Non è chiaro quale tipo di film fosse ben visto dalla critica, visto che anche i titoli oggi considerati di culto alla loro uscita erano tutt’altro che incensati.
        Insieme a questi primi film marziali c’erano in giro “Il Padrino” e “Arancia meccanica”, che mi sembrano molto più “scottanti” come opere, eppure i giornalisti non ci dedicavano l’attenzione che invece riservavano per i filmettini di Hong Kong.

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  3. Lorenzo ha detto:

    Ma sì, sono discorsi che si sono sempre fatti (e sempre si faranno) per film, musica, giochi, sport e quant’altro. Poi ci sono i fissati della politica che vedono fascisti e comunisti dappertutto, ma che alla fine se la cantano tra di loro. Tutti gli altri (cioè il 99,9% della popolazione) nemmeno si pongono la questione, quindi non dovresti prendertela così a cuore 😉

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  4. Il Moro ha detto:

    Ok, non so se ridere o piangere.

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Se fosse una stortura dell’epoca sarebbe da riderci, ma il problema è che si tratta di un gioco sporco ancora in voga, e ogni volta il pubblico generico ci casca, semplicemente perché non ricorda tutte le altre volte in cui è stato usato.
      Di sicuro invece fa sghignazzare il fatto che il poliziottesco all’italiana mostrasse poliziotti duri che stendevano i cattivi con tecniche di karate: ma come, non erano gli squadristi ad usarlo? 😀

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      • Sono ildiavolo ha detto:

        E infatti per quelli li anche il poliziottesco ERA FASCISTA!!! Lo era perfino lo spaghetti-western, prima della (brutta) deriva tortilla del 68 (divertente comunque notare come in alcuni di questi film i rivoluzionari messicani fossero rappresentati PEGGIo dei loro “oppressori”); poi arrivò il fagioli che dette un colpo di spugna al genere (definitivamente… )

        Peccato che questi stronzi intellettuali (comunque per lo più di sinistra, eh!) da salottini “bene”, non comprendessero che molti di questi tegisti volevano solo intrattenere il pubblico e raccontare storie, a prescindere dal credo di uno spettatore, senza fare apologia ogni volta.

        E se allora la cosa era brutta, oggi e perfino peggio.

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        In effetti la critica o il giornalismo in genere non ha mai ben compreso il concetto di “cinema di genere”, e che paradossalmente è molto più ideologicamente libero rispetto al cinema impegnato, quello sì “di propaganda” per definizione. Che poi sia propaganda giusta o sbagliata sarà la Storia a stabilirlo, ma sempre di propaganda si tratta.
        Il cinema di genere sta lì ad intrattenere il pubblico, che di solito mentre sghignazza di botte, inseguimenti e sparatorie non sta a pensare a quale fazione politica appartengano 😀

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  5. Conte Gracula ha detto:

    Mi piace questo modo di fare i film, che con un’ora o due di visione ti insegnano le cose!
    Da ragazzino avrei voluto vedere un “Cinque declinazioni di violenza latina” per prepararmi alla versione da tradurre, oppure “L’urlo del CERN terrorizza l’Occidente” che mi avrebbe aiutato con la fisica e invece niente, al massimo “Il tagliaerbe”, che non mi ha insegnato né a programmare né a curare il giardino.

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  6. Evit ha detto:

    Pensa a mio padre, vittima del pensiero del tempo, che all’epoca questi film li evitava perché si diceva che fossero “film da fasci” e mo che li ha scoperti in tarda età non ne può più fare a meno (oltre ad essere diventato a sua volta maestro marziale) 😄
    L’ironia della vita

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  7. Willy l'Orbo ha detto:

    Applausi a te, per un post che mescolando critica, storia, cronaca, cinema e (pseudo)giornalismo mi ha letteralmente “catturato”. Condivido in pieno l’amarezza: l’informazione intellettualmente deviata e quindi disonesta, da qualsiasi parrocchia provenga, è uno dei problemi maggiori dell’epoca moderna, tanto più oggi, basta vedersi le trasmissioni che parlano di covid, vaccini, etc. per capire quanto ci siano più opinionisti prezzolati o tesi solo ad affermare (senza mediazione) un’idea di partenza piuttosto che seri analisti o comunque persone pronte al dialogo e ad aprirsi eventualmente verso altre posizioni. Quindi il risibile assioma arti marziali-arti fasciste mi stupisce poco, ahimè.
    Tra l’altro, a proposito di…ahimè, ho saputo della chiusura di Spike, ormai era alla corda ma gli sarò sempre grato: vai nel paradiso dei canali televisivi dismessi e insegna come si trasmettono i film Z con wrestler protagonisti! 🙂

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