Tutti amano Elmer (guest post)

Torna la nostra amica Vasquez, la Colonial Marine del Zinefilo che si lancia in una nuova missione pericolosa: affrontare un mostriciattolo particolarmente sgradevole.
L.


Tutti amano Elmer

di Vasquez

Devo tornare ad un’epoca lontana. No, non al giurassico. E nemmeno a quando le auto si accendevano a manovella (con due levette però sì…), ma ad un tempo in cui le informazioni non giravano velocemente come oggi, nei bar si potevano trovare i video-jukebox e il cornetto Algida era grande il doppio di quello di adesso. In quei tempi barbari si frequentavano strani posti chiamati “edicole” dove si potevano trovare in vendita ancor più strane pubblicazioni su supporto cartaceo di nome “almanacchi”.
Definizione dal dizionario (cartaceo) della parola almanacco:

  1. Calendario con l’indicazione delle festività e delle fasi lunari;
  2. (per estensione) Pubblicazione annuale simile al calendario con varie notizie complementari: almanacco letterario.

Reperti

La definizione è perfettamente calzante per la pubblicazione su supporto cartaceo che iniziai ad acquistare nel 1991, con cadenza annuale, fino al 2005 quando il mio interesse negli almanacchi che affiancavano il fumetto Dylan Dog era definitivamente scemato.
Sono quindi in possesso di 15 Almanacchi della Paura, un tipo di albo che nel corso degli anni ha cambiato grafica, tipo di carta, tipo di carattere, numero di pagine, rimanendo però un punto di riferimento, una guida per saperne di più su quel mondo letterario/cinematografico/fumettistico (ma anche televisivo/musicale/videoludico) che tanto mi affascinava.

Chi si ricorda questo merita di stare in vetrina coi reperti (vado io per prima)

Con orrore e raccapriccio scopro che in tempi recenti il periodico, che francamente credevo chiuso, ha cambiato nome: ora si chiama Dylan Dog Magazine: due storie inedite (scrivere “fumetti” non fa figo?), news e servizi a colori (news???), sei euro e novanta per 176 pagine.
Definizione dal dizionario (cartaceo) ita-eng/eng-ita della parola magazine:

  1. Il mio ultimo?

    periodico, rivista;

  2. caricatore (di arma);
  3. deposito (di armi, esplosivi);
  4. (televisione) contenitore (programma di lunga durata che presenta numeri di varietà, notizie sportive, culturali, ecc.).

Mi sembra la traduzione esatta per almanacco. Allora perché non usano più almanacco?

“Curiosity killed the cat” dicono gli inglesi, che forse però non sanno che la curiosità è femmina, e anche se la gatta sa che ci lascerà la zampa, al lardo ci va lo stesso perché non può farne a meno. Ed ecco quindi che mi trovo a sfogliare questo nuovo “Almanacco della Paura” del 2019 (scelta casuale, il primo che ho trovato). Una bella dedica a Giuseppe Lippi scomparso l’anno precedente, due misere paginette dedicate alle nuove uscite al cinema, tante, tante, davvero tante foto, anche a tutta pagina e un paio di servizi che sinceramente non ho capito.
Oltre alle due storie promesse (guai a chiamarle “fumetti”!), c’è un file (le varie rubriche all’interno si chiamano proprio così: Horror Files) su H.P. Lovecraft di 12 pagine, che non è altro che un mero elenco delle sette principali creature create dallo scrittore di Providence.

Lovecraft, cose buone dal mondo
(semi-cit.)

Poi c’è un dossier su comete, meteoriti, asteroidi e quant’altro cade dal cielo, e la loro influenza sia sulla cultura popolare che sui media, spaziando anche parecchio, devo dire: La nube avvelenata (1913) di Arthur Conan Doyle, The Rain serie Netflix del 2018, Deep Impact (1998), e… ma come? mi citano Brivido (1986) e mi lasciano fuori Coherence (2013)? L’impressione che ho di tutto ciò è di aver letto un’accozzaglia di notizie ormai facilmente recuperabili in ogni dove: dov’è la chicca introvabile? il consiglio sul film da recuperare a tutti i costi? il saggio imprescindibile? La grafica è stupenda, i colori sono sgargianti in tutte le pagine, i consigli di visione (o non visione, punto a favore) sono anche condivisibili, ma il tutto manca di profondità.

Sono delusa? Come non esserlo?
Me lo aspettavo? Dopo aver notato il cambio di titolazione? Che domande!
Mi consolo un pochino con uno speciale su Supernatural, presente sempre su questo numero del 2019 (all’epoca della pubblicazione la serie non era ancora conclusa), ma davvero poca roba. E mi rifiuto di parlare delle due storie a fumetti. Su 176 pagine, 56 sono di file, strapiene di foto.

Il mio primo

I primi tre “Almanacchi della Paura” li ho letti e riletti fino alla nausea (poi ci fu un cambio di grafica che mi piacque poco), ma quel primo numero è stato il più amato, fin dalla copertina che prometteva meraviglie: due fumetti inediti di Dylan Dog (e già questo…), 160 pagine (!), con inserto a colori (sarà troppo?). Ogni mia aspettativa fu ampiamente ripagata dal contenuto, le seimila lire meglio spese della mia vita. Introduzione di Alfredo Castelli, a seguire un anno di paura al cinema, le ultime uscite in libreria, un bel saggio sugli incubi (su schermo) in bianco e nero, il Club dell’orrore (lettere e disegni dei lettori), i promessi fumetti inediti, e neanche a farlo apposta un dossier di ben 30 pagine (scritte fitte) su H.P. Lovecraft: una biografia articolata, il contesto storico e letterario, le riviste pulp (la parola pulp esisteva da prima che uscisse il film di Tarantino), gli pseudobiblia, l’arabo pazzo Abdul Alhazred, Lovecraft in Italia, il rammarico per i pochi film e fumetti derivati dalle sue opere, e tanto altro. Tutto quello che avreste voluto sapere su Lovecraft, ma non avete mai osato chiedere.
Su 160 pagine, 80 erano di servizi. Pagine pregne: poche foto, molta sostanza.

Anche il bianco e nero sa essere suggestivo

Alcuni dei titoli citati li ho scansati come consigliato: Un gatto nel cervello (1990), Sotto Shock (1989), Terminator 2 (1989) di Vincent Dawn/Bruno Mattei, che non aveva niente a che vedere col film del 1984 («a proposito» si chiedeva il redattore del pezzo «come si intitolerà il vero Terminator 2 che James Cameron sta finendo di girare?»), alcuni ancora mi mancano (Cabal 1990, Striscia ragazza striscia 1986, Santa sangre 1989, per dirne solo alcuni…).

Molti film avrei avuto modo di recuperarli: Ammazzavampiri (1985), La mosca 2 (1989), Linea mortale (1990), ma anche Ore 10: calma piatta (1989), o Sola… in quella casa (1989), vincitore del Festival di Avoriaz, lo stesso Festival dove Nightmare (1984) aveva fatto incetta di premi (non credo lo facciano più quel Festival, all’epoca mi sembrava la Terra dei Sogni…) aspettato e inseguito attraverso guide TV e televideo, registrato, e visto e rivisto fin quasi a non poterne più, nel tentativo – vano – di stemperare la sensazione sgradevole che si lasciano dietro il cattivo (cattivissimo!) e l’essere a cui ha dato vita, altro che la creatura di Frankenstein!

Sempre di quel periodo, però su carta

Forse sono stata un po’ troppo impulsiva nel giudicare il nuovo formato dell’Almanacco: è possibile che qualcuno dei numeri più recenti riporti magari notizie degne di essere spulciate. Ma è anche possibile che trent’anni fa il cinema di genere pullulasse di tante e tali chicche – anche autoriali – che mettendo insieme una simile pubblicazione era magari più semplice che venisse fuori qualcosa di mitico rispetto a oggi. Sul finire degli anni ’80/inizio dei ’90 abbiamo avuto: Due occhi diabolici (1990), Atto di forza (1990), Inseparabili (1988), Beetlejuice (1988), Society (1989). E sto.

C’era un film in particolare, in quel primo numero del 1991, che colpì la mia immaginazione, non per il titolo accattivante o per la trama coinvolgente, ma per il fotogramma presentato a corredo, con la sua bella didascalia invitante.

Didascalia originale: «Il mostruoso parassita di La maledizione di Elmer»

Si trattava del film Brain Damage: la maledizione di Elmer (1988) di Frank Henenlotter (non chiedetemi di riscriverlo). Viene descritto nell’Almanacco come una delirante storia di pazza convivenza tra un giovane e il suo parassita cerebrale, affamato di sensazioni violente. Pare che la pellicola sia stata proiettata in un solo cinema di Milano, a mesi dalla sua uscita in videocassetta:

«Il perché di questo relegamento nel limbo dei film fantasma è inspiegabile.»

La mia fantasia, già abbondantemente stuzzicata da quel binomio foto + didascalia, iniziò a fare i salti mortali con quell’interrogativo lasciato lì quasi distrattamente. Immaginavo questo piccolo parassita dalle sembianze umane che si faceva strada nelle pieghe del cervello del giovane protagonista, facendogli fare cose indicibili (e a quanto pare anche inguardabili, se era vero che il film era finito in una sorta di limbo della distribuzione). Anche se… non mi sembrava così mostruoso, quel parassita. Un po’ schifoso sì, senz’altro, tutto sporco di sangue, ma mostruoso?

Come ho già detto la curiosità è femmina, e finalmente dopo 30 anni ho avuto modo di scoprire che in effetti quello nella foto non è Elmer, che c’era un motivo per cui quella didascalia dava del “mostruoso” al parassita di nome Elmer, e forse anche come mai la sempre bigotta distribuzione nostrana abbia di fatto relegato il film in una distribuzione paragonabile a quella di un direct-to-video (dove a quanto pare – fortunatamente – la censura va a morire).

Il film inizia mostrando questa adorabile coppia di mezz’età – Martha e Morris – che si accinge a nutrire con appetitosi cervelli crudi qualcosa di nome Elmer, che avrebbe dovuto trovarsi ammollo nella vasca da bagno, ma che a sorpresa è diventato uccel di bosco. I due presi dal panico, mettono a soqquadro l’intero appartamento, distruggendo suppellettili e mobilio, bussano dai vicini, urlano e si disperano, ma di Elmer non c’è traccia. Dopodiché li vediamo a terra agonizzanti, nella devastazione del loro soggiorno, privi di forze e con la bava alla bocca.
La scena si sposta nell’appartamento adiacente, dove abitano due fratelli, uno dei quali Brian, si sveglia su un letto sporco di sangue, preda di strane visioni, angoscianti eppure esaltanti, un vero e proprio trip lisergico.
Elmer è arrivato.

“Tesoro, sono a casa!”

Il mostriciattolo, con la voce di Marco Mete (Data di Star Trek TNG), blandisce Brian: il loro incontro è l’inizio di una nuova vita, una nuova avventura dove tutto sarà meraviglioso. A vederlo così non sembra, ma quell’essere sa essere terribilmente convincente e anche maledettamente credibile. Convince Brian a farsi posizionare sulla sua nuca, e dopo avergli iniettato il suo speciale allucinogeno direttamente nel cervello, si nasconde nella sua maglietta e si fa portare fuori per nutrirsi di cervelli umani. Il tutto ovviamente non è indolore: Brian svilupperà una dipendenza dalla speciale droga di Elmer, il quale chiederà il suo tributo di sangue. Il ragazzo, con le facoltà mentali obnubilate, compirà azioni tra le più efferate pentendosene subito dopo, non appena riuscirà a rientrare in sé. Proverà anche a staccarsi da Elmer, tentando una disintossicazione che a livello di delirio non ha nulla da invidiare a quella di Mark Renton in Trainspotting (1996). Il tutto non finirà bene.

Il personaggio ritratto nella rivista del 1991 (Martha, che a inizio film stava un po’ meglio di così)…

… e quello che mancava nella foto

Il tono del film va dal grottesco all’assurdo, passando per un registro comico-surreale senza però toccare le vette di umorismo nero di altri film, come succede ad esempio ne Il ritorno dei morti viventi (1985), anche se in entrambi questi si segue una dieta a base di cervelli. Il tono de La maledizione di Elmer è dannatamente serio, visto anche che affronta un tema grave come la disintossicazione, e lo fa in modo non banale. Vedere il bravo attore protagonista Rick Hearst lottare contro la crisi di astinenza mentre Elmer lo sbeffeggia, lo tenta, lo deride mettendosi addirittura a gorgheggiare, anziché interrompere la sospensione dell’incredulità, la alimenta alzando l’asticella dell’antipatia verso quel gran bastardo che non è altro di Elmer.

Quando Brian esce per procurare cibo alla creatura che ormai lo domina, questa si nasconde sotto i suoi vestiti, per poi uscire allo scoperto quando ritiene che la preda sia arrivata alla sua portata. Esce allo scoperto dai posti più improbabili. Dopo che una ragazza rimorchiata in discoteca dice a Brian: «Devi proprio avere un mostro qui sotto» diciamo che avevo capito dove volesse andare a parare la faccenda, ma ingenuamente ho continuato a guardare, pensando (sperando?) che il film non mostrasse davvero quello che lasciava intuire. A seguire c’è una scena che è presa di peso da un altro tipo di film, quale potrebbe essere ad esempio Gola profonda, però dell’orrore. Quasi indecente nel suo realismo, questa sequenza mi ha fatto pentire di non aver distolto lo sguardo quasi non credendo ai miei occhi ma, bisogna dirlo, è davvero efficace.

Paragonabile alla scena in Re-animator (1985)? Quella in cui la testa parlante tenta a tutti i costi di insinuarsi tra le gambe di Barbara Crampton? Non lo so, di sicuro entrambe generano sensazioni di malessere e repulsione, quella in La maledizione di Elmer forse però è un tantino più forte.

Non ho proprio idea di che foto ci si aspettava che mettessi, qui, questa comunque è Martha, prima che Elmer finisse di mandarle in pappa (ah ah) il cervello

Al che mi sono chiesta: è a causa di questa scena che il film si è visto poco nelle sale, perlomeno quelle italiane? Quello che sembrava un filmetto horror da quattro soldi, trasformatosi improvvisamente in un porno, andava nascosto sotto il tappeto dell’home video? Sarebbe strano, perché sarebbe bastato tagliare quella sequenza, lasciando il tutto all’immaginazione dello spettatore. O forse è per la disintossicazione di Brian? Quella però sarebbe stata una scena più difficile da tagliare, visto che è abbastanza lunga.

Io comunque ormai il film me lo sono visto, e ci ho trovato tanti riferimenti. Precedenti, come ad esempio in Star Trek II – L’ira di Khan (1982): anche lì esseri disgustosi si insinuano in posti improbabili controllando le menti dei loro ospiti. Ma anche successivi: nella puntata 7×11 “L’orrore cremisi” (2005) del Doctor Who lo stomachevole signor Sweet nell’attuare i suoi piani non aveva fatto i conti con Matt “Eleven” Smith. Una bella tacca sulla scala della schifezzitudine la incide anche la creatura nella puntata 8×04 “La setta” (2000) di X-Files, dove addirittura viene fondata una vera e propria religione intorno a quell’essere, con l’agente Scully che per poco non se ne ritrova a capo.

C’è anche una citazione aliena, che però non so se vale. Devo chiedere:

L’ho detto o no, che Elmer viene fuori dai posti più improbabili?

Quando il film sta per arrivare alle sue battute finali, Brian in metropolitana si ritrova seduto di fronte ad un tizio con un’enorme cesta di vimini sulle ginocchia, chiusa con un lucchetto. Dopo essersi scambiati diversi sguardi, il tipo con la cesta, impaurito dalla faccia di Brian, si alza e se ne va. Chissà se invece magari non avrebbe dovuto essere Brian a tagliare la corda…

Nello stesso paragrafo – intitolato «Chi li ha visti?» – in cui il mio caro Primo Almanacco parla di questo Brain Damage: la maledizione di Elmer, si parla di un altro film dello stesso regista, Frank Henelnt…Hetel…LUI: Basket Case (1982). Titolo di culto – dice l’Almanacco – è stato presentato alla prima edizione del “Dylan Dog Horror Fest” nel 1987.
Ne deduco due cose:

  1. la cesta di vimini sulla metropolitana è un’auto-citazione;
  2. anche Basket Case ha avuto una distribuzione barbina in Italia, se è vero che è stato addirittura presentato a cinque anni dalla sua data di uscita.

Tana per Frank Helenl… Henelt… il regista

Non credo che riuscirò a parlare di quest’altro film, bell’esempio di come, con pochissimi mezzi a disposizione ma l’idea giusta in testa, si riesca a fare molto. Moltissimo. Basket Case lascia una sensazione di sporco, di malsano, di qualcosa totalmente fuori posto. La creatura responsabile della parte horror del film è, di nuovo, credibile, orribile e disgustosa. Il suo respiro, il suo rantolo è un incubo per le orecchie, e a parte il fatto che oltre a rantolare, Belial non emette altri suoni che non siano urla, non c’è nessuna ironia che dia un po’ di sollievo. Dico solo che qui, la testa (non parlante) arriva dove non era riuscita ad arrivare la testa parlante del film di Stuart Gordon, con un “innesto” che mi sono rifiutata categoricamente di immaginare (che ci sia stato oppure no).

Avevo ragione a pensare che forse Elmer avrebbe trovato pane (o cervello?) per i suoi denti, se il tipo con la cesta non avesse deciso che aveva cose più urgenti da fare. Sarebbe stata una bella lotta, però. Strano che nessuno ci abbia pensato finora. Frank Heneler… Helentott… quello lì! pare sia ancora da questa parte della barricata, potrebbe tranquillamente farci un pensierino…

Tra l’altro mentre guardavo il film e vedevo la trama dipanarsi, mi è venuto da fare una considerazione: ho sempre pensato che per “la sirena delle Figi”, responsabile dei delitti della puntata (strepitosa, una delle migliori) 2×20 “Strane ferite” (1995) di X-Files, avessero preso come ispirazione uno dei mutanti di Atto di forza, e invece credo proprio che provenga da qui. Voglio andare oltre: non è che anche per Atto di forza si sono ispirati al film di Frank Helen-di-notte?
A cui peraltro non è bastato farne uno: esistono ben due seguiti! Non so se riuscirò a vederli questi altri due, per adesso ho fatto il pieno di questo regista dal nome inscrivibile e le sue creature disturbanti. Però… forse… quasi quasi mi rileggo il Secondo Almanacco…

V.


Ringrazio Vasquez per la disponibilità e aspettiamo il frutto della ri-lettura del secondo almanacco.
L.

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Informazioni su Lucius Etruscus

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20 risposte a Tutti amano Elmer (guest post)

  1. Cassidy ha detto:

    Ho rivisto da poco “Basket Case” quindi bellissimo iniziare la settimana con l’almanacco di Vasquez 😉 Cheers

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  2. Willy l'Orbo ha detto:

    Gran post Vasquez! Almanacchi, Sgorbions, tantissime citazioni, Basket Case, una delle mie puntate preferite di X-Files (condivido, strepitosa)…in tutto questo bendidio non ho visto La maledizione di Elmer e ci potrei fare un pensierino anche perché l’autore è…insomma…quel tizio, che ha realizzato Basket Case che ben conosco e che trovo sgradevole (nel senso positivo/ricercato del termine), geniale, sporco, metaforico, insomma, bene! 🙂

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Vasquez m’ha fatto tornare ragazzo, quando le edicole sciabordavano di ghiottonerie horror, splatter e sgorbions vari ^_^
      Che tempi…

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    • Vasquez ha detto:

      È stato davvero un piacere per me afferrare al volo l’occasione di rituffarmi in quell’Almanacco del ’91 (è proprio vero che il “primo” non si scorda mai 😛). Trovare il modo di appagare quelle curiosità che mi portavo dietro da trent’anni è stata una soddisfazione enorme, condividerle grazie a questo pazzoide di Lucius (si stancherà prima o poi di pubblicare quello che gli mando? Chi lo spinge a farlo? “Spingitori di Etruschi”! Su Rieducational Channel!) è per me un onore ancora più grande.

      Se ti è piaciuto “Basket Case” Willy, ti consiglio assolutamente anche “Brain Damage”. In realtà i film li consiglio entrambi, nonostante il disgusto che ho provato. Sono film notevoli, per nulla invecchiati, e compiono il loro dovere alla grande.
      Grazie per i complimenti, gentilissimo come sempre 😊

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  3. Giuseppe ha detto:

    Allora, tanto per cominciare: l’Almanacco del giorno dopo me lo ricordo bene anch’io, Vasquez, ragion per cui ti chiedo di farmi spazio in vetrina fra i reperti 😛
    Poi, vedo che hai impattato con Frank Henenlotter, verificando di persona come lui non si limiti MAI a fartelo intuire, anzi: lui il mostro (capace di cose da mostri) te lo mostra eccome! E non può non farmi piacere lo scoprire cosa ti ha spinto a recuperare quei delicatissimi titoli del nostro Frank: nientemeno che l’Almanacco della Paura 1991, nostalgia canaglia, il mio (forse più corretto dire nostro, a quanto leggo) primo almanacco di DyD in assoluto… del tutto imparagonabile agli attuali Magazine, ormai diventati praticamente degli oggetti da collezione che, a parte una “lussuosa” veste grafica, hanno sempre meno da offrire (questo vale pure per il Magazine -ex Almanacco della Fantascienza- di Nathan Never, arrivato fra le altre cose a ripubblicare vecchie storie a colori, e nemmeno sempre tra l’altro). Io ho continuato a comprarli per puro collezionismo completista, ma la magia di quegli anni se n’è andata… Come farla tornare? Ecco, questo tuo assai bel post potrebbe indicare la strada, per esempio (alla Bonelli dovrebbero rifletterci su, e in fretta) 😉

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Se non ricordo male era giorno di gita scolastica, quando uscì in edicola quel primo mitico Almanacco di DyD: contavo di leggerlo durante le noiose spiegazioni della guida ai Fori Romani ma la prof che ci accompagnava stava lì a fissarci tutti, così ho dovuto rimandare la lettura, che mi distraeva 😀

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    • Vasquez ha detto:

      “Impattato con Frank H.” è proprio la terminologia giusta: sono dei film che danno proprio la sveglia, di certo lasciano il segno.
      Probabilmente il Magazine “paga” in qualche modo visto che va avanti imperterrito. A me ha detto assai poco, comprese le storie a fumetti.

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      • Giuseppe ha detto:

        Eh, ma ormai è diventato una caratteristica di DyD il dire assai poco o, comunque, meno di quanto fosse lecito pretendere in seguito a una tanto pompata e attesa “rivoluzione” recchioniana del personaggio, di fatto poi risoltasi in una bolla di sapone. Ci sono ancora buone e ottime storie, qua e là? Sì, ma, parlandone francamente, non è che il loro numero attuale superi di chissà quanto (anzi) quelle che potevi trovare pure nella criticatissima gestione Gualdoni…

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  4. Vasquez ha detto:

    La nostra (mia e di mio fratello) collezione dylaniata è ferma all’incirca al numero 200, quindi abbiamo smesso di acquistare tutte le testate di Dylan (serie regolare, speciali, dylandogoni, almanacchi) da circa una ventina di anni. A volte passando in edicola ho fatto degli acquisti estemporanei, rimanendone a volte piacevolmente sorpresa, devo dire (gli speciali 27 “La bomba!” e 29 “La casa delle memorie” li ho molto graditi).
    Ultimamente grazie ad una piccola spinta del sempre gentilissimo Lucius, ho re-iniziato una lettura pressoché regolare, e l’unica storia che mi ha colpito è stata “Qwertington”. Sorvolo sul nome di Bloch, sul fatto che hanno tolto il “voi” (e perché invece per Nathan Never e il BVZM va ancora bene?!?), e altre piccole novità francamente inutili. Le storie sono l’unica cosa importante…e niente, non ci siamo 😢

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    • Giuseppe ha detto:

      Come ho detto sopra una grande rivoluzione a parole ma, alla fine, una bolla di sapone nei fatti (i dylandogoni poi non escono più da anni, come del resto i Giganti di tutte le altre testate, ma pure avessero resistito non sarebbe poi cambiato granché) 😦

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  5. Sam Simon ha detto:

    Splendida l’introduzione sugli Almanacchi della Paura!!! Ne ho un paio in casa, se non ricordo male…

    E bellissime le segnalazioni di questi film assurdi, devo prendere un sacco di appunti con questo post. :–)

    (grazie come sempre per il link al blog!)

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    • Vasquez ha detto:

      Ti ringrazio molto Sam Simon 😊 (piacere mio per i link!)
      Gli Almanacchi ancora adesso riescono ad essere un valido vademecum con titoli che meritano il recupero, e chicche misconosciute. I “Magazine” ne sono solo un pallido riflesso.

      Definire “assurdi” questi film è un eufemismo, io li ho trovati totalmente fuori di testa! 😵

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