La leggenda dei 7 vampiri d’oro (1974)


Continuano i festeggiamenti per i 100 anni di Noferatu:


Vampiri verso il Sol calante

Storicamente la Shaw Bros era la regina di Hong Kong, nessun’altra casa poteva fargli ombra, eppure l’incredibile era avvenuto: l’estate del 1973 è esploso tutto, quando la piccola Golden Harvest si era unita alla Warner Bros per sfornare I 3 dell’Operazione Drago, destinato ad enorme fama nel mondo (tranne in Italia) anche per un “lancio pubblicitario” unico, visto che è uscito subito dopo la morte di Bruce Lee.
Farsi fregare da quella piccola casa deve aver bruciato parecchio, così la Shaw Bros pensa di replicare l’anno successivo con un’altra casa famosa, anche se all’epoca la britannica Hammer Films era in fase calante. C’era però un problema: la Shaw Bros era un dinosauro, ed era appena crollata una cometa a cambiare tutto.

Come ci ha raccontato Jackie Chan nella sua autobiografia, quell’estate del 1973 la morte di Bruce Lee ha cambiato tutto, il pubblico di Hong Kong non accettava più film di arti marziali, visto che il loro miglior esponente era appena scomparso, quindi il genere su cui si stava basando il lavoro di tutte le case locali era in fortissima crisi, per non dire in crollo verticale.
La Golden Harvest era di un’altra pasta perché sapeva annusare l’aria e intercettare i cambiamenti, di solito provenienti dall’Occidente, anche grazie alle sue collaborazioni con case americane. La Shaw Bros faceva gli stessi film da decenni, imperturbabile e inamovibile. Fino all’estinzione.

Se la Golden Harvest nell’unirsi agli americani aveva accettato di togliere qualsiasi stile locale dalla pellicola e sfornare un prodotto americano con ambientazioni e attori asiatici, la Shaw Bros sceglie l’esatto opposto: un prodotto assolutamente e disastrosamente locale, con un paio d’ospiti senza occhi a mandorla, cosa peraltro per nulla nuova, visto che ad Hong Kong adoravano ospitare attori occidentali nei film.
Il risultato è un pessimo wuxiapian diretto da un britannico fuori dal suo mondo, recitato male come ogni wuxiapian (male, va specificato, per i nostri criteri recitativi) e uno spettacolo indecoroso assolutamente insoddisfacente anche per i peggiori prodotti di Hong Kong dell’epoca.

Tutto questo è The Legend of the 7 Golden Vampires (七金屍, “Sette cadaveri d’oro”), il peggio di due cinematografie, che si massacrano a vicenda.


Produzione e
(non) distribuzione italiana

Stando alla ricostruzione di Eric Hoffman della rivista “Monsters of the Movies” n. 8 (agosto 1975), il pubblico asiatico impazziva per Dracula, quindi la Shaw Bros aveva un’unica richiesta: il Conte doveva essere nella vicenda, in qualsiasi modo. Lo sceneggiatore televisivo Don Houghton – che per la Hammer aveva appena firmato 1972: Dracula colpisce ancora! (1972) e I satanici riti di Dracula (1973) – non l’aveva previsto, ma nessun problema: si inventa al volo due scene a cacchio, una come prologo l’altra come epilogo, in cui per qualche minuto sia protagonista Dracula. Bene, ma… chi interpreta il Conte? Sembra ovvio, ma non lo è.

Com’è noto, dopo lo sterminato successo del 1958 Christopher Lee si è sempre rifiutato di tornare a indossare i canini del Conte, poi è crollato (per motivi che sarebbe bello scoprire) e dopo otto anni di resistenza vende l’anima a Dracula, interpretandolo ovunque e comunque. Tranne in quella co-produzione cinese: aveva già interpretato Dracula almeno otto volte in pochi anni, lo avrebbe interpretato di nuovo in Dracula padre e figlio (1976), perché non anche ad Hong Kong? Non si sa, ma di fatto Lee non era disponibile.

La Hammer così si gioca la carta John Forbes-Robertson, che era già stato “incaninato” in Vampiri amanti (1970).

Dallo stesso film arriva l’avversario della seconda scena farlocca, a fine film, cioè l’antagonista draculiano per eccellenza: Van Helsing. Lawrence, non Lorrimer com’era stato nei due citati film sceneggiati da Don Houghton. Peter Cushing ha interpretato molti più Frankenstein e Sherlock Holmes che Van Helsing, eppure è a quest’ultimo ruolo che viene più spesso associato.

Il saggio The House of Horror (1984) ci racconta di una Hammer Films in fortissima crisi: se ad Hong Kong il genere marziale stava morendo sotto il peso di oceani di minuscole produzioni di bassa lega, nell’Occidente anglofono stava avvenendo la stessa cosa con i vampiri, dove un’Armata delle Tenebre di minuscoli imitatori cialtroni aveva ormai saturato il mercato. Per questo Michael Carreras, pezzo da novanta della Hammer, cercò di salvare la casa volando fino ad Hong Kong, la grande realtà del momento, e stipulando con la Shaw Bros un contratto per due film in co-produzione.
L’insuccesso dei vampiri d’oro e del secondo film in contratto, Un killer di nome Shatter (1974) diretto da Carreras stesso, che stava lucidando le maniglie sul Titanic, rendono chiaro che la Hammer è finita: i vampiri che l’hanno fatta vivere ora l’hanno uccisa.

L’HKMDb ci dice che il film è uscito nei cinema di Hong KOng l’11 luglio 1974, mentre IMDb ci informa che ha debuttato a Londra il 22 agosto successivo ma curiosamente arriverà negli Stati Uniti solo anni dopo, nel 1979. Di sicuro la citata rivista “Monsters of the Movies” quell’agosto 1975 avverte che la Warner Bros ha fatto slittare a data da destinarsi la distribuzione nei cinema americani.
Ricevuto il visto italiano il 29 aprile 1975, con un divieto ai minori di 14 anni, il film appare in cartellone al Capitol di Torino il 27 giugno successivo con il titolo La leggenda dei 7 vampiri d’oro e un tentativo di battezzare il nuovo genere: «Il primo spettacolare KungFu Horror!».

da “La Stampa” del 27 giugno 1975

Esordisce timidamente in TV venerdì 31 agosto 1984 su Italia1, in seconda serata, e dopo un paio di repliche dal 1991 passa a piccoli canali locali, perdendosi nel vuoto.
Ignoto all’home video, come un vampiro si risveglia dalla tomba nel 2014 grazie a un DVD Sinister Film, che come ogni altro prodotto della casa è subito scomparso, raggiungendo alti prezzi nel mercato dell’usato. In pratica è un film inedito, ad eccezione della pirateria digitale.


La leggenda
di un madornale errore

Il film può essere riassunto alla Jack Slater: «un madornale errore» (big mistake). Pare però brutto non spendere qualche altra parola sulla trama.

Il film che è riuscito a far male ad entrambe le case che l’hanno prodotto

La vicenda si apre nella Transylvania del 1804, nella prima delle due citate scene farlocche inventate al volo per soddisfare l’esigenza asiatica di avere il Conte Dracula nel film.

Non svegliare il vampir che dorme

Il monaco Tao Kah (Chan Shen), viene dallo Szechwan, in Cina, ed è Grande Sacerdote dei 7 Vampiri d’Oro. Forte di questa religione che lì va un casino può fare il bello e il cattivo tempo. Ora però ’sti vampiri cominciano a perdere oro, non è che Dracula in persona può intervenire e riportare il male in quella provincia cinese?

E questo sarebbe il sostituto di Christopher Lee???

Il Conte è oltraggiato dalla richiesta: lui il male lo fa già in tutto il mondo, è l’essere più potente dell’universo, come si permette quella caccola di disturbarlo per questo? Però, già che è qua, magari può aiutarlo a uscire dalla sua prigione transilvana. Perché va be’ che è potente in tutto l’universo, ma guarda caso ’sto Dracula non può neanche uscire di casa. Poco male: il Conte entra nel corpo del cinese e il gioco è fatto.

«Sono il conte Djaaacula, minchia!» (cit.)

Chiusa questa imbarazzante parentesi facciamo un salto di cento anni e siamo nel 1904 a Chung King, famosa in tutto il mondo per la sua università, che viene subito dopo Oxford.
Qui troviamo il professor Van Helsing che spiega ai cinesi la sua lunga lotta contro Dracula e i vampiri, e racconta ai locali un’antica leggenda cinese ambientata proprio lì. Possibile che loro non la conoscessero? Ci doveva venire dall’Inghilterra ’sto professore a spiegargli le storie di casa loro?

Van Helsing sa tutto, pure le leggende locali cinesi

Van Helsing racconta di un pastore che per salvare la figlia dai vampiri rapper pieni di brilloni ne ammazza uno: si sa che le faide fra rapper sono pericolose, e se non ti becchi qualche cicatrice non sei nessuno. Il vecchio pastore ci muore e infatti diventa famoso.

Ogni vampiro rapper ha al collo il suo bling bling di gran classe

Nessun cinese crede a Van Helsing, al che sarebbe da chiedersi che lo sono andato a sentire a fare, tranne Hsi Ching: lui ci crede perché è discendente del vecchio della leggenda. (Interpretato infatti dallo stesso attore.)

Non è accigliato: David Chiang ha una sola espressione in tutti i suoi film!

Onestamente a me piange il cuore vedere un mostro sacro come Peter Cushing recitare al fianco di quel cadavere inespressivo di David Chiang, ma devo ammettere che all’epoca l’attore era un divo di Hong Kong, e da poco la Shaw Bros lo aveva utilizzato per vendicarsi di Wang Yu, facendogli rifare il suo “spadaccino monco” con La mano sinistra della violenza (1971).
Anche Cushing faceva filmettini non sempre degni, ma almeno rimaneva un grande attore: Chiang a mala pena è mai stato vivo, figurarsi attore…

A vederli non sembra, ma sono due nomi notissimi nelle rispettive cinematografie

Con una lunga opera di convincimento di svariati secondi, Hsi Ching organizza con Van Helsing una spedizione per andare ad ammazzare gli altri vampiri d’oro superstiti, che stanno proprio lì dietro casa. Visto che 7 è un gran bel numero e al cinema funziona sempre, alla missione si uniscono sette guerrieri della famiglia Hsi, più una donna. Perché qualcuno deve pure preparar da mangiare, no?
Sto scherzando, ma fino a un certo punto: della questione femminile nel film mi riservo di parlarne dopo.

I sette fratelli guerrieri, più la sorella guerriera… ma anche sguattera!

Partono dunque gli “ammazzavampiri”, termine citato espressamente dal doppiaggio italiano per rendere l’originale vampire-catcher. Questi vampirelli dorati passano l’eternità fermi, in piedi, in una grotta: ammazza che vita da vampiro! Trovarli quindi è facile: due sganassoni e il film è finito.

Vorrei vedere la faccia del pubblico occidentale di fronte ai vampiri cinesi…

Curiosamente non c’è bisogno di alcun paletto nel cuore: basta una manata come si deve e il vampiro si trasforma in polvere grumosa. Chiunque avrebbe potuto battere ’sti vampiri d’oro in un attimo, c’è da chiedersi perché mai abbiano aspettato l’intervento dei magnifici sette Hsi.

Se lo spettacolo non fosse stato già indegno di suo, la vicenda viene chiusa dalla seconda scena scritta a casaccio per il pubblico cinese: Dracula fuoriesce dal monaco Tak di cui aveva preso il corpo e affronta personalmente Van Helsing, regalandoci l’immortale scena di due vecchi che si menano. Ho visto di ben peggio sull’autobus, per la conquista di un posto a sedere.


La questione femminile

In questo sfacelo di film trovo molto interessante il modo come due cinematografie diverse, rappresentative di due culture diverse, abbiano trattato l’elemento femminile della vicenda.

Questo non è un film romantico né una ricostruzione storica, quindi per la cultura occidentale non c’è bisogno di donne: al massimo se ne può mettere una per allungare il brodo, con le solite scenette di rimorchio galante, e soprattutto per farla finire vittima del cattivo, così che i maschi buoni (e paternalisti) vadano a salvarla.

L’Oriente è diametralmente opposto, perché se “dal vivo” la questione femminile non è certo felice, al cinema la donna ha lo stesso peso dell’uomo. Non saprei il perché, forse il pubblico non era guidato da gusti in gran parte maschili come probabilmente succedeva in Occidente, fatto sta che il fenomeno delle donne IES (Inciampa E Strilla) non era così ingente come da noi.

Visto che nel genere locale wuxiapian le donne combattevano e volavano esattamente come gli uomini, e nel neonato gongfupian le donne prendevano a calci nel sedere gli uomini senza alcun problema, ecco che la parte cinese del film mette in campo Shih Szu, grintosissima attrice taiwanese che fra gli anni Settanta e Ottanta sfornerà quasi settanta film.

L’unico elemento di interesse del film

Chi c’è nella parte occidentale? La totalmente inutile norvegese Julie Ege, bionda (come piace agli asiatici), che subito attira la mollicanza dei maschietti e fa la nobile che è stanca della vita privilegiata e anela l’avventura, ma poi appena vola una mosca scappa e strilla.
Mentre la bionda fa la nobile avventurosa, che non alza un dito, intanto la controparte cinese fa da mangiare per tutti i personaggi, lava i panni e quando ha finito maciulla i vampiri con una mano sola. Non rimane molto tempo per la mollicanza…

Muori veloce, che ho ancora il bucato da stendere

La fusione di due modi totalmente diversi di ritrarre la donna nel cinema di genere, prettamente maschile in Occidente mentre molto più misto in Oriente, si scontra nel finale: contro ogni aspettativa è la cinese ad essere rapita, ma solo perché è l’interesse amoroso del figlio di Van Helsing, che dopo aver mollicato la nobile ha capito che quella è troppo lagnosa per lui.
Così abbiamo un altro stereotipo maschile occidentale in azione. Dopo aver lottato contro mille uomini, e averli battuti tutti, Hsi Mai-Kwei (Shih Szu) è comprensibilmente stanca e soccombe al 1001° uomo: arriva il baldo occidentale, fa due robe, di cui una sbagliata, per puro caso salva la donna e così può farsi bello nella sua eroica mascolinità di facciata. Senza prezzo lo sguardo che gli regala l’attrice cinese…

Sì caro, sei un grande eroe, ora però sta’ calmino

Una curiosità. La grintosa attrice cinese era stata già chiamata da una produzione occidentale, più precisamente italiana, per quel grande capolavoro di serie Z che è Crash! Che botte (1973), dove di nuovo interpreta un’eroina che non ha nulla da invidiare agli eroi maschietti. E ha pure il mantello nero vampiresco!

L’attrice si stava preparando alla Hammer, studiando i vampiri

Malgrado lo storico maschilismo italiano, penso che al nostro pubblico anni Settanta piacesse vedere eroine forti e manesche su grande schermo: basti pensare a quanti sganassoni tirerà di lì a poco Edwige Fenech!


Conclusione

La Shaw Bros palesemente non ha capito cosa stesse succedendo in casa propria, e in cosa consistesse la forza della Golden Harvest: non era avere sotto contratto Bruce Lee, anche se sicuramente è stato un bel trampolino. Basta vedere Il drago di Hong Kong (1975) per capire ciò che la Golden Harvest aveva iniziato con I 3 dell’Operazione Drago (1973): prendere il più moderno gusto occidentale, fonderlo con il gusto classico orientale e creare un qualcosa di nuovo, allo stesso tempo tradizionale ma innovativo. In entrambe i film dietro le scene d’azione c’era una colonna portante della Golden Harvest, quel Sammo Hung che per primo ha studiato, affinato e reso potente un modo di fare cinema che poi però diventerà famoso grazie a Jackie Chan.
La Shaw Bros questo non l’ha capito, continuava a sfornare gli stessi film di decenni prima quando ormai non funzionavano più. E la Hammer Films evidentemente non è stata così forte da imporsi.

Intanto in Italia girano fotobuste con… foto false!

Il successo de I 3 dell’Operazione Drago (tranne in Italia) è dovuto al fatto che è un film americano, che parla americano, usa una trama spionistica tipica occidentale, usa stili noti ma condisce il tutto con vere scene orientali girate in loco. Non più i soliti figuranti bianchi vestiti da cinesi, ma veri professionisti del settore.
Questa fusione ha creato qualcosa di nuovo che ha conquistato l’Occidente (tranne l’Italia). Tutto questo non succede con i 7 vampiri d’oro, che è in tutto e per tutto un wuxiapian targato Shaw Bros con una semplice ospitata di un paio di attori bianchi.

Se il film con Bruce Lee era la somma delle sue parti, qui abbiamo una sottrazione: non esiste un solo film Hammer o Shaw Bros che sia fatto male come questo, semplicemente perché prende il peggio da entrambe le case.

Ma chi è quel tizio vestito di giallo? Da dove l’hanno preso?

Dopo decine e decine di film con vampiri caratterizzati da semplici canini lunghi o al massimo degli occhi un po’ arrossati, davvero a qualche occidentale è piaciuto vedere dei mostri gommosi fatti di polvere? Ho avuto il dispiacere di incontrare altri film di Hong Kong sui vampiri, e ancora oggi i succhia-sangue sono ritratti in quel modo ridicolo. Sarà la loro cultura, ma la firma della Hammer era una costruzione minuziosa di ricchissime scenografie d’atmosfera, antichi manieri, misteriosi laboratori, brughiere nebbiose, foreste intricate… qui abbiamo due ambientazioni di cartone a fare da sfondo all’intera vicenda…

Non stupisce che la Hammer non sia rinata dopo questa operazione, pessima pure per i criteri della Shaw Bros, che al di là delle trame era comunque artefice di film dal grande impatto visivo.

Sono un grande estimatore dei film Hammer e dei film Shaw Bros: questi 7 vampiri d’oro riescono ad insultarli tutti in una botta sola. È il grande potere di Dracula?

L.

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18 risposte a La leggenda dei 7 vampiri d’oro (1974)

  1. Zio Portillo ha detto:

    Me lo ricordo per via del titolo perché lo incrociavo spesso nei canalacci regionali ma ammetto che non ho mai avuto il coraggio di affrontarlo.
    Interessante comunque questa fusione fallimentare tra i due colossi in piena crisi.

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Essendo distribuito dalla Warner era condannato all’oblio già alla sua uscita in sala: se non c’è Eastwood o Gibson, la Warner mura vivi tutti i suoi film 😀
      Comunque non ti sei perso niente, è il peggio di quanto due ottime cinematografie potessero offrire, un qualsiasi titolo Hammer o Shaw è meglio di questo 😉

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  2. Cassidy ha detto:

    Altro gran post per concludere la settimana vampira, questo davvero una chicca perché malgrado la presenza di Peter Cushing proprio mi manca, due generi morenti da due case in crisi, non poteva che venir fuori un Nosferatu come questo 😉 Cheers

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      La forza della Golden Harvest era Sammo Hung, che sapeva fondere passato e presente per creare nuovi stili: qui si limitano invece a fare esattamente le cose che il pubblico non voleva più, visto che le facevano tutti e avevano ampiamente stufato. Se si fossero inventati davvero il “kungfu-horrror” magari invece il risultato sarebbe stato diverso.
      Sicuramente ti saranno capitati film moderni di Hong Kong coi vampiri, e purtroppo sono identici a questo: tanti anni non hanno insegnato nulla sul tema…

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  3. Fabio ha detto:

    Ammazza l’immagine che hai postato del vampiro cinese è devastante,guanciotte mangiate dall’acne,maschera di merda che sembra uscita fuori da un brutto pornazzo anni 70,parruccone bluastro che fatico a commentare,pronto per la serata scema in discoteca(su le maniiiii!),e per concludere due cosette a punta che spuntano fuori dalla bocca che sembrano la mia imitazione di Dracula fatta con 2 stuzzicadenti!

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  4. Vasquez ha detto:

    Dopo il panda vampiro di ieri (il panda-piro) oggi abbiamo un vampiro cinese: un bel cine-piro 😛
    Almeno facessero ridere come il Djacula di Aldo, questi mi sa che sono talmente ridicoli che mettono solo tristezza…

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  5. Sam Simon ha detto:

    Mai visto, ma Peter Cushing è sempre un gran bel vedere… solo a me il sostituto di Lee ricorda Morgan dei Blu Vertigo?

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  6. Willy l'Orbo ha detto:

    Kung fu horror??? Vampiri cinesi??? Non voglio che questa settimana a tema finisca! Si può ripetere in un loop all’infinito o giù di lì??? 🙂

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Occhio che ci vuole un attimo a far partire il ciclo “Martial Horror” ^_^
      Anni fa mi ci ero appassionato e mi sono capitate cose che mi hanno fatto subito passare la voglia 😀

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      • Willy l'Orbo ha detto:

        Cose che ti hanno fatto passare la voglia, per la strana proprietà transitiva che vige tra noi, nel gergo orbo diventano cose che fanno prendere la voglia…ahahah! 🙂

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  7. Giuseppe ha detto:

    Verissimo: qui si dimostra il destino di due storiche case che, in angoli diversi del globo terracqueo, non riuscivano a impedire alle rispettive -e ormai superate- cinematografie di genere di avviarsi a un mesto tramonto (la Shaw Bros e la Hammer che, senza più lo smalto degli anni migliori, avrebbe potuto imporsi ben poco sulla collega di Hong Kong)… ma, lo stesso, io a questo “Draculaxiapian” fuori tempo massimo sono affezionato comunque 😉

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Se i vampiri cinesi non fossero stati così inguardabili e avessero cercato di fare un film che fosse più della semplice sovrapposizione di due generi in crisi, le basi per un gioiellino c’erano. Certo che se poi a distribuire il prodotto finito c’è la Warner, la casa che più di tutte ha fatto sparire dalla circolazione le proprie opere, allora vuol dire andarsi a cercare l’oblio 😀

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