[Death Wish] Il giustiziere della notte (1972)

Prima edizione italiana 1975

Nel 1972 la narrativa d’intrattenimento dà voce alla rabbia popolare e testimonia il crollo rovinoso delle istituzioni: polizia e politica sono colluse con quei criminali che fingono di combattere, quindi la giustizia vera può arrivare solo… da un Punitore.


Il primo romanzo

Come i romanzieri americani d’azione avevano già capito, gli anni Sessanta sono finiti e le istituzioni hanno fallito: ha fallito l’esercito, che si è limitato a mandare a morire un’intera generazione di ragazzi dall’altra parte del mondo; ha fallito la polizia, che gli scandali dimostrano quanto già tutti sapevano, cioè che è corrotta e fa solo gli interessi dei potenti; ha fallito la politica, ammanicata con la mafia come sempre più inchieste portano alla luce, assicurando grande successo al romanzo Il Padrino (1969) di Mario Puzo. Dove mancano le istituzioni non può esserci giustizia… solo punizione. E così, plagiando La fontana della Vergine (1960) di Ingmar Bergman senza vergogna – tanto non ci sono istituzioni, infatti L’ultima casa a sinistra (1972) non ha avuto problemi dal suo atto illegale – Wes Craven attualizza il rito pagano della Scandinavia medievale: in mancanza di un’autorità superiore, il padre di casa è il re. E il re punisce personalmente chi si macchia di reato.

Le mani del Re Punitore

Da quell’agosto 1972 comincia a girare l’America il film sporco e cattivo di Wes Craven, dove il padre di famiglia, un privato cittadino, davanti all’inefficacia delle istituzioni e quindi all’impossibilità della giustizia si trasforma in giustiziere e massacra chi ha colpito i propri cari. A settembre John Buell abbozza una storia simile, con il romanzo Una lunga striscia d’asfalto – da cui il film francese Appuntamento con l’assassino (1975) – ma non ha il coraggio di trasformare in giustiziere il proprio protagonista. Chissà se Buell ha notato come alcuni mesi prima del suo libro qualcuno era stato decisamente più coraggioso di lui.


La nascita

New York, 1965. L’agente letterario Henry Morrison è ospite fisso ad un appuntamento settimanale che chiamano writers’ game, cioè una partita di poker a cui partecipano scrittori, sia della scuderia di Morrison – come Lawrence Block, quello che ha scritto i romanzi del “libraio ladro” che al cinema avrà la faccia (e i dreadlocks) di Whoopi Goldberg – sia “stranieri in città”. Cioè giovani autori di romanzi western come Brian Garfield.

«Eravamo giovani e pieni di noi, e speravamo che gli altri al tavolo verde apprezzassero i nostri lavori: un po’ se ne parlava, ma nessuno di noi voleva ricevere recensioni.»

A ricordare quell’incontro settimanale è Garfield stesso, intervistato il 4 aprile 2011 dal The Chicago Blog. Ricorda di quando ogni tanto era ospite Robert Ludlum e altri grandi autori, ma soprattutto Donald E. Westlake, di cui era ormai grande amico.

Donald E. Westlake e Brian Garfield al tavolo verde, nel 1972 (circa)
(da The Chicago Blog, 4 aprile 2011)

«Non eravamo in competizione fra di noi, quando mancava qualcuno quasi mai si parlava di lui o del suo lavoro. A volte a Don [Westlake] piaceva qualche mio libro, specialmente Spionaggio d’autore ma anche Il giustiziere della notte, e a volte lo definiva pretenzioso. (Ce l’aveva in modo particolare con La successione Romanov, che definiva una pallida imitazione di una storia di Ludlum, il che probabilmente è vero, ma che diamine? Ludlum era un nostro amico e l’agente Morrison ne ha fatto una stella: potevo provarci anch’io. Non ha funzionato, perciò non ci ho provato più.»

Chi è questo Brian Garfield? Dopo il 1974 è un nome noto, citato e gli appassionati di western classico scopro che apprezzano i suoi romanzi di questo genere, ma c’è un problema: nessuno cita (e temo anche solo conosce) questo autore prima dell’uscita del film Il giustiziere della notte, che Brian Garfield disprezza profondamente. Malgrado gli debba la sua intera carriera, il romanziere fino al suo ultimo anelito di vita ha sputato sul film con Bronson. La gratitudine non era fra i suoi pregi.

Malgrado nella citata intervista Garfield spacci quelle partite a poker come semplici serate fra amici, dove quasi non si parla di lavoro, io penso che invece di lavoro si parlasse eccome: guarda caso alla morte del suo agente letterario Garfield passa con Henry Morrison (racconta a Cullen Gallagher del sito Pulp Serenade il 16 settembre 2011), cioè il frequentatore fisso di quelle partite a poker insieme ai suoi scrittori rappresentati, tutti nomi famosissimi. Nella citata intervista l’autore ci spiega che Morrison lo ha preso sotto la sua ala ma solo a patto che scrivesse altro rispetto ai romanzi western che da dieci anni erano l’unica attività di Garfield.

Quando nel 1982 la nostra Lia Volpatti intervista l’autore, in occasione dell’uscita italiana del suo Il giustiziere della notte 2 nella collana “Il Giallo Mondadori”, Garfield confessa una certa “produzione in serie” riguardo a quel periodo iniziale della sua carriera: «ho la sensazione di non aver fatto altro che riscrivere sempre lo stesso libro», quindi non stupisce che il suo nome non sia famoso neanche nell’ambiente western: al massimo lo è diventato dopo il film con Bronson.

Stando all’intervista a Pulp Serenade, Garfield ha avuto l’idea per il suo primo romanzo non western in una notte del 1971, quando dal New Jersey si stava recando a New York per una festicciola tra amici scrittori.

«Ho parcheggiato l’auto in strada e poi, a fine festa, quando sono sceso ho scoperto che qualcuno aveva tagliato a pezzi la capote. Ho dovuto guidare per due ore fino a casa in un freddo gelido, e intanto pensavo all’idea di trovare il tizio che aveva tagliato il tettuccio. Non l’ho mai trovato, ma ne è nato il romanzo, quindi alla fine penso sia stata quella la mia rivalsa su di lui.»

Da un romanziere di successo mi sarei aspettato un “mito delle origini” un po’ più affascinante: immagino sia una storia vera, ma forse era necessario inventarne una migliore. Di tutte le cose che potevano accadere nella New York del 1971, una capote sfregiata direi che è proprio il meno.

Comunque, ciò che conta è che il 14 luglio 1972 arriva in libreria Death Wish: la naturale evoluzione di un personaggio dalla Frontiera alla New York anni Settanta, dal western al giustiziere della notte.


Il romanzo

Paul Benjamin è un tranquillo uomo di mezza età: curiosamente ha 47 anni, cioè la mia stessa età al momento della lettura. Un altro segnale che era arrivato per me il momento di affrontare questo ciclo!

Paul è un impiegato di alto livello (a un passo dal diventare socio) di un grande studio commercialistico di New York, città dove è nato e a cui ormai è assuefatto. Ha provato a spostarsi in provincia, dove la vita è meno caotica, ma è troppo abituato alle comodità della Grande Mela per starle lontano. Il problema è che la criminalità cittadina ormai è incontrollabile, e un giorno dei ragazzini aggrediscono la moglie e la figlia di Paul.

Non sappiamo con precisione cosa succeda, dai racconti vaghi della figlia pare che dei minorenni in cerca di guadagni facili siano penetrati in casa e abbiano cominciato a picchiare la signora Benjamin per farsi dare i soldi, continuando finché non si sono resi conto che soldi non ce n’erano. Andandosene, lasciano la figlia svenuta e la madre massacrata di botte. Morirà di lì a poco in ospedale, mentre la figlia non si riavrà mai dall’esperienza, chiudendosi in uno straniamento patologico.

Tutto questo Paul lo scopre insieme al lettore, entrambi sono lì che cercano di capire l’accaduto estrapolandolo dalle mezze frasi di dottori e poliziotti, oltre che dal genero del protagonista, anche lui testimone impotente della sciagura. I due uomini non ce la faranno a darsi man forte l’un l’altro e soffriranno ognuno per conto proprio. Con però una differenza sostanziale: il genero soffre ma mantiene intatta la propria lucidità e soprattutto la propria scala di valori. Paul invece va completamente fuori di testa.

D’un tratto tutte le considerazioni più becere e razziste cominciano ad avere un senso per lui, e in pratica il suo cervello cade nella “pancia”: bisognerebbe ammazzarli tutti, bisognerebbe. Nel vero senso della frase.

«Fece un rapido calcolo e scoprì che delle cinquantotto facce che poteva vedere, solo sette appartenevano a persone che avevano il diritto di sopravvivere. Il resto era ciarpame.»

Smesso quasi completamente di dormire, Paul passa le sue notti a pensare e a cercar di capire come risalire dall’abisso in cui sta cadendo, come fare a riprendersi la sua città: possibile che nella sua New York debba aver paura ogni volta che passeggia da solo di notte nel parco? Be’, io sono cresciuto in una grande città e non mi è mai venuto in mente di passeggiare di notte da solo nel parco, invece pare che i newyorkesi degli anni Settanta abbiano scoperto questa paura con grande stupore.

Prima edizione italiana 1975

Come prima idea, Paul si tiene sempre in tasca un calzino riempito con rotoli di monetine, che sembra poco ma lo fa sentire sicuro: una sera è aggredito da un ragazzino, molto più impaurito di lui, e basta tirar fuori il calzino e minacciare di picchiarlo per farlo scappare. Dopo un viaggio di lavoro in Arizona torna a New York con una pistola: è contro la legge girare armati, e ottenere un porto d’armi è difficilissimo, ma nessuno controlla. Quando dopo le centinaia di stragi che insanguinano l’America ogni anno sentiamo al TG i presidenti che dicono «Dobbiamo limitare le armi», a cosa si riferiscono? Già negli anni Settanta le armi erano “limitate”, addirittura vietate, ma il problema è che tutti ce le hanno illegalmente, tanto nessuno controllava. Perciò la morale è sempre quella: essendo i Governi totalmente incapaci di mettere in atto le leggi esistenti, promettono di farne altre o inasprire quelle già esistenti e ignorate.

Grazie dunque ad una cultura che non consente di girare armati ma lo tollera, Paul Benjamin passa tutte le sue giornate con una pistola in tasca, sentendosi sicuro e fregandosene di tanta psicologia spicciola che si potrebbe fare sulla questione. E ora prova più gusto a passeggiare da solo di notte nel parco, perché magari qualcuno lo importunasse, si beccherebbe subito una bella pallottola calda.

«La loro vita era un’interminabile sequela di rabbia, di frustrazioni e di lamenti, non facevano che lagnarsi, dalla culla alla bara. Che bene potevano fare alla società? Meglio sterminarli.»

Come può una persona normale diventare un assassino seriale? Semplice, il sistema è lo stesso che usano i Governi: spersonalizzare le vittime. Come racconta Ascanio Celestini parlando dei genocidi, uccidere una persona non è facile, uccidere uno scarafaggio lo è molto di più: se si considerano i nemici degli scarafaggi è molto più facile sterminarli. Lo stesso sistema lo adotta Paul Benjamin nei confronti dei teppistelli. Ma quand’è che uno scarafaggio torna ad essere una persona? Qual è il limite invalicabile? Secondo il protagonista chi è che merita di vivere e di morire? Al punto in cui è, Paul non lo sa più: se sono vestiti male e sono in giro di notte, vanno ammazzati. I ricchi sono vestiti bene e girano di giorno, loro sì che meritano di vivere.

Ristampa Fanucci 2018

L’ultima pagina del romanzo anticipa così tanto che mette paura. Perché Paul alla fine si imbatte in un poliziotto, e l’avere una pistola in mano è una prova abbastanza schiacciante che sia lui il celebre giustiziere di cui parlano TV e giornali. È fatta, è finita. Poi però il poliziotto fa un cenno di approvazione con la testa… e si volta dall’altra parte. Il giustiziere della notte fa solo del bene alla comunità, sterminando quei rifiuti umani che la infestano, quindi ha il benestare della polizia. Così come dei bravi cittadini.

Quali sono i commenti della pancia del Paese quando un negoziante spara a un ladro? Che ha fatto bene. Cosa fa Paul Benjamin? Spara ai ladri, ergo fa bene. La sua non è giustizia né vendetta, la sua… è punizione. Qualche anno dopo l’uscita di questo romanzo – e mesi prima del relativo film – nasce Frank Castle, il Punitore, che ripercorre molta della via tracciata da Paul Benjamin, con l’unica differenza di poter accedere ad una maggiore potenza di fuoco.

Malgrado ottenga subito buone recensioni, il romanzo è noto oggi esclusivamente grazie al successo del film che ne è stato tratto, ed essendo un antesignano di molti personaggi d’azione anni Settanta possiamo apprezzare le anticipazioni che Garfield è stato in grado di mettere in campo. C’è però un problema: niente di tutto questo era nelle intenzioni dell’autore!


L’errore di Brian

Come già citato, nel 1982 Lia Volpatti intervista Brian Garfield per l’uscita italiana del suo secondo romanzo dedicato a Paul Benjamin, e il testo lo si può trovare in appendice a “Il Giallo Mondadori” n. 1733 (18 aprile 1982).

È un’ottima intervista in cui si parla di molti aspetti della carriera di un prolifico autore noto però solo per Death Wish, e quando si arriva al tema caldo Brian si confessa:

«[Il film] Cominciava come la storia di un personaggio confuso, frustrato, radicalizzato che, alla fine, va in giro ad ammazzare ragazzini inermi soltanto perché non ama il loro sguardo e per questo si ritiene un eroe. Credo che il risultato inevitabile sia il vigilantismo. L’errore che io ho commesso nel libro è stato quello di avvicinarmi troppo a questo punto di vista. Forse non sono riuscito a spiegare che il personaggio era un pazzo. Però, nel romanzo, le sue azioni sono chiare. […] Il film ha distorto tutto, trasformando il personaggio in un eroe. Nel film non c’era nessuna ambiguità morale.»

Il timore dello scrittore è confermato: nel romanzo non si capisce mai che il protagonista è «un pazzo», a meno di non partire dal razzistico assunto che tutti quelli che hanno idee estremiste sono pazzi: io non sono d’accordo con quelli che al bar dicono di voler ammazzare tutti gli extracomunitari, ma non li giudico dei pazzi. Paul Benjamin da benestante moderato e di ampie vedute semplicemente diventa un estremista, come lo sono tante persone: infatti riscuote immediatamente il favore degli abitanti di New York! Che evidentemente non sono tutti moderati e tolleranti.

Brian Garfield non si è reso conto che nel suo tentativo di ritrarre un personaggio negativo in realtà ha intercettato la grande esplosione del momento nei confronti dei “punitori”: lui credeva di scrivere una storia “per assurdo”, invece è stata presa sul serio. Anche perché mai nel romanzo, neanche per un attimo, si avverte che questa è una storia “per assurdo”.

Da un errore di Brian Garfield nasce uno dei personaggi più iconici degli anni Settanta (sfociato poi nei decenni successivi), e di questo lo scrittore si lamenterà fino al suo ultimo anelito di vita. L’uscita nel 2018 dell’orribile remake con Bruce Willis è troppo per il povero Garfield, che passa a miglior vita quello stesso anno. Maledicendo il personaggio a cui in realtà deve la sua carriera.

L.

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40 risposte a [Death Wish] Il giustiziere della notte (1972)

  1. Il Moro ha detto:

    Leggendo questi articoli mi è tornato in mente un film che ho visto una vita fa (e ricordo solo a sprazzi), “Un borghese piccolo piccolo” con Alberto Sordi. Ricordo che mi aveva colpito anche perché fino a quel momento quel poco con Sordi che avevo visto era sempre roba comica. Wikipedia mi dice che è del 1977. Pensi che anche quello vada inserito in questo filone?

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Il crollo verticale della fiducia nelle istituzioni ha invaso tutti i generi, quindi se un film è degli anni Settanta molto probabilmente ci sarà qualche venatura di critica all’istituzione della giustizia in generale. Proprio l’altra mattina IRIS ha rispolverato “Due contro la città” (1973), con Alain Delon e Jean Gabin, un durissimo e spietato attacco alla struttura della giustizia di una cattiveria unica. Dal dramma alla commedia, dall’action al thriller, ogni genere è stato contaminato da quella sfiducia: sicuramente nei film europei quell’idea non nasceva dal post-Vietnam e dalla narrativa action americana, ma è chiaro come in tutto il mondo occidentale la stessa ventata di critica alle istituzioni si sia avvertita forte e chiara.

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  2. Cassidy ha detto:

    Errore grave, è stato onesto a confessarlo, anche perché aveva un film famosissimo come metro di paragone diretto, peccato per la ristampa del libro con la copertina che fa riferimento alla versione triste, quella di Eli Roth con Bruno. Cheers

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      L’unico lato positivo di quel madornale errore che è stato il remake di Eli Roth è stato che finalmente dal buio delle segrete in cui è rimasto murato vivo per quarant’anni è tornato alla luce il romanzo di Garfield in versione italiana, che nessuno ha più visto dal 1975! Capisci che c’era da ristampare un miliardo di volte Agatha Christie, la Mondadori aveva da fare 😀
      Per fortuna la Fanucci ha recuperato quello che resta un ottimo romanzo, del tutto all’insaputa del suo autore, che ha fallito nel proprio intento ma per nostra fortuna ha tirato fuori un gioiellino, assolutamente gustabile ancora oggi. Al contrario di altri romanzi di Brian che ho avuto il dispiacere di leggere, decisamente non all’altezza dei suoi amici di poker 😛

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  3. Lorenzo ha detto:

    Copertina della prima edizione discutibile, a me è venuta in mente la Pimpa 😀
    Ne ho sempre rimandato la lettura, ma a questo punto mi hai incuriosito. Fortunatamente vecchi e libri e film si trovano senza problemi in biblioteca (questo incluso).

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  4. Zio Portillo ha detto:

    Articolo molto interessante. Un po’ perché rievoca la vecchia e pericolosa New York degli anni ’70 (prima delle pesanti purghe) e un po’ per l’errore di Garfield, convinto dell’assurdità o della non veromiglianda della storia che scrive, ma che invece ha saputo intercettare i gusti del pubblico.
    La genesi di un personaggio così iconico nato per un “errore”. Fantastico!

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Per tutta la vita Garfield si è scagliato contro il film e ha ribadito che il suo personaggio era negativo, era un eroe “per assurdo”, un folle psicopatico, dimostrando di non aver capito la filosofia della sua epoca. Come vedremo, il disastro arriverà al momento di scrivere un secondo romanzo con lo stesso personaggio.

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  5. SAM ha detto:

    In America non so, ma in Europa già negli anni 60 c’era sfiducia nella società e nelle istituzioni: basti pensare ai fumetti neri italiani come Kriminal e Satanik, ma anche in Giappone con serie come Lupin III o Kamui.
    Per quanto riguarda la giustizia priva, io sono moderatamente a suo favore .
    Non è giusto che qualcuno vada in giro di notte ad ammazzare chi gli pare arbitrariamente, ma se qualcuno si introduce armato in casa mia o nel negozio dove lavoro, è giusto che io possa diferndermi anche a costo di ucciderlo .
    ANche il fumetto di Frank Miller , “il ritorno del Cavaliere Oscuro ” /1986) è abbastanza dalla parte della giustizia privata .

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Sia il nero francese dei primi anni del Novecento che il fumetto nero italiano – perfettamente identici come temi narrati – parlano di criminali che compiono il crimine e di poliziotti giusti e volenterosi che cercano di fermarli: ogni Lupin ha il suo Zenigata. Come ho già raccontato nell’introduzione di questo ciclo, gli anni Settanta sono diversi: le figure che dovrebbero incarnare la giustizia crollano e la parte del giusto la fa il criminale, cioè quello che si fa giustizia da solo in quanto non c’è più un’istituzione a farlo al posto suo.
      Lupin può esserci simpatico ma rubare è sbagliato: gli eroi anni Settanta non rubano, semplicemente si arrogano il diritto di fare privatamente ciò che l’istituzione pubblica non è più in grado di fare.

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      • SAM ha detto:

        Il fatto è che nei fumetti neri, i criminali sembrano “buoni” prché viviono in un mondo pieno di gente ancora più cattiva .
        NLupin ( che quello dei fumetti degli inizi , da non confondore col buffoncello innocuio dei cartoni) rubano a milardari che nel migliori dei casi sono mafiosi della peggiore specie .
        Se negli anni 60 gli eroi neri italiani sono innegabilmente negativi ( Kriminal uccide innocenti, violenta donne, le picchia e le uccide a seconda di come gli gira ), negli anni 70 si ammorbidiscono per evitare sequestri degli albi o altro dai parte dei moralisti .

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Fra la macchina del fango dei giornali e i sequestri giudiziari, già alla fine degli anni Sessanta c’erano rimasti pochissimi fumetti neri, e di lì a pochissimo solo Diabolik e poco altro. Però, ribadisco, i protagonisti di quelle storie non c’entrano nulla con questo ciclo, che si basa non sull’illegalità ma sulla giustizia, anche se il desiderio di portare giustizia finisce in atti illegali.
        Diabolik, Kriminal o i loro compari non commettono atti criminali perché vogliono portare giustizia nel mondo, lo fanno perché sono criminali e hanno ambizioni criminali, raccogliendo identico il nero francese di inizio Novecento, in cui sono nati Lupin, Fantomas e i vari loro compari: tutti personaggi che coscientemente scelgono di fare il male.
        Con Mack Bolan nel 1969 nasce la figura dell’eroe che invece compie il bene, sebbene attraverso modalità illegali, che ha granitici valori morali e avoca a sé quella giustizia che l’istituzione non riesce più a gestire. Si fa Stato in mancanza dello Stato.
        Sono personaggi diametralmente opposti.

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  6. Sam Simon ha detto:

    Molto molto interessante! Dai passaggi che riporti, in realtà, a me sembra chiarissimo che l’autore non possa essere d’accordo con un personaggio così estremista e cattivo… e per me la differenza chiave tra i revenge movie reazionari e fascisti e quelli invece che hanno un senso sta proprio nella sanità mentale del protagonista. Per esempio, Mad Max impazzisce del tutto (già era una persona strana) quando i motociclisti di Toe Cutter gli uccidono la famiglia, Miller non lo giustifica, ne filma una discesa all’inferno che non gli dà alcuna felicità.
    Se si presenta un razzista violento come un eroe, si fa un errore, sono d’accordo con Garfield.

    Comunque ti rinnovo i complimenti per questa rubrica di cui adoro sempre anche il preambolo storico che inquadra ciò di cui vai a parlare nel mondo in cui è nato! :–)

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    • SAM ha detto:

      Non lo giustifica, ma neppure lo condanna .
      Poi vorrei vederli, questi autori che condannano la giustizia privata, cosa farebbero se vedono moglie e figlia uccise !

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      • Sam Simon ha detto:

        Probabilmente andrebbero in depressione, ma non so quanti deciderebbero di diventare degli assassini! :–)

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        E soprattutto non si mettono a giustificare la violenza quando è attuata contro chi “la merita”, proprio perché nessuno può arrogarsi il diritto di dire ciò che la gente “meriti” se non un’istituzione pubblica. Altrimenti tutti gireremmo per strada con la pistola al fianco e spareremmo al primo che ci sta sulle palle. O ci mette un commento storto sul blog 😀

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      • Sam Simon ha detto:

        I commenti storti sul blog sono imperdonabili! X–D

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        La giustizia privata va condannata perché non viviamo in una cittadina del Far West, esiste l’autorità pubblica a cui rivolgersi altrimenti sarebbe un marasma e ognuno si farebbe giustizia secondo la propria scala di valori. Per esempio un commento troppo sferzante su un blog e ti sparo: be’? Per me è un crimine grave! 😛
        Discorsi estremisti da bar come “che faresti se ti violentassero moglie e figlia?” sono proprio quel tipo di argomentazioni che Garfield usa “per assurdo”: il suo protagonista ha sempre rigettato argomentazioni così estremiste e generaliste, ma ora vi sta cedendo con tutto se stesso. Il problema è che il romanziere non è così bravo da rendere “negativa” questa caduta del suo eroe.

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  7. SAM ha detto:

    Di sicuro vorrebbro vedere i criminali morti .
    E secondo me, chi è contro la giustizia privata, dovrebbe esserlo anche contro la pena di morte, altrimenti non ha molto senso .

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Sono due cose completamente diverse: la giustizia privata (lo dice il nome) è privata, la pena di morte è pubblica, cioè inferta da un’istituzione riconosciuta da tutti, quindi è il popolo a darla. Mentre chi spara a qualcuno perché è convinto sia meritevole di morire lo fa per conto proprio, senza alcun avallo dell’istituzione pubblica.

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      • SAM ha detto:

        Sono la stessa cosa : in entrambi i casi, , degli esseri umani si arrogano il diritto di decidere chi merita di vivere e chi di morire.
        E in entrambi casi, il giudizio è spesso alquanto opinabile .
        D’altronde , pure la Bibbia di9ce che solo Dio può decidere chi debba vivere o morire o una cosa del genere,,,,
        E’ curioso che anche in Watchmen di Alan Moore e Gibbons, il pubblico simpatizzi per Roscharch, un vigilante mascherato nello stile del personaggio di Garfield.
        E nonostante Moore sembri parteggiare per lui nel fumetto, poi nelle interviste se ne discosta dicendo che è pazzo e che non andrebbe affatto ammirato..
        Faccio notare che pure Frank Miller riempiì i suoi fumetti di dardevil e Batman di situazioni spigolose perché aggredito e derubato due volte quando abitava a New York ( con tanto di coletello puntato alla gola ),
        Tanto che appena fece i soldi, si trasferì a Los Angeles ( specie dopo le imprese di Bernard Goetz, un vigilante che sparò a quattro malviventi)

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Una giuria non si arroga alcun diritto: il diritto gli viene dato da noi cittadini che abbiamo votato il Governo che ha istituito quella giuria: sono cose totalmente e abissalmente diverse.
        Io sono contro la pena di morte e sono contento che votiamo Governi che non la istituiscono, mentre gli americani adorano la pena di morte e quindi votano Governi che la istituiscono: per quanto trovi abominevole e barbara questa pratica, anche senza contare gli innocenti che finiscono sotto, non è un’azione arbitraria né illegale, visto che anzi è stata istituita legalmente e avallata dal voto popolare.

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      • SAM ha detto:

        E’ arbitraria perché non è il popolo a decidere se un condannato deve morire, ma una giuria ( che può essere composta da pazzi o da corrotti) e da poliziotti, avvocati e giudici che se vogliono, ti mandano sulla sedia elettrica anche se sei innocente.
        Solo se esistesse un metodo sicuro al 100% per definire se una persona è colpevole, non si parlerebbe di “aribitraietà”
        Riguardo ai fumetti neri, volevo solo far capire, che in Europa, la fiducia verso la società e le istituzioni era presente ben prima che in USa, e che quei fumetti presentavano appunto una società marcia e corrotta, dominata dal sesso e dal denaro, indipendentemente dai protagonisti coinvolti .

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Sulla pena di morte stai dicendo cose così assurde che non vale più la pena parlarne.

        Da quello che scrivi temo tu non abbia letto la mia introduzione al ciclo, e non ho più voglia di ripetere per la decima volta quello che è evidente non vuoi capire.

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  8. Willy l'Orbo ha detto:

    Dal ridicolo “giustiziere pinguino pupazzone” di ieri a un giustiziere della notte ben più serio, da un film a un romanzo, dagli errori in certi lungometraggi a un personaggio iconico nato per errore…la grande versatilità zinefila! 🙂

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  9. Giuseppe ha detto:

    Penso sia stato Morrison in persona a tagliare il tettuccio dell’auto di Garfield, ai tempi, per motivarlo meglio a creare il nuovo personaggio 😛
    Personalmente detesto l’uso e l’abuso del termine “pazzo”: banale, semplicistico, lo si adatta a tutto e al contrario di tutto senza mai entrare nel merito di nulla… se riferito a dei bastardi estremisti, poi, è ancora peggio in quanto li deresponsabilizza totalmente (laddove invece dovrebbero essere sempre ritenuti PIENAMENTE responsabili di ciò che dicono e fanno, senza ricorrere al comodo alibi di una generica follia). E Garfield? Quello che voleva far capire del proprio personaggio, alla fine, dà l’idea che fosse proprio lui in primis ad averne capito poco: ridurre Paul Benjamin (così come la sua controparte filmica Paul Kersey) a un semplice pazzo non fa altro che azzerarne le motivazioni, vanificando qualsiasi tipo di denuncia nei confronti del suo discutibilissimo modus operandi…

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Peraltro i pensieri di Paul che, secondo la logica discutibile di Garfield, dovrebbero bollarlo come “pazzo” sono in realtà idee che si possono sentire in un qualsiasi talk show, americano o italiano che sia, o in un qualsiasi social: il fatto di non essere d’accordo con quelle idee non giustifica nessuno a considerarle “da pazzi”.
      E’ incredibile come un vero e propri personaggio sbagliato abbia fatto il giro e sia diventato un’icona! 😛

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  10. SAM ha detto:

    Perché devi sempre prendere per scemo chi ti prende fallo ?
    Mi rendo sempre più conto che non riesci ad accettare qualsiasi opinione che non sia la tua .
    Ho letto benissimo la tua introduzione e non capisco come diavolo tu possa dire una roba come “anche senza contare gli innocenti che finiscono sotto, non è un’azione arbitraria né illegale, visto che anzi è stata istituita legalmente e avallata dal voto popolare.”
    Ma cosa diavolo c’entra che l’ha istituita il popolo ?
    Se poi vengono ammazzati innocenti, mentre veri assassini rimangono a piede libero, cosa significa secondo te ?
    Che non c’è alcun differenza tra un privato cittadino che decide da sé chi debba vivere o morire, o una giuria che a sua volta condanna a morte un uomo senza avere la sicurezza matematica al 100% che egli sia colpevole .
    In entrambi casi, il sistema non funziona e provoca solo ingiustizie e malcontento popolare.
    Parliamo poi degli Usa, dove si viene spesso condannati o assolti più per simpatia da parte della giuria e del giudice che per prove effettive .
    Quindi ripeto: io sono contro la pena di morte solo perché non esiste un metodo imparziale e sicuro per definire qualcuno colpevole .
    Ma mi rendo conto che è come parlare al muro.

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Sin dal giorno disgraziato in cui hai scoperto i miei blog devi sempre e solo dire l’esatto contrario di quello che dico io, privo di qualsiasi fonte e con argomentazioni totalmente fuori da ogni logica, ma in compenso con un fare da stronzo che mette ogni giorno a dura prova la mia sopportazione. La cosa curiosa è che ti leggo su La Bara Volante e lì lasci commenti educati e gentili: perché invece vieni a fare lo stronzo da me? E’ un fatto personale? In fondo conservo ancora quel tuo commento criminale con cui hai esordito sul Zinefilo, anche se non lo tengo visibili, quindi è chiaro che vieni qui solo a riversare la tua bile, solo che questo non è un social, è un blog, e dovresti comportarti esattamente come ti comporti nel blog di Cassidy.
      Invece mi fai perdere tempo a scrivere lunghe spiegazioni di cose che non capisci e poi rispondi usando logiche da universi paralleli che esistono solo nella tua testa: ripeto, questo non è un social dove devi “correggere” chi pensi di aver colto in fallo (fermo restando che qui non mi hai colto in fallo), ma pensa: potresti persino non commentare quando non sei d’accordo, oppure scrivere con educazione e senza il tono da stronzo che invece continui a usare con me, spingendomi a cancellare i tuoi commenti come già ne ho cancellati tanti.

      Ogni volta provo a riaccogliere i tuoi commenti perché sembra che hai capito quanto sia sgradevole il tuo tono come me e sembra che vuoi tornare a parlare come una persona educata, poi però rispondi a cazzo – tipo che la giuria sarebbe illegale – e il risultato è che mi hai fatto solo perdere tempo a scrivere lunghe risposte che usavano un linguaggio diverso da quello che usi tu.
      Visto che non sei d’accordo con niente di quello che scrivo, da sempre, si può sapere perché cazzo continui a leggermi? Ignorami, giuro che non mi offendo. Io non sono un tipo da social, non provo piacere nel correggere la gente secondo il mio malato metro di giudizio, quindi ignorami tranquillamente e ne usciremo tutti più ricchi.

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