[Death Wish] La giustizia privata di un cittadino onesto (1974)

Nel 1972 la narrativa d’intrattenimento dà voce alla rabbia popolare e testimonia il crollo rovinoso delle istituzioni: polizia e politica sono colluse con quei criminali che fingono di combattere, quindi la giustizia vera può arrivare solo… da un Punitore.


Fra uno sputo e l’altro dei critici, fra un giudizio sommario e uno sguardo distratto dello spettatore generico, il cinema della violenza evolve esattamente come gli esseri biologici: provando strade che poi risultano essere dei vicoli ciechi.

Dopo quella violenta estate del 1972 ci sono diversi temi che seguono i loro percorsi, si intrecciano e tentano nuove forme di vita narrativa che sembrano creature di Frankenstein, cioè composte di parti di generi non sempre ben combacianti. Che succede se prendo un po’ di “assedio in casa”, un pizzico di “violenza gratuita”, una sventagliata di “giustiziere della notte” e accompagno tutto con moralismo spicciolo? A volte basta poco a creare nuovi piatti, anche se non sempre buoni da mangiare.


Nel calderone della violenza

Per la cultura americana se qualcuno minaccia me o la mia famiglia, in casa mia, posso ammazzarlo senza sentirmi in colpa. Può sembrare una “filosofia” che affonda le radici nel Far West ma non è così scontato, visto soprattutto il sempre maggior grado di urbanizzazione e di vita civica (che teoricamente dovrebbe essere anche civile). Nel 1958 John D. MacDonald ha il suo bel daffare a spiegarci di come un onesto avvocato debba trasformarsi in “esecutore” nel romanzo noto anche come The Executioners (1958) e ammazzare l’ex galeotto che minaccia lui e la sua famiglia, davanti alla totale impotenza delle istituzioni. Anzi, il poliziotto locale lo incita a farsi giustizia da solo.

Il romanzo in Italia sarà famoso grazie al film del 1962, Il promontorio della paura, ma sebbene l’ottimo noir con grandi attori il messaggio filmico è molto stemperato: non si avverte la trasformazione profonda di un padre di famiglia civile e rispettoso delle leggi che, lentamente ma inesorabilmente, deve trasformarsi in spietato criminale per compiere il bene.

Se il criminale di quella vicenda solamente per pochi momenti “assedia in casa” la famiglia protagonista, ben diversa è l’idea di Gordon Williams, che proprio in quel 1969 in cui nella narrativa “bassa” esplodono i punitori scrive The Siege of Trencher’s Farm, un assedio molto più noto con il titolo del film che ne è stato tratto: Cane di paglia (1971). Sam Peckinpah ritrae l’uomo qualunque, anche parecchio sottomesso se non addirittura mediocre, che quando giunge il momento della violenza sorprende tutti, risultando molto più cattivo dei cattivi che lo assediano. Di nuovo la violenza del giusto ha tutte le ragioni d’essere, agli occhi della “filosofia” americana, ma lo stesso non è un percorso né facile né indolore.

Quelle che ho citato sono storie di altissimo livello, romanzi e film di prima classe sul cui sfondo però si cominciano ad affollare titoli decisamente minori ma che ne seguono l’esempio.

Dopo il 1972 de L’ultima casa a sinistra l’attore David Hess sarà chiamato a fare ancora il teppista violento in film come Autostop rosso sangue (1977) – di nuovo, protagonista civile alle prese con la violenza: prima abbozza poi esplode – e La casa sperduta nel parco (1980), altra variante di teppisti che si insinuano in una casa per bene promettendo allo spettatore violenze così inimmaginabili… che invece si dovranno solo immaginare, visto che non succede niente. Tipo Un violento week-end di terrore (1976), con i soliti teppisti che assediano in casa una coppietta e la violenza è solo quella degli strilli pubblicitari, perché poi non succede una mazza di niente.

Sono anni in cui la violenza vende ma nessuno ha il coraggio di sfidare una censura dalle forbici facili, che ammolla divieti ai minori di 18 anni persino a filmetti marziali di Hong Kong, anche se per fortuna all’epoca tanti adulti vanno al cinema senza figli, evento ormai lontano nel tempo. Sono gli anni di Stupro selvaggio (1975), un film che si potrebbe proiettare pure negli asili visto che è totalmente privo di violenza.

Prima di tutto questo, c’è Sunday in the Country: un film che strizza l’occhio a tanti generi senza avere il coraggio di abbracciarne nessuno.

Dopo il 1972 è meglio evitare le domeniche in campagna

Uscito in patria americana il 22 novembre 1974, ottiene il visto della censura italiana il 10 aprile 1975, iniziando ad apparire timidamente dal 24 maggio successivo con il chilometrico titolo La giustizia privata di un cittadino onesto.

Dal 1980 inizia la sua vita su piccoli canali locali e con la chiusura di quel decennio il film scompare per sempre: ignoto all’home video, temo sia perduto in lingua italiana.


Una domenica in campagna

Siamo in campagna, un paesaggio bucolico che può appartenere a qualsiasi Paese: in questo caso siamo nell’Ontario (Canada), ma a livello narrativo è una qualsiasi campagna americana. Quella dove accadono le cose peggiori, stando a romanzi e film.

I criminali degli anni Settanta vanno sempre in giro in tre…

Tre rapinatori stanno fuggendo in auto dopo aver compiuto un ricco colpo in banca, e sono tre carogne da competizione come si confà a questi anni violenti: il capo Ackerman (Cec Linder), lo stagionato Dinelli (Louis Zorich) e la giovane bestia umana Leroy (Michael J. Pollard).

Un’autentica belva umèna, come direbbe il commissario Auricchio

Non sono i tipici giovani teppisti dell’epoca, hanno più l’aspetto di criminali di lungo corso, comunque ammazzano e stuprano senza problemi chiunque incontrino sul loro percorso perciò sono perfettamente in linea con l’epoca.

Tre infami carogne e, a destra, la loro prossima vittima

Mentre le tre carogne insanguinano la campagna in cerca di nuovi mezzi per la fuga o di un posto dove passare la notte, intanto in una fattoria isolata i nostri due ignari protagonisti vivono la loro vita quotidiana. Si tratta del contadino Adam Smith (Ernest Borgnine) e della sua nipotina Lucy (Hollis McLaren), che lui sta cercando di crescere a modo ma certo l’adolescenza non è facile da gestire.

Mi sembra chiaro che questa famiglia passerà momenti difficili

La radio informa il nostro Smith che ci sono tre evasi in giro, molto pericolosi, e d’un tratto in Smith avviene qualcosa che all’inizio non è molto chiaro, poi scopriamo essere un male di quella stagione: si chiama “bronsonite”.

Vivere isolati nella campagna, con al massimo il bracciante Luke (Vladimír Valenta) che non sembra un fulmine di guerra, non è proprio sicuro quindi ci sta che Smith abbia un paio di fucili in casa: per carità, roba rozza, vecchi schioppi per quel tipo di caccia da cui torni sempre a mani vuote, ma l’uomo inizia a disporli con criterio. Non è una “corsa agli armamenti”, Smith non è preso dal panico e comincia a caricare i fucili: no, è una lucida, cosciente e ragionata semina di trappole. E da due anni il romanzo Rambo è in libreria…

Vi scateno una giustizia che non ve la sognate neppure

Smith lega i cani nel fienile perché non aggrediscano i tre evasi se dovessero entrare nella fattoria. Perché? Perché vuole farlo lui.
Le tre carogne arrivano e bussano alla porta, fingendo cortesia per farsi aprire, poi appena il primo mette un piede in casa… il mansueto contadino Adam Smith con un fucile a corta distanza lo maciulla. È il ’74, baby, e se non ti uccide Charles lo fa Bronson.

Sarebbe questa la calda accoglienza della campagna?

Finora il padre di famiglia protagonista dava sempre il beneficio del dubbio ai cattivi, era sempre civile e cadeva sempre nella trappola dei nemici invasori, prima che gli eventi lo portassero alla violenza. Ma nel 1974 Il giustiziere della notte, i suoi predecessori ed eredi hanno dimostrato un nuovo antico adagio: chi spara per primo… spara due volte!

Avete bussato alla porta dell’Ernest Borgnine sbagliato

Perché aspettare che i cattivi facciano le loro cose cattive, prima di reagire? Se Smith si fosse comportato come tutti gli altri personaggi di storie simili sarebbe prima caduto vittima dei cattivi, avrebbe visto la nipotina stuprata e poi, liberatosi, avrebbe portato giustizia sparando e torturando. Perché far soffrire quella povera ragazzina? Facciamo che sparo e torturo subito

Non siete contenti del tempo che vi ho fatto risparmiare?

Qui il regista-sceneggiatore John Trent e il suo co-sceneggiatore Robert Maxwell avrebbero dovuto sfruttare la solide fondamenta che hanno costruito in metà film per proseguire la seconda metà con una narrazione forte, bastarda e che mettesse lo spettatore in ginocchio, perché tutti parteggiamo per il protagonista, in quanto vittima, ma non possiamo parteggiare per lui in quanto assassino e torturatore. Quando lo spettatore si vergogna per ciò che prova, vuol dire che il regista ha fatto bene il proprio lavoro.
Purtroppo le cose non vanno così, perché gli autori non hanno il coraggio di completare il discorso che loro stessi hanno iniziato, e il film crolla di brutto, semplicemente perché la sceneggiatura abbandona la nave.

Cosa dovrebbe fare ora il contadino Smith con due carogne incatenate nel fienile e un cadavere davanti alla porta di casa? La borsa dei soldi non gli interessa minimamente, ciò che vuole è portare giustizia, visto che le voci corrono e tutti in paese sanno che quei tre ladri hanno massacrato brave persone durante la loro fuga.
E quindi? Il bravo contadino, amorevole nonno, ora si sfoga torturando le due carogne? È lì che sta andando il film, ma il regista non ha il coraggio di farlo, e così prende tempo, trasformando il personaggio della nipotina in insopportabile e ridicola moralista: invece di essere contenta di non aver subìto uno stupro di gruppo per poi ricevere una pallottola in testa – com’era appena capitato a una sua compaesana meno fortunata – Lucy passa tutto il tempo a fare pipponi sulla moralità e a trattare il nonno come se fosse lui la carogna, che tratta male quei due fiori di campo chiusi nel fienile.

Gli autori non sanno dove andare e nel dubbio sparano a casaccio

Visto che Smith a parte tenere legati i due criminali non fa altro – non avendo gli autori il coraggio di sfidare la censura – gli infiniti pipponi di Lucy sono totalmente ingiustificati, visto poi che siamo in una fattoria sperduta e senza telefono, quindi per contattare la polizia ci vorrà il suo bel tempo.
La narrazione ristagna, perché Smith non fa quello che dovrebbe e Lucy fa troppo di quello che dovrebbe: che senso ha dare così tanta voce al giusto sdegno dello spettatore, se poi però è diretto al niente, perché Smith non sta facendo niente di niente?

Visto che non si può fare niente… sguinzagliate i cani!

Quello che non viene detto è però nell’aria: non solo la polizia non è capace di proteggere i cittadini, che sono vittime inermi nelle mani dei criminali, ma quand’anche ne acciuffasse qualcuno… che gli fa? Un po’ di galera, se tutto va bene, se no quello riesce subito e si riparte. A questo punto non è meglio la giustizia paesana? Tutto questo gli autori non hanno il coraggio di dirlo, limitandosi a dare voce al contrario: se Smith avesse fatto questo discorso, allora sarebbero stati giustificati i pipponi di Lucy – cioè il contrasto fra chi esalta la giustizia sommaria e chi invece preme perché della giustizia se ne occupi l’istituzione preposta – ma visto che Smith si limita a sguinzagliare i cani contro i criminali, senza fare alcun altro discorso, tutto è sbilanciato.
Più il film prosegue più si incarta su se stesso, non sapendo dove andare, fino al ridicolo e imbarazzante finale, chiaro segno che hanno chiuso la pellicola al volo, chissenefrega se abbia senso o meno.

La faccia di Borgnine quando scopre che il film finisce senza senso

Nello splendido citato romanzo Il promontorio della paura (1958) MacDonald impiega molto tempo a mostrarci la “caduta del buono”, l’onesto che si ritrova a dover compiere il male in nome del bene, e come detto è un processo doloroso: nel 1974 la questione della giustizia sommaria è così scottante e ha cambiato talmente l’immaginario collettivo che il contadino Smith non batte ciglio nello sventagliare di piombo un criminale che aveva appena messo un piede in casa sua. I tempi sono cambiati, al cinema la “faccia di Bronson” funziona e il fallimento delle istituzioni è conclamato.
Anche in questo film, che mischia più generi in un unico calderone, creando un’ottima prima parte e una pessima seconda parte, possiamo sentire l’eco del fenomeno dei punitori: la giustizia attraverso la potenza di fuoco.


La reazione italiana

Sebbene il film sia dimenticato per sempre dagli anni Ottanta, per fortuna alla sua uscita è stato più volte recensito, anche perché la tematica era davvero scottante.

Veloce a recensire è il quotidiano “l’Unità”, che quell’11 luglio 1975 lo definisce «film anomalo e sottilmente ambiguo».

«Nel lento avvio sembra proporsi come uno tra i peggiori emuli del Giustiziere della notte, disgustosamente bieco e convenzionale. Poi, all’improvviso, l’impennata, offerta dalla brusca metamorfosi della “onesta” quercia trasformata in lupo mannaro, ed ecco come un arcaico perbenismo forza l’impalpabile barriera che lo separa dai più nefandi e scoperti crimini.»

Non è chiaro quali siano questi “nefandi crimini”, visto che Smith non compie nulla di ciò che ci si poteva aspettare, comunque questa «agreste novella di sapore faulkneriano» viene vista come tentativo dell’autore di denunciare la «repressione» che nasce «quando l’alibi arma la mano».
Il 22 agosto successivo “La Stampa” denuncia il titolo italiano fasullo, che tenta di ingraziarsi quel pubblico che ama «soggiacere agli schemi psicologici dell’autogiustizia». Il pessimo titolo invece, per il recensore, nasconde un «prodotto interessante».

«Le sue ambizioni peccano forse di misura, e molti segni lo tradiscono (il nome emblematico del protagonista; il contrasto accentuato dei due mondi, di nonno e nipote; la caratura tipologica dei banditi; il valore assoluto attribuito all’etica privatistica). Resta però la forza della proposta anche coraggiosa, l’impegno d’una ricostruzione ambientale in cui l’analisi dei caratteri e delle situazioni non s’esaurisce nel confronto delle tesi, ma ha la sua sapienza creativa d’un clima intenso, efficace, fin troppo rabbioso di proporzioni e morali.»

Decisamente di opinione opposta è Pierluigi Ronchetti sulla rivista “Tempo” (22 agosto 1975), la stessa rivista che dava dei fascisti ai film marziali di Hong Kong: “Il nonno con il fucile troppo facile” è un titolo più che eloquente.

«Ne esce un ritratto suggestivo e in parte inedito di un uomo della “vecchia frontiera”, con addosso tutti i pregiudizi e le storture morali di una società moribonda (manicheismo, legge del taglione, diritto “divino” al possesso) ma anche con il disperato rancore di chi si vede escluso da quella nascente.»

Dunque il protagonista non viene visto dalla critica come esponente della nuova moda narrativa, quella della “punizione”, ma addirittura come retaggio del western, eppure nessuno ha definito Dustin Hoffman in Cane di paglia (1971) come “uomo della vecchia frontiera”, visto che si ritrova nella stessa situazione di Borgnine.
Poi però scatta la “chiamata dell’esperto”, grande cavallo di battaglia della rivista: se per i film marziali ha interpellato uno psicologo per studiarne i danni mentali che potevano infliggere, stavolta “Tempo” chiama il giurista Corso Bovio per analizzare la questione del giustiziere.

«Quando la macchina della giustizia è lenta, quando il suo bilancio è fallimentare […] allora può scattare nella mente del “cittadino onesto” la volontà di fare giustizia da solo.»

Ben tre colonne di testo per dire l’ovvio, cioè che la giustizia privata è illegale e che bisogna affidarsi alle istituzioni: ma va’? Non avendo mai studiato giurisprudenza ero arrivato alle stesse conclusioni: sarò mica un genio incompreso?

Scherzi a parte, queste recensioni rendono chiaro come nessuno dei critici – né tanto meno degli autori – dia prova di aver colto l’esistenza di un fenomeno narrativo di enorme portata, che forse aveva bisogno di cinquant’anni di tempo per essere apprezzato in pieno.
Il contadino Adam Smith mette le trappole come Rambo (romanzo del 1972), spara per primo come il giustiziere della notte (romanzo del 1972, film del 1974) e manca di coraggio come Una lunga striscia d’asfalto (romanzo del 1972): cos’altro serve per cogliere uno specchio dei suoi tempi in quest’opera?

Inoltre dà il via alla “violenza senza violenza”, visto che i titoli successivi che promettono nefandezze indicibili in realtà sono filmetti all’acqua di rose. La violenza durerà un attimo e subito scomparirà… ma la “punizione” è per sempre!

L.

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11 risposte a [Death Wish] La giustizia privata di un cittadino onesto (1974)

  1. Cassidy ha detto:

    Peccato perché sembrava una bomba, poi con il vecchio Ernesto come protagonista, non l’ho mai visto non solo perché è scomparso ma forse perché il finale ha lanciato il sasso e nascosto la mano, quindi il film non ha smosso coscienze come avrebbe potuto e forse anche dovuto, peccato ma grazie per avermi fatto conoscere questo titolo 😉 Cheers

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Il film è un ottimo testimone di come Bronson aveva cambiato le carte in tavola, e anche un genere storico come l’home invasion ne aveva sentito la forte influenza. Nel 1971 Dustin “cane di paglia” Hoffman dovrà aspettare la fine per fare quello che invece Ernesto fa subito, semplicemente perché nel frattempo è uscito il giustiziere Bronson 😉
      La prima metà film è una bomba, peccato che poi gli autori non abbiano avuto il coraggio di continuare il discorso e semplicemente abbiano tirato i remi in barca.

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  2. Lorenzo ha detto:

    Ho finito di leggere il romanzo di “Death Wish”. Credo possa avere un posticino in quel ristretto club di libri peggiori della loro controparte cinematografica 😛
    Secondo me non aggiunge niente rispetto al film, che ti racconta grossomodo la stessa storia e ti fa risparmiare il tempo di lettura (che puoi dedicare ad un altro libro) 😀

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Sicuramente il film è molto più fedele al romanzo di quanto di solito succeda, con intere scene che sembrano ricalcate, ma certo che nel film manca tutta la parte in cui sappiamo cosa pensi il protagonista: Bronson è muto e il suo percorso interiore lo intuiamo solo dalle sue azioni e dalle parole che gli altri gli dicono, mentre invece nel romanzo al contrario vediamo tutto dal suo punto di vista, quindi possiamo assistere a quella che chiamo “la caduta del buono”, che di solito è la parte migliore dei noir di questo tipo, dove cioè protagonista non c’è un criminale ma una persona per bene che lo diventa.
      Per me è un ottimo romanzo, non un capolavoro ma merita una lettura, soprattutto scoprendo in seguito che ogni singola parola scritta rappresenta il contrario di ciò che l’autore voleva dire: è un racconto per assurdo, in cui l’autore è convinto di star illustrando per esagerazione cose impossibili senza rendersi conto che invece sta dando voce a tutti quelli che la pensano esattamente in quel modo. Quindi è un pessimo scrittore, perché non si rende conto di ciò che sta scrivendo, ma lo stesso la storia prende e non molla fino alla fine.
      Se ti può consolare, gli altri libri che ho letto di Garfield sono drammaticamente peggiori di questo 😛

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      • Lorenzo ha detto:

        Sì, ma ho trovato la parte relativa alla “caduta” troppo lunga (più di metà del libro, in cui non succede niente), e in fin dei conti durante questa fase non c’è un grandissimo cambiamento nel modo di pensare di Paul, che continua a rimuginare le stesse cose.
        Rispetto al film, che ha il pregio di essere più stringato sotto questo punto di vista, il protagonista è un personaggio più sgradevole, mentre a Bronson, tutto sommato, hanno dato i tratti dell’eroe.
        Gli altri libri di Garfield non li leggerò, a meno che non siano i fumetti del gatto 😄

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        Questo però non è un romano d’azione, genere assolutamente vietato nelle librerie dell’epoca perché era un genere “basso”, da edicola, da libracci per lettori rozzi. L’editore appunto voleva togliere Garfield dalla narrativa di genere con un romanzo “normale” e anzi si ammazza fin troppo per essere un volume da libreria.
        Il cuore del romanzo è proprio nella descrizione della caduta del buono e dello sgretolamento di tutti valori fino a quel momento sacri: serve tempo a spiegare perché un normale padre di famiglia d’un tratto esce la sera e ammazza la gente, una trovata da fumetti e romanzacci da edicola, non da “libro serio”, per questo Garfield giustamente si è preso il suo tempo. E da questo punto di vista giustamente considera il film “un altra roba alla Bronson”, perché infatti la pellicola non prova ad approfondire il personaggio, puntando tutto sull’action di cui Bronson era il simbolo all’epoca.
        Da questo punto di vista il romanzo si potrebbe paragonare a quello che cito oggi, “Il promontorio della paura”: il film è splendido (parlo del bianco e nero, non della roba con De Niro) ma è solo il riassunto di un romanzo privo di azione e dove la descrizione della caduta del buono è protagonista assoluta. Solo che MacDonald è uno scrittore mille volte più bravo di Garfield, quindi riesce molto meglio 😛

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      • Lorenzo ha detto:

        Secondo me è un romanzo di genere declinato in modo sbagliato. Il film gli ha dato una dimensione più consona, che Garfield non ha saputo dargli. Ma questa è la mia opinione, e ogni lettore ovviamente ha la sua 🙂

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  3. Willy l'Orbo ha detto:

    Peccato! Mi pare un “caso” simile a quello di ieri, cioè un film che inizia bene (ovviamente con due impostazioni mooolto diverse) e poi non dà quello che sembrava promettere in partenza, imboccando una strada poco coraggiosa/coerente, per quanto riguarda il film odierno addirittura propensa al pippone moraleggiante e ingiustificato. A questo punto, analizzate le due parabole discendenti, mi pare meglio quella comunque giovialmente Z di ieri! 🙂

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      La particolarità del film di ieri è di presentare un Michael Paré cattivissimo, quella del film di oggi è di non avere il coraggio di presentare Borgnine cattivissimo. Sicuramente a in quanto a Z quello di ieri non lo batte nessuno, mentre oggi rimane solo l’amarezza di un film potente che invece non ha avuto il coraggio di esserlo.

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  4. Giuseppe ha detto:

    Stavo per sintetizzare questo film con un “vorrei ma non posso” ma, a rifletterci un attimo, sarebbe stato ingiusto: qui la stoffa, i mezzi e i protagonisti non mancano affatto, a differenza purtroppo del coraggio di fare una scelta definitiva, ragion per cui è più corretto dire siamo dalle parti del “potrei ma non voglio”…

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Non so se non volevano sfidare la censura (nel caso, però, sono incappati nell’oblio distributivo, che è stato molto peggio) o semplicemente non avevano il coraggio di fare ciò per cui palesemente il film è nato, in ogni caso le critiche se le sono attirate ugualmente, anche se solo per le intenzioni, e l’oblio è stato immediato.

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