[Death Wish] Il giustiziere della notte 1 (1974)

Nel 1972 la narrativa d’intrattenimento dà voce alla rabbia popolare e testimonia il crollo rovinoso delle istituzioni: polizia e politica sono colluse con quei criminali che fingono di combattere, quindi la giustizia vera può arrivare solo… da un Punitore.


Il primo film

Siamo arrivati al dunque, al film da cui tutto è nato: malgrado i vari predecessori, che abbiamo visto nelle precedenti puntate, è solamente con questo film che il genere “punitore” si è fissato e l’iconografia ha preso forma.

7 maggio 1973, ultimo giorno di riprese del film L’assassino di pietra, che uscirà in agosto. Mentre i tecnici preparano una scena, l’attore protagonista Charles Bronson chiede al regista Michael Winner cosa faranno dopo.

WINNER: Il miglior copione che ho sotto mano è Death Wish. Parla di un tizio a cui aggrediscono moglie e figlia: lui va fuori di testa e spara ai teppisti.

BRONSON: Mi piacerebbe farlo.

WINNER: Il film?

BRONSON: No: sparare ai teppisti.

Che simpatici i teppisti, quasi quasi li sparo

Che questo meraviglioso aneddoto, raccontato da Winner nella sua autobiografia Winner Takes All. A Life of Sorts (2005), sia vero o meno non ha alcuna importanza: è fatto della stessa materia di cui è fatto il cinema. E all’epoca tutti gli spettatori che hanno decretato il successo sterminato di Charles Bronson volevano vedergli fare una sola cosa: sparare ai teppisti.


Nascita

La nascita del film è leggendaria tanto quanto l’aneddoto appena raccontato. Stando all’intervista con Lia Volpatti del 1982 (su “Il Giallo Mondadori” n. 1733), il romanzo di Brian Garfield è stato comprato da Hal Landers e Bobby Roberts i quali hanno assunto Wendell Mays per tirarne fuori una sceneggiatura: il risultato, a detta di Garfield, «era formidabile».

Il progetto iniziale consiste nel girare un film in bianco e nero, con la regia di Sidney Lumet e con Jack Lemmon nel ruolo da protagonista, la cui presenza fisica si adatta all’“uomo qualunque” descritto nel romanzo. L’idea piace molto a Garfield ma il progetto naufraga – Lumet infatti deve andare a dirigere Serpico (1973) – e i diritti del suo libro cominciano a passare di mano in mano. «Nessuno lo voleva» scrive lapidario il regista Michael Winner nella sua citata autobiografia.

Fatale come un infarto arriva Dino De Laurentiis, lo schiacciasassi italiano dopo il cui passaggio non cresce più l’erba: la sua condanna è lasciare dietro di sé film dalla vita distributiva incasinatissima. (Non a caso i seguiti del Giustiziere della notte sono trasmessi in TV almeno cento volte di più del capostipite di Dino.) Il produttore chiama Michael Winner e, stando a Garfield, tira su una baracconata.

«Gran parte del film fu poi improvvisato sul set, e la sceneggiatura riscritta dal regista stesso mentre girava. [Lo sceneggiatore] Mays quindi è innocente.»

Queste parole di Garfield del 1982 sono davvero strane, visto che il film è straordinariamente fedele al romanzo: i primi due terzi della pellicola a volte hanno scene che sembrano ricalcate sul testo originale. Dove sarebbe mai questa “improvvisazione sul set“? Di tono completamente diverso è Michael Winner, che nella sua citata autobiografia dà una versione leggermente diversa dell’importanza del romanzo originale.

«Era un romanzo breve di uno scrittore chiamato Brian Garfield. Credo che il libro abbia venduto tre copie, due delle quali comprate dalla madre dell’autore.»

Ah, quando c’è la stima…

«È stato comprato da due produttori, Hal Landers e Bobby Roberts, che hanno coinvolto la United Artists per finanziare una sceneggiatura. La United Artists me l’ha mostrata, pensavo fosse grandiosa e volevo portarla su schermo. Ma loro dissero: “Non possiamo fare questo film, Michael: nessuno accetterà come eroe della storia un privato cittadino che spara ad altri cittadini. Semplicemente non si può fare. Inoltre è impossibile trovare l’attore protagonista: se prendiamo Charles Bronson nessuno crederà che sia un contabile, ma crederanno che sia un assassino. Se prendiamo Walter Matthau, crederanno che sia un contabile ma non un assassino.”»

In effetti sono tutte obiezioni condivisibili, considerando che siamo agli albori del “cinema dei punitori”: finora c’erano ex militari a fare giustizia, ma un contabile proprio non suona credibile. Eppure era proprio lì la forza del romanzo di Garfield (anche se a sua insaputa): l’idea che lo sdegno per il crollo di ogni valore sia così forte che anche il più umile degli umili giunga alla violenza. Quindi trovo giusta la reazione di Winner:

«”Ragazzi, è ridicolo”, ho risposto loro. Gli assassini non vanno in giro sembrando assassini, anzi di solito sono persone gentili che abitano alla porta accanto.»

La United Artists non ne è convinta e rinuncia al progetto, lasciando a Michael Winner l’iniziativa di portarlo in giro: se riuscirà a trovare qualche casa disposta a produrlo, loro si limiteranno ad incassare una percentuale. «Per tre anni ho offerto il copione di Death Wish a tutte le compagnie». Aspetta, qui i conti non tornano.

Il romanzo è uscito nel luglio 1972 e immediatamente i diritti sono acquistati dalla United Artists – non si sa perché, visto che per loro ammissione è un romanzo impossibile da portare al cinema: allora che ve lo comprate a fare? – mentre a maggio del 1973, neanche un anno dopo, già Winner dà il via al progetto per un film che uscirà in sala nel luglio 1974: dove mai li ha tirati fuori tre anni quando in meno di due il romanzo è passato dalla libreria alla sala? Comunque in questo suo peregrinare, sicuramente molto più veloce di quanto voglia darcela a bere, Winner incontra Dino che ha sotto contratto Bronson: in un lampo il progetto ha luce verde, e tutte le precedenti obiezioni scompaiono nel nulla.

Tutt’altra versione la racconta Bronson stesso, le cui parole sono riportate (purtroppo senza fonte) nel saggio  biografico Bronson: a biographical portait (1976) di W.A. Harbinson: addirittura esce fuori che l’attore non voleva fare il film, malgrado il suo agente gli consigliasse invece di accettare.

«Non volevo fare Death Wish per via di com’era scritto il personaggio: si trattava di un piccolo contabile di New York, pensavo fosse un film più adatto a Dustin Hoffman. È stato il regista, Michael Winner, a spingermi ad accettare la parte. Ha detto che avrebbe modificato il personaggio e l’avrebbe reso un più virile architetto, così che tutti noi avremmo potuto fare un sacco di soldi.»

Ecco, queste sì che mi sembrano motivazioni a cui credere!


Distribuzione

Death Wish appare nei cinema americani nel luglio 1974 (fonte: IMDb). Il citato saggio di Harbinson racconta che la prima proiezione è avvenuta a New York, in un 14 luglio in cui il Paese è ancora allibito davanti a un presidente sotto impeachment (Nixon darà le dimissioni di lì a un mese). Michael Winner aveva “ammorbidito” sia il produttore Dino che i distributori della Paramount: non si aspettassero grandi incassi quei primi giorni, questo è un film che crescerà con il passa-parola. Solo che quando fecero una capatina in alcuni cinema intorno a Central Park – cioè una delle location del film – notarono molti applausi. Bronson che spara ai teppisti è il sogno di ogni spettatore.

Alla fine della settimana Death Wish ha stracciato ogni record della Paramount, superando per incasso le prime settimane di film come La stangata (1973), Il padrino (1972) e L’Esorcista (1973). E Brian Garfield… muto!

Riceve in volata il visto italiano il 19 settembre successivo. La Titanus lo fa uscire in sordina almeno dal 2 ottobre successivo con il titolo Il giustiziere della notte: chissà, magari è una strizzata d’occhio al marziale Il giustiziere giallo (1972) uscito nelle nostre sale l’anno precedente…

da “La Stampa” del 2 ottobre 1974

Non ha alcun divieto, ormai il pubblico è fin troppo smaliziato. Probabilmente hanno aiutato le decine e decine di filmacci di Hong Kong che hanno invaso i cinema italiani l’anno precedente, con cinesi che si massacrano e la censura che ormai ha tirato i remi in barca: siamo lontani dai divieti per quei quattro calcetti dati in Billy Jack (1971).

Passaggio su Rete4 del 2 novembre 1985:
da notare la trama sbagliata!

Arriva in TV nel gennaio 1982, quando inizia a girare per piccoli canali, poi venerdì 14 maggio Rete4 lo trasmette alle 21.15: da allora in pratica viene trasmesso almeno una volta l’anno fino almeno a metà anni Ottanta, ed essendo io figlio di una fan sfegatata di Charles Bronson è facile che l’abbia già visto nel 1982. Superata la metà degli anni Ottanta, scordatevi il film: i suoi primi tre seguiti verranno replicati all’infinito, ma il capostipite o lo comprate su Amazon o lo scaricate dai pirati, che se aspettate le TV o le piattaforme diventate vecchi.


Uguale al romanzo, ma con Bronson

Malgrado Garfield disprezzi la sceneggiatura finale usata per il film, in realtà è sorprendente come un medium di solito così poco rispettoso dei romanzi originali riesca ad essere fedele al libro, portando su schermo un buon 80% del testo originale, se non di più. Ci sono solo due differenze fondamentali: la recitazione di Bronson e il “segno” del protagonista.

Chissà se rivedremo mai il titolo in italiano, perduto da decenni

Charles Bronson non è un attore sottile, per quanto si sforzi non ha proprio gli strumenti per esprimere il dolore di un uomo normale che veda andare in frantumi ogni proprio più piccolo valore fondante: è un attore scolpito nella quercia, riesce ad esprimere la voglia di vendetta e tanto basta. Siamo ovviamente ben lontani dai lunghi capitoli di approfondimento del personaggio del romanzo, ma qui bisogna andare al sodo e Bronson ci va, dritto per dritto.

La faccia di chi ha appena perso tutto nella vita…

Paul Kersey è un contabile che un brutto giorno riceve una notizia terribile: moglie e figlia sono state aggredite in casa, e dopo una corsa in ospedale scopre che la moglie è morta per le percosse subite. E la figlia è così traumatizzata che in pratica non tornerà più in sé, anche perché nel film c’è un accenno di violenza sessuale totalmente assente nel romanzo, dove viene ben sottolineato che i teppisti cercavano soldi, non sesso.

Tipici teppisti del 1974, col giovane Jeff Goldblum che mette paura quando ride!

Tutto segue fedelmente la storia di Garfield, pagina per pagina, così il nostro eroe pensa bene che sia arrivato il momento di portare un po’ di giustizia nella sua città, nelle sue strade, e prova il calzino con delle monete come arma…

Quando nella vita ti rimane solo un calzino… usalo come arma!

… prima che un collega di lavoro dell’Arizona lo convinca a passare alle armi: Kersey ha fatto il militare sì ma non in posizioni di combattimento, quindi sa usare una pistola ma con ben poca esperienza pratica.

Mi affido all’IMFDb (Internet Movie Firearms Database) per scoprire che Bronson nel film impugna una Colt Police Positive calibro .32 argentata, un modello molto usato al cinema. Nel romanzo invece Garfield dota il protagonista di una Smith & Wesson, sempre calibro .32 (anche se per errore è convinto sia calibro .38!), e – rivela l’autore nel saggio antologico Murder Ink (1977) – all’uscita del film è stato subissato di lettere: perché ha cambiato modello, con il risultato che su schermo viene usato un modello inferiore e meno potente? Ogni tentativo del povero Garfield di spiegare che non aveva avuto alcun controllo sul film, e che inoltre sono particolari di poca importanza ai fini narrativi, sono caduti nel vuoto, condannato a ricevere valanghe di lettere di fan esperti d’armi che si lamentano per questo o quel motivo.

Mentre la formazione western traspare poco dal romanzo di Garfield, al massimo con qualche gustosa citazione («rapinano i passeggeri in metropolitana come se si trattasse dei passeggeri di una diligenza»), nel film di Winner i riferimenti a quel genere sono molto più consistenti, e anzi il regista si auto-cita!

dall’alto: Westward Bound (1944) con Ken Maynard
“Io sono la legge” (Lawman, 1971) di Michael Winner, con Burt Lancaster

Pirates on Horseback (Paramount 1941) con William Boyd

E spunta a capocchia una scena girata in una finta cittadina di Frontiera usata per ambientarci film western.

Bronson ricorda i bei tempi quando sfornava western a spron battuto

Non a caso è l’Old Tucson (Arizona) dove l’anno precedente è stato girato Il mondo dei robot (Westworld, 1973) di Michael Crichton, anche lì con veri finti pistoleri.

Prima Yul Brynner poi Charles Bronson: pian piano i magnifici sette passano tutti per l’Old Tucson

L’unica invenzione degna di nota del film è la creazione del personaggio del detective Ochoa (Vincent Gardenia), frustrato perché non può fermare il giustiziere in quanto sta facendo il lavoro che la polizia non riesce a svolgere: ripulire le strade e far sentire sicuri i cittadini. Questo elemento anni dopo tornerà nei fumetti de “Il Punitore”, quando Garth Ennis sottolineerà la segreta stima che le forze di polizia nutrono per Frank Castle e la sua opera di “pulizia”.

L’unica invenzione del film rispetto al romanzo

Bronson non era un attore dalla grande gamma interpretativa ma a suo merito va detto che non ha mai finto di esserlo: lui svolgeva onestamente il suo lavoro e i milioni di spettatori entusiasti che ne hanno decretato un successo titanico si sono sempre interessati poco di “gamma interpretativa”.

Qui Bronson sarà sicuramente poco convincente nella parte iniziale, dove dovrebbe comunicarci un profondo dolore e sconforto, ma tanto dura poco e si va subito al momento della distribuzione di giustizia una pallottola alla volta…

Il processo è lento e doloroso, Bronson è molto lontano dall’immagine di “vigilante” che invece Garfield gli affibbierà sin da subito: interpreta un uomo qualunque che si arroga il diritto di essere giudice, giuria ed esecutore della condanna, imparando volta per volta il “mestiere” a rischio della propria vita. E il fatto che sin da subito i suoi concittadini lo acclamino, lodando la sua opera di pulizia delle strade, è la prova che la giustizia ha fallito.

Il film non scaverà nella psiche del personaggio come tenta di fare il romanzo – riuscendoci in realtà molto poco – ma l’effetto è più che riuscito. Senza fronzoli e senza ideologie, capiamo perfettamente ciò che spinge il protagonista Paul Kersey a scendere di notte nelle strade della sua città e a fare ciò che le istituzioni non sanno o non vogliono fare.

«Solitario nella notte va / Se lo incontri gran paura fa» (cit.)

Malgrado il film sia assolutamente rispettoso del romanzo, molto più di quanto di solito succeda al cinema, l’odio di Garfield è stato potente e soprattutto squillante. Segno che l’autore non aveva minimamente capito lo spirito del suo tempo: nel febbraio del 1974, cinque mesi prima dell’uscita americana del film con Bronson, nei fumetti di Spider-Man appare un nemico particolare… che uccide solo chi merita di essere ucciso.

da “Uomo Ragno” n. 49 (14 gennaio 1976)

Doveva essere solo un’unica apparizione, invece il Punitore nasce in un momento perfetto per incarnare la voglia di “punizione” che sta esplodendo in tutti i media: il futuro Frank Castle condividerà a fumetti molto di Paul Kersey (o Benjamin, nel romanzo): anche lui avrà la famiglia sterminata da criminali e per questo inizierà la sua opera di punizione, seguendo la strada di Mack Bolan, il padre di tutti i “punitori”. Se solo Garflied avesse capito che scrigno narrativo aveva appena scoperchiato, invece di passare il resto della vita a strillare contro il film di Bronson…


L’odio di Garfield

Nelle interviste, come quella a Pulp Serenade del 2011, Garfield racconta di aver partecipato alla prima del film insieme alla moglie e all’amico Donald E. Westlake, anche lui con la moglie. All’uscita i due amici scrittori erano perfettamente concordi nel giudizio: «solo un altro film d’azione con Charles Bronson» (just another Bronson action movie). Un giudizio pacato, condivisibile o meno, che però stona con quanto succede in seguito.

Nel dicembre del 1975 il “Los Angeles Times” racconta che lo scrittore, informato che la CBS ha in programma per il nuovo anno di mandare in TV Death Wish, si infuria e si lamenta pubblicamente con l’emittente. Il film, dice, ha stravolto il suo romanzo, in cui il protagonista impazzisce e quindi è negativo: nel film sembra un eroe positivo quindi c’è il serio rischio che gli spettatori lo imitino. Spero di cuore sia stata una mossa pubblicitaria, perché altrimenti l’unico impazzito qui è Garfield.

Una scritta vera che però non va giù a Garfield

Passa un anno e l’“Hollywood Reporter” del novembre 1976 riporta dichiarazioni dello scrittore che elogia pubblicamente due emittenti televisive (una di Pittsburgh e l’altra di San Francisco) per aver cancellato dal palinsesto la messa in onda di Death Wish, perché – parola di Garfield – è un «film pericoloso».

Eppure Garfield sin da quel 1974 aveva capito che non si sputa contro le grandi major, infatti in un’intervista al The Chicago Blog del 2001 l’autore stesso racconta come dopo aver manifestato pubblicamente disprezzo per il film di Winner la Fox d’un tratto non sembrava più interessata ai progetti che Garfield e l’amico Westlake stavano preparando. Magari è solo una coincidenza, ma l’aver citato questo fatto significa che Garfield sapeva benissimo che contro le grandi case bisogna stamparsi un sorriso in faccia e dire che ogni film è un capolavoro, come in effetti fanno tutti gli attori e registi che lavorano regolarmente.

Fatto sta che molti dei copioni scritti da Garfield per il cinema sono stati rigettati e sebbene ci abbia provato più volte solo in pochi casi è riuscito a lavorare per il cinema. Magari qualche ridicola indignazione di meno avrebbe giovato.


Epilogo

Durante le riprese di Death Wish ogni tanto Bronson si concedeva ai giornalisti. Il citato Harbinson racconta che una giornalista, Mary Vespa, gli ha chiesto se in una situazione simile a quella del suo personaggio lui reagirebbe alla stessa maniera. È ovvio che i giornalisti hanno già pronti i bollini di “pericoloso” e “fascista” da applicare sul film, quindi Bronson sa che è inutile cercare risposte politicamente corrette, tanto vale divertirsi: «Probabilmente sì, ma con una differenza: lo farei su scala molto più grande».

Steven Whitney nel suo saggio Charles Bronson, superstar (1978) racconta che un giorno in mezzo ai giornalisti si era nascosta una coppietta di fan, e a un certo punto il ragazzo di avvicina titubante a Bronson e gli dice:

«La mia ragazza vorrebbe il suo autografo ma ha paura di chiederlo.»

L’attore fissa il giovane con il suo celebre sguardo da duro, poi sorride e gli risponde:

«Fa bene… ad aver paura.»

Ci sarà un motivo se Charles è Bronson… e gli altri no.

L.

P.S.
E ora, tutti su La Bara Volante per la sua spettacolare recensione.

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Informazioni su Lucius Etruscus

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29 risposte a [Death Wish] Il giustiziere della notte 1 (1974)

  1. andreaklanza ha detto:

    Pezzo epico e perfetto, amico 

    Inviato da Yahoo Mail su Android

    Piace a 1 persona

  2. Cassidy ha detto:

    Come Charles Bronson non ne fanno più, poco da aggiungere, questo sa tanto di post definitivo sul film, chiunque da oggi in poi vorrà scrivere qualcosa su “Death Wish” dovrà fare i conti con il tuo post, complimenti! Mi congedo salutandoti con polli e indice della mano mimando la pistola 😉 Cheers

    Piace a 1 persona

    • Lucius Etruscus ha detto:

      Ti ringrazio, troppo buono, in realtà mi sono dilungato poco sulla trama sia perché ne avevo già parlato ieri per il romanzo sia perché l’analisi del film scena per scena l’hai già fatta tu: anzi, proprio ora mi rendo conto che ho dato così per scontato di linkarti… che me lo sono scordato 😀

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  3. Lorenzo ha detto:

    Penso sia la miglior disanima del Giustiziere che abbia mai letto. Ok, non ne ho lette altre, ma sono sicuro che nessuno possa competere con le analisi del Zinefilo 😀
    Ho richiesto finalmente il romanzo in biblioteca. A breve lo leggerò 😉

    Piace a 1 persona

    • Lucius Etruscus ha detto:

      ahahahah ti ringrazio per il complimento: mi fa piacere di essere arrivato primo correndo da solo 😀
      Scherzi a parte, se ricordi il film vedrai che il romanzo è uguale ma lo stesso appassionante: malgrado non avesse capito l’argomento trattato, Garfield ha scritto una storia ancora godibile oggi. E scoprirai che le opinioni estreme del protagonista, quelle per cui secondo l’autore sarebbe pazzo, sono le stesse di tantissimi italiani, giusto perché i tempi non cambiano mai 😛

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      • Giuseppe ha detto:

        E aveva continuato a non capire nonostante il successo del film, convinto che Paul (Benjamin) Kersey fosse stato fatto passare per eroe positivo quando di eroismo e positività nel film non ce n’è nemmeno l’ombra, e quindi nulla ci sarebbe mai stato da boicottare in tal senso… ovvio che a quel punto una brillante carriera se la potesse solo sognare, visto il suo perseverare nell’errore (e la Major NON perdonano gli errori).
        Post degno di Charles Bronson: grande e granitico 😉

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  4. Willy l'Orbo ha detto:

    Super post! A cui darò uno sguardo anche più approfondito perché i millemila dettagli/aneddoti meritano una disamina ulteriore, pure per non sperimentare se il fu Bronson, oltre che ai teppisti, spara anche agli orbi troppo frettolosi! 🙂

    Piace a 1 persona

  5. Kukuviza ha detto:

    La pepponza che postone! I miei complimenti, così come anche per la frase dell’aneddoto che è fatto della stessa sostanza con cui è fatto il cinema! Da applausi!

    Comunque, non penso di aver mai visto nessun film della serie del Giustiziere anche se ovviamente era impossibile non conoscerlo. Praticamente era il secondo nome di Bronson (a proposito, in tutte le foto ha la stessa identica espressione! ma era quella giusta) e immagino fosse davvero tagliato per la parte. Gran signore quando praticamente sfotte Hoffman e il suo stile da impiegato! 😀
    Da ridere come tutti si sputtanino un po’ tra di loro e pazzesca questa fissazione di Garfield nel condannare il film. Forse temeva che se fossero esplosi episodi di violenza, poi avrebbero dato la colpa a lui? (tipo quelli dei viodeogiochi violenti?)
    Chissà cosa sarebbe successo se Jack Lemmon avesse avuto la parte, onestamente non riesco a immaginarmelo, perché se è vero che la parte drammatica gli sarebbe riuscita, forse sarebbe stato carente dal punto di vista fisico, muscolare. Anche se magari c’è solo da sparare e non da menare, lo stesso ci vorrebbe un certo piglio. Comunque non lo sapremo mai come sarebbe andata.

    (Mi sono schiantata quando ho letto della giornalista Mary Vespa! :D)

    Piace a 1 persona

    • Lucius Etruscus ha detto:

      Ti ringrazio, ma il merito è tutto delle ottime fonti: quando un regista scrive la propria autobiografia, un romanziere lascia parecchie interviste in giro e un attore è così famoso che qualcuno ci scrive un saggio, è facile trovare materiale ottimo con cui giocare 😉

      Se Jack Lemmon in effetti sarebbe stato perfetto per incarnare il personaggio del romanzo, cioè un posato padre di famiglia, onestamente vederlo girare di notte ad ammazzare i criminali non lo avrei trovato molto credibile, per non parlare della negatività del soggetto, quando invece Jack di solito è sempre stato un eroe positivo.

      Posso credere che Garfield intendesse ritrarre un anti-eroe negativo, un personaggio da biasimare, ma non c’è minimamente riuscito, visto che nel romanzo tutto porta a tifare per lui: è un caso in cui un autore sbaglia stile e ci azzecca molto più che se avesse usato lo stile che voleva 😛

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