[Death Wish] Appuntamento con l’assassino (1972-75)

Nel 1972 la narrativa d’intrattenimento dà voce alla rabbia popolare e testimonia il crollo rovinoso delle istituzioni: polizia e politica sono colluse con quei criminali che fingono di combattere, quindi la giustizia vera può arrivare solo… da un Punitore.


Il giustiziere mancato

Non ci sono prove che gli autori dei romanzi accomunati dall’aver creato un nuovo tipo di eroe si leggessero a vicenda o anche solo si rendessero conto del fenomeno in corso: ogni autore che ha sfornato il suo eroe anni Settanta non ha mai citato gli altri né ci sono prove che si siano “contagiati” l’un l’altro. Probabilmente sono davvero coincidenze quelle che sto presentando in questo ciclo, oppure… è una “pressione evolutiva” proveniente dal basso: è stato il pubblico affamato di “eroi punitori” ad aver premiato quelle opere che, anche senza saperlo, affrontavano il tema.

Per capire l’evoluzione narrativa di quel fatidico 1972 trovo importante parlare di un “giustiziere mancato”, di un romanzo uscito alla fine di settembre, quando da un mese nei cinema girava L’ultima casa a sinistra di Wes Craven. Risulta davvero difficile ipotizzare che il romanziere canadese John Buell sia stato informato sul progetto indipendente che Craven e Cunningham stavano portando avanti in California, così come dobbiamo considerare assolutamente indipendenti le scelte narrative, ma è chiaro che The Shrewsdale Exit sia figlio dei tempi, non a caso finisce subito nella lista dei best seller.

In Italia arriva unicamente nel 1975 – ipotizzo a causa del grande interesse del pubblico per le storie violente – nel numero 5 della collana “i Super” (Mondadori) con il titolo Una lunga striscia d’asfalto.

Joe Grant, sua moglie e sua figlia piccola sono in vacanza in un paesino sperduto nella provincia americana, quindi già sappiamo che finirà male, come ogni storia ambientata nella sperduta provincia americana. Una sera, a bordo della sua lenta macchina familiare piena di bagagli, è affiancato da tre motociclisti e ogni tentativo di seminarli o anche di mandarli fuori strada è inutile. Fermato e fatto uscire, l’uomo si difende ma viene tramortito e, creduto morto, trascinato in un fosso. Al suo risveglio, dolorante e sanguinante, scopre che non ha avuto la fortuna di morire. È vivo, così da poter scoprire i cadaveri nudi e martoriati della moglie e della figlioletta. Stuprate, poi sbudellate e poi sgozzate. È il 1972, un anno che fa male.

Tutto questo avviene nelle primissime pagine del romanzo, quasi come se l’autore stesse sbrigando velocemente questa dolorosa pratica narrativa per poi dedicarsi alla trama del romanzo… ma John Buell non ha il coraggio di andare dove la storia vuole andare, dove il 1972 vuole che vada. Il romanziere sa benissimo dove deve andare, cosa deve fare il suo personaggio, ma non ha il coraggio di farglielo fare.

«Dall’auto di pattuglia, lui continuava a fissare il buio al di là della giardinetta, aspettando che lo Stato e la Società intervenissero.»

Dopo lunghi capitoli in cui ci viene raccontata con dovizia di particolari l’indagine di polizia che non porta a niente, con un capo della polizia molto comprensivo ma dalle mani legate, sappiamo cosa dovrà fare il personaggio: non sta minimamente elaborando il lutto, quindi è chiaro che questo non è un romanzo drammatico sul dolore della perdita, ma un romanzo di vendetta. Joe Grant entra in un negozio d’armi e compra una pistola. Per una curiosa beffa del destino, compra una Luger, arma molto in voga all’epoca in narrativa perché abbastanza esotica per gli americani e otto anni dopo il giustiziere della notte in persona la eviterà, perché è un’arma troppo riconoscibile per commettere un delitto.

Nel 1972 la violenza si fa in tre

Joe Grant non vuole tornare a casa, anche perché ha solo quattro pareti vuote e gli occhi pieni dell’immagine dei due corpi amati maciullati dai motociclisti. Joe Grant si impratichisce nell’uso della pistola, se la tiene in tasca e comincia a fare lui le indagini, studiando le usanze dei motociclisti che imperversano nella zona: tutti li odiano, ma nessuno può fare niente. I motociclisti distruggono tutto, incendiano le case, sporcano beni pubblici, rubano e uccidono, ma la polizia si limita a guardare, non avendo prove per incastrarli. È chiaro quale sia la risposta: dove non può la giustizia… può la punizione.

Joe Grant riesce a farsi notare, a far capire ai motociclisti che lui è un pericolo da togliere di mezzo, così che siano i tre assassini a venirlo a trovare, in un duello dove Joe Grant spara per primo. Mancando clamorosamente il bersaglio. Arriva la polizia e fine dei giochi. Non siamo neanche a metà romanzo… e la storia è finita.

Su 250 pagine totali, circa cento sono dedicate a questo “proto-giustiziere” e alla sua missione fallimentare, mentre 150 sono buttate via a casaccio. Ci viene raccontato il processo, la condanna, Grant che entra in cella, il suo nuovo compagno di cella che è tutto matto, le dinamiche del carcere, la fuga, la nuova vita, conosce una contadina che… oh, ma che ci frega? Ma cos’è, una soap opera? Dopo infiniti capitoli vuoti, fatti di parole senza alcun significato, alla fine la “morale” che ci viene propinata è che forse, magari, chissà, la polizia potrebbe un giorno addirittura trovare prove sui tre motociclisti, che nel frattempo hanno sterminato l’intera popolazione mondiale: un giorno, in futuro, potrebbero anche condannarli per parcheggio abusivo. Ah, c’è speranza per un futuro migliore!

Il romanziere sicuramente ha fatto i compiti e conosce la narrativa dei motociclisti criminali. È da Il selvaggio (1953) che le bande di motociclisti terrorizzano il pubblico americano, ma i centauri non hanno tutti il bel faccino del giovane Marlon Brando: negli anni Sessanta diventano la summa della teppa, dell’anti-civilizzazione per eccellenza. Dalla nascita della civiltà umana esiste la rivalità tra stanziali e nomadi, chi sta fermo odia chi si muove e viceversa, così quando il sogno americano stanziale degli anni Sessanta incontra quegli sporchi nomadi dei motociclisti, che come moderni Unni vivono sui loro cavalli rombanti, l’odio si taglia a fette. Ecco così film come I selvaggi (1966), Angeli dell’inferno sulle ruote (1967) e via dicendo. Per un Easy Rider (1969) che cercava di raccontare la filosofia del viaggio, c’erano dieci Satan’s Sadists (1969), con storie in cui bestie su due ruote aggredivano brave famigliole stanziali per massacrarle senza pietà.

Un film che John Buell ha sicuramente visto durante la stesura del romanzo

Guarda caso i motociclisti di John Buell vengono presentati intenti a bere latte, mi piace pensare in chiaro rimando al «latte corretto» che bevono i giovani criminali del romanzo Arancia meccanica (1962) di Anthony Burgess o al «latte più» del relativo film del 1971 di Kubrick. Il romanziere sa bene che è il momento per il cittadino di farsi giustizia da solo e al suo personaggio fa comprare addirittura una pistola in una scena che si ritroverà pressoché identica nel romanzo Il giustiziere della notte 2 (1980) di Brian Garfield, ma più di questo non riesce a fare. Al momento di diventare prima giustiziere e poi punitore, Joe Grant crolla come un sacco di patate, con un espediente narrativo ridicolo. (Passa una pattuglia della polizia, in pieno deserto!)

Non tutti possono avere il coraggio di mostrare ciò che non si può mostrare: Wes Craven quell’agosto 1972 ce l’ha avuto, un mese dopo quel coraggio manca a Buell, ma è chiaro che la direzione sia segnata. È chiaro che i poliziotti non sono più i veri eroi, avendo le mani legate da una giustizia che aiuta i criminali, o così viene avvertita. Chissà cos’avrà pensato Buell nello scoprire che la via narrativa che lui ha scelto di non seguire, riempiendo metà romanzo di vuote parole inutili, due mesi prima l’aveva tracciata il vero giustiziere della notte, come vedremo più avanti.


Appuntamento con l’assassino

Al momento di trasformare questo romanzo di Buell in film, il regista parigino Gérard Pirès – futuro autore di Taxxi (1998) – e il romanziere di Marsiglia Jean-Patrick Manchette devono essersi riuniti e aver riflettuto seriamente su quanto ho appena raccontato: il romanzo così com’è non si può portare su schermo, semplicemente perché l’autore ha avuto un’ottima intuizione ma l’ha buttata in un cesto pieno di roba a casaccio e si è incartato così tante volte che non si capisce di cosa accidenti parli il suo libro. Inoltre al cinema è uscito Il giustiziere della notte ed è perfettamente chiaro dove stia andando la moda del momento. Così i due autori compiono l’unica azione possibile: prendono l’idea che Buell quel 1972 ha condiviso con i suoi autorevoli colleghi – cioè la violenza soverchiante davanti a cui l’istituzione è inutile e scatta la vendetta personale – e poi, cancellato tutto il resto, si riscrive daccapo la storia.

Il 16 aprile 1975 esce in patria francese L’agression, cioè la resa filmica del primo terzo del romanzo di Buell.

Ciò che rimane una volta buttato via la zavorra dal romanzo

Dimentichiamoci del Joe Grant uomo medio, posato, padre di famiglia mite e riservato: Jean-Louis Trintignant dà vita a un esagitato tipico cittadino moderno, che guida pigiando sempre il clacson, insulta le auto che vanno piano e insulta le auto che lo superano, perché vanno troppo veloci. Tutto gli dà fastidio e di tutto si lamenta, mentre è in viaggio con la famiglia in quella che dovrebbe essere una vacanza rilassante. Tutto avviene, scena per scena, addirittura fotogramma per fotogramma, come descritto nel romanzo, quindi l’auto è aggredita da tre motociclisti che massacrano la famigliola: per caso lui rimane in vita, mentre moglie e figlia vengono massacrate. Nessuna menzione di violenza sessuale.

La polizia compie le indagini accurate ma inutili, e il giudice (Milena Vukotic) capisce Paul Varlin, il protagonista, ma non può aiutarlo in alcun modo. Tutto uguale, finché arriva il momento… in cui il protagonista va a scoparsi la cognata. Ora, io capisco che la co-protagonista essendo interpretata dalla giovanissima Catherine Deneuve, in piena èra di rivoluzione sessuale, sia qualcosa che porti naturalmente ad una scena frizzantina, ma questo avrebbe senso se fosse una scena di sesso: visto che non si vede nulla, perché mostrare Paul Varlin che, a un paio di giorni dal massacro di moglie e figlia, salta addosso alla cognata e la stupra?

Quando il cattivo gusto prende le redini di un film

Ma quindi qui il protagonista è cattivo? Sono gli anni Settanta, è un altro mondo: Sarah (Deneuve) dice che le è piaciuto e ora anzi è innamorata del cognato, che però da quel momento non vuole più toccarla, che si sente in colpa. Ma va’? Si vede che è un uomo sensibile. Insomma, è chiaro che le parti scritte da Jean-Patrick Manchette appartengono ad un’altra epoca ed è difficile giudicarle oggi. Oppure sono scritte male, decidete voi. (Voglio vederla un’èra in cui una donna stuprata si innamora del suo assalitore.)

Virando il tutto per seguire l’esempio del giustiziere della notte americano, quando Varlin scopre che un cameriere del posto, con cui ha fatto amicizia, possiede delle armi e può passargliene una, ci va a casa a cena, con la cognata-amante, e si parla di quanto le indonesiane siano brave a letto, eh quelle sporcaccione, e la birretta che fa fare i ruttini… Oh, ma chi l’ha scritto ’sto film? In mezzo alla follia totale parte la vendetta personale e Varlin dà appuntamento ai tre motociclisti aspettandoli con un fucile. Dove non arriva la polizia, arrivano le pallottole.

Non sarà Bronson, ma la faccia da giustiziere ce l’ha

Se nel romanzo il protagonista al massimo riesce a ferire uno dei motociclisti, qui pare che lo ammazzi ma non è chiaro. Comunque l’assenza di coraggio del romanzo qui viene trasformata in una questione più scottante: scopriamo a sorpresa che non era vero, i tre motociclisti erano innocenti, moglie e figlia di Varlin glieli ha ammazzati un altro (non rivelo chi per eccessiva stupidità della trovata), e quindi ecco il dilemma morale: non ci si può fare giustizia da soli, perché si rischia di colpire innocenti. E via, tutto perdonato, come se non fosse successo niente. Tanto mi pare che a Varlin di moglie e figlia non gliene sia mai fregato gran che.

Un altro giustiziere mancato, stavolta a forma di film

Appuntamento con l’assassino è un film pessimo sotto ogni punto di vista, sia perché scritto malissimo sia per uno stile che riesce a spezzare ogni atmosfera in continuazione, ma è importante per capire come un messaggio negativo ma pressante sia arrivato forte in Europa sebbene non ci sia ancora il coraggio di raccoglierlo e portarlo alle estreme conseguenze, come già hanno fatto gli americani.

È il momento di conoscere il vero giustiziere della notte, il “titolare”, quello nato un anno dopo Rambo ma che con lui condivide un curioso destino: l’essere andati nella direzione opposta a quella pensata dal proprio autore.

L.

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19 risposte a [Death Wish] Appuntamento con l’assassino (1972-75)

  1. Cassidy ha detto:

    Il romanzo sembra una bella fregatura, con la svolta moralista che arriva a metà libro, in compenso il film francese sembra scritto parecchio a casaccio, non è nemmeno un problema di essere una storia figlia dei suoi tempi, mi sembra scarsa e basta, in ogni caso hai messo lì un bel punto, secondo me gli autori del tempo avevano capito da che parte tirava il vento. Cheers

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      E’ un caso strano, gli scrittori – che non dànno alcuna prova di conoscersi a vicenda – non sono assolutamente d’accordo con la giustizia sommaria, la vendetta privata e i vigilanti, sono tutte opere “contro”… che però intercettano il gusto del pubblico e diventano tutte “pro”!
      Sia il romanzo che il film sono chiaramente nati per mostrare quanto sia sbagliato farsi vendetta da soli, cadere nel gorgo della violenza, ma complice l’essere prodotti pessimi, scritti male e con buone idee buttate via, saranno solo mattoni che andranno ad irrobustire la grande muraglia del giustiziere della notte.

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      • Giuseppe ha detto:

        Ma infatti se qui -sia nel caso del romanzo che del film- l’intento era di portare avanti un discorso di condanna nei confronti della giustizia privata, allora si può constatare quanto il bersaglio (termine in tema) sia stato totalmente mancato da entrambi… Buell e il suo “riscrittore” Manchette avevano senz’altro capito dove tirava il vento ma, a differenza di Craven, era mancato loro il bagaglio di coraggio necessario per andare là dove quel vento inevitabilmente portava. E il resto lo scopriremo alla prossima puntata 😉

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Entrambi gli autori volevano condannare il comportamento del loro protagonista ma non ci sono riusciti, perché hanno impostato la vicenda per rendere giustificabile la sua furia e non sono stati capaci di costruire un contraltare che, invece, ne dimostrasse la fallacità.

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  2. Sam Simon ha detto:

    Mi sembra che né romanzo né film su di esso basato meritino troppo la pena…

    Il film poi mi pare davvero delirante!

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  3. Willy l'Orbo ha detto:

    Solo sullo zinefilo, più si abbassa la qualità di film (o libri) trattati più, spesso, si innalza la qualità del post che assume forme divertenti o, come in questo caso, interessanti, anche alla luce di un percorso di cui attendo la prossima puntata! 🙂

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      A volte è proprio dagli “esperimenti falliti” che si capisce meglio il successo di quello riuscito: Garfield stesso non ha capito il successo del suo personaggio (come Morrell non ha capito quello del suo Rambo), semplicemente perché… non vedono la serie Z ^_^

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      • Willy l'Orbo ha detto:

        Noi invece la serie Z la vediamo benissimo e, a proposito di Z, ieri ho visto Fantasmi di guerra e mi è proprio piaciuto: attinge da altri film ma lo fa in modo non pretenzioso e comunque congeniale allo scopo, schiera il mitico Billy Zane, non annoia mai, ha un discreto colpo di scena, contiene qualche spruzzo di splatter…insomma, una bella sorpresa, promosso! 🙂

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Quando appare Billy Zane è chiaro che il film guadagna mille punti a tavolino, soprattutto in “quel” ruolo ^_^
        Malgrado il tema non sia più fresco, riesce comunque ad inventarsi un colpo di scena che renda tutto molto meno scontato del previsto. Alla fin fine sì, un buona visione zinefila.

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  4. Zio Portillo ha detto:

    Dopo il riscaldamento di ieri, qua siamo alle prime battute della partita. Dove si studia e si capisce come indirizzare il match. Timidi tentativi che non arrivano a nulla ma ti fanno capire le intenzioni dei giocatori in campo.

    Al di là della misera metafora sportiva, è molto interessante il fatto che “l’aria che tirava” nella cultura occidentale ha spinto molti dalla stessa parte. Autori di media differenti che convergono in un determinato stile e in certi temi comuni. Una specie di “snodo culturale” che ha indirizzato i gusti e la scrittura là, alla mancanza di giustizia e alla ricerca di una punizione certa per i criminali.

    Affascinante.

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Questo aspetto mi interessava molto più dei singoli film: l’inizio degli anni Settanta testimonia un crollo verticale della fiducia nelle istituzioni che abbraccia tutto il mondo occidentale e tutti i media, con “punitori” che nascono in ogni dove. Di giustizieri ne esistono da quando esiste la narrativa, ma si cercava sempre di dar loro un aspetto “istituzionale” (poliziotti, investigatori, ex soldati, agenti segreti, agenti speciali ecc.) ora invece non solo gli ex militari agiscono per proprio conto (Bolan, Rambo, Castle) ma addirittura il cittadino comune prende in mano un’arma e si fa giustizia da solo, come quel fatidico 1972 dimostra.
      Il faccione di Bronson è solo la punta di un iceberg ben più grande.

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