Il mio nome è Shangai Joe (1973)

Siamo alla fine di quell’anno marziale che è stato il 1973 e i numeri parlano chiaro: più di cinquanta film asiatici “di menare” sono stati comprati e distribuiti nelle sale italiane in quei dodici mesi, per la maggior parte poi scomparsi e perduti nella nostra lingua. È un fiume inarrestabile che spinge i produttori a cercare di sfruttare quel filone d’oro che sta riempiendo le casse dei distributori. Purtroppo parliamo di distributori e produttori di infima qualità (a parte rarissimi casi): quello marziale viene visto come un fenomeno-spazzatura, robaccia in cui investire zero così che sia tutto guadagno.

Nasce così C.B.A. Produttori e Distributori Associati, casa-fantasma che esiste ancora ma si occupa di tutt’altro (ipotizzo un’omonimia) la cui unica attività è consentire al cineasta romano Mario Caiano di scrivere e dirigere un film “kung fu western” con protagonista asiatico così da continuare a sfruttare il fenomeno marziale.

Non so se fosse nei calcoli l’uscita in contemporanea nei cinema italiani insieme a I 3 dell’Operazione Drago (1973), ma sta di fatto che quel 28 dicembre 1973 a chiudere il portentoso anno marziale ci sono due film: l’ultimo girato da Bruce Lee, morto nel luglio precedente… e Il mio nome è Shangai Joe, anche se le prime locandine riportano “Shangay”. (L’accezione “Shanghai” poi, con la doppia “h”, non era ancora in uso.)

Il visto della censura era stato rilasciato il 3 ottobre precedente con divieto ai minori di 18 anni – che decadrà dal gennaio 1974 perché il distributore accetta di tagliare alcune scene giudicate cruente – e già durante la distribuzione in sala questo non è altro che un film-fantasma: non frega nulla a nessuno di Shangai Joe. Con l’inizio degli anni Ottanta parte la sua vispa vita televisiva nei più minuscoli canali locali e in data ignota viene distribuito in una rara VHS Golden Video: prima che la pirateria digitale lo rendesse di nuovo disponibile, era un film nato morto in Italia, mentre all’estero è ampiamente distribuito sin da subito.

Il titolo alternativo riportato da IMDb, Mezzogiorno di fuoco per Han-Hao, non si sa da dove venga, visto che non viene attestato da alcuna fonte.

Non c’erano proprio altri attori asiatici a disposizione, eh?

Il protagonista, il sedicente Chen Lee, sicuramente è asiatico così come altrettanto sicuramente non è un attore: si dice sia stato reclutato in una palestra romana, e al di là se sia vero o meno di sicuro si muove con legnosa immobilità per tutta la pellicola. A questa totale carenza recitativa del protagonista si ovvia utilizzando la calda voce di Ferruccio Amendola per doppiarlo, creando una situazione ancora più paradossale in cui l’attore e la sua voce sono slegati in maniera imbarazzante.

Che cinese è se non gira con del riso appresso?

San Francisco, 1882. Appena sbarcato, l’emigrante che tutti chiamano Shangai Joe parte per il Texas in cerca di una vita migliore, rispetto al futuro da sguattero che tutti gli propongono. A parte sabbia, sole e disprezzo non troverà altro nello Stato americano: tutte situazioni tese da far concludere con il protagonista che dà prova delle proprie capacità. È infatti provetto lanciatore di coltelli, esperto carpentiere, un mago a giocare a carte e non c’è bisogno di aggiungere che è un maestro dell’arte del combattimento.
Con tutte queste doti, alla fine ottiene ciò che più ambiva: un posto da vaccaro al soldo del boss locale Spencer (Piero Lulli), un chiaro caso di impiego al di sotto delle proprie capacità.

Il vero cinese non usa il martello: pianta i chiodi con le mano!

Scoperto che Spencer è uno schiavista e tratta male i messicani come all’epoca era usanza degli spaghetti western, Joe scappa lasciandosi un brutto ricordo alle spalle, tanto che ora il boss vuole la sua testa. Fuggendo con la sua amata Cristina (Carla Romanelli), il nostro eroe dovrà affrontare i vari cacciatori di taglie che Spencer gli ha sguinzagliato contro, come per esempio Burying Sam: piccolo ruolo pensato per Gordon Mitchell, prolifico caratterista onnipresente nella serie Z italiana e sempre in ruoli da ebete che sembrano appiccicati a forza nella pellicola.

Chissà se Mitchell ha mai capito uno solo dei suoi tanti personaggi girati in Italia

C’è poi Tricky il baro che consente una comparsata a Giacomo Rossi Stuart

Giacomo passa giusto per un saluto

… e finalmente a tre quarti della vicenda entra in scena Jack, psicopatico cacciatore di taglie esperto di coltelli che è un ruolo perfetto per Klaus Kinski. (Viene chiamato solo Jack, ma la sua passione per gli scalpi gli è valsa in seguito il nome Scalper Jack.) L’attore ha qualche minuto per lanciarsi in espressioni da psicopatico prima di essere malmenato dal protagonista: un ruolo minuscolo che però vale più dell’intera pellicola.

Quando una comparsata vale più dell’intero film

Zoppicante e rozzo molto di più del più piccolo western italiano dell’epoca, con però l’aggravante di un divo marziale che non è né un divo né un marziale, l’unico aspetto di alta qualità de Il mio nome è Shangai Joe è la splendida colonna sonora di Bruno Nicolai (perché c’è parecchia vita oltre Morricone!), anche se in realtà è ripresa para para dal suo Buon funerale, amigos!… paga Sartana (1970).

Un momento di buona regia: tranquillo, è solo un attimo…

Non va però dimenticato che il film nasce per rivolgersi quasi esclusivamente ad un pubblico amante dei film violenti (o supposti tali) di Hong Kong dell’epoca, e lo dimostra il fatto che, in un momento di incredibile citazionismo, a Tricky il baro Shangai Joe cava gli occhi, rifacendosi palesemente a quel Cinque dita di violenza (1972) che ancora spopola nelle sale dell’epoca.

Gli autori hanno occhio per le citazioni alte…

Al samurai Mikuja (Katsutoshi Mikuriya) che alla fine impugna vigliaccamente una pistola – in una scena che mi piace pensare sia una citazione del finale de La sfida del samurai (1961) di Kurosawa – mozza la mano come di nuovo in Cinque dita di violenza.

Tanto va il samurai alla pistola che ci lascia il moncherino

E ancora, nell’allenamento intensivo per affrontare il perfido nemico finale Shangai Joe si “carica” una mano, che diventa rossa come fa Lo Lieh con le sue cinque dita di violenza…

Quando la mano è rossa, significa che le cinque dita sono tutte di violenza

… ed esorta l’avversario con la frase «Mira al cuore, Mikuja: al cuore!» Così, già che ci siamo, rendiamo omaggio anche a Sergio Leone e al «Dritto al cuore, Ramon!» di Per un pugno di dollari (1964), plagio-fotocopia de La sfida del samurai (1961) e il cerchio si chiude.

Se non siete capaci di fare i salti volanti, per favore: non fateli

Tanti considerano Il mio nome è Shangai Joe un film “trash”, etichetta affibbiata a così tanti titoli che non ha davvero più senso usarla: è semplicemente un film brutto, fatto male probabilmente per svogliatezza (spero non per incapacità), perché tanto è un prodotto che si riallaccia a un genere stimato pochissimo: visto che il pubblico si affolla e ricopre di soldi filmacci pezzenti da Hong Kong, perché anche l’Italia non produce un proprio filmaccio pezzente? Non so se questo sia “trash”, di sicuro è una paraculata.

Vista la capillare distribuzione estera di un film che in Italia c’è stato davvero poco, nasce anche il sospetto che i nostri fenomenali cineasti abbiano girato un prodotto pensato quasi unicamente per gli stranieri: in fondo il western e il gongfupian sono generi universali, almeno in quel 1973, e visto che tutto il mondo sta comprando spazzatura… perché non dargliene una Made in Italy? Son soddisfazioni.

L.

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17 risposte a Il mio nome è Shangai Joe (1973)

  1. Zio Portillo ha detto:

    Probabilmente devo averlo beccato anni fa in qualche canalaccio regionale perché ricordo… Kinski! Sul resto del film non ricordo nulla di nulla ma l’immagine di Klaus che fa il cacciatore di taglie che prende lo scalpo delle vittime mi ha acceso una lampadina in testa.

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      E’ curioso come Kinski abbia vissuto un recupero fortissimo mentre i suoi colleghi, di pari bravura, siano rimasti materia per pochi appassionati. Se un film ha Kinski a fare cinque minuti di ruolo – cioè il 90% dei film dove leggi “Kinski” nel cast – allora sta’ sicuro che un recupero in DVD ci esce fuori. Per Giacomo Rossi Stuart e altri temo sia ancora troppo presto 😛

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      • Zio Portillo ha detto:

        E’ proprio la forza del “personaggio” Kinski. Non discuto l’attore, bravissimo, ma l’effetto trainante delle storie che si porta appresso fa si che qualsiasi titolo con lui venga venduto, visto e ricordato a prescindere.

        Kinski l’ho conosciuto prima per fama e da quella ho recuperato (anni fa, quando avevo moooolto più tempo libero) tutto quello che potevo.

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        E’ un personaggio ipnotico, magnetico, anche quando non fa niente gli basta apparire per ridestare l’attenzione dello spettatore. Visto che quasi sempre appare in minuscoli filmetti, ovvi che tutti lo volevano, perché i loro filmettini ne acquistavano in attenzione.
        Per non parlare poi delle leggende da attore pazzo, litigioso, antipatico e via dicendo, che facevano gran comodo ai registi così da creare interesse per i relativi film 😛

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      • Giuseppe ha detto:

        Un po’ come nel contemporaneo “La morte ha sorriso all’assassino” di Joe D’Amato, dove il suo nome fa da indubbio traino a un horror comunque niente male (tra l’altro, con Giacomo Rossi Stuart fra i protagonisti) e che, se dovessi scegliere, credo rivedrei a differenza di questo “Shangai Joe”, scoperto sui palinsesti delle ruspanti emittenti locali in quei tempi andati 😉

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Tutto è meglio di Shangai Joe, anche la TV spenta 😀

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  2. Cassidy ha detto:

    Conosco meglio il film per la sua colonna sonora, che finivo sempre per ascoltare (storia vera), tutte le facce giuste tranne quella del protagonista, pensare che oggi un film così matto storto e strano farebbe furore tra i giovani grazie ai meme, ma nel frattempo è cambiato il mondo dal 1973. Cheers

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  3. Willy l'Orbo ha detto:

    Il film effettivamente invoglia pochino e stavolta non è colpa del lato western ma solo del lato…brutto! Però, in compenso, leggere i tuoi post è sempre un piacere, lo zinefilo ha questa unicità: l’interesse nello scorrere il pezzo è inversamente proporzionale alla bellezza del film trattato (nel senso che più è brutto il film più sono mitiche le recensioni, lo specifico perché la mia balordaggine nelle proporzioni potrebbe portarmi a pacchiani equivoci, ahaha!)! 🙂

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Sparare a zero su questo film era troppo facile e anche inutile: si spara da solo 😀
      Meglio divertirsi con le tante comparsate e le varie citazioni dei “classici moderni” dell’epoca.
      Mi sento di sconsigliartelo caldamente, ma non come quei film che invece poi segretamente si consigliano: no no, è proprio una robaccia da evitare 😛

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    • Belfilm ha detto:

      Va la va la, non dargli retta… in realtà il film è ben più godibile di come l’ha descritto, certo non è un capolavoro, ma nemmeno un disastro tipo quelli di Demofilo Fidani (ed a volte pure lui ne azzeccava qualcuno).
      Certo, il lato migliore e quello western, veramente ben riuscito, con sparatorie, morti, violenze e torture (assolutamente gustosa la strage dei messicani, la scena nel saloon o la tortura subita dal tizio appeso), ma anche da quello “maziale” non sfigura più di tanto, in fondo cerano prodotti di Hong Kong, Taiwan e Thailandia che avevano coreografie e combattimenti perfino peggiori; così come anche trame più banali e ripetitive del film in questione.
      Chen Lee (che per di più era giapponese e non cinese, ma comunque…) non sarà una cima d’attore, ma riesce ad essere simpatico e carismatico quanto basta, e la sua incredibile simiglianza con Dustin Hoffmann è un valore aggiunto che per me ne accresce la simpatia (ed il doppiaggio di Amendola fa il resto, altro che fuori posto); i dialoghi sono i soliti di questi film, così come le battute e l’ironia, eppure niente sfigura o sembra lasciato troppo al caso, in oltre vi sono innumerevoli trovate spassose e divertenti che lascio il piacere di scoprire ai più curiosi…

      In definitiva, un film fumettoso, naif, ingenuo e anche piuttosyo exploitativo, ma efficace e di sicuro intrattenimento a modo suo.
      Io lo coniglio caldamente se vi piacciono le pistolettate, le freddure, le frasi mitiche, le acrobazie, gli sganascioni ma soprattutto se vi piace il sangue (scene splatter e dettagli gose di certo non mancano).

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Temo di essere in totale disaccordo su ogni singolo punto, tanto da pensare che stiamo parlando di film diversi: gli spaghetti western hanno creato gioiellini tali che non accosterei mai questo film anche solo nello stesso universo di quel genere. E bisogna scavare parecchio per trovare un film di Hong Kong marzialmente peggiore di questo, dove palesemente gli attori si limitano a scimmiottare le pose marziali come se stessero giocando.
        Ogni singolo elemento che hai citato si trova in forma mille volte migliore in altre opere, qui infatti – trattandosi di una minuscola produzione pezzente – è ripreso quasi a parodia.
        Che possa piacere non lo metto in discussione, i gusti sono gusti, ma che sia un buon prodotto temo non si possa proprio dire.

        Ah, e visto che non si sa niente dell’attore, ma proprio zero carbonella, quali fonti hai usato per dire che è giapponese e non cinese???

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      • Belfilm ha detto:

        “gli spaghetti western hanno creato gioiellini tali che non accosterei mai questo film anche solo nello stesso universo di quel genere.”
        Si vabbè, ma mica tutti erano Leone, Corbucci, Sollima o Castellari… molti western italiani erano per altro fatti più per intrattenere in modo leggero e come scacciapensieri; questo è uno di quelli, e come spaghetti-western non ci ho visto TUTTO ‘sto disastro da te descritto, anche per la BUONISSIMA carrellata di attori e caratteristi presenti al suo interno (non solo quelli da te citati) e TUTTI per me hanno dato il meglio (naturale poi che questi rubino DI PARECCHIO la scena ai protagonisti XD).

        “E bisogna scavare parecchio per trovare un film di Hong Kong marzialmente peggiore di questo”
        Mah, mica tanto… ne ho visti sul tubo di filmacci marziali con pose e mosse improponibili, e coreografie e combattimenti ancor più atroci; roba che sbravano prendersi a spintoni e scapellotti, per lo meno in “il mio nome…” le botte sono più botte (anche se date alla cazzo di cane).

        “Ah, e visto che non si sa niente dell’attore, ma proprio zero carbonella, quali fonti hai usato per dire che è giapponese e non cinese???”
        C’era scritto su un dizionario degli Spaghetti-Western, ed altre informazioni le si trovava in internet, come IMDb.
        Il suo vero nome dovrebbe essere Myoshin Hayakawa, ed è nato ad Aichi, Giappone, nel 1939.

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Mai citato Leone o altri grandi nomi: negli anni ne ho rispolverati a valanga di spaghetti western grazie alle rimasterizzazioni di Cine34 e reti Mediaset limitrofe e poche volte c’erano grandi nomi, sia alla regia che nel cast, a parte ovviamente noti caratteristi che si giravano tutti i set. Di solito sono film che cercano di essere “seri”, quasi dei veri western americani, mentre “Shangai Joe” è girato palesemente come parodia quindi in nessun punto prova ad essere “serio”, e lo si vede dalla regia scollacciata e da recitazioni traballanti.
        Che poi questo stile piaccia è legittimo, ci mancherebbe, ma la nostra vispa e prolifica produzione nel genere ha una qualità media ben più alta, anche solo limitandomi ai circa duecento titoli beccati in questi anni in TV.

        Temo che il cinema marziale di Hong Kong presente su YouTube non sia minimamente rappresentativo del genere, e ti consiglio di seguire il ciclo che qui sul blog mi ha fatto rispolverare “Shangai Joe”, cioè “Mani che menano“. I tutte queste settimane ho sempre sottolineato come distributori spregiudicati abbiano portato tanta spazzatura in italia in quel marziale 1973 da cui nasce “Shangai Joe”, ma anche il peggior attore cane asiatico ha comunque un’idea vaga di cosa dovrebbe assomigliare quando agita le mani: Chen Lee non ce l’ha. Fa le mosse come i ragazzini che giocano al karate. Legittimo che questo possa anche piacere, ma che sia meglio del cinema di Hong Kong direi proprio di no. Anche dei prodotti peggiori che case cialtronesche italiane hanno portato nelle nostre sale.
        Almeno quando Franco Franchi ha presentato il suo personaggio marziale l’ha buttata subito chiaramente a ridere, non ha provato a combattere…

        Internet, IMDb e questo “dizionario” che citi non sono fonti: anch’io scrivo su internet, e quindi se scrivo che Chen Lee era africano divento fonte? Visto che, ripeto, non si sa nulla di ‘sto tizio se non leggende metropolitane, veicolate da fonti totalmente inattendibili come internet, chi cita una certezza deve mettere la nota e riportare la fonte della sua certezza. In mancanza di questo, sono autorizzato a dubitare fortemente.
        L’unico modo per affermare che fosse giapponese, o che fosse cinese o qualsiasi altra nazionalità, è citare una rivista o quotidiano dell’epoca dell’uscita del film in cui si specificasse questa nazionalità: non è detto che sia vera, riviste e quotidiano scrivono un sacco di panzane, ma è una fonte. Un tizio che l’ha scritto in internet o nel dizionario di western che s’è scritto da solo non è una fonte, è un tizio che veicola opinioni personali.

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      • Il suo profilo lascia dei dubbi,,, ha detto:

        Il signor Chen Lee potrebbe essere giudicato giappo a causa del suo profilo, invero quasi per nulla diffuso tra i sino di qualsiasi regione, ma presente in alcuni gruppi giappi (storia vera).
        E’ possibile che Chen provenga da una regione dove furono sufficentemente significateve delle influenze genetico-fenotipiche Ainu, ed allora si spiegherebbe quel naso, quel mento e quella mascella/mandibola; allora ciò proverebbe senza alcun ombra di dubbio che egli è un vero giappo.
        Certo se qualcuno scrivesse che è africano, mi stupirei che esista anche solo qualcuno che possa cascarci; come chi crede ancora alla terra piatta, per lo meno la storia delle origini nipponiche possonno apparire credibili.
        P.S. Le opinioni sul reclutamento del ragazzo sono discordanti: c’è chi dice che era un insegnate di palestra, altri che fosse il cameriere in un ristorante, e che è stata la sua somiglianza con Hoffmann a garantirgli il ruolo… Magari poi un giorno scopriremo (finalmente) che non era ne sino ne nippo; ma un passante ITALIANISSIMO (o magari pure bavarese) di fenotipo alpinoide, a cui han fatto un lieve trucco di yellowface, ed eccoti pronto “er cinese che mena” XD

        Guardate, TUTTO è possibile nel magico mondo del cinema, anche quello più basso!

        Comunque il film è piaciuto anche a me, avrà pure tutti i difetti che dite, ma è divertente… CAZZO se è divertente; e molto più di “Kung-Fu” con Davd Carradine (tanto per stare in tema di caucasici cammuffati da mongolici); almeno i colpi di Shangai Joe sono letali e fan schizzare sangue a profusione.

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Basta davvero poco ad essere più divertente di quella mollacciosa mosceria di “Kung Fu” 😀
        Da cultore del cinema marziale non riesco proprio a considerare quello che fa Shangai Joe anche solo simile o paragonabile a qualsiasi altro film marziale: persino Gianni Angus che fa il maestro marziale in “Ku Fu?” è molto più marziale di Chen Lee 😛
        Le mosse esagerate sono semplici citazioni dei primi film ad arrivare sugli schermi italiani nei mesi precedenti, come abbiamo visto nel ciclo che da mesi sto portando avanti: non che Lo Lieh o Wang Yu fossero chissà che conoscitori marziali, tutt’altro, ma almeno avevano un’idea di cosa avrebbero dovuto fare, anche se poi non ne erano capaci. Chen Lee non sa cosa sta facendo, né lo sa il regista né nessun altro: sono lì, agitano mani, fanno robe, guardano il vuoto e il vuoto guarda loro.

        Che il film possa piacere non lo discuto, ma la qualità è così drammaticamente bassa che lo trovo inaccettabile in ogni singolo aspetto. Gli sono addirittura superiori i peggiori filmacci taiwanesi che gli spregiudicati distributori italiani all’epoca spacciavano per capolavori marziali.

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