[Death Wish] Il giustiziere della notte 2 (1982)

Nel 1972 la narrativa d’intrattenimento dà voce alla rabbia popolare e testimonia il crollo rovinoso delle istituzioni: polizia e politica sono colluse con quei criminali che fingono di combattere, quindi la giustizia vera può arrivare solo… da un Punitore.


La nascita del progetto

Londra, 1981. Lo schiacciasassi Dino De Laurentiis si trova negli studi Pinewood quando gli viene una “voglia”: «Facciamo un altro film». Questa storia la racconta il regista Michael Winner nella propria autobiografia Winner Takes All: a Life of Sorts (2005), ma non specifica se anche lui fosse a Londra come “testimone” oppure Dino abbia parlato fra sé e sé. Comunque in qualche modo il produttore dà mandato a Winner di informarsi sui diritti di un progetto che stuzzica la voglia di Dino: un film intitolato Space Vampires. Non mi dilungo su questo argomento perché da anni vorrei affrontare uno speciale su questo film, quindi ci sarà un’altra occasione per approfondire.

Ciò che qui conta è che Winner si informa – non si sa perché, visto che faceva il regista e non il segretario di Dino! – e scopre che i diritti di Space Vampires sono stati acquistati da due produttori israeliani che vorrebbero provare a sfondare in America: due tizi di nome Menahem Golan e Yoram Globus. Potreste averli sentiti citare, insieme alla loro casa, una certa Cannon.

«Dino si strofinò le mani come a pulirsi i palmi dalla sabbia, e disse: “Ricompra i diritti da loro”.»

Più che Dino sembra il PaDrINO…

In quel 1981 Michael Winner fa la conoscenza dei due celebri cugini e scopre i discreti attributi che li hanno sempre contraddistinti: in un ambiente come quello del cinema, dove ci si liscia a vicenda e si scende a compromessi ogni secondo, Golan chiede un milione di dollari per dare a Dino i diritti di Space Vampires, e non è disposto ad alcun altro accordo. «E se offrissimo 999.9999 dollari?» chiede Winner, divertito dal modo particolare con cui i due cugini fanno affari nel cinema. Davanti alla risposta negativa il regista non può fare altro che riportare a Dino ciò che pensa di Golan e Globus: «Questi due hanno le palle!»

Il discorso sembra finito lì, ma nel cinema hanno tutti la memoria lunga. Qualche tempo dopo Winner sfogliando la rivista “Variety” scopre una pagina in cui viene presentata la nascita della Cannon, e l’occhio non può che cadere sui progetti di immediata realizzazione: la casa annuncia al mondo che sta per produrre Death Wish Two con Charles Bronson.

Nel 1975 Winner e Dino concordavano che Il giustiziere della notte era un film unico, di cui non aveva senso fare il seguito – e magari questa decisione è stata presa dopo aver letto il pessimo seguito che Garfield aveva appena portato in libreria – ma questa affermazione di Winner entra in conflitto con il saggio biografico Charles Bronson Superstar (1978) in cui Steven Whitney dà per programmato un seguito del film: il romanziere Garfield stesso nella sua intervista alla nostra Lia Volpatti (in appendice all’uscita italiana del secondo romanzo) ha affermato che sin da subito sapeva avrebbero prodotto un secondo film). Comunque, Dino possedeva ancora i diritti del romanzo originale, quindi Golan e Globus non potevano rifarsi a quel materiale: forse volevano creare un loro personale seguito apocrifo?

Il regista racconta di aver ricevuto una telefonata che lo informava come Charles Bronson voleva lui a dirigere il film, non Menahem Golan come invece era programmato. Non sappiamo se quest’ultimo lavorasse in un modo che a Bronson non piaceva o magari gli era solo antipatico, sta di fatto che Golan coglie la palla al balzo e – come sappiamo – vola nelle Filippine a dirigere L’invincibile ninja (1981), con molto più successo: Winner non fa che spingere verso il basso la sua saga, Golan inventa da solo il cinema ninja occidentale che terrà banco per tutto il decennio, fino all’arrivo delle maledette Tartarughe che distruggeranno tutto.

Quando Winner si presenta agli studi della Cannon per diventare regista del secondo Death Wish – plausibilmente sempre nel 1981 – trova un’azienda assediata dai creditori, con i due titolari continuamente minacciati di morte da quelli a cui devono soldi. Golan non c’è («era nelle Filippine a girare un film di karate» scrive il regista nell’autobiografia), e nemmeno Globus, che è a New York a cercare di racimolare dei soldi: Winner passa quella prima mattina di pre-produzione a pulire il lerciume di un ufficio che pare abbandonato. Scannati come sono, come faranno Golan e Globus a pagare lui e Bronson? Quest’ultimo ha firmato un contratto per due milioni di dollari, lì non sembrano essercene neanche due, di dollari.

Finalmente arriva qualcuno, il produttore associato Danny Dimbort, e con Winner discutono il grave problema del film: Dino si rifiuta di vendere i diritti cinematografici del marchio, e quando il regista telefona al potente produttore questi gli dice a sorpresa: «Vieni a farlo per me, il film». All’epoca la situazione appare l’esatto contrario di quello che sarà in seguito: Dino sembra un grande e potente produttore pieno di soldi mentre la Cannon sembra una gabbia di matti squattrinati. Di lì a poco le parti si invertiranno, quindi il titubante Winner fa bene a compiere una scelta coraggiosa e a non tornare da Dino, limitandosi a chiedergli di stare ai patti: l’ha licenziato e lui è andato alla Cannon per girare il film con Bronson, se ora non vende i diritti Winner rimane per strada. Dino cede a vende il marchio Death Wish per cinquantamila dollari.

Menahem Golan è così contento che offre a Winner, oltre ai soldi pattuiti, anche un pacchetto azionario della Cannon, che in quel momento è uno scherzo: ci sarà tempo per il regista di benedire quel regalo. Nel 1981, rivela Winner del suo libro, le azioni della Cannon erano valutate un dollaro e 25 centesimi l’una: arriveranno a 145 dollari, prima che la casa coli a picco. Non è durata molto, ma ha fatto in tempo a rendere ricca parecchia gente.

Nel frattempo, i dipendenti della Cannon ipotecano la propria casa per coprire i costi di almeno un paio di giorni di riprese, mentre i due titolari fanno la questua ovunque per racimolare dei soldi e magari riuscire a coprire le riprese intere. Non sembra un film che parta con i migliori auspici.


Girare all’inferno

Malgrado lo chiami «un posto tremendamente interessante e bellissimo», una volta racimolato qualche soldo la troupe va a girare nei bassifondi di Los Angeles, che – ci spiega il regista nel suo libro – in seguito saranno ripuliti ma all’epoca (1981) erano ancora “pittoreschi”:

«Era pieno di bordelli, posti con prostituti ed ermafroditi, spacciatori di droga, posti dove la gente affittava un letto per due dollari a notte e viveva in dormitori. Era la fogna di Los Angeles.»

Capisco che per un regista sia un’ambientazione perfetta per un film noir, ma non mi sembra un bel posticino in cui vivere. Eppure è lì che vive il fratello di Charles Bronson.

Non capisco tutto l’entusiasmo di Winner per i bassifondi di Los Angeles

Grazie a Winner, scopriamo che Bronson aveva un fratello alcolizzato che viveva di stenti in quei bassifondi. Ogni tanto l’attore lo chiamava e lo assumeva per delle commissioni, cioè un modo per dargli dei soldi senza umiliarlo, e il fratello rispondeva sempre: «Non darmi più di venti dollari, se no mi uccideranno per fregarmeli». Questa frase viene pronunciata durante le riprese di Death Wish Two, raccontata da Bronson a Winner, e purtroppo è stata profetica: tempo dopo l’uomo viene ucciso, accoltellato alla schiena per rubargli il portafogli, e ritrovato nella sua stanza settimane dopo. Forse sfornare piccoli film recitando in modo sempre uguale non è il peggio che poteva capitare alla famiglia Bronson.

Il regista è affascinato dalla vita dei bassifondi, così il primo giorno di riprese manda via il pulmino con le comparse vestite da drogati, spacciatori e prostitute, supera le transenne della produzione e va personalmente ad ingaggiare come comparse veri drogati, spacciatori e prostitute.

«Ho ingaggiato all’incirca quaranta persone, al di là di quella transenna, e sono state tutte meravigliose. Ogni notte venivano, le pagavamo, stavano con noi ed è stato un piacere lavorare con loro. I loro vestiti erano perfetti!»

Preso alla sprovvista dal freddo gelido della notte losangelina, Winner entra nel locale negozio dell’usato e compra una giacca di nylon con piume d’oca: costa cinque dollari ma mercanteggia fino a pagarne tre. Il gestore però lo avverte: «Se la lascia in giro, domani tornerà a comprarla da me».

Winner si diverte un mondo in quel bestiario umano da bassifondi e inizia pure una storia d’amore con l’attrice che interpreta la figlia di Bronson, storia che finisce ben presto, quando un brutto giorno la donna decide di fare una sorpresa al suo innamorato… e trova la sua stanza d’albergo piena di ragazzette allegre. Non è un pettegolezzo, è tutto raccontato da Winner stesso nel suo libro, forse a testimoniare un’eccessiva frequentazione dei suoi amati bassifondi.


Guerra per la colonna sonora

Winner nel suo libro racconta che a riprese ultimate, mentre era nella sua casa di Londra e si dedicava al montaggio finale, arriva una telefonata di Menahem Golan: «Abbiamo la musica di Isaac Hayes». Non si sa che tipo di accordo ci sia stato, ma Golan ha ottenuto non solo che Hayes lavori gratis per comporre la colonna sonora di Death Wish II, ma la Cannon ha pure una compartecipazione agli utili dell’uscita del nuovo album del musicista. Hayes piace a Winner ma è chiaro che si senta punto nel vivo: è lui il regista, come minimo dovrebbe avere voce nella scelta della colonna sonora del film.

Visto che il “vicino di casa” londinese di Winner è Jimmy Page, perché non chiedere se lui è disponibile? L’anno precedente il gruppo dei Led Zeppelin si era sciolto per vari tragici motivi e il trentaseienne Jimmy passava per tossicodipendente altamente instabile e inaffidabile, ci spiega Winner, eppure il regista si lancerà in un lungo braccio di ferro con il discografico del musicista per riuscire ad avere un documento firmato, così da mollare Hayes e avere Page a bordo: servono ben due pagine di autobiografia a Winner per spiegare le incredibili avventure che lo porteranno ad avere quel documento firmato.

Malgrado le voci circolanti, Page si dimostra essere una persona meravigliosa e molto disponibile, tanto che il suo lavoro con la colonna sonora del secondo Death Wish viene riutilizzato, pressoché identico, per il terzo film, così da dare al musicista un credito aggiuntivo anche se non ha scritto una sola nota per la terza produzione.

Michael Winner è così: diventa amico della gente dei bassifondi e dei musicisti miliardari.


Distribuzione italiana

La rara VHS Columbia

Presentato in patria il 19 febbraio 1982, ci dice l’IMDb, immediatamente (3 marzo) finisce sul tavolo della censura italiana, dove il povero Enrico Quaranta si mette le mani fra i capelli: il film si apre con ben cinque minuti ininterrotti di stupro di gruppo, che ovviamente dovranno subire un taglio con il machete prima di ricevere il nulla osta di proiezione in sala, dando per scontato che un divieto ai minori di 18 anni non glielo leva nessuno.
Nel 1984 la RCA Columbia lo presenta in VHS, ma poi succede qualcosa che nel giugno 1986 riporta il film davanti alla commissione di censura: non è che si può abbassare il divieto ai minori di 14 anni? Certo, che ci vuole? Prendono il machete e dilaniano ancora di più le due scene iniziali, cioè le uniche importanti del film, e il gioco è fatto. Non ho trovato alcun passaggio televisivo sicuro del film prima del 1989, ma è probabile che il massacro sia dovuto alla TV.

Stando alla mia memoria ho visto il film su Rete4, forse a cavallo tra ’80 e ’90, e quello che mi ha colpito è stato il montaggio “a chiazze”: già Michael Winner ha dato il peggio di sé con questo film, poi con il massacro adottato dalla censura italiana si è raggiunto lo sfacelo totale.

Passaggio sul canale digitale MGM grazie a nonno Enzo

Ancora nel gennaio 2011 sul canale a pagamento MGM (grazie a nonno Enzo, il collezionista che non è più fra noi, per aver salvato quel passaggio televisivo) Il giustiziere della notte n° 2 viene mandato in onda totalmente massacrato: e parliamo di un canale a pagamento, non della TV generica.

Il film in originale dura circa 88 minuti: su MGM la durata è stata di 81, ben sette minuti tagliati in due scene che da sole durano sette minuti in totale. E quella di MGM è la versione che ricordo di aver visto da ragazzo.

La situazione migliora pochissimo, sul canale terrestre Spike (buon’anima)

Il 24 luglio 2020 questo film è stato inserito nel ciclo “Friday Action Heroes” del compianto canale terrestre Spike, e ormai tutti ci dicono che viviamo in tempi corrotti e sporcaccioni, pieni di donne nude in TV: quella versione infatti dura ben 84 minuti. Hanno tagliato con l’accetta “solo” quattro o cinque minuti, cioè tutte quelle scene di nudo che la gente è davvero convinta siano mandate sulla TV in chiaro.

Purtroppo non ho il rarissimo DVD del film, ma si parla di 88 minuti: visto che nel febbraio 1994 viene tolto ogni divieto, è facile che sia un’edizione davvero completa, anche se ci saranno parecchi buchi nel doppiaggio italiano, più corto di sette minuti.


Da giustiziere titolare
a mero vendicatore

Un colpo di fucile nella notte stronca la vita di un criminale e l’Uomo Ragno scatta per acciuffare il responsabile: il Punitore. Che è ancora un semplice personaggio pittoresco dalle saltuarie apparizioni nella testata a fumetti “Amazing Spider-Man”, non ancora il Frank Castle che tutti conosciamo ma solo un tizio che l’arrampicamuri chiama “Puni” e con cui sostiene dialoghi semi-umoristici.
In questo caso siamo all’Annual del dicembre 1981 (in Italia: “L’Uomo Ragno” n. 14, StarComics giugno 1988), dove il Punitore è disegnato niente meno che da Frank Miller, e scusate se è poco.

Il Punitore disegnato da Frank Miller

Sventato il piano del Dottor Octopus, il Punitore si ritrova sotto mira di un poliziotto: gli punta la pistola a sua volta… ma ovviamente non spara. Lo sceneggiatore Dennis O’Neil regala al personaggio le pagine migliori di questa sua prima parte della vita. Castle si arrende, e spiega: «Non ce l’ho con la polizia, forse non lo capite… ma siamo dalla stessa parte». O’Neil ha appena sottolineato la “filosofia dei punitori”: il loro sentirsi una “succursale” di un’istituzione che non ce la fa da sola, senza il loro aiuto.
Per la prima volta nella sua vita Frank Castle finisce in manette, fatto entrare in un’auto della polizia per finire in prigione. E, di nuovo, O’Neil regala oro al personaggio, che spara la sua “frase maschia” finale:

«C’è qualcosa di buono nelle prigioni: ci stanno tanti criminali. Tanti.»

Con queste mitiche parole il Punitore esce di scena. Tranquilli, Frank Miller in persona lo farà evadere, nella testata “Daredevil”, gli presenterà Devil e ci mostrerà i primi di mille scontri fra i due personaggi, ma a parte questo per il 1982 il Punitore si fa da parte per lasciare campo libero al suo “collega” Paul Kersey. Che però purtroppo collega non è più.

Bella posa, ma ormai è solo il fantasma di Paul Kersey

Lo sceneggiatore esordiente David Engelbach – che in seguito farà ben poco, giusto l’apocalittico America 3000 (1986) e il soggetto di Over the Top (1987), rimanendo quindi sempre in casa Cannon – firma una storia che non ha assolutamente nulla a che vedere con Il giustiziere della notte, né romanzofilm: l’ha fatto perché avevano solo i diritti filmici e si sono voluti allontanare il più possibile dalla storia di Garfield per evitare problemi? Non si sa, ma di fatto prende il volante della saga e sterza cambiando completamente corsia di marcia. Il doppiaggio italiano lo segue, e a coprire Bronson dall’ottimo Giuseppe Rinaldi si passa a un Renato Turi che stona parecchio.

Da tristo giustiziere a ridanciano architetto

Paul Kersey (Bronson) è un allegro e spensierato architetto di Los Angeles che ride e ride e tutti si chiedono che cacchio abbia da ridere. Forse ride perché la vita gli sorride, è fidanzato con la bionda Geri (l’immancabile Jill Ireland, storica compagna di vita di Bronson), gli affari vanno bene e pure sua figlia Carol (Robin Sherwood) ha ritrovato il sorriso, malgrado abbia ancora qualche problemino da gestire.
Insomma, Paul è così sorridente che ti vien proprio voglia di prenderlo a schiaffi. Ma per fortuna il suo sorriso sta per infrangersi contro Laurence Fishburne. Il regista Winner nella sua autobiografia si fa un vanto di aver lanciato un bel numero di attori, e i fatti dimostrano che ha ragione.

Tipici teppisti di Los Angeles del 1982…

Nulla in questo film lascia anche solo immaginare l’esistenza del precedente titolo, nulla del protagonista ricorda anche solo vagamente il posato borghese che decise di riprendersi la propria città girando di notte con la pistola in tasca. Il cambio di città ci sta tutto, l’aveva già fatto Garfield nel secondo romanzo, ma quello che colpisce è il cambio di stile: il regista è sempre lo stesso, ma è chiaro che i violenti anni Settanta stiano lasciando spazio ai pittoreschi anni Ottanta.
I criminali in questa vicenda hanno costantemente il volto deturpato da boccacce e facce buffe totalmente immotivate: Winner ci sta dicendo che i teppisti hanno una tara mentale? Oppure il noto Gusto Golan che non ammette sfumature sta prendendo piede? Spero che un giorno Fishburne scriva un’autobiografia in cui ci spieghi perché faceva sempre la scimmia durante ogni scena in cui è inquadrato.

Il mistero di Fishburne che fa sempre il verso della scimmia

Per giustificare un eroe che ammazza la gente per strada serve che a questo eroe sia successo qualcosa di davvero brutto, e Garfield aveva trovato il modo perfetto: nel romanzo non descrive ciò che accade alla moglie e alla figlia di Kersey, lascia che gli indizi germoglino nella fantasia del lettore e questo è molto peggio di qualsiasi descrizione. Winner cerca di fare qualcosa di simile nel primo film, cioè mostrare poco, come se fosse inutile incedere in certe sequenze sgradevoli: basta l’idea di ciò che è successo a casa Kersey a giustificare tutto ciò che farà Paul in seguito.
Qui invece, come dicevo, si cambia totalmente registro e nella versione estesa del film – quella cioè NON vista in Italia, almeno fino al DVD – la povera domestica di casa Kersey viene violentata per tre minuti di fila: sono tanti, dannatamente tanti. Non c’è sottigliezza, Winner non lascia nulla alla fantasia e nasce addirittura il sospetto che voglia rendere quella scena la spina dorsale del film: nessun’altra scena in seguito verrà curata come quella dello stupro che dà inizio alla vicenda.

Una delle rare scene rimaste nelle edizioni italiane

I teppisti cercano Paul per vendicarsi di averli inseguiti quando gli hanno rubato il portafogli, ma non trovandolo passano il tempo stuprandogli e uccidendogli la domestica: c’era bisogno di mostrare per tre minuti di fila gli abusi inflitti alla povera donna? Se l’anno precedente Angelo della vendetta di Abel Ferrara ha dimostrato qualcosa è che basta solo l’idea dello stupro per giustificare la violenza dell’eroe, nessuno spettatore si sognerà di considerare “esagerata” la sua risposta. Perché invece incedere in corpi nudi impegnati in atti violenti, tanto più che le censure dei vari Paesi spazzerranno via tutto?
Finito con la domestica, si passa ad altre lunghe scene con la figlia di Kersey, personaggio che anni prima era stato gettato via da Garfield, che nel secondo romanzo lo fa sparire nel nulla, e ora subisce un destino anche peggiore: la ragazza viene stuprata per due film di fila. Un’esagerazione che solo i nascenti anni Ottanta potevano regalarci.

Il personaggio di Carol è davvero jellato, tutti gli autori lo fanno uscire di scena sbrigativamente

Di nuovo, mostrare un criminale che lentamente – sarebbe da dire “gentilmente” se non fosse assurdo – consuma un atto sessuale con una ragazza dai problemi mentali è una scena semmai ancora più disturbante della precedente, e finalmente questa parata di violenza finisce… con Carol che si getta dalla finestra. In una scena sforbiciata nelle edizioni italiane: il corpo in primo piano trafitto dalla palizzata è evidentemente considerato impresentabile, come se le scene precedenti lo fossero.

Non so perché questa inquadratura sia stata sempre censurata in Italia

A dieci anni esatti da quel violento 1972 in cui tutto è cambiato, Winner torna a presentare la violenza criminale più dura ma in un modo che non ricorda minimamente i pionieri del genere, che ritraevano i criminali come dannatamente paurosi e spietati, mentre qui sono dei pagliacci scappati dal Circo Togni.
Purtroppo Winner nella sua autobiografia non spende una parola che è una per questo film, ad esclusione di qualche nota di colore già riportata più sopra, quindi non sappiamo se ha voluto “stemperare” la violenza rendendola così esagerata da sembrare finta, oppure ha moltiplicato per mille tutto su richiesta della Cannon, casa non certo nota per la sua finezza narrativa.

Quando Paul scopre che di nuovo ha la famiglia distrutta dai teppistelli locali, cosa fa? Niente. Si fa prestare la casa in montagna da un collega e va a tagliare legna, una scena totalmente immotivata che si spiega solo come citazione di quando Bronson spaccava legna ne I magnifici sette (1960).

Voglio sperare sia una cripto-citazione

Questo sarebbe il momento del going berserk, quello in cui l’eroe scende in campo e comincia a far fuori i cattivi, trasformando il dolore subìto in furore. Invece è proprio il momento in ci Winner sembra perdere ogni interesse nel film: mette il pilota automatico e va a dormire, tanto il resto della pellicola si gira da sola.
Kersey parlotta, va qui, va lì, si “maschera” con un cappello – ma perché? – tiene a distanza la fidanzata per non coinvolgerla e la sera va a passeggiare in giro, così da dare a Winner la possibilità di inquadrare la fauna locale: i pittoreschi abitatori dei bassifondi di Los Angeles riscuotono molto più interesse nel regista che raccontare il resto del film, cosa che di fatto non fa.
Tanto cosa vuoi aggiungere al primo film? Ma sì, mettiamoci pure la scena della metro ambientata in un autobus, che ci frega?

Sarà pure questa un’altra citazione, stavolta dal precedente film?

IMDb ci dice che il film, costato due milioni di dollari, ne ha incassati sedici, il che mi sembra un gran bel risultato. Nella sua autobiografia Winner ci informa che un sondaggio del canale via cavo HBO ha rivelato come gli spettatori di quel canale preferissero Il giustiziere della notte n° 2 a Momenti di gloria per quattro a uno.
Insomma, gli indizi ci portano a credere che questo secondo episodio sia piaciuto agli spettatori dell’epoca, ma voglio sperare che il successo sia stato dovuto al nuovo stile Cannon in rapida ascesa, più che al film in sé.

È la Cannon, baby, si spara sempre e non puoi farci niente

Per tutta la vicenda Winner ci porta in varie ambientazioni fatiscenti e povere dei bassifondi losangelini, ci fa vedere che tizi strani girino da quelle parti, intanto Paul Kersey cammina col suo stupido cappello e non fa altro. Solamente per puro caso incontra volta per volta i criminali che gli hanno stuprato e ucciso la figlia: era questo il piano? Camminare finché non si fosse imbattuto in loro?
Uno alla volta Kersey insegue senza fretta i teppisti, come fosse un Terminator, e alla fine li uccide con estrema facilità. Prova pure a lanciare la frase maschia…

«Tu ci credi in Dio? E allora adesso vai a trovarlo.»

… ma è davvero un minimo sindacale, troppo fiacco per essere convincente. In nessun momento c’è un minimo di pathos, o anche solo qualche vago accenno al noir urbano del primo film. Gli anni Ottanta stanno cambiando tutto, proprio come avevano fatto i Settanta, il gusto sta profondamente cambiando e la violenza è un valore positivo per il cinema, dopo averlo stravolto e terrorizzato dieci anni prima.
Tutti qui sparano con pistole, fucili, bazooka, carri armati e sottomarini nucleari: è la formula Cannon, maggiore potenza di fuoco in ogni occasione, tanto il risultato è talmente ridicolo che nessuno potrà mai accusare il film di fomentare l’abuso di armi, soprattutto in un Paese che ha così tante sparatorie in strada che quelle di Hollywood sembrano cartoni animati.

Non esiste teppista che non abbia armi automatiche militari

A dieci anni dalla nascita della violenza al cinema ormai è tutto spuntato, reso innocuo dall’eccesso, dalle boccacce e dall’esagerazione: i guerrieri della notte di Walter Hill erano la banda dei bottoni, in confronto ai teppisti di Winner che girano con mitragliatori che fanno sembrare Los Angeles il Vietnam. E l’esagerazione lima il gusto, fa accettare la violenza che prima colpiva forte, essendo inaccettabile.
Boccacce, violenza, grandi seni all’aria: le firme Cannon ci sono tutte, quello che manca è un “punitore”: qui Kersey è solo un vendicatore, visto che si limita a cercare solo i criminali che l’hanno colpito, degli altri se ne frega. Non era mica questo il personaggio del primo film.

Che gli anni Ottanta stiano neutralizzando la “narrativa dei punitori”? Lo vedremo nelle prossime settimane.

L.

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11 risposte a [Death Wish] Il giustiziere della notte 2 (1982)

  1. wwayne ha detto:

    In che senso le Tartarughe Ninja hanno rovinato tutto?

    "Mi piace"

  2. Cassidy ha detto:

    Regola aurea dei seguiti, uguale al primo ma di più, solo che questo è solo di più, visto che non sembra per niente il primo film, per atmosfera e intenti, malgrado cast e regista qui si vede lo zampino della Cannon che parlava al pubblico di allora. L’inizio è terribile capisco perché sia stato pluritagliato, capisco che “Non violentate Jennifer” (1978) avesse spostato il limite del mostrabile, ma quello non era un film rivolto al grande pubblico come questo, in compenso il terzo farà ancora più caciara, non vedo l’ora di leggerti 😉 Cheers

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Il terzo è il momento più alto dell’intera saga, e basta vedere come deraglia il secondo per capire l’aggiustamento di rotta della Cannon.
      Non so perché Winner abbia calcato così la mano su quelle prime scene, sapendo che nessuna censura le avrebbe lasciate intatte, magari pensava alle future edizioni estese per l’home video: sarebbe stato bello avere qualche sua parola ma nella sua autobiografia ha passato due intere pagine a raccontarci cosa ha fatto per convincere Jimmy Page a scrivere la musica e zero sul contenuto del film.

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  3. Willy l'Orbo ha detto:

    Sarà che in questi giorni sono particolarmente nostalgico ma ciò che mi è rimasto più impresso è l’ambientazione, quegli anni, quei bassifondi, quell’umanità derelitta, quella ricerca non dell’attore ma del vero disgraziato che ci sguazzava. Poi però penso che, appunto, parliamo di umanità derelitta quindi la malinconia diventa bizzarra, al contempo però si tratta di trasportarla in un film, in cui ha il suo effetto fascinatorio/edulcorato, pertanto mi sento meno strampalato nel vagheggiarla…insomma, sto perdendo il senno? Lucius, aiutami te! Oh, però, gran post, come sempre! 🙂

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  4. Fabio ha detto:

    Un po’ io sorrido quando le persone fiere a petto in fuori gridano al mondo la superiorita’ dei film anni 80,evidentemente dimenticano che i grandi cult del passato riconosciuti per la loro qualita’ essenzialmente rappresentano solo una piccolissima parte dei film che uscivano all’epoca,e tra quelli ricordati ci sono anche i film della “Cannon Films” che per carita’ lo stile l’avevano,ma erano super cretini per la maggior parte…….criminali che fanno le boccaccie e gli scimmioni tutto il tempo,tanto valeva allora metterci anche qualche tossico che grugniva come un maiale🐷!!.

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    • Lucius Etruscus ha detto:

      Essendo io cresciuto con quello stile all’epoca non lo notavo, ma rivedendo oggi i film che giravano in Italia negli anni Ottanta – non quelli finti che si sono reinventati nei Duemila – è chiaro che lo stile dell’epoca era leggerissimamente esagerato. E la Cannon esagerava spesso il doppio. Non sempre, per esemio la saga di American Ninja era molto “seria” (tra mille virgolette), ma c’era questa strana consuetudine di sottolineare col pennarellone quanto fossero cattivi i cattivi.

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      • Giuseppe ha detto:

        Che così diventavano delle caricature di cattivi, pure quando non sarebbe proprio stato il caso di renderli tali (e a rischio di ridicolo involontario), vedi appunto ne “Il giustiziere della notte 2″… Se non altro nel film c’è almeno un tocco di Carpenter, ovviamente non inteso in senso registico ma per via della presenza di Charles Cyphers, nella parte di quel Donald Kay che dà a Bronson/Kersey il tempo necessario per defilarsi dopo l’elettroesecuzione del teppista 😉
        Lavoro d’indagine accurato e impeccabile, come sempre (e in ogni rubrica) 👍
        P.S. Aspetto trepidante lo speciale su “Space Vampires”… 😉

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