Who Killed Atlanta’s Children? (2000) Potere al giornalismo

Nel mio impegno di recensire DVD da bancarella che da anni aspettano pazienti su uno scaffale “provvisorio” (cioè la loro sistemazione definitiva) mi ero ripromesso di andare con ordine, così da smaltire prima quei dischi che aspettano lì da più anni di essere recensiti. Però poi sabato scorso sono andato a visitare un mercatino fisso dell’usato e, tuffandomi in secchiate di DVD polverosi, ho scoperto chicche che non potevo lasciare lì. Non facciamo però che questi nuovi acquisti passino avanti a dischi che aspettano da tempo immemore una recensione: non facciamolo, eh? Va be’, giusto per stavolta…

Come si fa a non far passare avanti un film con James Belushi in copertina e con un titolo italiano assolutamente confusionario?
Malgrado il delicatissimo cambio di fonte ad ogni riga di testo – ma chi è il grafico della locandina, il Joker? – si riesce faticosamente a leggere Chi ha ucciso i ragazzi di Atlanta: l’avrà fatto Belushi, stando alla copertina!

Come etichetta leggo Optus Home Video (mai sentita!) ma sul retro si parla di Paramount Italy: forse la grande casa si vergognava e ha messo un Optus in bella vista. Comunque nel 2005 viene portato in Italia questo Who Killed Atlanta’s Children? (2000), a volte scritto con il punto interrogativo a volte senza.
Esistono tracce di un’edizione Moviemax-MHE del 2006: addirittura una ristampa? Non ho trovato altre tracce di distribuzione italiana.

Il film è disponibile su Prime Video con il titolo “rimaneggiato” Chi ha ucciso i ragazzi di Atlanta?.

Ma insomma, il punto interrogativo ci va o no?

Una scritta iniziale ci informa che il film è basato su una vera indagine in corso: il “Caso dei bambini assassinati ad Atlanta”. Un veloce montaggio iniziale ci porta nel marzo 1981, quando settimana dopo settimana si alternano continui ritrovamenti di ragazzini, anche molto piccoli, trovati cadavere in strada o nel fiume, con l’unico legame di essere neri e poveri: doppietta perfetta per essere ignorati. Solo quando il numero dei cadaveri è diventato insostenibile e lo sdegno dei neri poveri di Atlanta si è riversato nelle strade, minacciando la guerra civile, allora è nata una task force, espressione che significa “facciamo finta di fare qualcosa per tenere buona l’opinione pubblica”.
Il fatto che questo film sia del 2000 e il caso sia dato ancora per aperto dimostra che la task force si è sforceata ben poco. Infatti l’unico suo risultato è il risultato che si ha sempre in questi casi: hanno preso il primo nero che passava, in questo caso tale Wayne Williams, e l’hanno sbattuto in galera accusandolo (senza prove) di tutti i delitti. Giustizia fatta, no?

Questa parentesi si chiude con il faccione di Bill Duke, che però fa giusto una particina nel ruolo di un vigilante: in effetti basta vederlo per pochi secondi per giustificare l’interno film.

A me basta questa inquadratura per comprare il film!

Saltiamo al luglio 1986, quando Ron Larson (il sempre compianto Gregory Hines) riceve una telefonata da Atlanta e scopre che esiste un comitato delle madri delle vittime che chiede giustizia: l’assassino dei loro figli non solo non è mai stato trovato, ma non è mai neanche stato cercato. Le pochissime prove con cui è stato condannato Wayne Williams sono totalmente inconsistenti se non addirittura manipolate.
Larson non è più il giornalista d’assalto di un tempo, ora è un direttore attento a non infastidire il politico di turno, come gli ricorda sempre il suo amico e dipendente Pal Laughlin (James Belushi), ma un caso così scottante gli fa vibrare il “senso da giornalista” che credeva sopito. Il caso Atlanta merita almeno un’occhiata.

A Landis ho chiesto di chiamare te per Blues Brothers 2, ma per fortuna ti sei salvato

Basta una sola serata in compagnia delle madri delle vittime per avere un quadro completamente diverso dalla direzione presa dalla task force: molti di quei ragazzini morti frequentavano le case di personalità cittadine in vista, ovviamente bianchi, e la prostituzione minorile era pratica comune in quartieri tenuti poveri dai bianchi che così avevano una “riserva di caccia” sempre pronta. Basta poco a immaginare che qualche potente abbia voluto liberarsi di piccoli testimoni per evitare futuri problemi.

Qui scatta il contrasto fra i due protagonisti. Il direttore Larson si lascia subito catturare dallo sdegno, dal furore razziale e dalla lotta di classe, mentre il giornalista Laughlin lo deve riportare con i piedi per terra: complotti e dietrologismi sono sempre intriganti ma servono prove, e lì non ce n’è neanche l’ombra. È pieno di sospetti più o meno concreti e plausibili, ma niente che si possa usare anche solo per scrivere un articolo, figuriamoci riaprire un caso giudiziario chiuso da anni.

Due aspetti contrapposti del giornalismo d’inchiesta

Le indagini si fanno subito scottanti, perché la totale incapacità della task force fa il paio con la totale indifferenza delle forze di polizia, visto che parliamo di bambini poveri e neri: solamente dopo che fra il 1979 e il 1981 si è raggiunta la cifra di più di cinquanta cadaveri di ragazzini e la consequenziale minaccia di guerra civile razziale fra le strade di Atlanta allora le autorità hanno dovuto fingere di fare qualcosa.
Perché le indagini non sono mai partite, quel 1981? Perché quei pochi testimoni interrogati non sono stati creduti? Perché c’è forte odore di insabbiamento? Quando un ex poliziotto tira fuori i documenti che è riuscito a sottrarre alla distruzione, tutto diventa chiaro: un ramo del Ku Klux Klan è attivo in zona ed è dichiaratamente interessato ai bambini poveri e neri, peccato però che abbia conoscenze in alto. Molto in alto. E infatti non è mai stata svolta alcuna indagine sul Ku Klux Klan in merito a quei crimini.

Il solito ex poliziotto che ha conservato la “pistola fumante”

Come sottolineato da Larson, la questione è spinosa su più livelli, visto che i successivi sindaci di Atlanta – anche neri – hanno sin da subito messo in chiaro che non volevano “piangere sul latte versato”, quindi quei cinquanta ragazzini ammazzati devono rimanere nel dimenticatoio, fingendo siano vittime di Wayne Williams (che mentre sto scrivendo è ancora in galera per crimini che quasi sicuramente non ha commesso), piuttosto che riaprire una ferita troppo purulenta.
Ferita che però continua ad essere aperta, visto il gran numero di documentari e film televisivi come questo regolarmente prodotti. Pure Morgan Freeman ad inizio carriera ha interpretato The Atlanta Child Murders (1985), miniserie in due puntate dal grande cast, e ancora oggi la questione è tutt’altro che dimenticata: finché le autorità faranno finta di niente, sarà sempre un caso aperto e una ferita sanguinante.

Mamme e giornalisti in attesa non di giustizia, ma di verità

Il regista e sceneggiatore Charles Robert Carner scrive per il canale Showtime un prodotto che sa essere più di un documentario, anche se poi finisce per essere meno di un film. Più di un documentario perché trattandosi di fiction può lanciare accuse anche se non supportate da prove, per esempio può dedicare metà film a descrivere quanto siano infami e pericolosi quelli del Klu Klux Klan, sebbene le prove del loro coinvolgimento siano solo indiziarie. Ma, ehi, è gente del Klu Klux Klan, sono antipatici per natura, non servono prove.
Meno di un film, però, perché alla fin fine questo non è un thriller né un giallo né una ricostruzione storica, è solo un prodotto di denuncia per ricordare alle nuove generazioni i brutti fatti di Atlanta e con due ottimi attori a fare da coro alla vicenda. Ha funzionato? No: Wikipedia dice che dopo l’arresto di Wayne Williams non si sono più trovati cadaveri di bambini, mentre in questo film viene specificato che ne sono usciti fuori almeno altri quindici, che ovviamente la polizia si è sbrigata ad archiviare come casi irrisolti. Forse ci sarebbe bisogno di un altro film, a vent’anni da questo.

Anche le riviste di musica fanno scoop

Sembra incredibile che una rivista di musica abbia sollevato un polverone che è bollente ancora oggi: da noi neanche i giornali di inchiesta fanno vere inchieste, finanziati come sono da chi invece dovrebbero smascherare, figuriamoci gli altri. Quindi al di là del terribile fatto di cronaca è anche un film che mostra come il giornalismo di qualsiasi tipo è sempre un’arma potente contro il potere corrotto e criminale. Se invece è pagato da quel potere, come in Italia, nel migliore dei casi non serve a niente: nel peggiore serve a mascherarne i crimini.

Quando uscirà un film edificante italiano sui nostri giornalisti che rischiano la carriera per smascherare le malefatte dei potenti?

L.

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11 risposte a Who Killed Atlanta’s Children? (2000) Potere al giornalismo

  1. Cassidy ha detto:

    Mi piacciono sempre i film sul giornalismo e questa brutta storia di Atlanta ogni tanto torna, infatti pensavo di vedere anche Morgan Freeman, invece qui ci sono tutte le facce ruspanti con cui siamo cresciuti, anche Ozzy sulla rivista 😉 Cheers

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Pensavo fosse uno dei piccoli filmetti che Jim Belushi ha messo sotto il tappeto, invece ho beccato un’altra chicca che andrebbe trasmessa in prima serata sui canali nazionali, invece di essere materiale di video-archeologia.

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      • Giuseppe ha detto:

        Ma se fosse trasmessa in prima serata sui canali nazionali ci sarebbe il rischio che il pubblico televisivo cominci a pretendere dei VERI film d’inchiesta, e non delle fiction nostrane che si occupano di attualità o “denuncia” solo per fingere di diversificare un’offerta di genere che non esiste più (né l’offerta, né i generi). Detto con amarezza tutto ciò, io sarei più che d’accordo sul trasmettere quest’inedita (perché visto quanto NON è conosciuta da noi lo è di fatto, inedita) coppia d’impegno Belushi/Hines in prima serata…

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      • Lucius Etruscus ha detto:

        A trasmettere certi film si correrebbe il serio rischio che poi lo spettatore medio scopra che c’è vita oltre i thrillerini e i reality, e magari vorrebbe sapere di più sui fattacci denunciati: meglio continuare con questi palinsesti-sonnifero…

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  2. Sam Simon ha detto:

    Non sapevo del terribile fatto di cronaca, 50 morti sono davvero tanti, cavolo…

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  3. Willy l'Orbo ha detto:

    Tra bancarelle, mercatini e Pluto TV le occasioni per visioni interessanti (che siano Z o, come credo in questo caso, non Z) non mancano! 🙂
    Leggendo il post, sono stato catturato dalla, tremenda, storia e dal cumulo di crimini ed ingiustizie che la caratterizzano, più che dal film stesso. Tuttavia, pensandoci, se il film racconta la suddetta storia, per la proprietà transitiva, penso mi abbia catturato anche cotanto film! 🙂

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  4. Kukuviza ha detto:

    In Italia non uscirà perché i fillm sono tutti fatti con quei finanziamenti pubblici per cui immagino che non si possa pestare i piedi a nessuno.
    Che storia tristissima quella di questo film.

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