Chen, la furia scatenata (1972)

Questa è la storia di un Paese in bilico tra rivoluzione sessuale, rivoluzione culturale, rivoluzione sociale e rivoluzione proletaria, un’Italia del 1973 in cui nessuno si aspettava che in un cinema di Roma proiettassero per la prima volta… mani cinesi piene di dita di violenza!

Disprezzato da tutti, tranne dal pubblico che ne ha decretato un successo fulminante, il cinema marziale in Italia è un fenomeno mai davvero raccontato: è il momento che il Zinefilo si rimbocchi le maniche e trasformi le sue mani… in mani che menano.


Alla disperata ricerca di economici minuscoli filmetti marziali per saziare la voglia di Bruce Lee del pubblico, chiamando “Chen” qualsiasi personaggio asiatico, i distributori italiani inconsapevolmente portano nel nostro Paese il primo film dedicato dalla nuova cinematografia marziale di Hong Kong ad un eroe popolare pressoché ignoto all’Occidente: Fong Sai-yuk. Legato alle storie provenienti dalla dinastia Ching (1644–1912) e presente nel cinema di Hong Kong sin almeno dagli anni Trenta, con la nascita del gongfupian nel 1970 il personaggio evolve e tornerà più volte in salsa marziale. Da ricordare i due film di successo che ne raccontano le gesta, nei primi anni Novanta, con il volto di Jet Li.

Prodotto dalla minuscola, neonata e di brevissima vita South Sea Film – la casa sembra essere di Hong Kong ma il film è di Taiwan – Fong Sai-yuk (方世玉) diretto da Chai Yang Min (o Ulysses Au-Yeung Jun) esce ad Hong Kong il 27 settembre 1972 e viene distribuito a livello internazionale come The Prodigal Boxer.

Il 24 maggio 1973 il film viene sottoposto alla commissione di censura italiana e riceve il visto il 1° giugno successivo, con un divieto ai minori di 14 anni «per le numerose scene di violenza». La prima apparizione nota nelle sale italiane risale solo al 10 ottobre 1973, distribuito dalla Victorfilm con il titolo Chen: La furia scatenata e il lancio «Un’apocalisse di violenza scatenata dalla vendetta». Da notare l’utilizzo dei due punti nel titolo, quando invece nella pellicola è utilizzata la virgola: Chen, La furia scatenata.

Almeno dall’11 novembre 1980 inizia la sua vita televisiva su piccoli canali locali. Non ho trovato tracce di una distribuzione in VHS, mentre risale al 2008 il DVD targato Elleu e MHE.

La pellicola italiana è massacrata, ma è sempre un bel vedere


Ciò che resta di un eroe

Se da una parte va lodato e plaudito l’impegno di Elleu e MHE per ripescare dall’oblio un film dimenticato e in pratica scomparso per decenni, dall’altra va detto che la qualità della pellicola italiana è davvero misera: il tempo non è stato galantuomo con la pizza del film, e chissà, magari le ultime copie esistenti erano quelle più vissute e più replicate nei cinema. Fatto sta che il DVD presenta un film letteralmente inguardabile: la mole abnorme di tagli che la pellicola presenta smozzica le frasi e la trama ne risulta confusa. Sempre poi ricordando che la tradizione nostrana già massacrava alla fonte i film, ritagliandoli per esigenze di durata (o chissà che altro) fregandosene se poi pezzi importanti di trama si perdevano per strada.

Una pellicola che avrebbe un gran bisogno di rimasterizzazione

La prima cosa che si capisce è che stavolta il grande Yasuaki Kurata – all’epoca già apparso in Italia in Il braccio violento del kung fu (1972) – non fa il giapponese, ma viene “integrato” fra i cinesi e insieme a suo fratello (interpretato da Wong Ching) gestisce una scuola marziale dividendosi i compiti: lui spezza ciocchi di legno coi piedi, suo fratello on i pugni. Questo rende enigmatica la scelta di chiamare l’esperto di piedi Iron Hand, mano d’acciaio, ma temo sia un errore dell’HKMDb.

Uno si allega menando i legnoni, l’altro si allena pestando i legnoni

L’inizio del film è talmente rovinato dai tagli della pellicola che possiamo solo intuire gli eventi: durante una rissa muore un tizio e di questo viene accusato Chen, nome che il doppiaggio italiano affibbia all’eroe Fong Sai-Yuk (Mang Fei).
Non è chiaro se davvero Chen abbia ucciso l’uomo per errore o sia stato falsamente accusato, sta di fatto che il morto apparteneva alla cerchia di brutti ceffi dei due maestri cattivi, i quali ora giurano vendetta contro il giovane lottatore.

Va ricordato che secondo il mito questo eroe popolare – che nel film è ritratto a riparare torti in paese malmenando i ladri – è un giovane addestrato nelle arti marziali dalla propria madre Miu Tsui-fa, nel film interpretata dalla taiwanese Pai Hung, ma come tutti i giovani anche Fong Sai-Yuk è poco paziente al momento dell studio e preferisce andare con gli amici a fare danni in giro.

Fermati, o mamma ti mena!

I due maestri cattivi e i relativi allievi cattivi piombano a casa di Fong Sai-Yuk e picchiano tutti, colpendo a morte suo padre ma la vendetta non è completa, visto che il giovane non era in casa.
Arrivato giusto in tempo, ci prende la sua brava dose di schiaffoni ma riescono a fermare i cattivi in tempo prima che l’ammazzino. Rimessosi in salute, Fong Sai-Yuk si presenta alla loro scuola in piena modalità dojo fight alla Bruce Lee…

Gli manca un cartello sotto il braccio, ma è proprio un dojo fight

… e ci prende un’altra brava dose di randellate, una «compilation di schiaffazzi» (per dirla come il paninaro di “Drive-In”) che lo lascia un’altra volta in fin di vita, salvato solo perché i paesani fermano i cattivi dall’uccidere il giovane.
Altro tempo per rimettersi in forze e stavolta finalmente il giovane ascolta i consigli della madre, diventando così bravo che ora può picchiarla: ah, che bravo allievo! Ora sì che può ammazzare la gente con un colpo solo.

Un allievo è bravo quando finalmente riesce a picchiare la madre

Anche immaginando che nel 1972 in patria sia stata proiettata una pellicola completa e a colori, non questo pastrocchio italiano semi-monocromatico, rimane lo stesso un ben misero film per un eroe così popolare, sebbene anche dai prodotti migliori con Jet Li non è che stiamo parlando di chissà quale personaggio di grande levatura.
La trama è infima e gli attori sono quelli delle peggiori occasioni, raccogliticci in giro e chiaramente valgono quanto vale la produzione che li paga: molto poco. L’unico vero attore marziale del gruppo è Yasuaki Kurata, ma non è certo da questi suoi suoi primi grezzi prodotti che è nato il suo mito.

Per noi occidentali rimane curioso un eroe che nelle avventure sia affiancato dalla propria madre, che lo guida, lo addestra e se serve gli ammolla pure uno scappellotto – che i figli se ne meritano sempre qualcuno – eppure è la caratteristica tipica di Fong Sai-Yuk.
La cosa che però fa ancora più strano è che nei film dedicati a quest’eroe le attrici asiatiche, notoriamente immortali, non sembrano mai essere così adulte da risultare plausibili come madri dei protagonisti, sebbene le attrici in media abbiano una ventina d’anni in più dell’attore che interpreta l’eroe. Ma come fanno gli asiatici a non invecchiare mai?

Il vero eroe marziale vuol bene alla mamma!

Un film che si commenta da solo e va ad aumentare l’oceano di prodotti di infima qualità che ha fatto tanto male al genere, sia in Italia – dove non arrivava altro – sia in patria, dove il pubblico era molto più esigente.

Che io sappia questo è l’unico film con protagonista Fong Sai-Yuk ad essere stato doppiato in italiano: per conferma aspetto il responso di quelli che commentano il mio blog solo per sottolineare gli errori commessi.

L.

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5 risposte a Chen, la furia scatenata (1972)

  1. Cassidy ha detto:

    Ogni riferimento a fatti cose o commentatori è puramente voluto 😉 Il vero massacro Chen lo ha fatto alla pellicola, davvero tritata si vedono i graffi anche dalle foto in miniatura (ti sto leggendo da telefono), in ogni caso la vastità dei film marziali sbarcata da noi è inimmaginabile, oggi abbiamo tanti film con super tutine, ma la proporzione non è nemmeno da paragonare. Cheers

    Piace a 1 persona

  2. Willy l'Orbo ha detto:

    Ma solo a me una pellicola così martoriata dà comunque quel quid che la rende vissuta e in quanto tale comunque una chicca rara pertanto suscitatrice di orgoglio nel possederla? Sì, temo solo a me, o forse no. Lucius, fammi compagnia! 🙂

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