Death Wish – Introduzione al ciclo

Oggi, 2022, risulta molto difficile capire che anno fosse il 1972: oggi il mondo dell’intrattenimento è esclusivamente pensato per i giovanissimi e, a forza di accompagnare i figli, i genitori seguono a ruota con i gusti. Deadpool che dice qualche parolaccia è considerato “film per un pubblico adulto”. Un gruppo di teppisti che massacri una donna non è più qualcosa che si possa considerare anche solo citabile, figurarsi rappresentabile. Eppure il 1972 è questo: un gioco al massacro fatto di violenza vera raccontata per finta, esagerata perché il messaggio arrivasse forte e chiaro.

Qual era il messaggio? Che bisognava rafforzare la nostra società civile così da ridurre sempre più le sue derive violente? No, che alla violenza si risponde con la violenza, e che l’unico modo di fermare i criminali… è l’arrivo di un Punitore.


«Il crimine non è una malattia che possa essere curata:
è un male da punire» (an evil to be punished)
~
da Il giustiziere della notte 2 (1975) di Brian Garfield


Prologo

Un giorno di cinquant’anni fa il giovane Steve Chapin, appassionato musicista, viene invitato dal suo professore di letteratura a visionare un progetto in cui quest’ultimo si è impegnato nei ritagli di tempo, e magari a buttare giù una colonna sonora. Quello che Chapin conosce è un professore gentile, posato, padre di famiglia e noto per non alzare mai la voce: che progetto filmico potrà mai aver realizzato? Il problema è che quel professore si chiama Wes Craven e con il suo amico produttore indipendente Sean S. Cunningham ha appena creato il prodotto che scandalizzerà l’America e cambierà il cinema dei decenni successivi. Quel giorno Steve Chapin assiste in anteprima a L’ultima casa a sinistra, prima che esca nei cinema dall’agosto del 1972.

Sono nati gli anni Settanta, e faranno male. Molto male

Il saggio Shock Value (2011) di Jason Zinoman ci racconta la reazione del giovane Chapin: «Voi siete sicuri che queste cose si possano fare? Che si possano fare in America?» Il giovane pensa che Craven sia posseduto dallo spirito di Charles Manson, all’epoca il criminale più famoso del Paese, ma il produttore Cunningham lo consola: è tutto fatto a norma, e poi… «è solo un gioco» [it’s just a joke]. Chapin all’inizio sta a quel gioco, poi però non ce la fa più e chiede che il suo nome venga cancellato dai crediti. Per beffa del destino, al suo posto viene scritto “David Hess”, cioè l’attore che interpreta l’orrendo teppista della vicenda, che tanto ha colpito Chapin.

Questo è il 1972: un gioco sfuggito di mano ai suoi creatori. Craven lo sapeva, infatti non era d’accordo con la politica del “è solo un gioco” di Cunningham: il produttore faceva scrivere sulle locandine “Ripetetevi: è solo un film”, ma il regista si assicurava che nessuno pensasse, neanche per un attimo di sollievo, che quella fosse finzione. Niente cinema, niente fotografia, niente montaggio, niente costruzione dell’immagine: solo assurda e fottuta violenza sparata in faccia al pubblico. Che capissero in che anni stavano vivendo. Gli anni Sessanta sono finiti, belli, e la legge ha perso. Volete giustizia? Chiamate un giustiziere…

1972: l’anno in cui i padri di famiglia diventano giustizieri


Introduzione

L’ingiustizia sociale, i soprusi dei potenti, la povertà, la criminalità: il lavoro di un giustiziere non finisce mai. Infatti sin da quando esiste la narrativa popolare, quella schifata dai critici finché non è diventata “di moda”, ha sempre visto nell’eroico portatore di giustizia una figura da amare, premiandola comprando sempre nuove puntate delle sue avventure. Anche durante il “nero francese” dei primi del Novecento (Lupin, Fantômas, ecc.) e il “nero italiano” a fumetti degli anni Sessanta (Diabolik, Kriminal, ecc.) il discorso è rimasto lo stesso: il male (finto) piace ma è sempre controbilanciato da un tutore dell’ordine e della giustizia che fa da faro per i lettori. Ogni personaggio “cattivo” ha sempre la controparte “buona” rappresentante dell’ordine e dell’istituzione, sacra e inviolabile. Cosa succede se d’un tratto i lettori scoprono che l’unica cosa inviolabile nelle istituzioni è il loro codice del silenzio, con cui i vari membri coprono le porcate l’uno dell’altro?

“Il giustiziere della notte”
(Death Wish, 1974)

Con il nuovo millennio, nato dal crollo delle Torri Gemelle, il discorso non esiste più perché viviamo in un regime dove si può solo parlare bene delle istituzioni, le guerre sono tutte giuste e chi muore per la patria vissuto è assai. Negli anni Sessanta in cui un’intera generazione di americani poveri è andata a morire in Vietnam le cose erano leggermente diverse. Quanti oggi avrebbero il coraggio di mettere in piedi uno spettacolo artistico che critichi pesantemente le decisioni istituzionali? Quella prima rappresentazione di Hair il 17 ottobre 1967 potremmo considerarla la prima avvisaglia di un’onda che avrebbe sommerso la cultura occidentale: non si poteva più fare affidamento nelle istituzioni. Non certo un concetto nuovo, ma non stiamo parlando di un gruppo di ribelli oltranzisti, ma di artisti che impostano uno spettacolo pubblico sulla messa in discussione di valori che chiaramente non sono più sacri.

La narrativa continua a presentare i propri eroi “giustizieri”, eredi del pulp classico aggiornati con i tempi d’azione spionistica degli anni Sessanta: Doc Savage e Nick Carter rinascono, grazie alla Bantam Books, sempre come rappresentanti dell’ordine costituito. Per fare loro concorrenza la piccola Beeline Books (o Bee Line) cerca di inventarsi qualcosa di nuovo, nel suo tentativo di rinnovarsi dopo un passato di casa specializzata in romanzetti pornografici. Ribattezzatasi Pinnacle, la casa nel 1969 costituisce la terza rivoluzione mondiale di quell’anno: la prima è lo sbarco sulla Luna, la seconda è la comunicazione fra due computer, la terza… è l’abbandono della fiducia nella legge e ordine.

«Evidentemente finora ho combattuto il nemico sbagliato.»

Nessun americano oggi potrebbe scrivere questa frase in un libro, a meno che non voglia essere allontanato dalle case editrici. Nel 1969 Don Pendleton poteva farlo, perché sapeva che i lettori di romanzetti d’azione di basso profilo, quelle edizioni tascabili che i critici non toccavano neanche con un bastone, avrebbero capito benissimo il sentimento che animava il personaggio. Un soldato del Vietnam che scopre il massacro della propria famiglia. Gli avevano detto che il nemico era dall’altra parte del mondo, invece era a casa propria, in America, che risiede il vero nemico. Che può agire contando sulla totale inefficacia, o indifferenza o peggio ancora connivenza della polizia. È così che Mack Bolan torna a casa… e porta la guerra con sé.

Nessuno, neanche il suo autore poteva anche solo immaginare l’incredibile successo del romanzo War Against the Mafia, la storia di un cittadino americano che capisce la totale inutilità delle istituzioni e decide di diventare giudice, giuria ed esecutore della condanna. Nasce The Executioner (in Italia, “L’Esecutore”), che fa quello che già facevano i personaggi cattivi, ma lui… è buono. Il fatto che lotti per la giustizia non vuol dire che segua la giustizia, così come l’uccidere valanghe di criminali, romanzo dopo romanzo, non fa di lui un vendicatore, visto che i suddetti criminali non lo hanno colpito personalmente. Insomma, Mack Bolan non è un giustiziere né un vendicatore… è un Punitore, esattamente come il personaggio a fumetti che di lì a qualche anno ne seguirà fedelmente le imprese.

«Al diavolo le regole e i regolamenti. In Vietnam facevamo una “guerra di logoramento”, così la chiamavano. Cerca e distruggi. Stermina il nemico. È arrivato il momento di spostare la guerra sul fronte interno. Bisogna combattere qui esattamente come in Vietnam. Nello stesso identico modo.»

Possibile che l’enorme successo di un eroe che ha cominciato a sfornare libro su libro – Mack Bolan è ancora oggi in azione! – sia passato totalmente inosservato da parte degli autori che poi lo ricopieranno fedelmente? Eppure il personaggio non viene mai citato nelle loro interviste. Per esempio David Morrell dice di aver avuto l’ispirazione per Rambo dai TG che mostravano scene di violenza in piazza: sembrava proprio che il Vietnam fosse arrivato in patria. Guarda caso, proprio ciò che dice Mack Bolan nella sua prima avventura.

Nel 1968 Peter Maas con il suo Il dossier Valachi (Castelvecchi 2012) spiega ai lettori quella Mafia che poi avrà molto più successo con il romanzo Il padrino (1969) di Mario Puzo: noi italiani siamo abituati a che esista uno Stato nello Stato, per gli americani è qualcosa di un po’ più sorprendente. Lo stesso Maas nel 1973 con Serpico (Rizzoli) ci spiega anche come funziona la polizia. Male.

Dal 1971 al 1972 Robert Daley è stato vice-commissario di New York, e le porcherie che ha visto nella polizia locale le ha raccontate nel saggio Il principe della città (1978; in Italia, Sperling & Kupfer 1980), da cui il film omonimo del 1981 di Sydney Lumet. Giusto per citare qualche nome famoso di un’ondata di crollo totale di fiducia nei confronti delle istituzioni, la stessa che vent’anni prima avevano provato i giapponesi che, disgustati dal proprio Governo che stringeva la mano a chi li aveva bombardati, si innamorarono dei più negativi degli eroi: non il nobile samurai, servo del potere, ma i ronin, i “cani sciolti”, e addirittura i ninja, le figure più disprezzate della storia nipponica.

Così come il ninja, il volgare assassino senza onore del Medioevo giapponese, d’un tratto divenne l’unico in grado di portare giustizia, così vent’anni dopo in America solo da un assassino poteva arrivare la giustizia che le istituzioni negavano ai cittadini.

La Pinnacle, stupita dall’enorme successo dei romanzi con protagonista “illegale” – visto che Mack Bolan non uccide per conto della legge ma solo per proprio conto – si affretta a sfornare altri eroi d’azione simili, come The Penetrator e The Destroyer. Quest’ultimo in seguito sarebbe stato protagonista di un film intitolato con il suo nome di battesimo: Remo Williams.

“Il giustiziere della notte” (Death Wish, 1974)

Questo non vuol dire che l’eroe “punitore” non abbia alcun rapporto con la legge, perché tutti gli autori d’un tratto si ritrovano a non poter più ignorare un fenomeno inarrestabile. Nello stesso 1971 la 20th Century Fox sforna Popeye Doyle (ottobre) e la Warner Bros presenta Dirty Harry (dicembre), cioè il braccio violento della legge (Gene Hackman) e l’ispettore Callaghan (Clint Eastwood), che sebbene portino un distintivo sono tutto fuorché tutori della legge e dell’ordine. Sono esattamente il tipo di poliziotto che il lettore/spettatore vuole: incorruttibile, schifato dalle istituzioni marce e definitivo nel risolvere il crimine.

In realtà l’Italia aveva battuto tutti sul tempo, visto che con il franken-aggettivo «Shoccante» (mezzo francese e mezzo inglese), il 26 marzo di quel 1971 esce all’Ideal di Torino Confessione di un commissario di polizia al Procuratore della Repubblica di Damiano Damiani, con un poliziotto molto più “giustiziere” dei due colleghi americani. Il commissario Giacomo Bonavia (Martin Balsam) è stanco delle mani legate che la giustizia ha nei confronti della criminalità organizzata, protetta dai “piani alti” delle istituzioni, preso dunque atto che la giustizia non serve… passa alla punizione, e organizza un vero e proprio attentato per uccidere un boss locale. Il giudice Traini (Franco Nero) rimane scandalizzato dall’idea che la giustizia possa venire così snaturata, ma gli eventi successivi non faranno che distruggere ogni fiducia di quest’ultimo nelle istituzioni.

Mette i brividi ascoltare cosa dice il palazzinaro criminale al politico colluso:

«Onorevole dei miei corbelli, chi te li ha dati i voti? […] Io te li ho dati ieri, io te li tolgo domani. Ma chi ti credi di essere? Lui va a Montecitorio, fa i discorsi, le interviste alla TV, ma chi? Tu righi dritto e balli con me, e se non ti piace ti dimetti, ti ritiri, passi all’opposizione: per uno che se ne va dieci ne troviamo. Ma tu la poltrona non la lasci, eh?»

Era il marzo 1971, eppure sono parole che possono essere ripetute in ogni anno della storia d’Italia e sono sempre tristemente attuali. Con una differenza: all’epoca il pubblico premia la narrativa che si carica dello sdegno popolare per lo sporco della politica collusa con la mala e dà mano libera ai punitori.

— La gente perderà fiducia nella giustizia.
— Fate giustizia, e la gente avrà fiducia.

Il discorso finale fra il giudice che crede ancora nell’onestà e il poliziotto trasformato in punitore gela il sangue: non c’è alcuna traccia di pentimento nell’uomo che ha giurato di difendere la legge e invece ha attuato l’unica legge che davvero funzioni: quella sommaria, quella da Frontiera. Quella con le proprie mani. E quando il magistrato propone un piano per raccogliere prove e assicurare i cattivi alla giustizia, il proto-punitore risponde sbrigativamente: «C’è un sistema migliore: ucciderli».

Il commissario-Punitore Balsam e l’impotente tutore dell’ordine Nero

Damiano Damiani dà vita al primo, vero Punitore, al primo giustiziere della notte che risolve il problema della mala-giustizia alla radice. E mentre lo spietato regista mostra con dolorosa dovizia di particolari come i corpi dei testimoni finiscono nei muri portanti delle case che noi ancora oggi abitiamo – scene che per un mese intero terranno bloccata la commissione di censura italiana, che valuta un divieto ai minori di 14 anni per il film – è chiaro che la “guerra alla mafia” iniziata nel ’69 da Mack Bolan ha superato gli argini di una sola organizzazione: è guerra al crimine, una pallottola alla volta.

«L’aspettava l’inferno, lo sapeva. Tuttavia, era preparato anche a scendere nell’inferno. Ma altri, molti altri, sarebbero andati avanti a preparargli la strada.»
da Guerra alla mafia

“Il giustiziere della notte”
(Death Wish, 1974)

Come detto, nessuno dà prova di aver letto Mack Bolan, narrativa di bassa lega, intrattenimento popolare per bocche buone: cioè narrativa che vende, perché intercetta il gusto del pubblico e dà ai lettori quello che vogliono. Punizione per i colpevoli.

Argomenti ben noti a quel gruppo di romanzieri che negli anni Sessanta ogni settimana si riuniva a New York per una partita a poker. Fra gli ospiti fissi c’erano due amici di lunga data, che non parlano di “narrativa bassa” ma che ci hanno sguazzato a lungo: due amici di nome Donald E. Weslake e Brian Garfield.

L.

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23 risposte a Death Wish – Introduzione al ciclo

  1. Cassidy ha detto:

    Sono gasato. Una tirata incredibile che tocca personaggi, autori e titoli che amo molto, questo lungo viaggio fino a Frank Castle sarà una bomba! 😉 Cheers

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Quando ho scoperto che il romanzo del giustiziere della notte era del 1972, giusto in tempo per il cinquantenario, mi ci sono infognato con tutte le scarpe! 😛
      E poi era un’occasione per ricordare come il placido, educato e tranquillo Wes Craven avesse stravolto l’America con un filmetto girato nel tempo libero, con un padre che si fa giustizia da solo uscito al cinema a pochi mesi dal giustiziere della notte in libreria, con un padre che si fa giustizia da solo.

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  2. Sam Simon ha detto:

    Che bello questo inizio di un ennesimo speciale Zinefilo! Hai menzionato tantissime cose che meritano approfondimenti (toccherai anche la blacksploitation? Pam Grier giustiziera è in qualche modo legata a questa ondata di giustizieri bianchi)! Spettacolare!!!

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Il genere “punitore” – cioè un privato cittadino che si fa giustizia da solo – è un diretto discendente del western, quindi mi spiace: è tutto bianco! (anche se almeno un’eccezione c’è, sebbene stia ancora studiando, cioè Skorpio il giustiziere nero dei fumetti argentini)
      Posso concederti il nero Shaft nel novero dei “poliziotti maneschi” usciti al cinema quel 1971, in cui al pubblico piace vedere un tutore dell’ordine che ci va giù duro coi cattivi, invece di avere le mani legate dalla burocrazia e dalla politica, che per definizione aiutano solo i criminali.

      Pam Grier in quegli anni è appena arrivata al cinema ed è impegnata in un genere completamente diverso ma parimenti esplosivo: il WIP (Women In Prison), quindi ha da fare dietro le sbarre, ad ammucchiarsi con altre detenute e a impegnarsi nel consueto catfight in una pozza d’acqua, immancabile in queste produzioni. Però non è escluso che sbuchi fuori a sorpresa, più avanti 😉

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      • Sam Simon ha detto:

        Mi aspetto sempre sorprese dal Zinefilo! :–D

        Il primo Callahan è del 1971, il termine blaxploitation nasce nel 1972, e (se lo facessi) non saresti il primo ad accostare questa voglia di vedere eroi di colore sullo schermo invece dei soliti bianchi giustizieri (che giustamente definisci come una deriva diretta di quelli western)!

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        La blaxpoitation ha anche titoli marziali – ne ho recensiti un paio col mitico Jim Kelly – quindi la porto nel cuore, perché sapeva intercettare i gusti del pubblico popolare molto più in fretta delle grandi case, visto poi che girava film decisamente più veloci di quelli di serie A. Non saprei però se avesse una sua “filosofia” o si limitasse a prendere i temi in voga all’epoca e “annerirli”. Poliziesco (Shaft), marziale (Johnny lo Svelto), spionaggio (Black Samurai), horror (Blacula), western (“La parola di un fuorilegge è legge”), una deliziosa decostruzione dei generi bianchi per ricucinarli in salsa nera. Sarebbe da vedere se trovo fonti dell’epoca per vedere come reagiva il pubblico bianco ricco a questo geniale attacco ai loro film 😛

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      • Sam Simon ha detto:

        Quelle reazioni sarebbero fantastiche, ammesso e non concesso che i bianchi ricchi vedessero questi film, naturalmente!

        Non credo ci fosse una vera filosofia, tanto che l’etichetta di genere arrivò un po’ forzatamente, e durò pochissimo (un paio di anni di blaxploitation? Poco di più?). Però fu sicuramente un fenomeno almeno parzialmente legato ad alcune delle cose che tratterai nella tua rubrica! :–)

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  3. Zio Portillo ha detto:

    Ma come?!?! Ci lasci così?!?! Pensa che mi ero pure andato a prendere un caffè da asporto al bar dei cinesi per continuare e dopo un paragrafo rimandi tutto alla prossima?!?! Che te possino Lucius… Ci vorrebbe qualcuno che facesse giustizia e punisse i blogger che lasciano i lettori con un cliffhanger del genere!

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  4. Il Moro ha detto:

    Un altro grandissimo articolo “storico” del Zinefilo! Interessante anche il film italiano con il proto-punitore!

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  5. Lorenzo ha detto:

    Apro il Zinefilo, vedo la foto di Paul Kersey in versione Bronson, leggo le prime righe di critica sui film moderni e sotto c’è il faccione di Bruce Willis. E il percorso ha un inizio e una fine 😀

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  6. Willy l'Orbo ha detto:

    Gran post che tocca titoli/temi/volti che non possono che smuovere molto nell’animo di chi ama il cinema (e non solo). E in virtù di queste pulsioni sono subito andato a cercare (e a trovare) “Confessione di un commissario etc.” su youtube: lo visionerò ben presto! 🙂

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  7. Vasquez ha detto:

    No vabbe’, devo accodarmi per forza alle lamentele per il cliffhanger: non si fa così! 😛
    Complimenti per gli innumerevoli spunti, e per aver contestualizzato il tutto in un’epoca così lontana/così vicina.
    È un argomento che mi deprime un po’, perché non riesco a trovare consolatorie questo tipo di storie. La giustizia italiana specialmente fa proprio pena, e l”impressione che ho è che vada sempre peggio, e non c’è giustiziere che tenga. Anzi, non c’è proprio giustiziere 😛
    Ma attenderò lo stesso con trepidazione il tuo prossimo pezzo.

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      ahaaha mi spiace per il cliffhanger, ma bisognava creare un po’ d’aspettativa 😛
      La giustizia italiana dubito sia migliorata dall’epoca, semplicemente ora se ne parla meno, essendo i giornali in mano agli stessi potenti che hanno distrutto il Paese. O meglio, se ne parla solo a casaccio per fomentare a comando gli indignati della domenica.
      Vedere oggi quel film del 1971 mette tanta tristezza, perché non si è fatto un solo passettino in avanti…

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  8. Giuseppe ha detto:

    Mack Bolan (che tanti “figli” giustizieri ha avuto senza però mai esserne riconosciuto come padre legittimo), Craven, Damiani e poi… ci lasci, così, in sospeso? Per fortuna hai detto che si comincia domani e quindi, visto l’orario in cui scrivo, il domani è già oggi 😛
    Il film di Damiani è ancora attualissimo, purtroppo, come del resto lo è altrettanto l’altro suo capolavoro girato nello stesso anno, “L’istruttoria è chiusa: dimentichi”…

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Quei film italiani, che non erano obbligati a leccare il deretano alle istituzioni prendendone i soldi, sono di una qualità così alta che fanno impallidire qualsiasi altro prodotto italiano successivo, fatto coi soldi nostri e quindi ben poco interessato a denunciare le storture.

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  9. Giuseppe ha detto:

    Amara e incontrovertibile verità 😦

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