Storia di karatè, pugni e fagioli (1973)

Questa è la storia di un Paese in bilico tra rivoluzione sessuale, rivoluzione culturale, rivoluzione sociale e rivoluzione proletaria, un’Italia del 1973 in cui nessuno si aspettava che in un cinema di Roma proiettassero per la prima volta… mani cinesi piene di dita di violenza!

Disprezzato da tutti, tranne dal pubblico che ne ha decretato un successo fulminante, il cinema marziale in Italia è un fenomeno mai davvero raccontato: è il momento che il Zinefilo si rimbocchi le maniche e trasformi le sue mani… in mani che menano.


Colpo per colpo

Ricevuto il visto italiano il 1° giugno, il successivo 6 giugno 1973 esce a Roma Colpo per colpo (1972), minuscola produzione della Emperor Film di Hong Kong nota all’estero come Fist to Fist e recuperata dalla mitica Cannon con il titolo Fists of the Double K.

La particolarità del film è che l’assistente regista è un giovane John Woo, quasi alla fine della sua gavetta e pronto ad esordire alla regia l’anno successivo.

Di nuovo è un film scomparso nel nulla in Italia, mentre all’estero è stato recuperato dalla Cannon e in seguito al successo di John Woo è stato recuperato ancora: lo trovate per intero su YouTube, in lingua inglese, ma essendo la solita stupidata rozza non vale la pena parlarne. Passo quindi al prossimo titolo, decisamente più saporito.


Storia di karatè, pugni e fagioli

Finora non l’ho citato, ma quando in Italia è esplosa la passione marziale in realtà il cinema nostrano non è stato certo colto impreparato: negli anni Sessanta l’Asia aveva già conquistato i nostri cinema, perciò un giovane Dario Argento poteva scrivere il combattimento finale di Oggi a me… domani a te! (1968) con il cattivo armato di katana.

Chi pensa che il Giappone sia noto in Italia grazie al grande successo al Festival di Venezia di Rashômon (1950) dimentica prodotti decisamente più “ruspanti”: nei cinema nostrani degli anni Sessanta si possono trovare film come Notti roventi a Tokio (1962), Gli adoratori del sesso (1968) e I piaceri della tortura (1968). L’Asia era di casa in Italia e le contaminazioni si sprecano: se il giapponese Jun’ya Satô gira un vero e proprio western con protagonista nipponico – Koya no toseinin (1968), spacciato in Italia come Matanza, il volto della morte, con Ken Takamura che diventa Ken Randall – gli italiani possono girare Silent Stranger (distribuito solo all’estero) scritto da Vincenzo Cerami… Sì, proprio quel Vincenzo Cerami.

Mentre oggi i cinefili con la pipa (come dice Cassidy) parlano di Cerami sceneggiatore de La vita è bella (1997), l’autore romano men che trentenne scriveva l’avventura di un eroe del West che per mantenere un giuramento viene a contatto con eroi del Sol Levante, in una avventura che nel 1971 verrà ricalcata per il ben più famoso Sole Rosso.
Entrambi i film parlano di uno scontro di culture fra il western occidentale e il chanbara giapponese, ma nel 1973 le antenne dei produttori cambiano direzione, e dopo vent’anni ad essere puntati sul Sol Levante – dove prima o poi sono finite tutte le celebri spie, da James Bond a OSS117 – è il momento di cavalcare il dragone cinese. Ovviamente alla maniera italiana: cioè con fagioli e botte!

da “La Stampa” del 28 giugno 1973

Dopo quasi dieci anni di produzione intensa, il genere spaghetti western ha perso la sua sacralità e ormai quello che il pubblico sembra apprezzare è il western comico: potrebbe aver influito l’uscita nel 1970 di Lo chiamavano Trinità, titolo che potreste aver sentito citare…
Il cinema italiano dell’epoca è vispo e va a doppia velocità, così nel giro di mesi si arriva a de-costruire anche il genere gangster movie, con Bud Spencer e Giuliano Gemma in Anche gli angeli mangiano fagioli (marzo 1973), con il suo indimenticato maestro giapponese Nakakata: guarda caso quei fagioli li ritroviamo tre mesi dopo nel titolo Storia di karatè, pugni e fagioli, presentato quel 15 giugno in ben tre cinema della Capitale: Europa, Gregory e il mio amato Maestoso.

Dal “Radiocorriere TV”, passaggio del 4 maggio 1992

Ovviamente è un altro film scomparso nel nulla, sebbene ampiamente trasmesso dalle emittenti locali sin dal 1980. Ringrazio l’Angelo Custode del Zinefilo Michael Parè per avermi passato questa incredibile registrazione da Rai1, risalente al 16 gennaio 2003 o al 26 ottobre 2004: le uniche due date certe in cui il film è passato nella notte di Rai1.

Che sia del 2003 o 2004, sempre di grande chicca si tratta

I protagonisti – lo smilzo e sveglio Sam (Dean Reed) e il pingue e affamato Piccolo (Cris Huerta) – sono chiaramente un tentativo di sfruttare il successo della coppia Spencer-Hill, e non lo dico io: «in palese imitazione di T. Hill e B. Spencer» scrive “La Stampa” nella sua recensione del film, il 29 giugno successivo.

Bud Spencer e Terence Hill dei poveri

I due cercano senza successo di rapinare i viandanti, finendone derubati loro stessi, e alla fine finiscono in un monastero dove rubano il braccio di un santo, scoprendo poi che non è facile rivenderlo in paese. Qui scopriamo un ristorante cinese del Far West.

C’è chi mostra la mano del santo, e chi il braccio del peccatore

Stando al documentato saggio di Federica Redi di Tuttocina.it, il primo ristorante cinese aperto in Italia, lo “Shanghai”, risale al 1949 ma era diretto solo alla comunità cinese. Solamente con gli anni Cinquanta e Sessanta e l’emigrazione massiccia di cinesi in fuga dal Partito si è vista una presenza più corposa in Italia e una consequenziale apertura al pubblico nostrano di sempre più ristoranti cinesi, visto l’arrivo di cuochi “freschi”.
Com’è facile immaginare, l’accettazione italiana è stata molto lenta, basti pensare a Tomas Milian in Delitto al ristorante cinese (1981), che al cameriere Fangù ordina «un pesce cane arrosto, che poi mooo spino da solo», o a Nino Manfredi che, in una celebre pubblicità del 1987, al ristorante cinese si vedeva offerti “vermicelli” nel vero senso della parola.

Quando in un ristorante cinese trovi un guinzaglio nel piatto…

Nel 1973 la situazione non era certo migliore, così nel ristorate della nostra storia viene servito “cane da caccia alla cacciatora”, in anticipo rispetto al pechinese della signorina Silvani ne Il secondo tragico Fantozzi (1976), anche se in quel caso era un ristorante giapponese.

Non c’è accordo fra il cameriere cinese Chen e il cuoco giapponese Moikako

Condannato all’impiccagione per aver cucinato un cane, il cuoco Moikako (Iwao Yoshioka, per fortuna poco attivo nel cinema) si ritrova al fianco di due falsari, uno dei quali interpretato dal mitologico Sal Borgese, presenza fissa di qualsiasi film italiano dal 1960 in poi.

È mai esistito un film italiano d’annata senza Sal Borgere (a destra), con baffi o senza?

Salvati dal cappio dai nostri Sam e Piccolo, l’allegra brigata si impegna nell’attività di falsari ma finisce tutto a schifìo, mentre Piccolo cerca qualcosa da mangiare.

Scene che cercano di ricreare le pantagrueliche mangiate di Bud Spencer

Avventure criminal-buffonesce a raffica, con tanto di Fernando Sancho che interpreta l’unico ruolo che ha interpretato nei suoi milioni di western: Fernando Sancho. Ride, fa il cattivo, e ci prende la sveglia.

Che matte risate… peccato che nessuno rida

In un’epoca di decostruzione dello spaghetti western anni Sessanta mediante l’umorismo – con eroi come Alleluja (George Hilton 1971), Provvidenza (Tomas Milian 1972), Spirito Santo (Gianni Garko 1972), Scopone (Anthony Steffen 1974) e via dicendo – in un’epoca in cui la coppia Spencer-Hill ha acceso la passione per le scazzottate innocue e bambinesche nonché un gusto per le scene d’azione che strizza l’occhio alle comiche del muto… be’, in tutto questo Sam e Piccolo proprio non riescono ad azzeccarne una. Ricopiano tutto quello che va di moda in quel momento, ma in peggio.
I due protagonisti cercano di essere simpatici, e come tutti quelli che cercano di essere simpatici anche loro non ci riescono. L’unico loro pregio è evitare di essere proprio fotocopie della coppia Spencer-Hill, come invece di lì a poco faranno Paul Smith e Antonio Cantafora, prima con la serie Carambola e poi con quella Simone e Matteo.

’Sta mano può tagliare il pane…

… o abbattere un albero!

Il regista Tonino Ricci, mio compaesano romano, è nato con il cinema di genere e per vent’anni ne ha sfornati in tutte le salse: qui nel blog l’abbiamo già incontrato per il suo apocalittico Rage – Fuoco incrociato (1984).
A prima vista non lo definirei un artigiano del cinema, non mi sembra che cerchi di curare il prodotto anzi semmai si sbriga perché tutto voli via liscio senza troppi scossoni. Lo stesso gli va dato il merito di essere andato là dove nessun europeo era mai giunto prima: inscenare in un film italo-spagnolo un combattimento come in un film di Hong Kong.

Silenzio… ora si mena cinese!

Gli americani avevano già inscenato combattimenti marziali in salsa western con Billy Jack (1971) di Tom Laughlin, e gli italiani già dal 1968 si erano appropriati di scene e atmosfere marziali: ma questi esempi sono tutti legati al Giappone. In questa infima commediola del 1973 Tonino Ricci, probabilmente a propria insaputa, per la prima volta ricrea un combattimento di Hong Kong… fuori da Hong Kong! E i cinesi… muti!

La scena in cui nasce la contaminazione tra western e kung fu all’italiana

Intendiamoci, lo spettacolo è misero, l’attore giapponese fa robe a casaccio e si limita a strillare in continuazione come se stesse subendo un intervento senza anestesia, è qualcosa di tragico e inguardabile, eppure è il primo vagito di un genere in realtà morto nella culla: chiamatelo kung fu western o (come faccio io) spaghetti marziali, comunque terrà banco per anni, in quei Settanta. E, come molto spesso capitava all’epoca, sono arrivati prima gli italiani, non sapendo poi sfruttare il primato.

Va’, che ci scappa pure un calcio volante!

A proposito di etichette, se dopo Sole Rosso (1971) i giornali parlavano di samurai western, ora è la volta del più lungo «western-spaghetti alla cinese», come scrive la citata recensione de “La Stampa”:

«Sull’inaridito tronco del “western” fatto in casa si tenta d’innestare la componente tipica dei film di Hong Kong, cioè la violenza acrobatica. In questo “campione” essa è corretta da una buffoneria che magari tradisce le caratteristiche delle arti marziali, divulgate dall’invasione dei prodotti cinematografici cinesi.»

È verissimo, l’ondata di film marziali che tanto dispiacciono a giornalisti e intellettuali italiani ha attirato l’attenzione dei produttori, che loro pensano solo al pubblico e a quanto spende per intrattenersi: per i filmacci coi cinesi che si menano i biglietti vanno via che è un piacere, quindi potete stare certi che uno scontro marziale alla Hong Kong finirà in ogni genere italiano, pure il “cappa e spada”!

L.

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9 risposte a Storia di karatè, pugni e fagioli (1973)

  1. wwayne ha detto:

    George Hilton è stato un grande attore. Ha dato il suo meglio non nei film western, ma nei gialli all’italiana, dei quali è stato uno dei volti più ricorrenti e rappresentativi. Ne ricordo in particolare uno (Mio caro assassino) in cui è stato un vero e proprio mattatore, il film ruotava interamente attorno a lui. Memorabile anche un giallo all’italiana dal titolo Wertmulleriano, “Perché quelle strane gocce di sangue sul corpo di Jennifer?”. E poi La coda dello scorpione, Lo strano vizio della signora Wardh… sono tutte delle autentiche perle del nostro cinema di genere, anche per merito di George Hilton.

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  2. Cassidy ha detto:

    Gli italiani arrivano per primi e poi si fanno soffiare il primato, certo che quella pubblicità con Manfredi se qualcuno su “Infernet” la ripescasse, potrebbe far partire una campagna d’odio postuma contro l’attore, vista l’aria da “polemica” costante sui social-cosi. Sul marzialista urlante operato senza anestesia ho riso più del dovuto sappilo, un giorno affogherò nel caffelatte per queste tue uscite 😉 Cheers

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Sarebbe un onore 😀
      Penso che all’epoca gli strilli dei combattimenti cinesi avessero colpito l’attenzione dei produttori, credendo che bastasse emetterne in continuazione per rendere più “cinese” una scazzottata. A un certo punto tocca abbassare l’audio perché quelle grida garrule diventano davvero urticanti: non è proprio l’urlo di Chen…

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  3. Willy l'Orbo ha detto:

    C’è western nell’aria ma poi mi ci piazzi le arti marziali, i fagioli (una delle mie pietanze preferite) e le pur non indimenticabili imitazioni di Bud & Terence, direi che mi sento abbastanza ripagato per lo scotto sopra menzionato! Ahahah! 🙂

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      ahahah ho camminato sul filo del rasoio ma so che dove c’è la Z posso portartici ad occhi chiusi ^_^
      Ad onor del vero questo film tratta il western esattamente come tratta il cinema marziale: malissimo! Quindi non hai da lamentarti 😛

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  4. Giuseppe ha detto:

    Un’altra rarità assoluta, a prescindere ovviamente dalla qualità finale del tutto 😉
    Mi chiedo quanti titoli analoghi siano passati sulle prime emittenti private, senza poi nemmeno avere la fortuna di un breve momento di gloria in Rai (e, in caso contrario, chissà in quale magazzino li possano avere archiviati e dimenticati)…

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Temo che il numero sia alto, vista la quantità di canali locali che negli anni Ottanta trasmetteva film: oggi i canali del digitale terrestre sembrano tanti ma in realtà è solo rumore di fondo, e quelli che trasmettono film sono una quantità irrisoria. Altri tempi.

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  5. Ne recensirai altri? ha detto:

    Dai non puoi lasciarti scappare l’occasione, ci sono TANTI (non poi tanti) altri Soja Western da recensire…

    I Chambara:

    Oggi a me… domani a te, regia di Tonino Cervi con Tatsuya Nakadai (1968)
    Lo straniero di silenzio, regia di Luigi Vanzi e Vincenzo Cerami con Tony Anthony (1968)
    Un esercito di 5 uomini, regia di Italo Zingarelli con Tetsurō Tamba (1969)
    Sole rosso, regia di Terence Young con Toshirō Mifune (1971)
    Il bianco, il giallo, il nero, regia di Sergio Corbucci con Tomas Milian (1974)

    I marziali con mani che menano:

    3 pistole contro Cesare, regia di Enzo Peri con James Shigeta (1966)
    …altrimenti vi ammucchiamo, regia di Yeo Ban-Yee con Jason Pai Piao (1973)
    Tutti per uno botte per tutti, regia di Bruno Corbucci con Hsueh Han (1973)
    Il mio nome è Shangai Joe, regia di Mario Caiano con Chen Lee (1974)
    Là dove non batte il sole, regia di Antonio Margheriti con Lo Lieh (1974)
    Che botte ragazzi!, regia di Bitto Albertini con Cheen Lie (1975)
    La tigre venuta dal fiume Kwai, regia di Franco Lattanzi con Krung Srivilai (1975)

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Molti sono già in programmi, altri li ho già trattati (o citati) in altri speciali. E hai citato solo quelli noti agli italiani: essendo io invece interessato al cinema marziale vorrei recensire quei circa 50 film di Hong Kong distribuiti in Italia SOLO nel 1973, ma il problema è che non li conosce nessuno e le recensioni fatte fin qui non se le è filate nessuno, perché aspettavano tutti Shangai Joe, il grande capolavoro mondiale.
      Tutti i film che hai citato sono arcinoti e pluri-recensiti in qualsiasi sito di western, cinema italiano, cinema trash, cinema comico, cinema ’70 e via dicendo, quindi nessuno è in ansia di sentire la mia opinione.
      Invece i 50 film di Hong Kong sono del tutto ignoti a qualunque esperto di cinema del web, quindi avrei potuto aiutare a ricostruire lo spirito del tempo, ma rimarrei semplicemente a parlare da solo…

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