Ku Fu? (1973) Dalla Sicilia con furore

Dal 27 gennaio 1973, primo giorno dell’esplosione marziale in Italia, al successivo luglio nelle nostre sale sono uscite più di trenta pellicole importate in fretta e furia dai mercati di Hong Kong, da cui passano anche altre cinematografie minori locali. Una media di cinque-sei nuovi film al mese, un fuoco di fila che inorridisce i giornalisti ma che viene premiato da orde di spettatori italiani che riempiono le sale e riversano soldi su ogni più misera e orripilante operazione truffaldina degli spregiudicati distributori, che invece di approfittare del momento propizio acquistando i grandi capolavori di Hong Kong vanno a ravanare nei secchioni della spazzatura comprando la peggio robaccia che trovano in giro. Così che nell’immaginario collettivo rimanga il pregiudizio per cui i “film cinesi” siano tutti robaccia pezzente.

A luglio muore Bruce Lee e il trauma è così potente che con lui muore il cinema marziale: ad Hong Kong il genere conosce un crollo verticale nell’apprezzamento del pubblico, come ci racconta l’autobiografia di Jackie Chan: essendo scomparsa la più fulgida stella del gongfupian, gli altri sono visti come volgari imitatori. Così, paradossalmente, il genere inizia ad esplodere nel mondo nel momento in cui sta morendo in patria. (Risorgerà con Jackie ma solo perché lui saprà reinventarlo e soprattutto portarlo in tutt’altra direzione rispetto allo schema classico.)

L’Italia è in prima linea in questa esplosione marziale, si compra ogni titolo giri e poi lo fa sparire per sempre: moltissimi dei film marziali di questo periodo sono perduti per sempre, in lingua italiana, perché l’entusiasmo di importarli non è durato fino al momento di distribuirli in home video. Ad agosto esce I 3 dell’Operazione Drago, l’ultimo film girato da Bruce, prodotto dalla stessa Warner Bros che aveva fatto esplodere in Italia il genere sei mesi prima. I tempi sono maturi, l’interesse del pubblico è alle stelle, scomparsi altri generi (spaghetti western, spy story, peplum, tutti confinati nel precedente decennio) il genere marziale vende molto più di quanto ogni intellettuale d’Italia riesca a spiegarsi.

Il 31 agosto 1973 riceve il visto della censura il primo e unico film siculo-marziale della storia: prodotto dalla Juma Film, è il momento che il mondo conosca Ku Fu? Dalla Sicilia con furore.

da “La Stampa” del 30 agosto 1973

In realtà già dal giorno prima è in cartellone a Torino, mentre a Roma arriverà misteriosamente solo dal 4 ottobre successivo.
Si affaccia in VHS (in data ignota) per la Capitol International Video, poi con l’avvento del Duemila appare in almeno tre edizioni DVD, una delle quali da edicola. All’epoca ho comprato la bella edizione prodotta da RaroVideo, Nocturno, Minerva e Sony: in quattro ci si sono messi per un film siculo-marziale?

Per questo post mi piace usare schermate tratte dal passaggio del film su Cine34 il 6 novembre 2021: su YouTube tutti possono vedere il film nell’edizione digitale, quindi l’edizione di Cine34 è più chiccosa.

Dal passaggio su Cine34 del 6 novembre 2021

Chi segue il genere marziale è ben abituato alla “campagna cinese”, quel panorama generico che faceva da sfondo ai gongfupian “rurali”, quelli che si svolgevano in paesini campagnoli, ma bisogna tenere a mente le date: tutti i titoli più famosi erano di là da venire, quando Franchi Franchi (in una delle pause da Ciccio Ingrassia) si allenava per diventare Sicilian Master.

Sarà pure la Sicilia (ricreata vicino Roma), ma sembra tanto Hong Kong

Franco è un giovane allievo dal «Mandarino di Sicilia» Don Vito, il quale deve fare ora il salto di qualità in vista di un torneo-concorso indetto dal Comune di Roma per un posto fisso. Dalla campagna il nostro eroe arriva dunque nella Capitale, pronto a far sentire tutto il suo furore.

Un siculo-cinese marziale a Roma

La sua destinazione è la ben misera palestra di “lotte orientali” gestita dal maestro Kon Chi Lay (Gianni Agus).

Perché un maestro di kung fu allena dei judoka?

Nella storica tradizione marziale, non può esserci una scuola senza una scuola rivale: in questo caso la palestra V.I.P. “I Draghi del Kung Fu” del cavalier Lho Kon Te (Enzo Andronico), anch’egli interessato al posto offerto dal Comune di Roma.

Enzo Andronico è perfetto nel ruolo del cinese cattivo

Per assicurarsi che la scuola di Kon Chi Lay non possa vincere, il perfido Lho Kon Te ha chiamato da Milano tre spietati assassini: Ki Kaka Mai (Nino Terzo), Tutti Li Tui (Gino Pagnani) e Va A Fan (Alfonso Tomas), «i meglio de piazza San Babila».

Nessuno può resistere ai tre milanesi marziali

Il maestro Kon Chi Lay, visti i propri allievi tutti battuti dai tre fenomenali milanesi marziali, decide di puntare sul giovane e inesperto Franco, insegnandosi l’antica, misteriosa e segreta arte della… Mano di Travertino. Va ricordato che diversi film marziali usciti nei mesi precedenti vedevano l’eroe potenziare la propria mano, quindi è uno sviluppo naturale della trama.

La prima “Mano di Travertino” era di Mantieni l’odio per la tua vendetta (1967)

Poi c’è quella di Cinque dita di violenza (1972)

Quella de Il giustiziere giallo (1972)

E infine quella di Franco Franchi

Anni prima dei pittoreschi allenamenti a cui il “maestro ubriaco” sottoporrà il giovane Jackie, vediamo Kon Chi Lay usare Franco per scopi ben poco marziali: il suo addestramento infatti assomiglia in modo sospetto ad un trasloco a gratis.

L’antica e misteriosa arte marziale del trasloco

Spesso nei film dell’epoca vediamo gli eroi irrobustirsi le mani infilandole nelle braci ardenti, quindi anche in questo caso il povero Franco non può proprio esimersi.

Ogni eroe marziale è passato da questa tecnica

Alla fine però il risultato è garanti, anche se drammaticamente fortuito: Franco ha la Mano di Travertino, utile per tutte le occasioni… anche per tagliare il salame!

Una Mano di Travertino in casa serve sempre

Il perfido Lho Kon Te giunge persino a un colpo basso che anticipa il futuro Bomber (1982): ferire la mano del campione prima dell’incontro. Ma non servirà, perché le anticipazioni non si fermeranno qui.
Arriva infatti il torneo-concorso e il nostro baldo eroe arriva alla vetta più alta: anticipa il vestito de Il ragazzo dal kimono d’oro (1987)!!!

Il Franco dal kimono d’oro!

Il DVD RaroVideo/Nocturno contiene un documentario di ben venti minuti di straordinaria inconsistenza: venti minuti in cui si parla di Franco Franchi attore, come se ci fossero dei dubbi su cosa abbia fatto per tutta la vita. Aneddoti del figlio, del figlio di Ciccio Ingrassia, di alcuni critici… e del film che contiene detto documentario? Le vogliamo spendere due parole? No, zero totale. Ah, la grande documentaristica italiana…
Dai giornali e riviste d’epoca non ho trovato una sola sillaba scritta su questo film, che temo all’epoca della sua uscita sia stato visto ma di nascosto, e sia stato rivalutato solo in tempi recenti, quando grazie all’uscita di edizioni digitali dei film di Franco e Ciccio si è potuto riscoprirlo.

L’arte italiana della parodia marziale

Mentre lo sceneggiatore Marino Onorati dà fondo ad ogni più minuscolo luogo comune sui cinesi – dai ristoranti che servono cani arrosto e “vermicelli” alle arti marziali balzane – il regista Nando Cicero si diverte a creare situazioni così assurde da essere indiscutibilmente frizzanti. Si può fare i seri con la pipa e parlare di trash o qualche altro termine vuoto che si usa per indicare il nulla, ma è innegabile che questo film è una parodia di filmacci cinesi di serie Z e per questo sfodera la Z italiana, che non ne è sicuramente seconda. E provare a non ridere è del tutto inutile.

Ci scappa pure la pubblicità a uno degli storici saggi di Augusto Basile: in questo caso,
ABC del karate (1965), che le Edizioni Mediterranee avevano ristampato proprio in quel 1973

Dalla parodia marziale alla comicità più “bassa” concepibile – lo spione che fuoriesce dalla tazza del cesso è un grande classico – non manca niente in questo film, che è specchio perfetto di un mondo totalmente avvolto da una esplosiva passione per i film marziali cinesi e quindi prenderne in giro i dettami con lo stile nostrano è assolutamente naturale.
Da IMDb scopro che il film è stato distribuito anche nei Paesi anglofoni, come Ku Fu? From Sicily with Fury: non invidio i traduttori dei sottotitoli, e mi chiedo cosa possano aver capito gli stranieri dei tanti giochi di parole del film. Quando il maestro Kon Chi Lay spiega di essere un saggio centenario perché «Mi faccio sempre i cazzi miei», vallo a spiegare agli americani che un proverbio italiano garantisce vita centenaria a chi pratica quest’antica arte?

Un film che credo raggiunga sia i fan marziali, con le sue citazioni-parodie, sia i fan della commedia italiana, così come gli amanti del trash (termine vago che in realtà abbraccia qualsiasi film). Ma soprattutto è uno sguardo su un’Italia in piena fase iniziale di una febbre da arti marziali che durerà almeno un decennio.

L.

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24 risposte a Ku Fu? (1973) Dalla Sicilia con furore

  1. Il Moro ha detto:

    Nel periodo che davano i film di Fanco e Cicco al pomeriggio l’avro visto almeno tre o quattro volte! E niente, lo adoro.

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Per fortuna la sua vita televisiva è sempre stata vispa, mentre quella in home video triste come quella dei film del duo. Forse i distributori sanno che i fan di Franco e Ciccio sono disposti a vederli in TV ma non a noleggiarli in videoteca o a comprarli in DVD!

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  2. Cassidy ha detto:

    La parodia è la vera dimensione della popolarità, quindi anche il genere di menare non poteva che aveva la sua parodia mitica. Penso anche io che sia stato visto dimenticato e poi rivalutato a distanza, peccato perché era sul pezzo ed è stato anche un film anticipatore, ecco forse si sarebbe meritato un documentario un po’ più approfondito 😉 Cheers

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  3. Evit ha detto:

    venti minuti in cui si parla di Franco Franchi attore, come se ci fossero dei dubbi su cosa abbia fatto per tutta la vita. 

    AHAHAH, tipica operazione italiana. Negli inserti speciale ci mettiamo la qualunque.

    Non l’ho mai visto ma mi hai incuriosito

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  4. Kukuviza ha detto:

    ahaha se noi ci lamentiamo per i luoghi comuni sugli italiani, chissà cosa dovrebbero dire i cinesi/giapponesi e tutti gli asiatici in genere!?
    ma comunque, questo mitico posto al comune di Roma, in cosa consisteva? Li fanno ancora concorsi del genere, dove bisogna andare dal maestro mandarino siciliano per sperare di vincerli?

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Malgrado le voci su un posto di alta responsabilità, da cui si sarebbe potuto controllare la Capitale, in realtà si trattava di semplice “pizzardone”, cioè vigile urbano 😀
      Però è sempre un “posto fisso”!

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  5. J_D_La_Rue_67 ha detto:

    Perché mi faccio sempre i cazzi miei = “Cuz I always mind my own fuckin’ business”, con una leggera pausa tra mind e my può andare?

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Come traduzione credo sia perfetta, il problema è che non si tratta solo della frase ma del riferimento all’adagio popolare: non so se gli anglofoni abbiano lo stesso detto 😛
      E’ come tradurre “the cat has lost its little paw”: non credo renda come l’italiano “lasciarci lo zampino” 😀
      Come li traduci poi i nomi Kon Chi Lay e Lho Con Te? Che peraltro rispettano il triplo nome corto alla cinese…

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      • J_D_La_Rue_67 ha detto:

        Beh, come senso si potrebbe fare (scrivo a senso) kitty lost its paw to catch that rat o roba del genere. Se invece vuoi ricondurre all’analogo adagio popolare metti curiosity killed the cat, il senso è quello. Ma ovviamente non puoi tradurre quei nomi, o comunque per me è troppo difficile far sì che sembrino cinesi (Kon Chi Lay = Hoo-Ya-Madat ? Non suona bene). Non puoi tradurre efficacemente un film di Totò o un fumetto di Jacovitti, è comunque necessario un adattamento (come sa bene Evit). Tanto che per il titolo inglese hanno lasciato “Ku Fu”, che avranno capito solo a Broccolino.

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Sicuramente non hanno capito che il titolo del film parodiava “Dalla Cina furore”, che da loro ha altri titoli. Temo siano film di cultura popolare difficili da rendere in altre lingue.

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  6. Zio Portillo ha detto:

    Immaginavo che prima o poi tra le millemila rubriche di questo blog saremmo arrivati a Franco e Ciccio. E che, giocoforza, fossi costretto ad un’ammissione fantozziana: “Per me, i film di Franco e Ciccio sono delle cagate pazzesche!”. Ora non mi aspetto i canonici 92 minuti di applausi, ma almeno mi sono levato un peso dallo stomaco. Limite mio, eh, ci mancherebbe. Ma ciò non toglie che personalmente non capisco il successo di pubblico di Franco e Ciccio. I loro film non mi hanno mai, mai, mai, mai fatto ridere. Mai! E pensa che ho un amico che li venera e che ha la collezione completa dei loro film.

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Premettendo che qui siamo in un campo diverso, essendo un film dove il solo Franco prende in giro il cinema marziale, non sarò certo io a difendere il duo comico, anche perché in tanti decenni d’attività hanno girato tipo un milione di film, quindi ci sono tanti “periodi” che posso piacere o meno.
      Di sicuro da ragazzino li adoravo, ma appunto ero ragazzino (tipo 10 anni o anche meno). Dipende molto dai registi e dagli autori, dalle storie e dalle ispirazioni, parliamo di un numero sconfinato di film in cui cambiano un sacco di fattori.

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      • Zio Portillo ha detto:

        Mia nonna ogni tanto se li guardava. Così come guardava Totò, Aldo Fabrizi, De Filippo,… Ma mentre nelle altre pellicole c’era qualcosa che mi piaceva o mi faceva ridere (seppur con comicità e toni totalmente opposti da quelli di un ragazzino), i film di Franco e Ciccio semplicemente mi infastidivano. Ho anche provato a recuperarli qualche anno fa quando uscirono delle collane in edicola ma niente da fare. Sarò tarato male io, che ti devo dire…

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Benvenuto nella Leggenda, quando ti senti solo contro un mondo che la pensa al contrario 😀
        Io ho bei ricordi dei loro western, perché ero più parodistici che comici, ma ti parlo di ricordi di gioventù, in realtà li seguo poco. Ho visto diversi loro film nel 2020, quando il Covid mi masticava e un ciclo di Cine34 trasmetteva ogni giorno un loro film: non mi sembravano gran che, ma tra gli effluvi della febbre non ero un critico oggettivo 😛

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      • Giuseppe ha detto:

        Sì, in effetti dare un giudizio unico e definitivo sull’intera loro filmografia non è facilissimo, essendo per l’appunto sterminata. A proposito di Franco Franchi, poi, ricordo di quando nel 1992, poco tempo prima della sua dipartita, scrisse una malinconica e amara lettera al mitico settimanale satirico “Cuore” rivelando, tra le altre cose, di essere un appassionato astronomo… Tornando al film in questione, penso di poter dire che questo sia l’unico film davvero divertente (superiore anche a “Ultimo tango a Zagarolo”) di un regista da me mai amato, né prima né dopo le varie rivalutazioni ipocrite da parte della critica (quella stessa critica che però, a tutt’oggi, non sembra parimenti interessata anche a una rivalutazione dei film di Franchi e Ingrassia).

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Il duo è stato rivalutato per la solita disciplina olimpica del salto sul carro del vincitore, i cui i critici nostrani sono campioni indiscussi, perché all’epoca giornali e riviste a malapena citavano l’uscita di questi film, figuriamoci recensirli.

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  7. Willy l'Orbo ha detto:

    Ahahahah! Film mitico, recensione mitica, parodia mitica! Poco altro da aggiungere se non che da oggi cercherò di farmi sempre più i ca**i miei per vedere se ciò mi darà rettitudine, saggezza e longevità! 🙂

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