Kung-Fu, furia violenza e terrore (1972)


Questa è la storia di un Paese in bilico tra rivoluzione sessuale, rivoluzione culturale, rivoluzione sociale e rivoluzione proletaria, un’Italia del 1973 in cui nessuno si aspettava che in un cinema di Roma proiettassero per la prima volta… mani cinesi piene di dita di violenza!

Disprezzato da tutti, tranne dal pubblico che ne ha decretato un successo fulminante, il cinema marziale in Italia è un fenomeno mai davvero raccontato: è il momento che il Zinefilo si rimbocchi le maniche e trasformi le sue mani… in mani che menano.


Nel 1999 presi una delle tante decisioni folli della mia “carriera”: creare una Enciclopedia Multimediale del Cinema Marziale in Italia, un database in HTML dove ogni film avrebbe avuto una pagina testuale e relativi link a locandine, immagini e un breve video con una sequenza marziale degna di nota. Se pensate che sia una cosa assurda vi do ragione, ma questo non mi ha impedito in pochi anni di compilare circa 500 schede (con relativi filmatini) di film marziali all’epoca disponibili in Italia.

Per questo mio insano progetto non mi bastava più consultare “FilmTV” ogni settimana, dovevo andare a caccia di film marziali anche in quei piccoli canali non coperti dalle guide TV: come fare? Forse i giovani d’oggi non lo conoscono, ma all’epoca c’era una roba strana chiamata “televideo”. Consultando (con fatica) la programmazione di piccoli canali locali riuscii a beccare diverse ghiottonerie, tipo Combat Dance (1989) su TMC2, Kickboxer 4 (1994) su SuperTRE e altre chicche. Poi un giorno del 2002 scoprii che era iniziato un ciclo su Italia7 in cui rispolveravano dal nulla vecchi filmacci marziali di Hong Kong: come avrei potuto resistere? Per di più avevo ormai avevo una scheda di acquisizione video Maxtor che era tempo di usare per “cose serie”.

Sono abbastanza sicuro che il film di oggi sia stato il primo che ho registrato sulla mitica Italia7, in quel ciclo che andava in onda ogni lunedì. Il file che ho registrato porta la data del 4 ottobre 2002, un venerdì, ma essendo una compressione, un “manufatto”, è facile che abbia registrato il film il lunedì precedente, 30 settembre, e poi ci abbia messo dei giorni ad acquisirlo e a trasformarlo in due .mpg da 700 mega l’uno per salvarli su CD-Rom. (Ebbene sì, all’epoca non esistevano i masterizzatori DVD.)

Purtroppo all’epoca trovavo biasimevole il logo dell’emittente su un film, quindi tagliai l’immagine per escluderlo: oggi invece mi interessa molto più il logo del film, quindi mi pento di non avere una schermata d’epoca con tanto di “Italia7” stampigliato sopra.


Nascita e distribuzione

Ad un anno esatto da Il furore della Cina colpisce ancora (ottobre 1971) della Golden Harvest, minuscole case di Hong Kong pensano bene di rifare lo stesso film, paro paro, con il piccolissimo difetto di avere un ciocco di legno come protagonista, non certo un “erede” di Bruce Lee. Così il 21 dicembre 1972 (fonte: HKMDb) esce nei cinema di Hong Kong 獅吼 (“Ruggito”), noto al mercato estero come The Roaring Lion.

Va’ come ruggisce quel leone!

Il 16 maggio 1973 ottiene il visto italiano con un esagerato divieto ai minori di 18 anni e il 21 giugno successivo appare in cartellone all’Ariston di Genova con il titolo Kung-Fu, furia violenza e terrore: per trovarlo in un cinema della Capitale bisogna aspettare almeno il 25 ottobre 1973, programmato al Golden.

da “La Stampa” del 17 dicembre 1973

Il 12 agosto 1980 inizia la sua vista televisiva su minuscoli canali locali, da cui non sembra essere mai uscito. Inedito in VHS, appare in DVD Fabbri nel 2002 nella storica collana da edicola “Kung Fu: il grande cinema delle arti marziali”, ma ho trovato tracce di una ristampa QuintoPiano/Hobby&Work del 2006.

Visto che quella trasmissione di Italia7 è totalmente identica all’edizione DVD Fabbri, entrambe del 2002, a questo punto immagino che l’emittente locale si sia limitata a mandare in onda DVD già pronti, mentre invece speravo avesse rispolverato dai propri archivi le pellicole italiane d’epoca.


«Il leone s’è addormentato,
e più non ruggirà»

Se Chen nel 1971 aveva trovato lavoro in una fabbrica di ghiaccio, qui il protagonista Yuàr – strana versione italiana di Liang Wei-Hong, detto “il leone”, interpretato da ciocco di legno che risponde a nome di Cliff Lok, o Ku Lung – lavora in una segheria sotto uno spietato padrone occidentale, che come tutti gli occidentali bastona i cinesi e insidia le loro donne. Non si sa perché tutto d’un tratto il padrone cattivo si metta in mezzo al piazzale a importunare la ragazza del tè, comunque la cosa scatena ovviamente una rissa.

Picchiare un occidentale fa sempre il suo bel figurone, ad Hong Kong

Picchiare un “diavolo bianco” fa sempre piacere agli spettatori, ma questo mette nei guai il protagonista e i suoi amici – fra cui c’è l’attore Lee Kwan (o Li Kuen) in pratica nello stesso ruolo di amicone de Il furore della Cina… – che ha la madre malata, perfetta per una scena da melodramma spinto, e alla quale promette di non combattere mai più. Appena giunge la notizia che il padrone bianco è morto per via delle botte, il “leone” e i suoi amici devono emigrare in Thailandia, la terra delle opportunità.

Benvenuti in Thailandia…

Come già raccontato nel film del ’71, i cinesi emigrati finiscono tutti come schiavi, non solo dal punto di vista lavorativo ma anche del tempo libero, visto che gli stessi padroni gestiscono sale da gioco e bordelli, così da fregarli su tutta la linea.

In questo caso l’organizzazione criminale è tenuta in piedi da tre cinesi – tanto perché Jackie nel 2008 ripeteva che i cinesi sono tutti fratelli, anche all’estero. Ad elargire frustate sul territorio c’è Bian Jiu, che il doppiaggio italiano ribattezza Bulldog (Fung Ngai o Feng Yi, il maestro panzone giapponese di Dalla Cina con furore).

Cambia il trucco e l’acconciatura, ma le botte le prende sempre a iosa

Poi c’è Sen Pao (Pai Ying, o Baak Ying), che il doppiaggio italiano rende con qualcosa come Sèn Paiò, poi si dimentica e nel finale lo chiama Tèn invece di Sèn. Comunque questo briccone è detto “l’invincibile”: ma chi lo chiama così? Con quella faccia poi. Se non fosse il figlio del gran capo mi sa che lo chiamerebbero in ben altri modi.

Solo gli “invincibili” fumano di sguincio

Infine il big boss, il grande capo del male, Chi Pao (che nel doppiaggio italiano diventa Chen Paò), un losco criminale che non poteva avere altra faccia se non quella di Sek Kin (o Shih Kien) che di lì a poco sarà il perfido Han de I 3 dell’Operazione Drago (1973). Chi Pao per la sua crudeltà è chiamato “la tigre”.

Bisogna essere parecchio cattivi per farsi crescere quei baffoni

Quindi abbiamo il Leone, il Bulldog e la Tigre: è proprio un film fatto da bestie!
Seguendo il copione, bisogna che l’amico del protagonista faccia una brutta fine. Così ecco che Shaù – resa italiana di Yu Shao-Fu (Eddy Ko Hung) – è innamorato di una ragazza anche lei emigrata, ma finita come tutte le sue connazionali a fare la “vita” in uno dei bordelli thailandesi. (Anche qui, come nel film Golden Harvest, c’è del nudismo ma occhio: solo le straniere thailandesi si spogliano, le brave cinesi non lo fanno mai.)
Shaù vuole liberare l’amata e com’è facile immaginare finisce male.

Il bravo Eddy Ko Hung avrà modo in carriera di fare produzioni ben migliori

La morte dell’amico mette in crisi l’intero gruppo di emigrati, e il protagonista è accusato dai propri compagni di essere un “leone addormentato”, epiteto che lo manda su tutte le furie, solo perché rispetta il giuramento fatto alla madre e non risponde alle angherie dei cattivi. Quando però tutti vengono massacrati e rimane solo il leone… be’, la “frase maschia” davanti al cattivo è già pronta:

— Sei tu il leone addormentato?
— Mi sono svegliato.

Vi prego, date il Premio Nobel allo sceneggiatore!

Attenti, s’è svegliato er leone! E c’ha proprio ’na faccia da leone…

Mi diverte il sospetto che questo film, girato nei mesi immediatamente successivi alla morte di Bruce Lee e relativa sospensione del progetto Game of Death, abbia una lunga parte finale in cui l’eroe combatte contro tre avversari, ogni volta più forti: non mi stupirebbe scoprire che le notizie sul progetto incompiuto di Lee abbiano spinto a inscenare questa sorta di “ascesa menante” dell’eroe.

Un ciocco di legno non può usare altro che armi di legno

Per affrontare il primo avversario, quello armato di frusta, il Leone si presenta con due pezzi di legno ricurvo che onestamente non avevo mai visto prima: è una curiosa invenzione del film o esiste davvero questa strana arma?

Spero sia un’arma vera, perché se no non ci fanno una bella figura

Lo scontro con l’“imbattibile” non merita menzione, mentre il capolavoro finale è la scena che precede il combattimento con il big boss, a cui non solo l’eroe ha ammazzato il figlio ma pure il pesce rosso: ammazza che cattiveria! E meno male che era buono. Comunque lo scambio di battute che precede il combattimento finale merita di essere citato, perché è da annali del cinema:

  • Cattivo: È davvero un peccato avere un giovane tanto abile come nemico.
  • Buono: Il peccato è che io non potrò più avere te come nemico.
  • Cattivo: Che vuoi dire?
  • Buono: Che dopo di me nessuno avrà più modo di incontrarti.
  • Cattivo: Eh? Cosa?
  • Buono: Per te è finita per sempre, ormai. Perché io ti ammazzerò come un cane, capisci?

Niente, il cattivo non capisce, anche perché il buono sta facendo mille giri di parole per dire un’ovvietà, ma almeno ci ha regalato un dialogo da storia del cinema.

Due avversari che parlano male e combattono peggio

Il regista e sceneggiatore Ng Tan è a fine carriera e gira con onestà un tipico prodotto di genere, eppure gli vanno riconosciute diverse trovate intriganti, come la scena in cui il Leone è circondato da cattivi, salta sul lampadario e, girando su se stesso, li prende tutti a calci in faccia. Basta poco per rendere un film un po’ meno anonimo rispetto ai suoi simili.

Una scena un po’ raffazzonata ma divertente

Non saprei dire se il rifare pressoché identico il The Big Boss di Lee sia un omaggio o una paraculata, comunque avere un protagonista totalmente privo di spessore e carisma non aiuta. Lo stesso, Kung-Fu, furia violenza e terrore non è un film disprezzabile, pur nella sua piccolezza, ma magari a parlare è il mio affetto per il titolo che ha inaugurato quel momento magico di vent’anni fa, quando ogni lunedì registravo un filmaccio fetente sempre nuovo su Italia7.

Una curiosità finale. La particolarità del film è che ruba senza alcun problema vari e riconoscibilissimi brani musicali composti da Ennio Morricone per C’era una volta il West (1968), soprattutto il tema dell’uomo con l’armonica che segue le azioni del protagonista: le leggi sul copyright non sembrano aver mai fermato i compositori di Hong Kong.

L.

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11 risposte a Kung-Fu, furia violenza e terrore (1972)

  1. wwayne ha detto:

    I pezzi di legno ricurvo meritano di essere citati anche nella rubrica delle armi fantascientifiche! 🙂

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  2. Cassidy ha detto:

    C’e aria di casa in questo post (quasi cit. Leoniana visto che aleggia nell’aria). Saresti stato un pioniere con il tuo progetto, lo saresti ancora oggi, anche se sarebbe stato un lavoro titanico per mole. Cheers

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  3. Willy l'Orbo ha detto:

    Il tuo progetto marziale, Italia7, televideo, un film fatto da bestie, il leone “addormentato svegliato”, armi mai viste prima, l’ammazzamento del pesce rosso, il dialogo finale…grazie di tutto ciò, Lucius! 🙂

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  4. Giuseppe ha detto:

    Forse l’intento iniziale di rifare “The Big Boss” era davvero di omaggiarlo ma, visto l’improponibile confronto marziale fra Cliff “non sono capace” Lok e Bruce Lee”, alla fine il tutto si è trasformato in una semplice e maldestra paraculata 😀
    Il tuo iniziale progetto marziale meriterebbe una rubrica di approfondimento a parte, fosse anche solo per il coraggio di averlo intrapreso quando ancora la tecnologia disponibile non era del tutto all’altezza della situazione 😉

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